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IL TROVATORE, GIUSEPPE VERDI - TEATRO VERDI DI TRIESTE, VENERDI' 27 FEBBRAIO 2026

Quando si parla de Il Trovatore non sempre si ricorda che la genesi del titolo fu segnata da un evento drammatico che ne influenzò profondamente la struttura: la morte improvvisa del librettista Salvadore Cammarano nel 1852. Verdi si ritrovò così con un'opera quasi ultimata ma priva dei ritocchi finali, affidati poi al giovane Leone Emanuele Bardare. Questo passaggio di consegne forzato accentuò quel carattere frammentario e notturno, quasi onirico, che rende l’opera una sfida costante per ogni direttore d’orchestra, chiamato a ricucire un tessuto drammaturgico nato dalla fretta.

Proprio di questa intrinseca difficoltà di coesione ha risentito la lettura di Jordi Bernàcer nella recente messa in scena al Teatro Giuseppe Verdi di Trieste. Sebbene la sua direzione sia apparsa complessivamente corretta, ha sofferto di una tangibile mancanza di respiro e continuità narrativa, oltre che un po’ di sangre. È parso scarseggiare quel lavoro di rifinitura in sala necessario a compattare orchestra e palcoscenico e uniformare la compagnia: in diversi momenti i cantanti tendevano a forzare i tempi o a restare indietro, frammentando la partitura in una serie di "pezzi chiusi" piuttosto che in un flusso drammatico unitario.

La produzione, firmata da Louis Désiré con scene e costumi di Diego Méndez Casariego, conferisce di contro fluidità all'azione evitando lunghi cambi di scena grazie a scene minimali sui toni del grigio dominate da due pannelli semicircolari rotanti. Questa soluzione richiama vagamente come concept il classicone areniano di Zeffirelli senza averne però l’opulenza ed efficacia. La recitazione è convenzionale e statica, l’unico oggetto di interesse è l’uso simbolico di un lungo drappo rosso che accompagna Azucena tra richiami di sangue e fuoco.

Sul versante vocale, la serata è stata dominata dalla generosità di Yusif Eyvazov nel ruolo del titolo. Il tenore ha sfoggiato una voce salda, sostenuta da fiati lunghissimi e da un bel legato che gli hanno permesso di sbalzare un Manrico di nobile squillo. Bellissimo già il suo intervento iniziale dietro le quinte Deserto sulla terra. Nonostante qualche vezzo tipicamente tenorile, Eyvazov ha dimostrato un piglio scenico notevole, frutto di una frequentazione approfondita del ruolo che traspare in ogni sua scelta attoriale. Ad avercene.

Accanto a lui, la Leonora di Anna Pirozzi ha mostrato un ottimo controllo del mezzo. Sebbene il volume non sia apparso debordante, la voce è risultata ben sonora, specialmente nella seconda ottava, nonostante qualche incertezza isolata sulle note estreme. Se dal punto di vista tecnico la prova è solida, sul piano interpretativo il fraseggio è apparso a tratti monotono; è mancato quel senso di "abbandono" e quella capacità di accento che avrebbero reso il personaggio più vibrante.

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E. WOLF FERRARI - I QUATRO RUSTEGHI - TEATRO COMUNALE DI MODENA - VENERDÌ 20 FEBBRAIO 2026

Se si evoca il teatro musicale italiano del primo Novecento, si ha subito l’impressione di attraversare uno spazio già occupato, già definito, già perfettamente amministrato da una presenza che non lascia zone d’ombra: Giacomo Puccini. Tutto è già previsto, calibrato, funzionante: il successo come sistema, il teatro come istinto naturale, la drammaturgia come riflesso automatico. Intorno, quell’atmosfera particolare delle epoche che coincidono con la propria perfezione e insieme con la propria fine, quando ogni gesto appare definitivo e insieme irripetibile. Puccini non si limita a dominare il teatro musicale italiano: ne stabilisce le regole implicite, ne determina il respiro, ne controlla il tempo interno. E proprio mentre si prepara alla sua grande avventura americana, quella Fanciulla del West che dilata l’orizzonte dell’opera italiana fino a una dimensione quasi cinematografica ante litteram, fatta di continuità drammatica, espansione orchestrale e mobilità armonica, accade invece qualcosa di meno appariscente ma, proprio per questo, più radicale. Non un gesto di espansione, ma una contrazione. Non una conquista territoriale, ma una scelta di campo. Non un aumento di pressione, ma una rarefazione. È in questo preciso momento storico, quasi ai margini del grande racconto ufficiale, che Ermanno Wolf-Ferrari decide di praticare una forma di modernità obliqua, indiretta, quasi mimetica. Mentre tutto tende alla continuità, egli reintroduce la discontinuità; mentre il discorso musicale si fa flusso, egli recupera l’articolazione; mentre il teatro cerca l’immediatezza, egli recupera la distanza.

E proprio in questa apparente inattualità si manifesta una consapevolezza profondamente contemporanea. Al Teatro Comunale Pavarotti-Freni, questo equilibrio sottilissimo trova una realizzazione scenica di rara coerenza nell’allestimento proveniente dall’Azienda Teatro del Giglio, affidato alla regia di Aldo Tarabella, che evita ogni tentazione descrittiva per costruire invece un dispositivo teatrale perfettamente aderente alla natura musicale dell’opera. Ma è soprattutto la concezione visiva di Luca Antonucci, autore delle scene e dei costumi, a definire con forza l’identità dello spettacolo: lo spazio scenico non è più un interno borghese settecentesco, ma una vera e propria gabbia-voliera-casa, struttura insieme domestica e coercitiva, metafora visibile e concreta del sistema di controllo esercitato dai rusteghi. Non un ambiente, ma una condizione esistenziale. I personaggi si muovono all’interno di questo spazio come creature osservate, classificate, contenute, e i costumi sviluppano questa intuizione attraverso un raffinato lavoro di sintesi tra iconografia settecentesca e suggestioni ornitologiche, trasformando ciascun carattere in una presenza riconoscibile, dotata di una propria fisionomia gestuale e cromatica. Le luci di Andrea Ricci accompagnano questo universo con precisione quasi analitica, articolando lo spazio in zone emotive distinte e restituendo alla scena una mobilità continua, mai puramente decorativa ma sempre funzionale al racconto. Al centro di tutto resta però la musica, restituita con straordinaria lucidità dalla direzione di Giuseppe Grazioli, alla guida della Orchestra Filarmonica Italiana, che costruisce una lettura di esemplare chiarezza strutturale, fondata su un controllo rigoroso degli equilibri interni e su una qualità del suono costantemente sorvegliata. Gli archi si distinguono per compattezza e precisione, capaci di quell’articolazione leggerissima e flessibile che costituisce l’essenza stessa della scrittura di Wolf-Ferrari, mentre i legni intervengono con una presenza discreta ma decisiva, contribuendo a definire la trama drammatica con interventi di grande nitidezza espressiva. L’intero organismo orchestrale si muove con una naturalezza che non è spontaneità, ma risultato evidente di un controllo pienamente interiorizzato.

Una premessa è necessaria: tutti gli interpreti vocali appartengono al Corso di alto perfezionamento 2025/2026 per cantanti lirici del Teatro Comunale di Modena, e proprio in questa prospettiva formativa si colloca la loro prova complessiva, caratterizzata da una consapevolezza stilistica già sorprendentemente sviluppata, pur in presenza di inevitabili margini di crescita, qualche incertezza di intonazione e una coesione non sempre assoluta nel fraseggio, comprensibilmente messa alla prova dalla complessa sillabazione veneziana del libretto.

Andrei Miclea costruisce un Lunardo autorevole, sostenuto da una presenza scenica solida e da un fraseggio attento; Anna Trotta offre una Margarita vivace, musicalmente vigile e teatralmente efficace; Annalisa Soli disegna una Lucieta luminosa e ben centrata; Carlo Lipreri conferisce a Maurizio una linea vocale stabile e coerente; Yukang Zheng caratterizza Filipeto con eleganza e misura; Ludovica Casilli restituisce una Marina scenicamente dinamica; Filiberto Bruno delinea un Simon preciso e ben controllato; Gaetano Triscari offre un Cancian convincente per chiarezza ritmica; Seonjin Ko costruisce un Felice musicalmente attento; Timoteo Bene Junior interpreta il Conte Riccardo con equilibrio e proprietà stilistica; Baia Saganelidze completa l’insieme con una presenza fresca e accurata. Ma più ancora delle singole individualità, è la qualità complessiva dell’insieme a imporsi, quella rara sensazione di equilibrio interno in cui ogni elemento trova la propria funzione all’interno di un organismo perfettamente coordinato.

Il pubblico, attentissimo e partecipe, ha decretato un pieno successo alla serata, accolta da applausi prolungati e convinti, sancendo non soltanto la riuscita dello spettacolo ma anche il valore concreto del percorso formativo rappresentato dal Corso di alto perfezionamento 2025/2026 per cantanti lirici del Teatro Comunale di Modena, i cui partecipanti sono stati insigniti, al termine della rappresentazione, dei riconoscimenti e delle borse di studio, suggellando simbolicamente una serata che ha unito, in modo raro e significativo, la dimensione artistica e quella pedagogica.

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RECITAL MIKHAIL PLETNEV-TEATRO VERDI DI TRIESTE, LUNEDI' 16 FEBBRAIO 2026

Il cartellone della Società dei Concerti di Trieste si arricchisce di un ulteriore evento dalla caratura internazionale, portando sul palcoscenico del Teatro Lirico Giuseppe Verdi un altro dei giganti del pianismo contemporaneo: Mikhail Pletnev. Inserito nella programmazione della stagione concertistica, l'appuntamento ha richiamato un pubblico attento e partecipe, consapevole di trovarsi di fronte a un interprete che ha fatto della singolarità intellettuale la sua cifra stilistica.

Quando Pletnev siede al suo Shigeru Kawai, l'attesa si trasforma immediatamente in un silenzio quasi religioso. Non siamo di fronte a un semplice concerto, ma a un rito di introspezione. Il programma proposto non è stato una semplice successione di brani, quanto piuttosto un percorso poetico e visionario, capace di trasformare la musica in pura riflessione, confessione e sogno attraverso un viaggio che Enzo Beacco nelle note di sala divide su tre livelli: l’allievo, il professionista e l’amatore.

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Concorso lirico Tullio Serafin 2026: “Il barbiere di Siviglia” di Rossini ed un premio dedicato a Daniela Dessì

9° Concorso lirico Tullio Serafin 2026: “Il barbiere di Siviglia” di Rossini ed un premio dedicato a Daniela Dessì.

Da aprile a giugno le fasi del Concorso con una giuria internazionale e sei teatri coinvolti

È stata presentata la nona edizione del Concorso lirico “Tullio Serafin” 2026, che quest’anno sarà dedicata a “Il barbiere di Siviglia” di Gioachino Rossini. I candidati si contenderanno i ruoli dell’opera che sarà rappresentata al Teatro Olimpico di Vicenza nel settembre 2026, nell’ambito della XIV^ edizione del Festival “Vicenza in Lirica – Contesti”.

Un’opportunità concreta e prestigiosa che conferma la vocazione del Concorso a unire formazione, selezione e produzione, offrendo ai giovani cantanti under 34 un vero sbocco professionale all’interno di una programmazione artistica strutturata.

Il Concorso è dedicato alla figura di Tullio Serafin, tra i più grandi direttori d’orchestra del Novecento, maestro di generazioni di interpreti e punto di riferimento nella storia del teatro d’opera. La sua visione, fondata sull’ascolto, sulla cura della voce e sulla crescita graduale dell’artista, continua a ispirare l’impianto pedagogico e culturale della competizione. Un metodo che ha contribuito alla nascita di carriere leggendarie, come quella di Maria Callas e che resta ancora oggi un modello di eccellenza. Nel corso degli anni, il “Concorso lirico Tullio Serafin” si è affermato come uno dei principali percorsi di avviamento alla professione nel panorama lirico europeo, capace di coniugare rigore artistico, attenzione ai giovani talenti e dialogo costante con le grandi istituzioni musicali.

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GIUSEPPE VERDI - SIMON BOCCANEGRA, TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, MARTEDI' 10 FEBBRAIO 2026

Il Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi è un’opera dalla genesi tormentata e dal fascino magnetico, una creatura che il Maestro definì "monotona e triste" nella sua prima versione del 1857, ma che trovò la sua definitiva consacrazione nel 1881 grazie alla profonda revisione di Arrigo Boito. È un dramma che vive di ombre, di mare e di solitudine politica, celebre per la sua atmosfera crepuscolare. Una delle curiosità più affascinanti riguarda proprio la celebre scena del Consiglio: non esisteva nella versione originale e fu aggiunta da Boito ispirandosi a due lettere autentiche di Francesco Petrarca, che esortava il Doge di Genova e quello di Venezia alla pace. Mettere in scena il Boccanegra oggi significa dunque confrontarsi con questa stratificazione storica e con un protagonista che, insolitamente per Verdi, non è un tenore ma un baritono dalla statura tragica monumentale.

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TRAVIATA, GIUSEPPE VERDI - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, 8 FEBBRAIO 2026

Dopo oltre vent’anni di successi ininterrotti, la storica Traviata firmata da Robert Carsen sembra essere giunta al suo ultimo atto. L’allestimento, simbolo della rinascita del Teatro La Fenice dopo l’ultimo incendio e pilastro fondamentale di quel modello produttivo che ha reso il teatro lagunare un esempio di efficienza e qualità, è prossimo alla pensione. Forse proprio per l’aria di congedo che si respirava in sala, la presenza del regista in platea ha infuso un nuovo vigore a una macchina scenica che, nonostante il tempo e l’avvicendarsi di numerosi interpreti, ha saputo ribadire con forza perché sia ancora considerata un capolavoro assoluto della regia contemporanea.

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Baroque Anatomy #5 con Ottavio Dantone e Accademia Bizantina, Teatro Verdi di Trieste, 2 febbraio 2026

La 94ª Stagione della Società dei Concerti di Trieste ha vissuto uno dei suoi momenti più alti con l'appuntamento del 2 febbraio scorso. Il palcoscenico del Teatro Verdi ha ospitato l'Accademia Bizantina, guidata da Ottavio Dantone, per la presentazione di un progetto di eccezionale respiro culturale: Baroque Anatomy.

Questa iniziativa, che si svilupperà in sei volumi discografici tra il 2025 e il 2028, si propone di esplorare l'integrale dei Concerti Brandeburghesi di Bach trattandoli come "organi" di un unico corpo vivente. Il capitolo presentato a Trieste, Baroque Anatomy #5 – The Eye, elegge l'occhio come simbolo della percezione necessaria per cogliere il fitto dialogo tra i solisti, offrendo un'esperienza immersiva che lega il capolavoro bachiano a musiche affini per geografia o genesi. Nello specifico, l'ensemble ha tracciato un viaggio filologico e sensoriale attraverso il genio di tre pilastri del Settecento tedesco: J.S. Bach, il figlio Carl Philipp Emanuel e l'amico e collega Georg Philipp Telemann, mostrando come ogni brano nasca da forme preesistenti per spingersi verso la perfezione formale.

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AUFSTIEG UND FALL DER STADT MAHAGONNY,KURT WEILL - TEATRO VERDI DI TRIESTE, 30 GENNAIO 2026

La stagione della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste si arricchisce di una sfida culturale non indifferente portando in scena Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny, l'opera che più di ogni altra incarna il sodalizio, tanto geniale quanto turbolento, tra Kurt Weill e Bertolt Brecht. Presentata per la prima volta a Lipsia nel 1930, l'opera fu accolta da uno dei più grandi scandali della storia del teatro del Novecento: le proteste dei nazionalsocialisti in sala e i tafferugli fuori dal teatro segnarono il destino di un lavoro che sarebbe stato presto messo al bando dal regime. Mahagonny non è solo un'opera, ma un esperimento di "teatro epico" applicato alla lirica, dove la città fondata nel deserto da tre malviventi diventa la metafora di un capitalismo selvaggio e autodistruttivo. Curiosamente, l'opera fu preceduta dal Mahagonny Songspiel, una versione embrionale in cui compariva la celebre "Alabama Song" (poi resa immortale dai Doors e David Bowie), che qui ritroviamo inserita in un contesto drammatico di straordinaria ferocia satirica.

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DON GIOVANNI, W. A. MOZART – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 25 GENNAIO 2026

L’impianto scenico si avvale delle installazioni video di Ezio Antonelli, ben integrate con il disegno luci di Paolo Mazzon. Le proiezioni contribuiscono a costruire ambienti suggestivi e articolati su più livelli, offrendo una profondità visiva che supplisce alla sobrietà degli elementi materiali. I costumi di Maurizio Millenotti sono la parte più raffinata dello spettacolo, ripresi dalla produzione zeffirelliana, conferendo allo spettacolo un’aura di fasto tradizionale.

Al centro della regia rimane, inevitabilmente, la figura di Don Giovanni, motore immobile dell’azione scenica. Il regista ne propone un ritratto cupo e privo di ambiguità seduttive: il protagonista è un uomo cinico, compiaciuto della propria malvagità, incapace di qualsiasi forma di redenzione. Attorno a lui, gli altri personaggi sembrano muoversi come satelliti, trascinati da una forza che non riescono mai davvero a contrastare.

Un accenno metateatrale apre la rappresentazione, con l’apparizione di un direttore di palcoscenico intento a organizzare interpreti e maestranze prima dell’inizio dello spettacolo, con bimbi preposti in aiuto, selfie di gruppo, e chi più ne ha ne metta. È un’idea vista tante volte e che rimane confinata all’incipit, senza svilupparsi ulteriormente nel corso dell’opera.

Di forte impatto sono alcune immagini simboliche: il giardino animato da presenze lontane, il gigantesco teschio animato del Commendatore che incombe sul protagonista, il cimitero di anime dannate che anticipa il destino finale di Don Giovanni, fino alle fiamme che avvolgono l’epilogo. Le proiezioni diventano anche strumento per visualizzare le ossessioni dei personaggi, come nel caso di Donna Elvira, circondata da una moltitudine di ritratti femminili, emblema delle innumerevoli conquiste dell’uomo che continua ad amare e a odiare.

Sul finale si svela l’intento registico che aiuta a capire anche il resto di questo incubo generale che sembra essere la rappresentazione: a Don Giovanni non interessa nulla di finire all’inferno, dove lo si vede danzare e divertirsi tranquillamente mentre i vivi ne confermano la dipartita, perché tanto è lui il burattinaio che muove tutti i personaggi e che ne fa ciò che vuole, dar loro vita o farli cadere miseramente lasciando andare i fili.

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G. ROSSINI, IL BARBIERE DI SIVIGLIA - TEATRO VERDI DI TRIESTE, VENERDI' 28 NOVEMBRE 2025

La Stagione Lirica e di Balletto 2025-26 della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste ha avuto inizio con un ambizioso progetto che celebra il genio della commedia in musica: una doppia inaugurazione che mette in scena in giorni consecutivi Il Barbiere di Siviglia di Gioachino Rossini e Le Nozze di Figaro di Wolfgang Amadeus Mozart. Entrambi gli allestimenti sono accomunati dalla regia, scene e costumi del maestro Pier Luigi Pizzi e dalla direzione musicale di Enrico Calesso, conferendo all'intera operazione una coerenza estetica e drammaturgica di alto profilo.

Questa ambiziosa operazione si inserisce in un momento cruciale per l'organizzazione della Fondazione: proprio in occasione del primo Consiglio di Indirizzo del nuovo mandato al Sovrintendente Giuliano Polo, è stata riconfermata la fiducia al Maestro Enrico Calesso nel ruolo di Direttore Musicale – un plauso al lavoro finora svolto, riconosciuto da pubblico e critica internazionale – e l'organico dell'ufficio artistico è stato completato con la nomina del giovane romano Valerio Vicari come nuovo Direttore Artistico.

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LA CLEMENZA DI TITO, W. A. MOZART – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, GIOVEDI’ 27 NOVEMBRE 2025

È stata La clemenza di Tito di Wolfgang Amadeus Mozart a inaugurare la Stagione Lirica e Balletto 2025-2026 della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia, in un nuovo allestimento firmato dal regista Paul Curran e dal direttore Ivor Bolton. L’opera, presentata per l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo II nel 1791, segna l’ultimo capolavoro mozartiano per il genere opera seria e, pur essendo nata come lavoro di circostanza, trascende la mera celebrazione per trasformarsi in un profondo dramma umano e politico. Il libretto di Caterino Mazzolà, derivato da Metastasio, è stato sapientemente snellito, trasformando la composizione da mero tributo a una complessa esplorazione di sentimenti come la lealtà, l'ambizione, e il senso di responsabilità politica, dove l'imperatore è chiamato a una prova di forza morale più che militare.

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La Cenerentola di Rossini. Tre debutti al Regio di Torino: Fogliani, Lalli, Berzhanskaya




  

 

Stagione d'Opera e di Balletto 2025/2026

La Cenerentola

Il 2026 comincia con la magia di Rossini e tre debutti
Antonio Fogliani sul podio del Regio, Manu Lalli alla regia

e la grande Vasilisa Berzhanskaya come protagonista

Teatro Regio, martedì 20 gennaio 2026 ore 20
Anteprima Giovani, sabato 17 gennaio ore 20

Foto Ivan Cazzola

Martedì 20 gennaio alle ore 20 va in scena La Cenerentola di Giachino Rossini, gioiello del melodramma giocoso che trasforma la celebre fiaba in un racconto sul potere della bontà e del perdono. La produzione è impreziosita da tre importanti debutti: sul podio di Orchestra e Coro del Regio sale Antonino Fogliani, tra le bacchette di riferimento del repertorio belcantista; la regia del fortunato allestimento del Maggio Musicale Fiorentino è affidata a Manu Lalli; nel ruolo di Cenerentola il mezzosoprano di coloratura Vasilisa Berzhanskaya, dalla straordinaria estensione vocale. Accanto a lei, un cast che assicura energia teatrale e smalto rossiniano: Nico Darmanin (Don Ramiro), Roberto de Candia (Dandini), Carlo Lepore (Don Magnifico), Maharram Huseynov (Alidoro) e le artiste del Regio Ensemble Albina Tonkikh e Martina Myskohlid nei panni delle sorellastre Clorinda e Tisbe. Il Coro del Teatro è preparato dal maestro Ulisse Trabacchin.

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RECITAL GRIGORIJ SOKOLOV - TEATRO VERDI DI TRIESTE, 10 NOVEMBRE 2025

Poche settimane prima dell’avvio della sua novantaquattresima stagione, la Società dei Concerti di Trieste ha compiuto un atto di grande risonanza culturale recuperando il recital del Maestro Grigorij Sokolov. L'appuntamento, inizialmente previsto per marzo e attesissimo (era la prima volta che il pianista russo si esibiva per la società giuliana), si è svolto lunedì 10 novembre 2025 presso un Teatro Verdi praticamente esaurito. L'evento si è trasformato in una serata di assoluto trionfo, confermando, in modo inconfutabile, la statura di Sokolov come massimo pianista vivente.

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L'elisir d'amore inaugura la Stagione lirica 2025/26 - FONDAZIONE HAYDN

L’elisir d’amore del regista Roberto Catalano

inaugura la Stagione d’opera 2025/26 della Fondazione Haydn

Tra esilaranti colpi di scena, l’opera buffa di Donizetti è pronta a incantare di nuovo il pubblico con la sua miscela perfetta di comicità, romanticismo e musica travolgente.

Nella nuova coproduzione con la Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, al Teatro Comunale di Bolzano venerdì 7 novembre alle ore 20.00 e domenica 9 novembre alle ore 16.00, il regista Roberto Catalano porta l’opera di Donizetti in un parco urbano contemporaneo.

Oltre al cast vocale, che vede tra i protagonisti il soprano Lucrezia Drei, il tenore Matteo Roma, i baritoni Hae Kang e Roberto de Candia e il soprano Gabriella Ingenito, l’opera si completa con le scene di Emanuele Sinisi, i costumi di Ilaria Ariemme e il lighting design di Oscar Frosio, per la direzione musicale di Alessandro Bonato.

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DON GIOVANNI, W. A. MOZART - IVAN FISCHER OPERA COMPANY PER VICENZA OPERA FESTIVAL, 30 OTTOBRE 2025

Serata di grande musica e teatro al Teatro Olimpico di Vicenza, gremito in ogni ordine di posti per la prima rappresentazione di Don Giovanni di Mozart, diretta e firmata alla regia da Iván Fischer. Il pubblico delle grandi occasioni ha assistito a uno spettacolo che, pur nell’essenzialità dell’impianto scenico, ha saputo catturare l’attenzione e restituire pienamente la forza drammatica dell’opera.

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GIACOMO PUCCINI, LE VILLI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 26 OTTOBRE 2025

Con le Villi di Puccini torniamo al Teatro Filarmonico di Verona per riscoprire il felice esordio musicale del compositore lucchese. Nel 1884 infatti, l’ancora sconosciuto Giacomo Puccini conquista l’attenzione del pubblico milanese con la sua prima opera, Le Villi. Anche se fu presentata inizialmente per un concorso indetto dalla casa editrice Sonzogno che per altro non fu vinto, fu poi proposta al Teatro dal Verme di Milano, e suscitò un entusiasmo tale da spingere Ricordi a pubblicarla e riproporla, con grande successo. Il libretto di Ferdinando Fontana, ispirato a una leggenda nordica, racconta la tragica storia di Roberto e Anna, un amore distrutto dal tradimento e dalla vendetta ultraterrena delle “Villi”, spiriti di fanciulle morte di dolore. Con questa partitura ricca di melodie intense e suggestioni romantiche, Puccini rivela già il suo straordinario talento teatrale e musicale, ponendo le basi per la sua futura carriera di maestro dell’opera italiana.

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STAGIONE SINFONICA TEATRO VERDI DI TRIESTE: OREN - GADJIEV, VENERDI' 17 OTTOBRE 2025

Continua con successo la stagione sinfonica del Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, giunta al sesto appuntamento. La serata musicale, diretta dal M° Daniel Oren e impreziosita dalla presenza al pianoforte di Alexander Gadjiev - ambasciatore di GO! 2025 Nova Gorica–Gorizia Capitale Europea della Cultura - ha offerto un affascinante percorso storico-emotivo, accostando il giovanile lirismo di Chopin alla travolgente energia di Beethoven. L'Orchestra della Fondazione, in collaborazione con la FVG Orchestra, ha saputo interpretare con coesione le diverse esigenze stilistiche dei due capolavori in programma.

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Stagione Lirica 2025 del Comune di Padova:
dalle scene di Milo Manara per Mozart ai 150 anni di Carmen, fino al tradizionale Concerto di Capodanno

Domenica 16 novembre al Teatro Verdi si terrà Così fan tutte di Mozart, con le scene e i costumi di del fumettista Milo Manara, per al regia di Stefano Vizioli.

Seguirà Carmen di Bizet, dal 28 al 31 dicembre, e il tradizionale Concerto di Capodanno con le voci del soprano Julia Muzychenko e del tenore Paolo Fanale, accompagnate dall’Orchestra di Padova e del Veneto.

Dopo il successo del concerto lirico-sinfonico, che si è tenuto lo scorso 31 giugno nella cornice di Piazza Eremitani con ampio successo di critica e di pubblico, la Stagione Lirica 2025 del Comune di Padova prosegue il cartellone al Teatro Verdi con due titoli d’opera e il tradizionale Concerto di Capodanno.

COSÌ FAN TUTTE - MOZART

Domenica 16 novembre alle ore 16.00 andrà in scena Così fan tutte, dramma giocoso in due atti di Wolfgang Amadeus Mozart, ultimo lavoro buffo della trilogia su libretto di Lorenzo Da Ponte. Scene e costumi sono firmati da Milo Manara, tra i più importanti illustratori e fumettisti al mondo, conosciuto per il fascino sensuale delle sue tavole e per le proficue collaborazioni con Hugo Pratt per Corto Maltese, e con il regista Federico Fellini. Con il segno contemporaneo di Milo Manara, giocoso, colorato e vagamente licenzioso, l’allestimento dell’opera declina sulla grammatica “antica” della scatola scenica bidimensionale dipinta – fatta di boccascena armato, quinte e fondali, porte a scomparsa e piccoli ingegni di macchineria teatrale – il capolavoro del grande salisburghese, un’opera che mischia con disinvoltura comicità a tragedia, malinconia ad erotismo sottile, filosofia e labirinti di passioni:

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Riccardo Muti e Orchestra Giovanile Luigi Cherubini - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, 9 OTTOBRE 2025

Il Teatro La Fenice di Venezia ha accolto pochi giorni fa il ritorno di Riccardo Muti, figura legata alla storia recente del teatro da un vincolo affettivo e artistico specialissimo. Il maestro napoletano è salito nuovamente sul podio lagunare, guidando l'Orchestra giovanile Luigi Cherubini in un concerto straordinario dedicato a pagine fondamentali del repertorio classico firmate Ludwig van Beethoven e Wolfgang Amadeus Mozart.

L'appuntamento è stato un momento simbolico che ha riacceso la fiamma di una collaborazione iniziata oltre cinquant'anni fa, nell’estate del 1970. Dopo concerti memorabili, Muti fu protagonista dell’atto di altissimo valore simbolico del 14 dicembre 2003, quando diresse il concerto che sancì la riapertura del Teatro ricostruito. L’ultima apparizione, nel 2021, aveva già rinsaldato il legame con la Cherubini per celebrare i cinquant’anni dal suo debutto veneziano.

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“Pagliacci” di Alberto Barbi e Giuseppe Raimondo ambientata nello chapiteau del Circo Madera

Un nuovo allestimento dell’impresa Lirica Tamagno, in sinergia col Circo Madera, con un cast di eccezione, in cui spiccano Walter Fraccaro, Marta Leung e Paolo Ingrasciotta, in scena dal 3 al 5 ottobre presso la Cascina Falchera di Torino. 

Si comunica che presso la Cascina Falchera, sita a Torino in strada di Cuorgnè 109, andrà in scena, da progetto vincitore dell’avviso pubblico “Circoscrizioni che spettacolo dal vivo 2025”, il dramma in un prologo e due atti “Pagliacci” di Ruggero Leoncavallo, inserito nella rassegna Opera Off, in cui l’opera prende vita in spazi non convenzionali.  Il progetto è attivo dal 2019 ed è a cura dell’impresa Lirica Tamagno sotto la direzione artistica di Giuseppe Raimondo.

Le date di “Pagliacci” sono: venerdì 3 ottobre alle ore 20.45, sabato 4 ottobre alle ore 20:45 e domenica 5 ottobre alle ore 17.00.

Il nuovo allestimento, coprodotto dalla Società Lirica Francesco Tamagno e dal Circo Madera, si presenta come qualcosa di unico. Infatti, la location sarà proprio lo chapiteau del circo e lì prenderà vita un’opera intensa, tra le espressioni più alte del Verismo lirico italiano, un’opera che parla d’amore, di famiglia, di amicizia, di gelosia e di destino.

La regia sarà co-firmata da Alberto Barbi e Giuseppe Raimondo mentre il M° concertatore sarà Giovanni Manerba. Sosterrà i solisti il Coro lirico Francesco Tamagno e il coro di voci bianche dell’Istituto Comprensivo “Caduti di Cefalonia” diretto da Entela Kulla.

Il cast prevede nomi di affermata carriera. A vestire i pani di Canio ci sarà Walter Fraccaro, veterano del ruolo. Nedda sarà impersonata da Marta Leung.  Jung Jaehong interpreterà Tonio, Paolo Ingrasciotta Silvio e Murat Can Guvem Beppe.

Parteciperanno all’allestimento gli artisti del Circo: Silvia Laniado, Roberto Sblattero e Donatella Zaccagnino.

“La messinscena di Pagliacci nello chapiteau del Circo Madera presso Cascina Falchera nasce dal desiderio di restituire all’opera lirica la sua vocazione più autentica: essere specchio della vita collettiva, intreccio di emozioni e drammi che appartengono a tutti.

Lo chapiteau, spazio nomade per eccellenza, diventa il simbolo di un teatro che non appartiene a un’élite, ma a una comunità viva. Qui, il confine tra palco e platea si assottiglia: il pubblico è immerso nello stesso spazio dei cantanti e degli artisti circensi, partecipe di un rito condiviso” precisa Alberto Barbi.

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