Con l'annuncio della dedica della serata alla prematura scomparsa del regista Graham Vick, autore di una memorabile quanto contestatissima Traviata nell’anfiteatro veronese, è iniziata l’esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi, organizzata dalla Fondazione Arena di Verona, che ha visto scorrere sui giganteschi led walls di sfondo, immagini del Parco Archeologico di Paestum e di Pompei.
Prende così vita una composizione dalle monumentali proporzioni, in quella che è una Arena incredibilmente silenziosa ed attenta.
Con la sua Messa da Requiem, Verdi fa il suo ingresso in uno spazio già affollato da precedenti colleghi (Mozart, Cherubini, Brahms, Berlioz..) con il suo bagaglio di esperienze teatrali, quasi con l’intento di compiere una ulteriore forzatura su quegli schemi già così provati durante il primo e secondo Romanticismo. Egli ha fretta di concludere con una pagina morale il proprio rapporto con i personaggi che la fantasia gli ha permesso di mettere al mondo. Crede di essere alla fine della carriera, di aver chiuso con Aida e sembra quasi voglia fare testamento artistico. Non sarà così per fortuna, altri capolavori seguiranno la Messa, ma il risultato compositivo è, per certi versi, una combustione michelangiolesca, per altri una dolente, aristocratica respirazione, che trova nell’”Agnus Dei” la sintesi che raccoglie l’intera eredità ottocentesca.
Il gesto con cui il Direttore Speranza Scappucci dà il via al tutto col Requiem et Kyrie iniziale è estremamente lento, meditativo, posato, nell’assoluto, incredibile silenzio del catino areniano. Il Dies Irae, forse il momento più noto e atteso dell’intero componimento sacro verdiano è, secondo le intenzioni della Scappucci, estremamente potente, tuonante, diretto: orchestra e coro vengono portati a una velocità e un impegno notevoli, il messaggio e la magnificenza di questo brano, piombano immediatamente a un pubblico visibilmente attento ed emotivamente coinvolto. È questo uno di quei passaggi che racchiudono in sé tutto il senso del capolavoro verdiano, laddove alla meditazione sull’inevitabilità della morte prende il sopravvento lo sgomento dinanzi la sua imponderabilità: uno di quei brani la cui grandezza, le cui altezze giungono oltre l’umana possibilità di raziocinio, fino perciò a scuotere, commuovere, disperare e lacerare lo spettatore. Speranza Scappucci, con il suo gesto ampio e preciso, spalanca una finestra sull’incontemplabile, sull’oltre, sulle frequenze dell’aldilà: il suo continuo ritorno, all’interno della Messa da Requiem, segna e scandisce poi l’intera composizione intervallando dubbi e certezze, meditazioni e sgomento. Clementine Margaine, professionista di rango, è intensa nella ricerca di un’espressività composta e dolente nel successivo “Liber Scriptus”. La voce è ben presente nei centri, con buona proiezione e omogeneità nei passaggi.
Pregevoli sono poi l’esecuzione rispettivamente dell’Ingemisco e nel Confutatis, sotto una direzione, quella della Scappucci, complessivamente molto limpida, precisa, per nulla ridondante e di grande compostezza, che dà buona prova della sue qualità direttoriali già nel “Kyrie”. Piero Pretti interpreta un “Ingemisco” con trasporto e devozione, con l'eleganza delle mezzevoci e la raffinatezza dei chiaroscuri, mostrando classe con pianissimi esemplari e vigore con uno squillo particolarmente saldo e armonioso. Ieratico Michele Pertusi che cesella un “Confutatis” severissimo e compassionevole.
Notevole è poi la prova di capacità che da il coro della Fondazione Arena di Verona preparato da Vito Lombardi, nel gioioso Sanctus, una fuga a due cori che segue immediatamente all’Offertorio, affidato quest’ultimo ai soli solisti. Il Lux Aeterna, riservato a mezzosoprano, tenore e basso, racchiude poi in sé tutta la vastità del pensiero che permea la mastodontica opera sacra di Giuseppe Verdi.
I tre cantanti la interpretano tanto bene da rasserenare gli animi e preparare adeguatamente al grande epilogo, quel Libera Me per solo soprano e coro che, con trepidazione e turbamento, rivolge all’altissimo l’ultima preghiera, l’estrema richiesta dell’eterna liberazione. Il soprano Hibla Gerzmava lo esegue con grandissimo trasporto, pathos, chiudendo il Requiem nella migliore delle prove possibili: un “Libera me, Domine” che consegna al suo epilogo, con grande profondità, un’esecuzione complessivamente brillante.
L’Orchestra della Fondazione Arena, che ha maturato negli anni una solida competenza eseguendo periodicamente il Requiem, non cessa di confermare le proprie pregevoli qualità.
Al termine successo vivissimo per tutti.
Pierluigi Guadagni
FOTO ENNEVI
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