A cent'anni dalla sua prima rappresentazione, Turandot torna a interrogare il pubblico sulla propria natura con un allestimento che si presenta al Lirico di Cagliari firmato da un team creativo capeggiato da Rafael R. Villalobos alla regia e costumi, con scene di Emanuele Sinisi, luci di Felipe Ramos, contenuti multimediali di Cachito Vallés e movimenti coreografici di José Ruiz. È sicuramente uno spettacolo che sorprende, spiazza e, soprattutto, obbliga a riflettere.
Ci si trova di fronte a una lettura modernissima, costruita con evidente riflessione ed approfondita in ogni dettaglio. Fin dalle prime scene si percepisce che nulla è lasciato al caso: la quantità di simboli, riferimenti e figure che popolano la scena è tale da rendere quasi auspicabile una seconda visione per coglierne pienamente il significato.
L'ambientazione infatti abbandona completamente ogni suggestione fiabesca o orientaleggiante tradizionale. Al suo posto emerge una gigantesca impalcatura, il cantiere di qualcosa di monumentale ancora in costruzione, popolato da operai sfruttati e dominato da rapporti di forza economici. In questo contesto Calaf assume i tratti di un imprenditore ambizioso, mentre Turandot appare come una potente donna d'affari con cui stringere alleanze e accordi. Si sviluppa così un affascinante contrasto fra capitalismo americano e comunismo cinese, con tutte le contraddizioni che tali modelli portano con sé.