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G.ROSSINI - PETITE MESSE SOLENNELLE - TEATRO FILARMONICO DI VERONA 04.04.2026

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Dal Settecento in poi — lo si dice, lo si riscrive, lo si tramanda con una certa pigrizia — la musica sacra ondeggia tra due poli un po’ caricaturali: da una parte il culto severo, archeologico, quasi museale di Palestrina, dall’altra il teatrino devoto, fatto di ariette ben educate, duettini sospirati e lacrime controllate. Poi arriva Gioachino Rossini, e con quella sua aria da laico intelligentissimo, appena ironico, prende la faccenda e la smonta con elegante nonchalance: nella Petite messe solennelle c’è tutto e il contrario di tutto, contrappunto d’accademia e memorie bachiane, slanci teatrali e fughe impeccabili, cantabilità disinvolta e costruzione rigorosa, senza mai chiedere il permesso né all’altare né al palcoscenico.

L’origine, del resto, è già un manifesto: 1863, salotto Pillet-Will, dodici cantori, due pianoforti e harmonium, più soirée che funzione, più conversazione musicale che rito. Il pianoforte punteggia, quasi picchietta, l’harmonium vela, ammorbidisce, e sotto questa apparente discrezione si muove un mondo inquieto, ambiguo, elegantemente irrisolto. Poi, inevitabile, arriva la tentazione dell’orchestra, del “fare sul serio”, e Rossini ci rimette mano: non una semplice trascrizione, ma un lavoro lungo, stratificato, quasi ossessivo, che costruisce una versione sinfonica destinata a restare sempre un po’ fuori posto, troppo asciutta per chi vuole il grande sacro ottocentesco, troppo espansa per chi ama la confidenza cameristica. Ed è proprio qui che si inserisce la lettura di Sebastiano Rolli, ascoltata al Teatro Filarmonico di Verona per l’inaugurazione della stagione sinfonica 2026/27, che sembra aver capito — e non è poco — che la chiave non è scegliere, ma tenere insieme. Il suo gesto non impone, non monumentalizza, ma scava, asciuga, ricompone: una disciplina interiore più che una costruzione esterna. Ne esce una Petite messe che respira, che si muove con una sua logica interna, vigile, nervosa quanto basta, ma sempre attraversata da una linea lirica che tiene insieme dramma e poesia senza mai dichiararlo. Il Kyrie non si apre: emerge. Il suono sembra arrivare da altrove, il coro — quello della Fondazione Arena, preparato da Roberto Gabbiani — entra sul fiato, quasi senza peso, e subito si capisce che la questione non è la massa ma la qualità, non il volume ma la relazione. Orchestra e voci si cercano, si intrecciano, costruiscono un tessuto mobile, continuamente cangiante. E quando entrano i solisti — Dave Monaco, Vasilisa Berzhanskaya, Michele Pertusi e Anna Werle  — il passaggio è naturale, senza soluzione di continuità: non numeri chiusi, ma estensioni di un discorso. Il Gloria si distende come uno spazio luminoso ma senza enfasi, più affresco che proclama, attraversato da mille sfumature. Il Credo, invece, sorprende per la sua qualità quasi terrena, poco dogmatica e molto umana, con gli archi di una precisione quasi astratta e la direzione che tiene sempre il filo senza irrigidirsi. L’Offertorio, affidato all’organo solista e rispettoso della scrittura rossiniana, conserva quella dimensione raccolta, quasi privata, che lo rende una parentesi sospesa, priva di mediazioni orchestrali e proprio per questo più diretta. Il Sanctus azzera ogni retorica: niente effetti, niente costruzioni grandiose, solo voci, essenziali, come trattenute. E l’Agnus Dei, con quel Dona nobis pacem detto sottovoce, diventa il punto più scoperto, più fragile e proprio per questo più necessario: una preghiera che non si esibisce ma insiste. Il coro di Roberto Gabbiani lavora per sottrazione: niente magniloquenza, ma precisione negli attacchi, morbidezza dell’impasto, equilibrio interno sempre vigilato, intonazione limpida e quella rara capacità di restituire la complessità rossiniana senza farla pesare. Tra i solisti, il caso più interessante è quello di Vasilisa Berzhanskaya, chiamata a sostenere la parte di soprano pur restando, per natura, un contralto: la voce sale senza sforzo apparente nella zona alta, mantenendo compattezza e qualità timbrica, mentre nel registro grave si intuba leggermente, quasi a riaffermare — con una certa ostinazione fisiologica — la sua vera identità vocale. Ne esce un profilo singolare, non canonico, ma proprio per questo riconoscibile. Il contralto “di ruolo” è Anna Werle, presenza solida, ben integrata, forse un poco leggera ma il suo Agnus Dei è perfetto per magniloquenza e affetto. Michele Pertusi porta con sé una nobiltà naturale, mai esibita: alleggerisce, rifinisce, fraseggia con misura  e con la maestria che conosciamo da quasi più di quarant'anni di onorata carriera. Dave Monaco, dal canto suo, affronta il Domine Deus con naturalezza e un timbro di particolare bellezza, luminoso, ben proiettato, senza forzature, inserendosi con eleganza nel disegno complessivo. E allora, più che una questione di versioni — cameristica o orchestrale, intima o monumentale — qui si coglie un’idea: quella di una Petite messe che rifiuta di scegliere, che resta felicemente contraddittoria, sospesa tra salotto e chiesa, tra teatro e devozione, tra ironia e fede. Un ossimoro perfetto, insomma. Petite e solennelle, insieme. Come solo Rossini poteva permettersi. Teatro incredibilmente esaurito e particolarmente festoso con tutti gli interpreti.

Pierluigi Guadagni

 

LA LOCANDINA

 

G, ROSSINI

 

PETITE MESSE SOLENNELLE

Soprano Vasilisa Berzhanskaya

Contralto Anna Werle

Tenore Dave Monaco 

Basso Michele Pertusi

Direttore d'orchestra Sebastiano Rolli

Orchestra e Coro Fondazione Arena di Verona

Maestro del Coro Roberto Gabbiani

Foto ENNEVI