La Dorilla (questo è il nome presente sul manoscritto autografo) di Antonio Vivaldi è un intrigo romantico-pastorale e uno dei maggiori successi riscossi dall’autore durante la sua carriera. L’opera vide la luce per la prima volta il 9 novembre 1726 nel Teatro Sant’Angelo di Venezia, di cui l’abate era impresario assieme al padre.
All’epoca era prassi comune inaugurare la stagione con un cosiddetto pastiche, una sorta di collage di arie preesistenti di altri autori e brani propri. Il tutto però non era lasciato al caso, ma esisteva un modus operandi ben preciso: il compositore del pasticcio doveva pensare a scrivere (o riciclare da altre sue composizioni) la sinfonia, tutti i recitativi e i cori. In seguito doveva selezionare le arie di altri compositori che era intenzionato ad adoperare: solo a questo punto avrebbe integrato il tutto con arie scritte di proprio pugno. Nella prima versione dell’opera erano presenti, oltre ad arie di autori anonimi, arie di Sarro, Hasse e Giacomelli a dimostrare la crescente influenza nel mondo musicale della scuola napoletana.
Questa influenza si fa ben più evidente nella quarta versione dell’opera (1734), l’unica a noi giunta e riproposta dalla Fondazione Teatro La Fenice al Malibran, in cui infatti sono ben 7 le nuove arie presenti, composte da Vinci Sarro, Leo, Hasse e Giacomelli.
Probabilmente i brani scelti erano delle vere e proprie hit al tempo e, sicuramente pensando al gusto del pubblico e alle necessità di botteghino del suo teatro, la scelta di Vivaldi non fu casuale. Altrettanto famose erano le sue 4 Stagioni e approfittando della consolidata pratica barocca dell’autoimprestito, infila una citazione del tema della 'Primavera' alla fine del terzo movimento della sinfonia e all’inizio della prima scena.
Da qui sembra partire il regista Fabio Ceresa che coglie la palla al balzo e si serve del cambio delle stagioni come metafora del percorso di crescita e maturazione della protagonista e - diciamolo pure - ravvivare una trama, che risulta debole, in particolare nel secondo e terzo atto. Fa quel che si può insomma: i personaggi non hanno un approfondimento psicologico, ma è più che altro una colpa da attribuire al librettista Antonio Maria Lucchini.