L'Aida dell'Arena continua a interrogare lo spettatore su una questione che, nel teatro d'opera contemporaneo, ritorna con una certa ostinazione: fino a che punto la bellezza dell'immagine può sostituire la forza del teatro? La risposta offerta dalla monumentale produzione di Stefano Poda, ripresa anche in questa stagione, resta sostanzialmente la stessa dello scorso anno. Molto da guardare, assai meno da vivere.
L'impressione iniziale è inevitabilmente potente. L'anfiteatro si trasforma in una gigantesca macchina simbolica, dominata da architetture geometriche, superfici riflettenti, figure rituali, costumi scolpiti più che indossati e un uso della luce che scolpisce continuamente lo spazio. Tutto appare controllato con precisione quasi ossessiva. Ogni immagine sembra destinata a diventare fotografia, manifesto, installazione.
Il problema nasce quando questa raffinatezza figurativa dovrebbe farsi teatro. Perché il teatro vive di rapporti umani, di conflitti, di sguardi, di emozioni che si trasformano in azione. Qui invece tutto sembra arrestarsi un istante prima. La vicenda di Aida procede all'interno di un universo gelido, dominato dall'astrazione, dove i personaggi sembrano spesso elementi decorativi di un progetto estetico più ampio.
Non è questione di tradizione o modernità. È piuttosto una diversa gerarchia di valori. In questa produzione il racconto sembra costantemente subordinato alla composizione dell'immagine. Lo spettacolo affascina, certamente, ma raramente coinvolge davvero. Alla fine resta il ricordo di una lunga successione di visioni elegantissime, non quello di una tragedia che abbia realmente ferito lo spettatore.
Anche le coreografie, firmate dallo stesso Poda, si inseriscono coerentemente in questa impostazione. Più funzionali all'equilibrio plastico dell'insieme che realmente autonome sul piano coreografico, accompagnano la narrazione senza mai diventarne elemento decisivo.
Sul podio Daniel Oren conferma una consuetudine con il repertorio verdiano costruita in decenni di frequentazione. La sua lettura rifugge qualsiasi ricerca di originalità a tutti i costi e punta invece sull'equilibrio complessivo della costruzione musicale. L'Orchestra della Fondazione Arena di Verona risponde con compattezza, qualità timbrica e attenzione costante al palcoscenico, mentre Oren accompagna i cantanti con quella naturalezza che soltanto la lunga esperienza consente di raggiungere. Ne nasce una concertazione solida, teatrale, sempre attenta al respiro del canto e capace di restituire alla partitura quella continuità narrativa che la scena, talvolta, tende invece a disperdere.
La protagonista della serata è Maria José Siri, che conferma ancora una volta di appartenere al ristretto gruppo delle interpreti di riferimento di questo ruolo. La sua Aida nasce anzitutto dalla piena comprensione della scrittura verdiana. Il legato rimane costantemente sorvegliato, il controllo del fiato permette arcate ampie e perfettamente sostenute, mentre il fraseggio rivela una continua attenzione alla parola. Siri evita qualsiasi compiacimento veristico, preferendo costruire un personaggio attraverso il colore, le dinamiche e la qualità dell'accento. Nei momenti più lirici la voce conserva morbidezza e omogeneità; nelle grandi esplosioni drammatiche mantiene compattezza senza perdere nobiltà di emissione. È una prova di assoluta maturità artistica, nella quale tecnica e sensibilità teatrale procedono finalmente insieme.
Yusif Eyvazov affronta Radamès con una partecipazione scenica generosa e sincera. Il personaggio viene vissuto con evidente coinvolgimento, senza risparmiare energie né sul piano vocale né su quello interpretativo. Rimane, come noto, un colore timbrico che difficilmente può definirsi seducente e che limita talvolta la varietà della tavolozza espressiva. Ma sarebbe ingeneroso fermarsi a questo dato. Eyvazov compensa infatti con un fraseggio sempre intenzionato, con una notevole sicurezza tecnica e soprattutto con una dedizione teatrale che rende credibile il suo Radamès dall'inizio alla fine.
Ancora più significativa la prova di Clémentine Margaine, chiamata all'ultimo momento a sostituire l'indisposta Judit Kutasi nel ruolo di Amneris. Una sostituzione tutt'altro che semplice, affrontata con un'autorità che lascia sinceramente ammirati, soprattutto se si considera che il mezzosoprano francese è impegnato in questi giorni nelle faticose recite di Carmen al Teatro alla Scala. Eppure nulla, nella sua prestazione, tradisce la minima stanchezza. La voce si impone con una pienezza torrenziale, omogenea in tutta la gamma, ricca di armonici e sorretta da una tecnica che le consente di dominare senza sforzo apparente anche le pagine più impervie della parte. Il registro centrale è sontuoso, gli acuti si proiettano con sicurezza e il fraseggio restituisce con intelligenza tutte le contraddizioni del personaggio: l'orgoglio ferito, la passione, la gelosia e infine la disperazione. La grande scena del giudizio diventa così il vertice della sua interpretazione, accolta da un consenso pienamente meritato.
L'Amonasro di Amartuvshin Enkhbat conferma le qualità eccezionali del baritono mongolo. La voce possiede ampiezza, ricchezza armonica e una proiezione che riempie naturalmente l'immenso spazio areniano. Ancora più notevole è la qualità del fraseggio, sempre scolpito con eleganza e sostenuto da una dizione esemplare. Il personaggio acquista così una statura autenticamente regale senza mai rinunciare alla dimensione più umana del padre.
Molto convincente anche Simon Lim, che costruisce un Ramfis autorevole senza indulgere in eccessi declamatori. Il basso dispone di uno strumento sonoro e ben timbrato, governato con intelligenza musicale e costante equilibrio.
Di lusso il Re di Abramo Rosalen, saldo vocalmente e scenicamente credibile. Sempre impeccabile Carlo Bosi, che conferisce al Messaggero precisione musicale e limpidezza di dizione, mentre Francesca Maionchi offre una Sacerdotessa di elegante misura.
Una conferma assoluta arriva infine dal Coro della Fondazione Arena di Verona preparato da Roberto Gabbiani, protagonista di una prestazione compatta, omogenea e musicalmente rifinita, capace ancora una volta di rappresentare uno dei punti di forza dell'intera esecuzione.
Gli applausi finali sono stati calorosi per tutti gli interpreti, anche se privi di quell'entusiasmo travolgente che accompagna le serate destinate a rimanere nella memoria. Forse perché questa Aida continua a offrire moltissimo allo sguardo e qualcosa di meno all'emozione. Ed è un paradosso non trascurabile, soprattutto in un'opera nella quale Verdi aveva immaginato che fosse il cuore, prima ancora degli occhi, a guidare ogni gesto della scena.
Pierluigi Guadagni
LA PRODUZIONE
opera in quattro atti di A. Ghislanzoni
| Personaggio | Interpreti |
|---|---|
| Aida | Maria José Siri |
| Radamès | Yusif Eyvazov |
| Amneris | Clémentine Margaine |
| Amonasro | Amartuvshin Enkhbat |
| Ramfis | Simon Lim |
| Il Re | Abramo Rosalen |
| Un Messaggero | Carlo Bosi |
| Una Sacerdotessa | Francesca Maionchi |
Scene, costumi, luci, regia e coreografie
Stefano Poda
Direttore d'orchestra
Daniel Oren
Maestro del Coro
Roberto Gabbiani
Orchestra della Fondazione Arena di Verona
Coro della Fondazione Arena di Verona
Arena di Verona – Arena Opera Festival
FOTO ENNEVì