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A. BOITO - MEFISTOFELE - TEATRO LA FENICE - DOMENICA 14 APRILE 2024

Torna a splendere di luce propria il “Mefistofele” di Boito, diamante della scapigliatura musicale e letteraria italiana, finalmente riabilitato nella partitura. Scevra dei tagli e delle “aggiustatine” che Toscanini “mani di forbice” (un giorno qualcuno scriverà dei danni inflitti da quest’uomo sulle partiture da lui “rimaneggiate” - Fanciulla del west e Turandot- solo per citarne alcune) approntò per la nuova edizione di Bologna nel 1875 dopo il clamoroso fiasco milanese. La versione proposta alla Fenice è quella che venne data al Teatro Rossini, sempre a Venezia, il 13 maggio del 1876 che ripristina alcuni interventi nella scena del “sabba romantico” e nella scena del carcere.

 

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101° Arena di Verona Opera Festival 2024

IL NUOVO SECOLO DEL TEATRO OPERISTICO PIÙ GRANDE DEL MONDO

 

Inaugurazione il 7 giugno con l’evento straordinario del Ministero della Cultura per celebrare la pratica del canto lirico in Italia patrimonio dell’umanità 

 E l’8 giugno grande apertura di stagione con la Turandot firmata da Zeffirelli nel centenario della scomparsa di Puccini

Una nuova produzione della Bohème con la regia di Alfonso Signorini, al debutto areniano

Per la prima volta Anna Netrebko è Tosca in Arena 

Grandi ritorni di Ekaterina Semenchuk, Yusif Eyvazov, Amartuvshin Enkhbat, Ludovic Tèzier, Vasilisa Berzhanskaya, Lawrence Brownlee, Aleksandra Kurzak, Francesco Meli, Roberto Alagna, Luca Micheletti, Vittorio Grigolo, Elena Stikhina, Jonas Kaufmann, Luca Salsi 

Tra le voci che debuttano in Arena Aigul Akhmetshina, Pretty Yende, Erin Morley, Juliana Grigoryan, René Barbera, Igor Golovatenko, Marta Torbidoni, Paolo Bordogna

Prima volta in Anfiteatro anche per i direttori Michele Spotti, George Petrou e Leonardo Sini  

Inizia il nuovo secolo dell’Arena di Verona Opera Festival. Cinquanta appuntamenti in cartellone dal 7 giugno al 7 settembre, fra cui tre titoli dedicati a Giacomo Puccini nel centenario della morte. La 101a stagione apre con la spettacolare Turandot firmata da Franco Zeffirelli, in programma l’8 giugno alle 21.30. Tosca - che vede Anna Netrebko per la prima volta in questo ruolo in Arena, nella storica produzione “noir” di Hugo De Ana - e un nuovo allestimento della Bohème firmato da Alfonso Signorini - al debutto in Anfiteatro - sono gli altri due capolavori del compositore lucchese in scena nell’edizione 2024. 

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GIUSEPPE VERDI, NABUCCO - TEATRO VERDI DI TRIESTE, VENERDI' 22 MARZO 2024

Viva Verdi. Questa è la scritta che campeggia sul grande muro che rimanda alla stazione centrale di Milano, una Milano in pieno tumulto risorgimentale. Giancarlo Del Monaco ha infatti scelto di ambientare il suo Nabucco durante le Cinque Giornate, trasformando lo scontro fra ebrei e babilonesi nell’insurrezione anti austriaca, con tanto di Franz Josef. 

L’allestimento, proveniente da Zagabria e approdato al Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, è discretamente piacevole grazie alle scene di William Orlandi e alle luci di Wolfgang von Zoubek. Tuttavia la trasposizione politica della parte visiva voluta dal regista non apporta nulla di nuovo o di particolarmente rivelatore all’interpretazione dell’opera se non da un punto puramente estetico, risultando in conclusione piuttosto statica e monotona, forte di una interazione fra i personaggi minima e stereotipata.
L’unico guizzo veramente interessante è stata l’idea di tramutare il momento del celebre coro degli ebrei in una sorta di sogno di Nabucco durante la sua prigionia, punto di svolta da cui partirà la redenzione del tiranno. 

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E.WOLF - FERRARI, IL CAMPIELLO - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, 22 MARZO 2024

“Il Campiello”, «la più veneziana di tutte le opere di Wolf-Ferrari» è un altare devozionale alla vecchia Venezia di Goldoni; una mimesi antiquaria di secondo grado destinata al successo in virtù della sua amabile innocuità in un’epoca di totalitarismi politici.

La grandezza di Wolf Ferrari risiede, a nostro avviso, tutta nella grande abilità di manovra del contrappunto di ben 10 personaggi godibilmente stemperato tra le “ciaccole”.  Si pensi alla azzeccata macchiettistica resa dalle due vedove donna Pasqua e donna Cate affidate a due voci da tenore.

Muovendo dalla classicità italiana e dall'esempio massimo del Falstaff, Wolf Ferrari ha saputo configurare un valido tipo di commedia musicale moderna, in cui il discorso melodrammatico è rapido, duttile ed estremamente funzionale, animando la propria invenzione apparentemente accademica con una spigliatezza, un brio e un senso dell'umorismo veramente ragguardevoli. Maestro del ritmo melodrammatico, nemico delle lungaggini e dei ripensamenti,  anche se non disse una parola nuova in fatto di musica, Wolf Ferrari fu certamente un compositore moderno nell'atteggiamento, di distaccata e divertita contemplazione dei personaggi, costruendo il suo stile musicale ispirandosi alla levità di Mozart e di Rossini

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MARIA EGIZIACA, OTTORINO RESPIGHI – TEATRO MAILBRAN DI VENEZIA, VENERDI’ 8 MARZO 2024.

Una altra chicca cui non potevamo sottrarci è Maria Egiziaca di Respighi in scena in questi giorni al teatro Malibran di Venezia, la cui prima è stata venerdì scorso. Un’opera brevissima, nei suoi settanta minuti circa di esecuzione, un ‘trittico’ musicale diviso in tre episodi, come le tavole dipinte che si trovavano nelle chiese medioevali e non solo, che racchiude in sé tanto echi di note arcaiche, con i cori gregoriani molto amati da Respighi e la religiosità che profende dal secondo episodio in poi, quanto un tocco di modernità con suoni che spesso costringono ad uno sforzo particolare gli interpreti, i cui stati d’animo sono protagonisti più della musica stessa. Fu nel 1932 che questa composizione debuttò a New York in forma di concerto, come molti sanno diretta dal compositore stesso in sostituzione di Toscanini. In forma scenica fu eseguita successivamente in Italia per poi scomparire via via dai cartelloni teatrali. Ma la Fondazione Teatro La Fenice la riprende per questa stagione con uno spettacolo garbato, dove in poco più di un’ora riviviamo la nota leggenda medievale narrata da Domenico Cavalca, in cui la protagonista Maria da donna di malaffare, pronta a vendersi fisicamente per un passaggio in nave che la allontani da Alessandria, passa alla santificazione attraverso l’illuminazione divina ed una vita passata ad espiare colpe tra privazioni e stenti nel deserto. 

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UN BALLO IN MASCHERA, GIUSEPPE VERDI – TEATRO REGIO DI TORINO, RECITA DI VENERDI’ 23 FEBBRAIO 2024

Torna a Torino a grande ed acclamata richiesta il Maestro Riccardo Muti, dopo il Don Giovanni diretto nel novembre del 2022, alla testa dell'orchestra del Regio per una delle opere più amate dal pubblico operistico, Un ballo in maschera di Giuseppe Verdi. Dopo il trionfo della prima noi siamo stati alla replica del 23 febbraio, trovando come ci si aspettava un pubblico appassionato e felice di ritrovare il grande Direttore ricoperto di applausi prolungati già all'ingresso in buca. Ma oltre a ciò abbiamo assistito ad uno spettacolo dal sapore tradizionale che rispetta libretto ed ambientazione, ma senza risultare pesante o vecchio, data la cura dei dettagli,  della presentazione dei personaggi e di certi accorgimenti atti a sottolineare gli eventi più significativi. 

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LA RONDINE DI G. PUCCINI - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, MERCOLEDI’ 22 FEBBRAIO 2024

“La Rondine di Puccini è un’opera kitsch!”.

Questo è quello che mi sono sentito dire da un amico musicologo recentemente sul lavoro pucciniano. Viene il dubbio che i critici, o il pubblico, non si siano mai chiesti se questo kitsch possa essere voluto proprio da Puccini.  La tematica non è certo fra le più importanti affrontate dal compositore toscano: qui non si parla né di tubercolosi, né di morte prematura di bambini. E se invece dietro la scelta di un soggetto “leggero” si nascondesse in realtà un messaggio molto più profondo, se non una pesante critica alla propria società contemporanea?

La complessità del carattere della protagonista, da una parte rapita dagli eventi e incapace di prendere in mano il proprio destino, dall’altra sicura nelle proprie decisioni, rendono quest’opera di particolare interesse nel panorama professionale e umano di Puccini. Purtroppo La Rondine continua ad essere ignorata, tacciata di superficialità e banalità, è tuttora fra le opere meno eseguite del compositore toscano.

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ARIADNE AUF NAXOS, R. STRAUSS - TEATRO VERDI DI TRIESTE, VENERDI' 16 FEBBRAIO 2024

Teatro nel teatro nel teatro. Questo è quanto è andato in scena al Teatro Verdi di Trieste in occasione dell’Ariadne auf Naxos di Richard Strauss - già di per sé opera metateatrale. Infatti al loro arrivo, gli spettatori sono stati accolti nel foyer da alcuni figuranti pronti ad interagire con loro e divertire vecchi e bambini accorsi per la prima.

Lo spettacolo, ideato da Paul Curran, è una coproduzione fra Trieste, Venezia e Bologna, dove è già andato in scena la scorsa stagione, e che è stato adattato per il palcoscenico triestino da Oscar Cecchi. L’azione, già particolarmente articolata, non è stravolta, ma dipanata agilmente e con eleganza anche durante le gag d’ordinanza e le numerose controscene.

L’opera nasce nel 1912 quando Hugo von Hofmannsthal propone a Strauss di musicare alcune scene del Borghese gentiluomo di Molière a cui sarebbe successo il dramma mitologico di Arianna. Tuttavia il progetto non ebbe successo e fu completamente ripensato per la versione definitiva del 1916, composta da un Prologo e un Atto: nell’antefatto si raccontano i preparativi di una festa presso la casa di un ricco signore viennese che per intrattenere gli ospiti di una festa a palazzo organizza la messa in scena di un’opera basata sul mito e una commedia improvvisata. Si raccontano così la preparazione dello spettacolo e le scaramucce fra le due compagnie guidate dalle rispettive primedonne, Ariadne e Zerbinetta, le quali alla fine si trovano a dover rappresentare simultaneamente i due lavori. Il dualismo fra antico e moderno viene ripreso e coniugato da Strauss non solo dal punto di vista musicale e melodico ma anche dalla scelta dell’organico orchestrale che è fondamentalmente cameristico e settecentesco con l’aggiunta di pianoforte, arpe e percussioni. Dualismo che naturalmente troviamo anche accentuato dalle vivaci scene e costumi di Gary McCann e dall’enfatico e intenso disegno luci di Howard Hudson.

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NERONE, ARRIGO BOITO – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, RECITA DI SABATO 17 FEBBRAIO 2024

Quando c’è una occasione ghiotta di assistere ad opere rare, recuperate o mai portate in scena è sempre un piacere riuscire ad essere presenti all’evento. È questo il caso del Nerone di Arrigo Boito rappresentato al Teatro Lirico di Cagliari a metà febbraio, con un prevedibile successo di pubblico e per la prima volta sulle scene del teatro cagliaritano. Da quasi cinquant’anni non si vedeva questo mastodontico lavoro nel teatri italiani e dobbiamo ringraziare il Lirico se ciò è accaduto di nuovo.

Molto si è parlato della gestazione complicata per il fatto che il compositore non abbia vissuto a lungo da completare l’opera. Controverso anche il discorso sulla completezza o meno della composizione, che si può considerare musicalmente terminata con il quarto atto, come da progetto del compositore ma lasciato esso stesso incompiuto, oppure monca drammaturgicamente di quel quinto che la tragedia originale dello stesso Boito contemplava, ove il personaggio di Nerone, in verità un po’ ai margini nel finale attuale, completava una sorta di cerchio psicologico iniziato nel primo atto, ma che sarebbe stato probabilmente irrappresentabile in teatro secondo il parere di Ricordi. Come si sa poi furono Antonio Smareglia e Vincenzo Tommasini con lo zampino di Toscanini a completare l’attuale quarto atto e l’opera debuttò postuma nel 1924 a Milano, esattamente cento anni orsono, e probabilmente il dibattito su come sarebbe stato il vero finale rimarrà aperto a lungo, a meno di non riprendere il discorso in chiave moderna traendo spunto dal lavoro stesso di Boito.

Noto soprattutto per i celeberrimi libretti dei verdiani Otello e Falstaff, col Mefistofele, che lo stesso Lirico ha portato in scena verso la fine dell’anno appena trascorso, e il Nerone appena andato in scena, il compositore milanese è oggi considerato non solo come librettista e poeta ma anche come esimio musicista. Ed il regista Fabio Ceresa ha voluto rendergli giustizia nel modo più appropriato portando sul palco uno spettacolo meticoloso, attento, di una eleganza garbata che grazie alle scene di Tiziano Santi ed ai costumi di Claudia Pernigotti trae spunto sì dalla Roma che ci si aspetta, ma che se ne discosta immediatamente per volare su di un piano soprattutto ideale, enfatizzato dalle luci sempre azzeccate di Daniele Naldi e misto di richiami tanto al classico architettonico quanto al moderno, con l’immagine dell’EUR ed i riferimenti al moderno gioco del calcio per esempio, e con un tocco di stile ispirandosi, per l’immagine di Nerone che risplende sul sipario, al busto ‘Nerone da Olbia’ che il Museo Archeologico di Cagliari espone con orgoglio ed è stato anche in prestito niente meno che al British Museum nel 2021.

Imponente anche l’apparato musicale e canoro con interpreti di rilievo ed una orchestra in grande spolvero. Francesco Cilluffo pone in risalto l’imponenza della partitura che di conseguenza con l’orchestra risulta impetuosa, ricca ed avvolgente come una cascata in tutta la sua bellezza. I volumi certo sono possenti, ma la perizia degli interpreti ha fatto sempre emergere la qualità del canto e del suono prodotto.

Nella recita cui abbiamo assistito il protagonista è un ottimo Konstantin Kipiani, dalla voce generosa ed una presenza scenica che riesce ad esprimere tutto il dilemma interiore di un Nerone assetato di vittoria su tutto e tutti, ma che viene tormentato dai suoi demoni per l’assassinio della madre Agrippina. Ciò che forse manca in questo suo percorso psicologico è il crollo emotivo con l’apparizione dello spirito di Agrippina che sarebbe avvenuto nel quinto atto. Il regista cerca di concludere in un certo modo il discorso con la figura di Nerone che troneggia trionfante alla fine del quarto atto dopo che l’incendio è ormai divampato sulla città.

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PRIMO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA 2024 DI FONDAZIONE ARENA DI VERONA- TEATRO FILARMONICO 3 FEBBRAIO 2024

Pinchas Steinberg dei miracoli”. Si potrebbe sintetizzare in questa frase il risultato del primo concerto della stagione sinfonica 2024 della Fondazione Arena di Verona.

Il programma, impegnativo e mai proposto da questa Fondazione in precedenza, si è inserito nelle celebrazioni per il bicentenario della nascita di Anton Bruckner. e si é risolto tutto sommato con una eccellente esecuzione del Te Deum e una buona della quarta sinfonia del compositore austriaco. Difficile riassumere in poche righe la complessa vicenda umana e artistica di Bruckner. Difficile, soprattutto, coglierne le profonde ambiguità. Figura di "romantico" atipico, lontano dai furori della sua generazione, piuttosto incline alla meditazione e alla spiritualità, visse, in realtà, conflitti interni devastanti, delusioni, amarezze, emarginazione. Iniziato nel 1881 e completato nel 1884, il Te Deum è uno dei brani più avvincenti nati dall’estro creativo di Bruckner dove è riversa tutta la sua visione estetica e spirituale. Con il suo inizio immediatamente esplosivo, Steinberg sembra riprendere le fila di un discorso sospeso in aria da qualcun altro, innalzando un muro (almeno in questo caso metaforico) sonoro e canoro contro cui il pubblico immediatamente si  scontra.

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MADAMA BUTTERFLY – GIACOMO PUCCINI, TEATRO COCCIA DI NOVARA,
21 GENNAIO 2024

A seguito della recente Bohème andata in scena lo scorso dicembre, il Teatro Coccia inaugura la stagione 2024 nuovamente con Puccini, di cui quest’anno ricorre il centesimo anniversario di morte.

Di pregio la produzione a firma di Renato Bonajuto, che propone una Madama Butterfly nel solco della tradizione, sorprendente per la cura maniacale impiegata nella definizione di ogni dettaglio visivo e indicazione registica, con particolare attenzione agli sviluppi drammaturgici e all’evoluzione dei personaggi. Di grande potenza è in particolare il peso dato alla figura del figlio (interpretato dal giovanissimo e talentuoso mimo Romeo Lunedei): “il suo nome è Dolore”, e con la sua insistente presenza in scena così dolce nella sua innocenza si fa incarnazione ancor più palpabile e cruda del dramma di Buttefly-madre e Butterfly-donna, che dovendo rinunciare persino all’ultimo tangibile legame con l’amato sceglie la morte, abbandonata da tutti.

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DIE ZAUBERFLÖTE, WOLFGANG AMADEUS MOZART – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 21 GENNAIO 2024

Per inaugurare la stagione artistica della Fondazione Arena approda a Verona la produzione del mozartiano ‘Die Zauberflöte’ che abbiamo visto a Cremona, nel suo itinerario che comprende il Circuito lombardo, il Teatro Verdi di Trieste ed addirittura l’Opera Carolina. Abbiamo già illustrato le sensazioni arrivate a noi dal palcoscenico ed abbiamo ritrovato le stesse più o meno anche in questa occasione, fatto restando il cambiamento di cast e naturalmente di orchestra che tanto incidono su di uno spettacolo. Ritroviamo così l’idea del regista Ivan Stefanutti di tuffarsi nelle leggende dell’Oriente mitico e fiabesco che piace sempre ai sognatori, con i suoi profumi e soprattutto colori. L’atmosfera è soffusa su sfondi dai colori accesi e caldissimi; molto importante il lavoro di Emanuale Agliati perché le sue luci immersive ci accarezzano e portano direttamente nel colorato mondo che ha ispirato la regia. Chiaro che anche i costumi siano scintillanti e tutto l’insieme rispetta come abbiamo detto il libretto con uno spettacolo garbato, se pur con qualche passaggio a vuoto in cui si fa fatica a tenere il ritmo un po’ stanco delle azioni non tanto dinamiche, soprattutto a seconda di quale interprete sia in scena.  

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Questa mattina Fondazione Arena di Verona in udienza privata da Papa Francesco in Vaticano.

                                                                                         

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FONDAZIONE ARENA DI VERONA IN UDIENZA PRIVATA DA PAPA FRANCESCO

Questa mattina, in Vaticano, 200 tra artisti e lavoratori accompagnati dal Presidente di Fondazione Arena, Sindaco di Verona, Damiano Tommasi, il Sovrintendente Cecilia Gasdia e il Vescovo Domenico Pompili. Presente anche il Sottosegretario Gianmarco Mazzi

«Cento anni di arte non può produrli una persona sola e neanche un gruppetto di eletti: richiedono il concorso di una grande comunità. Vi incoraggio a continuare quest’opera e a farlo con amore. Donare felicità con l’arte, diffondere serenità, comunicare armonia. Ne abbiamo tutti tanto bisogno». Con queste parole Papa Francesco ha accolto, questa mattina, Fondazione Arena di Verona nella sala Clementina del palazzo Apostolico, accanto alla basilica di San Pietro nella Città del Vaticano. Una benedizione speciale che apre il nuovo secolo dell’Opera Festival in Arena. E anticipa di qualche giorno l’inaugurazione della Stagione 2024 al Filarmonico che partirà sotto l’egida papale, nel segno della musica, dell’arte e della tradizione lirica italiana.

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OTELLO, GIUSEPPE VERDI : TEATRO COMUNALE PAVAROTTI - FRENI DI MODENA, DOMENICA 14 GENNAIO 2024

Una fortunata produzione dell’Otello di Giuseppe Verdi che vede in collaborazione il teatro Comunale Pavarotti - Freni con i teatri di Piacenza, la Fondazione Teatri di Reggio Emilia e la Fondazione Teatro Carlo Coccia di Novara, approda a Modena registrando un ottimo successo di pubblico, in un fine settimana che definire gelido è decisamente poco; ma si sa la musica e le forti emozioni aiutano a scaldarsi, ed a giudicare dal pubblico presente in sala lo scopo è stato raggiunto anche in questa occasione.

Non ci sono particolari colpi di scena per quanto riguarda regia ed allestimento curati da Italo Nunziata e Domenico Franchi, con i bei costumi di Artemio Cabassi. Una garbata ambientazione spostata agli ultimi decenni dell’Ottocento, in cui Nunziata vede soprattutto esposti i moti dell’animo che si inframmezzano ai giochi politici finendo per provocare i disastri che in ogni tempo e luogo la storia ha narrato e continua a testimoniare. Va da sé che gli interpreti sono lasciati molto a se stessi, cercando nella propria esperienza ed a seconda della conoscenza del personaggio la chiave di lettura per meglio porsi sul palco, circondati dai pannelli ed i pochi ma piuttosto efficaci arredi di Franchi. In una clima decisamente cupo ed oscuro le luci di Fiammetta Baldiserri ci hanno aiutato parecchio a scorgere certe sfumature addirittura sui volti, che abbiamo potuto ben osservare dalla nostra postazione.  In generale uno spettacolo gradevole che scorre via senza quasi accorgersi del tempo che passa.

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UN BALLO IN MASCHERA, GIUSEPPE VERDI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 17 DICEMBRE 2023

In scena nel periodo prefestivo al Filarmonico di Verona ‘Un ballo in maschera’ di Verdi per accompagnare il pubblico veronese, e non solo, alle porte delle festività natalizie. Tra un banco e l’altro del mercatino in centro e tra le vie illuminate per l’occasione un folto ed attento pubblico ha gremito il teatro della città scaligera per l’ultimo appuntamento lirico della Fondazione Arena. E se si Parla di tradizioni non poteva essere più adatto l’allestimento scelto, quello tradizionalissimo che riscopre lo spettacolo del Teatro Regio di Parma risalente addirittura al 1913 e che riprende vita grazie alla regista Marina Bianchi.

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LUCIE DE LAMMERMOOR – GAETANO DONIZETTI, TEATRO SOCIALE DI BERGAMO, 26 NOVEMBRE 2023

Il terzo appuntamento del festival Donizetti Opera 2023 è riservato al titolo più atteso della stagione: Lucie De Lammermoor, il capolavoro donizettiano nella sua più rara versione francese, rivista dal compositore nel 1839 con libretto tradotto e riadattato da Alphonse Royer e Gustave Vaëz. Non è un caso che sia stato scelto di rappresentarla in quel piccolo gioiello che è il Teatro Sociale di Bergamo Alta e non al Teatro Donizetti, in continuità con la realtà più contenuta del Théâtre de la Renaissance dove il titolo debuttò: una sala parigina promotrice di repertori innovativi, ma dai mezzi economici, strutturali e artistici più ridotti rispetto alla principale Opéra Garnier.

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LE CONTES D’ HOFFMANN , JACQUES OFFENBACH – TEATRO LE FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 24 NOVEMBRE 2023

Inaugura nel migliore dei modi la stagione lirica del Teatro la Fenice di Venezia, con un capolavoro senza tempo ed una serata speciale alla presenza del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il Governatore del Veneto Luca Zaia, l' inno nazionale, una sala gremita di vip, fotografi e pubblico internazionale che ha potuto assistere ad uno spettacolo vario, ricco e costantemente in evoluzione.

Le contes d’Hoffmann è un’opera immane per gestazione, scrittura e conseguente realizzazione scenica e non è da tutti potersi permettere di rappresentarla con professionalità, mezzi ed interpreti degni che ne rendano giustizia. Oggi ne apprezziamo ciò che fu concepito dopo i noti rimaneggiamenti, addirittura enigmi se non misteri di gestazione ed aggiunte alla morte prematura del compositore, su cui persino l’origine del cognome pone delle incognite, ed un nome che da Jacob divenne Jacques alla francese. Compositore notoriamente considerato un re Mida delle operette ma che voleva aggiungere al suo catalogo lavori più impegnativi contenutisticamente e che potessero annoverarlo anche tra gli artisti artefici di grandi opere serie della Terza repubblica francese. ‘Le contes’ è il più noto tra gli ‘esperimenti’ seri ed il più apprezzato che sia arrivato giustamente fino a noi. Tanti gli aneddoti legati tanto alla composizione quanto alle recite stesse di questo capolavoro, che porta con sé una sorta di magica aurea rendendo ancora più affascinante e ponendo aspettative ampie su quanto si vede in scena. Il mondo del poeta Hoffmann, che ci perdonerete se consideriamo ingenuo e sfortunato, si circonda di momenti di vita vera ed episodi di fantasia ed immaginazione, con scene di brio puro immediatamente rotte da dramma e magia quasi occulta. La presenza delle donne che lo deludono sistematicamente per loro stessa natura, del diavolo che costantemente imperversa sullo sfondo e non solo, ma anche la sua arte, spesso dimenticata e rievocata dalla Musa a mo’ di Grillo parlante. Tanto, tantissimo su cui lavorare per indagare sull’animo di un poeta che è anche un uomo – tipo dell’epoca ma in realtà di sempre, su cui il regista Damiano Michieletto studia, elabora e concepisce di conseguenza uno degli spettacoli più accattivanti degli ultimi tempi e cui il pubblico australiano, inglese e francese avrà l’occasione di assistere grazie alla collaborazione con i teatri Opera Australia, Royal Opera House Covent Garden Foundation, Opera National de Lyon.

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IL PARLATORE ETERNO, AMILCARE PONCHIELLI; IL TABARRO, GIACOMO PUCCINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, REPLICA DI MERCOLEDI’ 22 NOVEMBRE 2023

Dopo l’esperimento andato in ‘onda’ in streaming nel 2021 causa pandemia, torna in scena a Verona con pubblico in sala l’inedito dittico, che vede due titoli diametralmente opposti come il divertente 'Parlatore eterno' di Ponchielli ed il drammatico 'Tabarro' di Puccini.

Come scrivemmo allora si tratta certamente di una accoppiata insolita, perché vengono affiancati uno scherzo comico,  l’esperimento di Ponchielli, ed una delle opere del Trittico pucciniano, che si discosta decisamente dai temi, le atmosfere e la musica del primo pezzo.

Ricordiamo che Puccini fu allievo di Ponchielli al conservatorio di Milano e ciò ci fa pensare ad una sorta di passaggio di ruolo in questo dittico, con il Maestro che si rivolge ad un passato stilistico in via di estinzione, mentre l’allievo è avviato verso un futuro musicale fatto di intuizioni sonore che avrebbero conosciuto le generazioni successive, con una modernità che ancora oggi ci stupisce ed affascina.

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CONCERTO DI TEODOR CURRENTZIS E UTOPIA ORCHESTRA - TEATRO GRANDE DI BRESCIA 20 NOVEMBRE 2023

Utopia è una nuova orchestra  internazionale fondata dal direttore Teodor Currentzis per riunire i migliori musicisti provenienti da tutto il mondo.  Nelle intenzioni del suo fondatore si tratta quindi di un tentativo idealistico di trovare un approccio alla creazione musicale che permetta di raggiungere l'essenza interiore di un testo musicale.

Tutto nasce nelle intenzioni, dalla volontà dei musicisti di dedicarsi ad un serio lavoro di preparazione e di ricerca per raggiungere  quella padronanza musicale che dia la possibilità di raggiungere obiettivi artistici visionari. Non è quindi, secondo il suo fondatore,  un'orchestra nel senso convenzionale del termine, ma piuttosto una speciale comunità creativa, una squadra di persone che la pensano allo stesso modo, con un'ideologia musicale condivisa, unendosi per creare senza compromessi e  per trovare il suono migliore possibile. E in effetti sembra che il risultato sia stato raggiunto poiché il concerto ascoltato a Brescia, rimarrà per molto tempo vivo nei nostri ricordi per la stupefacente qualità artistica raggiunta. Currentzis, fin dagli esordi nella lontana Perm in Siberia si è sempre distinto  per l’audacia interpretativa, la ricerca di una tensione artistica sempre altissima, l’approccio anticonvenzionale e il carisma magnetico. Con queste premesse, il concerto del 20 novembre al Teatro Grande di Brescia, prima tappa italiana di una mini tournée di due sole serate, la seconda delle quali prevista a Roma si è rivelata un'occasione imperdibile per moltissimi. Programma perfetto quindi, con in locandina il Concerto per violino di Brahms - solista Barnabás Kelemen – e la Quinta Sinfonia di Čajkovskij. 

Il violinista ungherese Kelemen si distingue per la sua non necessità di ostentare inutili eccessi virtuosistici.  La sua perfetta intonazione e la sua sorprendente tecnica  fanno sì che il concerto di Brahms fluisca come dovrebbe sempre essere: tecnica perfetta e intonazione purissima esibiti in una sfacciata naturalezza esecutiva. Ascoltare la stupefacente intonazione nei passaggi sulle doppie corde, il suo suono enfatico che esalta la danza nel finale, o la sua imponente cadenza del primo movimento sono sufficienti per parlare di esecuzione memorabile. L’Orchestra Utopia  accompagna la straordinaria interpretazione di Kalaman in maniera altrettanto impressionante: ricorderemo a lungo l'introduzione dei  fiati all'adagio e la meravigliosa interazione tra solista e orchestra nell’ultimo movimento. Curretniz si fa notare per il suo gesto totalmente anticonvenzionale, atletico soprattutto sulle gambe. L’ assenza di podio e il continuo scambio di sguardi, quasi uno sfiorarsi di corpi tra il solista e le prime parti dell'orchestra, costruiscono una unità di intenti di suono incredibile, un’ onda che ti travolge e atterra. Con il Capriccio n.1 di Paganini, concesso come bis, Kalaman suggella una serata memorabile prima di sedersi come primo violino per la sinfonia di Tchaikovsky.

Inutile dire quindi che con la sinfonia n.5  si sia toccato l’empireo. Il maestro greco opta per una lettura appassionata e di forte impatto, di inusitata potenza espressiva, contrassegnata da un fluido slancio melodico e da sonorità luminose sostenute da un'orchestra composta da più di 100 elementi (16 solo i violini primi). Nel primo movimento, il livido e misterioso Andante trapassa con naturalezza nelle marzialità e nella dolcezza  dell’Allegro con anima. Il successivo Andante cantabile con alcuna licenza sorge in un pianissimo quasi impercettibile per poi svilupparsi in una nobile e desolata pacatezza, ravvivata da una penetrante intensità drammatica. Il terzo movimento, risuona come un valzer incredibilmente leggero e spensierato, elegantissimo nel suono degli archi ma, al contempo, venato di una malinconia che traspare dal suono dell’ orchestra quasi a toccarla con mano. La sinfonia si chiude in una atletica prova di tenuta e coesione con l’enfasi rilucente, trionfale e perentoria  in cui una tranquilla rassegnazione muta via via in una grandiosa, prorompente conclusione.

Currentzis ha concluso la serata regalando al  pubblico il celeberrimo “Pas de deux” dallo Schiaccianoci rivolgendo un breve discorso  introduttivo in inglese dove ha voluto spiegare come nel mondo spesso questo brano venga associata ad atmosfere natalizie, ma che a livello più intimo possiede una sua straordinaria intensità lirica. Applausi infiniti al termine  per una Utopia musicale sicuramente in questo caso realizzata. 

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A. BOITO - MEFISTOFELE - TEATRO LIRICO DI CAGLIARI - 18 NOVEMBRE 2023



Dopo 62 anni, il fischio truce di Mefistofele è tornato a risuonare a Cagliari in un nuovo allestimento al Teatro Lirico.

Il lavoro di Boito, la cui vita è dal suo debutto travagliata di critiche non sempre del tutto giustificate secondo cui, nelle migliori delle ipotesi, questi quattro atti con prologo ed epilogo sarebbero il macerato frutto, ipertrofico musicalmente e letterario, di una specie di italico Wagner dei poveri. Quindi perchè allora, quest'opera continua ad avere una sua pur non frequente presenza nei cartelloni ed è ogni volta apprezzata dal pubblico? Sicuramente per l’enorme teatralità del libretto, il gran numero di brani celebri,  o perché, invece, alla fine, libera da palesi compiacimenti ed enfatiche ridondanze, la partitura espone soprattutto una sua validità melodica evidente, ad esempio, nel felicissimo Prologo. Rimane il fatto che, anche a Cagliari fu trionfo di pubblico, proprio perché con un allestimento didascalico e senza troppe pippe mentali, si riesce a digerire l’operona del Boito e a rimanere a bocca aperta quando l’ultima nota dell’ “Ave” finale del coro mistico che chiude l’opera, trascina il pubblico in un uragano di applausi. A Cagliari è stata proposta in un nuovo, maestoso allestimento firmato per regia, scene e video dallo spagnolo Juan Guillermo Nova, che con sapiente capacità ha saputo trascinare il pubblico nei vari “luoghi” in cui il complicatissimo libretto di Boito, trae da Goethe la favola di Faust. Nova riesce a risolvere i complicatissimi cambi scena e le illusioni fantastiche dei vari Paradisi, Walpurga, sabba classico e sabba romantico, con la maestria di un gusto teatrale antico ma piacevolmente intriso di grande impatto scenico. I costumi sono di Cristina Aceti e le apprezzate coreografie di Michele Cosentino.

Dirigere una partitura così gigantesca e di così spudorato edonismo orchestrale e vocale (per non dire del lessico), felicemente controllando e fondendo le folli linee corali ed esaltando gli accenti ritmici rimanendo in una lettura improntata alla tradizione esecutiva, è un risultato senz’altro ottimo, ben raggiunto dal maestro Lü Jia a capo della disciplinata orchestra e delle masse corali del teatro preparate da Giovanni Andreoli (Francesco Marceddu per le voci bianche).

Per i protagonisti la prova è ardua: la parte di Mefistofele è molto impegnativa, faticosa ma di grande soddisfazione. Prova superata per il basso sloveno Peter Martinčič: agile, insinuante, bizzarro quanto basta. Del suo Mefistofele ha fatto vocalmente e scenicamente una creazione impeccabile. Ottima sorpresa è stata la prova di Marta Mari, convincente nel commosso canto di Margherita. Karine Babajanyan nelle acutissime asperità della seduttrice Elena di Troia ne esce a testa alta anche se a fatica. Faust era Antonello Palombi, bravo come al solito, ma forse un po’ monocromo nel canto. Corretti negli altri ruoli Maria Cristina Bellantuono (Marta), Guadalupe Barrientos (Pantalis), Fabio Serani (Wagner).

Il pubblico che ha riempito la grande sala del Lirico cagliaritano ha apprezzato ampiamente lo spettacolo con numerose chiamate al proscenio per tutti. 

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