Le produzioni d'opera hanno bisogno di respirare. Soprattutto quelle concepite per uno spazio smisurato come l'Arena di Verona, dove basta un dettaglio fuori asse perché una macchina scenica da centinaia di persone perda fluidità. Se il debutto aveva lasciato intravedere qualche inevitabile squilibrio – complice anche la prova generale annullata dal maltempo –, alla sesta recita ogni meccanismo appare ormai perfettamente rodato. Lo spettacolo ha trovato un equilibrio pieno: orchestra, coro, masse artistiche e solisti si muovono con una naturalezza che solo il tempo e la ripetizione possono garantire. Nonostante un caldo quasi tropicale, capace di trasformare l'anfiteatro in una serra ottocentesca, l'intera macchina teatrale procede con sicurezza e compattezza.
Resta però una questione che nessun rodaggio può risolvere. La traviata è forse l'opera meno "areniana" mai scritta. È un capolavoro costruito su stanze, confidenze, silenzi, mezze frasi, imbarazzi e rinunce. Giuseppe Verdi racconta una tragedia borghese nella quale il rumore del mondo serve soprattutto a mettere in risalto il silenzio dei protagonisti. L'Arena, per sua natura, tende invece a fare il contrario: amplifica tutto. Paul Curran non prova nemmeno a combattere questa contraddizione. La abbraccia con convinzione e costruisce uno spettacolo che privilegia l'occhio prima ancora dell'anima.
L'idea è nota. Trasferire la vicenda nella Parigi della Belle Époque e farla dialogare con l'immaginario del Moulin Rouge e delle Folies Bergère. Del resto Paul Curran collaborò con Baz Luhrmann durante la preparazione del celebre film del 2001 e il riferimento è dichiarato fin dal primo istante. Ma proprio qui nasce l'equivoco più interessante.
Perché del film di Baz Luhrmann resta soprattutto la superficie. Il mulino rosso, il can-can, l'elefante monumentale di Montmartre, i manifesti liberty, le piume, il luccichio. Tutto riconoscibile, tutto perfettamente confezionato. Manca però ciò che rendeva Moulin Rouge! un oggetto teatrale sorprendente: quella continua vertigine fra melodramma, cultura pop, ironia e tragedia. Curran preferisce restare entro coordinate tradizionali. Più che una rilettura, è una trasposizione scenografica.