Il Siegfried è l’opera in cui Wagner mette più a dura prova la pazienza di chi aspetta che succeda qualcosa e premia, invece, chi sa ascoltare ciò che succede nella musica. Ci vogliono un intero atto per rifare una spada e un altro per arrivare al drago; poi, quando finalmente Siegfried incontra Brünnhilde, il tempo sembra fermarsi proprio mentre tutto cambia. Non è un difetto di fabbricazione: è il modo in cui Wagner trasforma l’azione in coscienza, l’avventura in scoperta, il mito in teatro. Ma per tenere insieme questo universo occorre una visione musicale capace di governare l’intera partitura, non soltanto di metterne in luce alcuni episodi.
È qui che il Siegfried diretto da Daniel Harding all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, con l’Orchestra dell’Accademia e la regia di Vincent Huguet, lascia qualche riserva. Rispetto alla Walküre dello scorso anno, il direttore britannico sembra aver individuato con maggiore precisione alcuni dei luoghi in cui la scrittura wagneriana può sprigionare tutta la propria ricchezza; ma la sua lettura procede per risultati circoscritti, per scene curate con meticolosità, senza che questa attenzione si traduca sempre in una concezione altrettanto convincente dell’opera nel suo complesso.