SATYRICON39

SATYRICON, BRUNO MADERNA - TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, 25 GENNAIO 2023

Era il 16 marzo 1973 quando fu rappresentato per la prima volta a Scheveningen, in Olanda, il Satyricon di Bruno Maderna. A dire il vero una sorta di Ur-Satyricon era stato presentato negli USA nel ‘71 quando l’autore mise in scena un progetto denominato Satiricon per gli studenti del Berkshire Music Center assieme a Ian Strasfogel, coautore del libretto.
Ora, a distanza di 50 anni, la Fondazione Teatro la Fenice di Venezia ha deciso di riproporre il titolo nell’ambito della stagione del Teatro Malibran anche per ricordare la scomparsa del proprio concittadino avvenuta poco dopo la prima. L’opera si basa sul romanzo di Petronio (o meglio sull’episodio più famoso cioè la cena di Trimalcione) in cui lo scrittore attraverso l’utilizzo di personaggi caricaturali e le loro mirabolanti avventure vuole rappresentare la decadenza della società romana. A questo punto è interessantissimo esaminare come Maderna si muove in modo praticamente parallelo per ideare la sua composizione: tanto quanto il libro satirico usa linguaggi e stili narrativi vari (poesia, prosa, dialetti) così la musica alterna esperimenti e stili diversi come ad esempio canti gregoriani, Sprachgesang, a momenti lirici con vere e proprie arie e cabalette per arrivare fino al declamato più ostentato. Al polistilismo della partitura inoltre si accompagna il multilinguismo del libretto che utilizza il latino per gli argomenti filosofici, l’inglese per le parti narrative, il francese per le situazioni amorose e il tedesco quando si parla del denaro e del potere. Non contento, sono state aggiunte pure delle citazioni musicali che spaziano fra Verdi, Wagner, Bizet, Weill, Puccini, Gluck, Offenbach, Čajkovskij e che, nascoste, evidenti o stravolte, creano un effetto grottesco, comico o addirittura straniante – su tutti l’utilizzo del valzer di Musetta mentre Trimalchio parla della sua tomba.

Continua a leggere

LeNozzeDiFigaro_22.01.2023_FotoEnnevi_0664

W. A. MOZART, LE NOZZE DI FIGARO -
TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 22 GENNAIO 2023

Gennaio 1770.

Il giovane Wolfgang Amadeus Mozart, poco più che tredicenne, accompagnato dal padre Leopold, arriva a Verona e si esibisce in due concerti, nella Sala Maffeiana dell'Accademia Filarmonica, quindi in chiesa all'organo a San Tomaso (sfregiando con un temperino la tastiera del Bonatti, incidendo le sue iniziali del nome). Del. soggiorno del giovane Mozart a Verona resta anche un ritratto, attribuito al Cignaroli, battuto all'asta per quattro milioni di euro pochi anni fa,  una istantanea di quei giorni che segnarono la carriera del giovane compositore e lo legarono per sempre alla storia della città scaligera.

Sulle tracce di quel viaggio Verona celebra Mozart con un cartellone di eventi messi insieme da Accademia Filarmonica, Fondazione Arena, Comune di Verona, Fondazione Cariverona.

E proprio la Fondazione Arena decide di inaugurare la sua stagione invernale con una produzione de Le Nozze di Figaro  pensata nel 2022 per il Teatro Nuovo Giovanni da Udine da Ivan Stefanutti per regia, scene e costumi (assistito da Filippo Tadolini alla regia e alle scene, e da Stefano Nicolao ai costumi).

Continua a leggere

pelleas-3

PELLEAS ET MELISANDE - C. DEBUSSY - TEATRO PAVAROTTI-FRENI DI MODENA, 20 GENNAIO 2023

 

Ultimata nel 1902 dopo una gestazione tormentatissima lunga dieci anni, "Pelléas et Mélisande" di Claude Debussy fu l' opera che segnò il primo distacco dalle convenzioni ottocentesche sul melodramma: composta infatti direttamente sui versi di Maeterlinck, l' intervento del compositore conserva ed amplifica le suggestioni misteriose e simboliche del dramma consegnando al pubblico uno dei capolavori di tutto il secolo.

Niente arie, niente duetti, niente terzetti, niente ritornelli, solo melodie incantevoli immerse in un flusso sonoro costruito su armonie continuamente cangianti. Se questo lavoro ridisegna magnificamente il tempo sospeso e onirico, nel quale è nuovo anche il rapporto tra i cantanti e l’orchestra, le più complesse armonie eteree simili a ragnatele fanno storcere il naso a gran parte dei melomani italiani, che reagiscono a tali mancanze disertando con raccapriccio questo titolo da sempre, considerandolo nel migliore dei casi una scocciatura da evitare come la peste bubbonica. A Modena il teatro era discretamente pieno (o discretamente vuoto a seconda dei punti di vista) ma con un pubblico per fortuna poco propenso alla fuga, rarissimi gli abbandoni in corso d’opera e all’intervallo, come invece già sperimentato in teatri più blasonati e con nomi di altissimo livello.

Continua a leggere

LaBoheme_141222_EnneviFoto_002

BOHEME, GIACOMO PUCCINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, ULTIMA REPLICA, DOMENICA 18 DICEMBRE 2022

Un altro anno è agli sgoccioli e nei teatri profluiscono rappresentazioni dal ‘sapore’ festivo o che comunque facciano pensare all’inverno, al Natale ed al senso di amicizia con legami stretti tra protagonisti. Dunque un’altra Bohème risponde pienamente all’appello e non si esime la Fondazione Arena che con una nuova produzione affidata al regista Stefano Trespidi si sposta dal tradizionale periodo bohèmien francese al Sessantotto del Novecento con gli striscioni, gli slogan, i luoghi delle rivolte giovanili per cambiare il mondo e tutto ciò che la storia racconta di un epoca a noi certo più vicina rispetto alla vicenda originale. Non dunque dei poveri ed infreddoliti ragazzi (anche se il libretto non si può cambiare) in cerca di fortuna, ma dei borghesi intraprendenti ed impegnati nelle proprie creazioni, dai tipici vizi e virtù di ogni tempo, le cui vite si incrociano con quelle delle fanciulle Mimì e Musetta. Le scene sono molto accurate e ricche, opera di Juan Guillermo Nova, i moderni costumi sono di Silvia Bonetti e le luci di Paolo Mazzon.

Continua a leggere

BOHEME, GIACOMO PUCCINI - TEATRO VERDI DI TRIESTE, SABATO 17 DICEMBRE 2022 - SECONDA COMPAGNIA

BOHEME, GIACOMO PUCCINI - TEATRO VERDI DI TRIESTE, SABATO 17 DICEMBRE 2022 - SECONDA COMPAGNIA

In occasione di ‘La Boheme’, il Verdi di Trieste, che ha opportunamente organizzato le repliche dei titoli  di questa ricca stagione lirica nei fine settimana, ha schierato due compagnie, che a causa dei virus che si sono abbattuti sugli interpreti si sono fatte tre.

Di fatto la seconda compagnia originariamente prevista ha potuto concretizzarsi solo nella penultima delle repliche , ma prima di scendere nel dettaglio, vorrei ancora una volta sottolineare che la recensione è un parere, un’ opinione, non  un giudizio, non la verità assoluta. Il racconto di quello che chi scrive ha provato durante lo spettacolo. Che può essere in sintonia con il resto della sala oppure no. In questo caso assolutamente no, perché le mie perplessità sono in disaccordo con le posizioni del pubblico, che ha tributato alla recita una grande quantità di applausi.

Continua a leggere

2EiMqse

BOHEME, GIACOMO PUCCINI - TEATRO VERDI DI TRIESTE, VENERDI' 9 DICEMBRE 2022

Annullata nel marzo 2020, il Teatro Giuseppe Verdi di Trieste è riuscito finalmente a portare in scena la prevista Bohème di Giacomo Puccini, con cast quasi invariato rispetto al cartellone originale.

Una Bohème di cui non si sentiva particolarmente il bisogno, in primo luogo per il tasso di inflazione del titolo che – almeno in base ai numerosi posti vuoti della prima – nonostante la fama non è comunque riuscito nel suo scopo di richiamare un folto pubblico, come si aspetterebbe una direzione artistica: quindi si potrebbe affermare che la strategia di puntare sui super titoli di repertorio, adottata ormai da anni immemori, è da rivedere. Perso per perso si potrebbe provare ad attirare spettatori da fuori regione – è ben noto che il melomane si sposta ovunque - osando sia per quanto riguarda la scelta delle opere e che quella delle regie, che è appunto il secondo punto critico.

Continua a leggere

DonGiovanni_ph-Andrea-Macchia--Teatro-Regio-Torino_2061

DON GIOVANNI, W. A. MOZART – TEATRO REGIO DI TORINO, SABATO 26 NOVEMBRE 2022

Ultima recita del Don Giovanni di Mozart al Teatro Regio di Torino, che vede protagonisti il Maestro Riccardo Muti alla testa dell’Orchestra torinese e la figlia Chiara Muti a capo di un team creativo che ha costruito una regia accattivante e per niente scontata, in cui si succedono avvenimenti perfettamente in linea con il libretto, ma con un tocco di originalità e quel giusto brio che si interseca perfettamente nelle trame del furfante sciupa femmine dal destino terribile da lui stesso voluto. Il Don Giovanni di Chiara Muti è costantemente circondato da figure evanescenti, ombre oscure di donne nel passato del protagonista che agli occhi di chi assiste sembrano anticipare quanto accade inevitabilmente all’anima di colui che, a differenza degli altri personaggi in scena, non è un fantoccio mosso da misteriosi fili calati dall’alto, che simboleggiano quanto precario sia invece il libero arbitrio di ciascuno di noi nella vita reale. Storie di artisti/fantocci/personaggi che si muovono sulle rovine di un palazzo un tempo meraviglioso ed oggi in pezzi, tra drappeggi logori di un teatro che ha vissuto il suo tempo di gloria ed è ormai simbolo di decadenza. Questo Don Giovanni  che si districa tra le impalcature rovinose entrando ed uscendo dalle botole, è un Re Sole che fa e disfa a suo piacimento, che ha del malvagio ma anche dell’ironico nelle sue movenze, nella sua risata spiritata, nel sottrarre lo sguardo agli interlocutori scomodi per poi tornare baldanzoso se il terreno è più libero.

Continua a leggere

2NrlUY6c

LA FAVORITE, DONIZETTI - FESTIVAL DONIZETTI DI BERGAMO, VENERDI' 18 NOVEMBRE 2022

Perché La favorite e non Léonor de Guzman? Come mai Donizetti non usò il nome della protagonista come era solito fare?
Questa è la riflessione su cui si basa il concept pensato da Valentina Carrasco per lo spettacolo andato in scena in versione integrale in lingua francese al festival Donizetti Opera di Bergamo. Partendo da un punto di vista prettamente al femminile - come ci ha abituato negli anni - la regista argentina è giunta alla conclusione che “il ruolo di favorita del Re è più importante di chi lo occupa, e che probabilmente [Léonor] non è stata l’unica ad occuparlo”.
L’intuizione è ottima e sviluppata in modo coerente e non soverchiante durante tutta l’opera. La presenza fisica, o simbolica, delle ormai anziane favorite interpretate da 28 signore bergamasche è pressoché costante e raggiunge il suo culmine durante il lungo balletto – momento imprescindibile del grand opéra - risolto dalla Carrasco con grande garbo, mestiere e sempre in armonia con la musica: ormai dimenticate, le favorite passano la mattinata fra lavori di casa e preparazioni per un ballo col il re. Così fra abluzioni e cambi di scena – azzeccatissima l’idea realizzata da Carles Berga e Peter van Praet: i letti dell’harem, impilati progressivamente a formare dei triangoli - rettangoli, sono l’elemento fondamentale della scenografia che diventano persino un mega altare e una sala da ballo – le nostre signore si profumano, truccano e indossano il tutù. Una, colta da un momento di sconforto, si allontana per poi essere consolata da alcune compagne, mentre le altre altre ripensano a giovinezza ormai perduta guardandosi allo specchio. Niente da dire, un bel momento di teatro.

Continua a leggere

9v5MVdTQ

LOHENGRIN, RICHARD WAGNER- TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, RECITA DI SABATO 19 NOVEMBRE 2022

L’unicità di certe composizioni sta nell’immersione in un mondo leggendario ed in qualche modo divino, ove regnano la giustizia, la temperanza e la forza del bene contro il male. La gestazione del sontuoso Lohengrin di Wagner inizia da alcune letture che il Maestro fece nel tempo libero già agli inizi degli anni Quaranta dell’Ottocento e che poi vennero approfondite negli anni immediatamente successivi man mano che questo personaggio e la leggenda del cigno traghettatore penetrassero nella sua mente. Dopo aver composto dapprima scorrevolmente la parte in versi, proseguì a più riprese con le parti musicali dei vari atti ed il preludio fu composto alla fine. Sorvolando sulle questioni con gli impresari, la fuga dalla Sassonia e le difficoltà economiche che quasi gli fecero abbandonare il progetto ed altri mille problemi attinenti, finalmente grazie soprattutto all’aiuto di Liszt che lo diresse, il Lohengrin fu messo in scena a Weimar nel 1850. E proprio al Comunale di Bologna fu eseguito per la prima volta in Italia nel 1871 ed oggi, in un’epoca in cui si cerca di rappresentare sempre titoli sicuri e porta incassi, a Bologna è tornato in scena in questi giorni con una produzione che presenta tanto aspetti molto positivi dal punto di vista musicale, quanto parecchie perplessità sulla realizzazione scenica e registica.

Continua a leggere

DSC4612

FALSTAFF, GIUSEPPE VERDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, INAUGURAZIONE STAGIONE OPERA, VENERDI’ 18 NOVEMBRE 2022

Serata trionfale alla Fenice di Venezia per l’inaugurazione della stagione d’opera 2022/2023 che ha visto in scena Falstaff di Verdi con un cast degno dell’avvenimento, un teatro gremito ed una orchestra in gran forma.

Lo spettacolo affidato ad Adrian Noble si pone nel solco di una certa tradizione già vista ma che non dispiace e che cattura l’attenzione lasciando seguire lo spettacolo con chiarezza e senza particolari colpi di scena, poiché sono gli interpreti ed il libretto di Boito, dall’immenso Shakespeare, a far scorrere agevolmente gli eventi in una cornice molto gradevole. Il 'teatro nel teatro' è cosa ormai inflazionata, dunque Noble pur avvalendosi di questa tecnica sfrutta il genio del Bardo per portare in scena alcune caratteristiche delle sue opere. Il setting è ovviamente un tipico teatro elisabettiano, che potrebbe ricordare il più conosciuto Globe oppure il primo teatro pubblico chiamato proprio ‘The Theatre’, costruito grazie  all’attore James Burbage. William qui dirige le prove del suo spettacolo distribuendo copioni ed elargendo consigli agli interpreti per poi ritirarsi presso la galleria e prendere altri spunti per continuare a scrivere. Fin qui tutto visto. Ma poi Noble sfrutta la tecnica del multi-plot per arricchire la vicenda. Il personaggio di Falstaff è in effetti presente sia in The merry Wives of Windsor  che nel sub-plot del dramma storico Henry the Fourth; Shakespeare utilizzava queste storie parallele per offrire più punti di vista, per approfondire lo studio del carattere umano ed il suo agire, o magari per arricchire la vicenda con qualcosa talvolta di più leggero. In verità ci si poteva aspettare un accenno scenico alle opere succitate, per essere fedeli a questo intento, ma qui il riferimento è alla presenza delle fate, del magico ed etereo loro mondo e da ciò l’inserimento di A midsummer’s night dream, con tanto di cartelloni ad indicarlo per chi ovviamente non bazzichi tutti i giorni la letteratura inglese. Ne consegue un arricchimento anche visivo grazie al lavoro di Dick Bird, con i costumi di Clancy e le bellissime luci di Jean Kalman e Fabio Barettin.  Giusti ed azzeccati anche i movimenti coreografici di Joanne Pearce. L’impressione generale è di uno spettacolo magari un po’ affollato, ma sicuramente gradevole e pertinente al libretto.

Continua a leggere

TANNHAUsER-HEIDENHEIM-2022 Foto teatro Comunale Modena

R. WAGNER, TANNHAUSER - TEATRO COMUNALE DI MODENA, DOMENICA 13 NOVEMBRE 2022

La musica di Richard Wagner torna protagonista in Emilia, soppiantando per un breve periodo il reame assoluto di Giuseppe Verdi e nel giro di una settimana il Teatro Comunale di Modena propone "Tannhäuser", mentre il Teatro Comunale di Bologna mette in scena "Lohengrin".

Un lusso incredibile per chi ama la musica del cigno di Lipsia, ma anche uno sforzo notevole ed encomiabile per i teatri che lo propongono. La produzione di Tannhauser vista a Modena, proviene dall’  Opernfestspiele OH! di Heidenheim, tranquilla cittadina di 50.000 abitanti adagiata tra le verdi colline del Baden - Wuerttenberg, dove ogni estate dal 1969 si tiene tra le rovine del castello Schloss Hellensteinun, un interessante festival musicale.

Continua a leggere

R6qtbFM

OTELLO, G.VERDI - TEATRO VERDI DI TRIESTE, SECONDA COMPAGNIA, 05 NOVEMBRE 2022

Il giorno 5 novembre è andata in scena a Trieste la seconda recita  dell’Otello di Verdi, lo spettacolo d’apertura della stagione e presentava numerosi motivi di interesse, dal ritorno al teatro giuliano di Oren, alla presenza di diverse voci interessanti.

Giudizio ampiamente positivo dal punto di vista musicale, mentre  la resa visiva ha prestato il fianco a qualche criticità.

La regia di Ciabatti riesce ad evocare qualche suggestiva immagine pittorica, ma è poco, se confrontato alla mancanza di una idea forte, che certo non può essere sbiancare il Moro rinunciando al messaggio antirazzista di Verdi, o la soluzione di adottare una scena fissa, peraltro non firmata,  che impedisce al pubblico di vivere quello straordinario viaggio interiore tratteggiato da Boito, che in quattro tappe analizza l’uomo Otello: prima il condottiero, poi il politico, per passare agli affetti personali, per sfociare nel dramma intimo.

Continua a leggere

t0MJLf3

OTELLO, G.VERDI - TEATRO VERDI DI TRIESTE, INAUGURAZIONE DI STAGIONE, 04 NOVEMBRE 2022

Composto fra il 1884 e il 1886 (più di dieci anni dopo Aida), l’Otello rappresenta un punto di svolta non solo per Verdi ma anche per l’opera italiana: il compositore si distacca infatti dalla tradizione soprattutto per quanto riguarda la forma aperta dei suoi numeri musicali. Tuttavia è impensabile che un ultrasettantenne non rimanga fedele a se stesso come confermano ad esempio la cabaletta alla fine del secondo atto e il grande concertato del terzo, invero abbastanza tagliato – forse prendendo spunto dalla versione francese - nell’allestimento andato in scena al Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste.

Giulio Ciabatti ambienta la vicenda in una grande stanza blu incorniciata da grandi colonne al cui centro è disposta una pedana multifunzionale: una scena essenziale, molto tradizionale  e, aggiungerei, rassicurante per il pubblico triestino. Al solito i movimenti sono curati e ben studiati, abbastanza vari e le dinamiche fra i personaggi riescono ad emergere, ma non sono sufficienti a colmare il vuoto fisico e soprattutto teatrale sul palcoscenico. Funzionali i costumi di Margherita Platè e calibrato il disegno luci di Fiammetta Baldiserri. 

Continua a leggere

image002

FAMILY CONCERT DI FONDAZIONE ARENA
Direttore Orazio Sciortino, violino Piercarlo Sacco, narratore Stefano Guerrieri.
ORCHESTRA DELLA FONDAZIONE ARENA DI VERONA. 05 NOVEMBRE 2022

L’offerta artistica di Fondazione Arena si arricchisce di una nuova rassegna: i Family Concerts. Con questa mini serie si possono scoprire piccoli capolavori di musica e teatro musicale adatti al pubblico di tutte le età, godibili anche (e soprattutto) da chi si avvicina per la prima volta a questo repertorio. E infatti la breve durata, di un’ora circa, è pensata per essere leggera e accattivante in modo da poter avvicinare, anche in un modo informale, rilassato, un pubblico magari digiuno di musica classica.

Il primo concerto, dedicato alle favole in musica, ha visto l’esecuzione de “La Gattomachia” di Orazio Sciortino, seguita dai cinque quadri dal balletto “Ma Mère l’Oye” di Maurice Ravel. 

Dopo il suo debutto al Teatro alla Scala nel 2017, la “Gattomachia”  ha conosciuto una fortunata serie di riprese in numerosi festival e teatri d’Italia, a conferma di una bontà di scrittura che pone questa raffinata “favola felina” tra i gioielli musicali del nostro secolo. La Gattomachia è tratta da un testo di Lope de Vega, del 1634, esempio di epica burlesca e narra delle vicende amorose e delle baruffe di due gatti maschi e di una gatta: Sciortino ha adattato il testo per voce recitante, violino solista ed orchestra d’archi, in un lavoro di mezz’ora circa di gradevolissimo ascolto.

Continua a leggere

LaGioconda_231022_EnneviFoto_0159

FONDAZIONE ARENA DI VERONA , LA GIOCONDA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, 23 OTTOBRE 2022

Amore e gelosia, intrigo e negre magie. Si potrebbe riassumere così quel polpettone musicale un poco indigesto che è La Gioconda.

Delicatissima persona, proverbialmente distratto, Ponchielli, quando la sera dell' 8 aprile 1876 colse alla Scala, il suo vero, primo successo (dirigeva il veronese Faccio), aveva quarantadue anni. Non è più un giovane, commentò caustico Verdi, nove anni più tardi lo troviamo già al cimitero.

Assieme a Boito, qui librettista  anagrammato in Tobia Gorrio, inventarono un personaggio diverso, vocalmente nuovo, un soprano lirico e drammatico che fosse espressione di rabbia e tenerezza, di splendida voce innamorata e di cupa miseria umana: tutto questo si incrocia nel disegno vocale  e psicologico della cantatrice veneziana.

Peccato che attorno le stanno dei personaggi con una profondità psicologica minima, essendo più simili alla rappresentazione di sentimenti estremi piuttosto che a personaggi drammatici credibili. Avviene così che figure un poco povere drammaticamente come Barnaba, o poverissimi, come Enzo, trovino una collocazione interessante in un contesto più ampio, fatto di cori, di movimenti scenici, di concertati «psicologici».

Un regista de La Gioconda oggi può scegliere due approcci antitetici per la sua messa in scena: o una parodia della storia mettendo in scena “qualcos'altro” (ci si chiede cosa potrebbero inventare Claus Guth o Krzysztof Warlikowski o anche Damiano Michieletto per fare qualche nome) oppure un'interpretazione tradizionale, un' immagine da cartolina di Venezia. A Verona Filippo Tonon non sceglie ovviamente la prima strada, ma tiene conto del budget teatrale sempre più limitato a disposizione delle Fondazioni Liriche e con una messa in scena semplificata depurata da orpelli e cartapesta, disegnando una Gioconda bellissima e molto funzionale, fatta di sapienza nel movimento delle masse in una scenografia che tende ad accennare più che a descrivere la città lagunare, trasportando l’epoca dell’azione da dogale ad austriaca (fine’800, inclusi i bellissimi costumi stile impero di Carla Galleri). Tutto bello, grazioso e funzionale, le 4 ore di spettacolo corrono con garbo in una regia di maniera che odora di naftalina. Peccato che sia tutto già visto e rivisto centinaia di volte e gli echi e i rimandi a  Pizzi  & company rendano lo spettacolo un po' noioso in un’ opera già di per sé noiosissima.

Continua a leggere

hPcO4Wbw

THE TURN OF THE SCREW (Il giro di vite), VICENZA OPERA FESTIVAL, TEATRO OLIMPICO – VENERDI’ 21 OTTOBRE 2022

opera in un prologo e due atti op. 54 di Benjamin Britten
su libretto di Myfanwy Piper

L’Inghilterra vittoriana narrata da Henry James con i suoi paradossi e le molteplici contraddizioni sociali approda grazie all’opera di Britten sul suolo pluricentenario del Teatro Olimpico di Vicenza in occasione della nuova edizione del Vicenza Opera Festival, che il direttore Iván Fischer continua con successo a proporre per gli amanti dell’opera internazionale. Un racconto incentrato sulla suspense tanto narrativa quanto musicale, grazie ad un tessuto sonoro che alterna linee tratteggiate e discontinue a percorsi più morbidi e riconducibili ad esperienze più classiche. I due orfanelli affidati all’istitutrice, figura popolarissima nei racconti di certa narrativa borghese, qui si trova protagonista, molto più che nell’opera originale scritta da James, di una intricata vicenda gotica i cui interlocutori principali sono essa stessa, i bimbi Miles e Flora e gli spettri del domestico Quint e della ex istitutrice Jessel con cui questi aveva una relazione amorosa.  È un thriller psicologico, un racconto ancor più sconvolgente perché coinvolge dei bambini le cui vite sono addolcite dall’arrivo della cara Governess, ma messe continuamente in pericolo dagli spiriti minacciosi dei due amanti defunti. Il tema del ‘malo’, il mar Morto nominato da Flora, il ‘Benedicite’ invocato dai piccoli nel cimitero della chiesa, questo continuo riferimento alla morte, nonché lo stretto contatto con l’aldilà dei sue defunti, portano inevitabilmente a stringere, appunto, la ‘vite’ intorno ai protagonisti che non riescono più a slegarsi ed a ritrovare la pace di un tempo.

Continua a leggere

DSC08340

MEFISTOFELE, ARRIGO BOITO - TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA, 14 OTTOBRE 2022

Torna in scena un kolossal del melodramma purtroppo assai raramente riproposto nei nostri teatri; è un’occasione dunque da non perdere: il Mefistofele, capolavoro dello scapigliato Arrigo Boito, torna al Municipale di Piacenza dopo ben cinquantatré anni.

L’interesse dell’evento è prevalentemente musicale, nella magnificenza monumentale e nella ricerca intellettuale che quest’opera porta con sé. La resa di questa edizione è fortunatamente un piacere per l’orecchio, fondandosi in prevalenza sulla coinvolgente direzione di Francesco Pasqualetti: il maestro gestisce con polso e disinvoltura il gran numero di esecutori chiamati in causa, dall’imponente corpo orchestrale alle folte masse corali, esaltando dell’opera il respiro sinfonico d’ispirazione wagneriana, ma anche le argute finezze musicali di cui Boito costella la partitura. 

Nell’impervio ruolo del titolo convince la prova di Simon Lim, più per la voce torrenziale di notevole profondità e volume che per intenzione attoriale, forse leggermente monocorde per rendere con efficacia la controversa e beffarda ironia insita nel personaggio. Il fraseggio è comunque curato, al pari della dizione, con una qualità interpretativa di forte impatto nel suo complesso. 

Muscolare il Faust di Antonio Poli, dallo squillo rilevante ma piuttosto freddo dal punto di vista espressivo. Sicuro in acuto salvo qualche sporadica forzatura, il tenore porta a casa la serata senza drammatici intoppi, ma nemmeno troppa incisività. Felice eccezione a una generale piattezza è la sua aria “Giunto sul passo estremo”, rielaborata con particolare trasporto. 

Ottima la prestazione del soprano Marta Mari nel doppio ruolo di Margherita ed Elena, efficace nell’esaltare i tratti romantici e ingenui della prima (commovente la partecipata resa della scena della pazzia, “L’altra notte in fondo al mare”) e l’altera sensualità della seconda. La linea di canto è solida in ogni area della tessitura, dai gravi pieni agli acuti svettanti, il tutto impreziosito da bel colore e discreta generosità di armonici. 

Continua a leggere

311484387_6201718109855981_680789999891373252_n

DON GIOVANNI, WOLFGANG AMADEUS MOZART - TEATRO GRANDE DI BRESCIA,
16 OTTOBRE 2022

Grande successo di pubblico per il Don Giovanni andato in scena al Teatro Grande di Brescia, nella penultima tappa del titolo in questa tournée di OperaLombardia.

L’allestimento è un ripescaggio dalla nota trilogia napoletana Mozart / Da Ponte di Mario Martone, andata per la prima volta in scena al Teatro San Carlo ormai vent’anni fa e qui ripresa da Raffaele Florio come fu anche per le Nozze di Figaro riproposte all’interno della stessa rassegna nel 2015. Un filone di stampo tradizionale ma non oleografico: i costumi di Sergio Tramonti (che firma anche le scene) collocano la vicenda nella sua epoca originaria con eleganti sete e merletti, ma l’ambientazione non è una semplice riproduzione di Siviglia ed è bensì costituita da asettici spalti lignei che rimandano ad un contesto teatrale e meta teatrale astratto. Quante delle azioni del libertino per antonomasia sono una messinscena? Quanto è labile il confine tra realtà e inganno? E quale contestualizzazione migliore potrebbe sottolinearne questo aspetto, se non la costruzione di un teatro nel teatro? Non a caso questo genere di lettura del Dissoluto Punito si è vista e rivista in numerose produzioni nel corso degli anni e anche in questa occasione non manca di funzionare nel suo complesso, salvo qualche scivolone antiestetico come gli spettatori-fantoccio di dubbia fattura posti sugli spalti ed “effetti speciali” tutt’altro che esaltanti impiegati in particolare negli ingressi del Commendatore, con luci di Pasquale Mari, dalla resa visiva piuttosto modesta tra notturni blu elettrico e flash improbabili a simulare dei lampi nella scena del cimitero, ripresi anche nel finale tra sparuti fumogeni che tentano di riprodurre le fiamme degli inferi e inghiottono il convitato di pietra insieme al protagonista, con un esito certamente più ridicolo che drammatico.

Continua a leggere

xypf1p8g

ANDREA CHÉNIER, UMBERTO GIORDANO -TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA- 18 OTTOBRE 2022

Poco più di due mesi dopo la prima di Bohème (1 febbraio 1896), Andrea Chénier di Giordano ha il suo debutto alla Scala: successo clamoroso che l'accompagnerà costantemente fino ai nostri giorni.  Istinto della situazione, intuizione del suo impianto, sviluppo e scioglimento psicologico,  sono la formula del "verismo sentimentale" del Maestro foggiano che insieme ad una spiccata musicalità di facile ascolto, e ad una provvidenziale brevità, assicurano ancora oggi teatro pieno e incassi garantiti.

Bene ha fatto quindi il Teatro Comunale di Bologna che oltre a mettere in cartellone una tra le opere più amate dal pubblico, è riuscito nella non facile impresa di scritturare due cast di altissimo livello che si sono alternati nelle 7 recite previste.

Alla recita alla quale  abbiamo assistito, trionfatore della serata è stato un Gregory Kunde in forma smagliante che ha saputo dare al suo Chénier, forma e sostanza a tutto tondo. Il tenore americano indossa con sicurezza e slancio i panni del tenore romantico di cui possiede i giusti accenti e il senso del fraseggio. Poco interessa l'età anagrafica: la dizione è chiarissima, così come l’articolazione delle parole, che suonano sempre ampie e generose. Lo squillo è saldissimo nell'acuto, un po' meno nella parte centrale del rigo, ma a partire dall' "improvviso" al primo atto, il poeta è tutto lì: appassionato, sensibile nell'accento, generoso. Spettacolare l'irruenza e la perfetta capacità di immedesimazione nel "sì, fui soldato" al secondo atto, dove Kunde nell' "Uccidi? Ma lasciami l'onore" che conclude l'arioso, trapassa con una sciabolata di voce, l'arido Fouquier.

Continua a leggere

20221011_185510

VERDI FESTIVAL 2022, G. VERDI - LA FORZA DEL DESTINO - PARMA 09 OTTOBRE 2022

Opera tra le più complesse (e più lunghe) da produrre del Maestro delle Roncole, La Forza del Destino ha aperto il 22° Verdi Festival lo scorso 22 Settembre nella edizione per Milano del 1869, versione integrale curata da Philip Gosset e William Holmes per Casa Ricordi.

Croce e delizia di ogni teatro che intenda metterla in scena, la 24° opera di Verdi rappresenta uno scoglio spesso invalicabile a causa di un cast richiesto veramente solidissimo e di una complessa macchina scenica che prevede continui cambi scena e una durata veramente notevole.

A Parma si sono affidati per quel che riguarda regia, scene e costumi, al quasi ottuagenario Yannis Kokkos, raffinatissimo creatore di spettacoli mortalmente soporiferi dove, al di là di una vaga concettualità astratta nell'ambientazione, non succede quasi nulla. Le solite scene sghembe, i soliti fondalini con proiezioni metereologiche di vario tipo, la quasi perenne fissità dei movimenti sono la cifra  di uno spettacolo che mortifica tutto il possibile in nome di una presunta raffinatezza stilistica.

Continua a leggere