Di Maria Teresa Giovagnoli
Fa veramente piacere trovare in cartellone un’opera non facile e soprattutto scenicamente impegnativa come il Tannhäuser di Wagner, ed il Teatro La Fenice di Venezia ha accettato la sfida di mettere in scena questa meraviglia con uno spettacolo intenso e ricco proposto da Calixto Bieito. Dietro ogni azione, gesto ed immagine percepita si cela infatti un concetto o comunque un pensiero volto alla riflessione. In evidenza i sentimenti e i desideri dell’uomo perennemente e storicamente combattuto tra l’amore puro verso l’amore carnale, la fedeltà verso la tentazione, il sacro verso il profano. Nell’idea del regista la natura è come una Madre assoluta alla quale tutto si piega e persino gli eventi sono deviati dai suoi desideri. Come se inghiottisse cose e persone, anche la dea Venere sembra amoreggiare o combattere con essa e, come posseduta da una forza superiore, riesce ad avvincere Tannhäuser che quindi è vittima del desiderio e delle sue debolezze. Persino la pura Elisabeth non è qui in netta contrapposizione con la sua rivale in amore, lascia la sua aura quasi sacrale che la avvicinerebbe all’amore della Vergine, per porsi con un’immagine se vogliamo aggressiva, che non cede avvinta neanche quando il regista la vede molestata durante la gara dei cantori, conservando comunque dignità ma soprattutto carattere. Lo stesso protagonista lotta con forza contro se stesso, nel cedere alle passioni sembra quasi divincolarsene energicamente.