Prosegue senza sosta la programmazione della Fondazione Arena di Verona nella stagione della “rinascita” dopo la pausa forzata del 2019.
Dopo la splendida Aida in forma di concerto diretta da Muti, ora è la volta di Aida in forma scenica con tutti i “sacri crismi” della spettacolarità che si addicono a quest’opera, simbolo della programmazione veronese fin dal 1913.
Opera invero per nulla spettacolare, se si esclude la scena del trionfo, ma tutt’altro, lavoro estremamente intimista del Verdi più maturo, Aida ha visto quest’anno una nuova produzione con i già collaudati led walls a sostituire le “faraoniche” (!) scenografie consuete. Con la collaborazione del Museo egizio di Torino, che ha fornito immagini eccezionali di statue e papiri colà conservati, la Fondazione veronese ha imbastito un allestimento che conserva sì la magniloquenza classica degli allestimenti precedenti ma versati finalmente ad un intimismo più ricercato, non si sa se voluto o causato, che ha visto nello spazio scenico ridotto, una nuova luce più raccolta.
Certo, l’impianto generale non si discosta dal ripetere le trovate kitsch dello Zeffirelli di sempre, con gli egizi in sandaloni, nemes in testa belli e puliti ed etiopi con parruccone etnico sporchi e cattivi, ma forse l’assenza delle colonnone con i fiori di loto e le statue traballanti in cartapesta over size dell’immenso Fhtà hanno contribuito a rendere tutto un pelo più pulito e meno caotico del solito.
Ancora una volta in locandina non compare il nome dell'ideatore di questo allestimento e nemmeno di chi ha pensato le nuove coreografie (un po' bruttarelle) della scena del trionfo, sicuramente è qualcuno che sa comunque il fatto suo, se non altro nella movimentazione di masse e comparse, giacché il coro è confinato sui gradoni laterali a cantare immobile.