Ci sono titoli che appartengono al repertorio. E poi ce ne sono altri che, quando finalmente arrivano in una città, danno quasi l’impressione di modificarne la geografia culturale. La Missa solemnis è una di queste occasioni: non semplicemente un capolavoro, ma una specie di Everest musicale davanti al quale perfino i teatri più abituati alle grandi produzioni hanno finito per assumere un’aria diversa, più cauta, quasi intimidita. E ha stupito — anzi, ha lasciato con qualche elegante perplessità tutta italiana — che il Teatro Filarmonico abbia dovuto attendere il 2026 per ascoltarla per la prima volta. Perché la Missa solemnis non è soltanto una composizione sacra. È, ancora oggi, un corpo a corpo con l’assoluto. Beethoven l’ha iniziata nel 1819 pensando all’intronizzazione dell’arciduca Rodolfo d’Asburgo, suo allievo, protettore e probabilmente unico aristocratico verso cui abbia nutrito un autentico affetto. Doveva essere pronta per il 1820.