di Maria Teresa Giovagnoli
Con una prima esecuzione assoluta la Fenice di Venezia inaugura la stagione operistica 2016/2017 dedicando la serata al ricordo della terribile alluvione che mise contemporaneamente Firenze e la città lagunare in ginocchio nel 1966, esattamente cinquant’anni fa e proprio il 4 di novembre. Aquagranda di Filippo Perocco vuole proprio ricordare quegli angoscianti momenti che misero a dura prova la povera Italia, che tra l’altro sembra subire sempre più spesso i rivolgimenti della natura. Con un team volutamente veneziano perché sapesse cogliere lo spirito dell’iniziativa e oltre due anni di intenso lavoro, va in scena dunque questo lavoro intenso e coinvolgente che ha visto anche una serata dedicata agli abitanti di Pellestrina, il punto in cui la forza dell’acqua cominciò a farsi avanti nell’imminente disastro. Fonte ispiratrice è Aqua Granda, il romanzo dell’alluvione scritto da Roberto Bianchin che cura anche il libretto insieme a Luigi Cerantola per l’adattamento e la necessaria riduzione operistica.
I protagonisti sono proprio persone di tutti i giorni, degli umili pescatori che si trovano all’improvviso ad affrontare un disastro divenuto tristemente storico. Il regista Damiano Michieletto crea uno spettacolo basato su emozioni/reazioni quanto lo è fondamentalmente il racconto in se stesso: i gesti, le parole, gli stati d’animo degli abitanti di Pellestrina di fronte all’avanzare dell’ondata che era stata incautamente sottovalutata, nonostante l’intuito del protagonista Fortunato. Con lui sfidano la sorte il figlio Ernesto, il farmacista Luciano, il maresciallo Cester, mentre la nuora Lilli e gli amici Leda e Nane vengono fatti evacuare. Le comparse ed i ballerini contribuiscono a ricreare l’immagine dei cittadini coinvolti, del darsi da fare prima e dopo il disastro, con l’accatastamento degli oggetti, il percorso sulle passerelle, il tentativo di spazzare via l’acqua, forse istintivamente, e così via. Ed è lei la protagonista assoluta della scena sorprendente creata da Paolo Fantin: l’acqua, con la grande parete di vetro che lentamente si riempie fino a trasbordare, invadendo il suolo con protagonisti e comparse. Le bandiere bianche che il maresciallo fa esporre poco risolvono, come pure i giganteschi messaggi di evacuazione non spingono i protagonisti a lasciare l’amata terra in una situazione già ormai compromessa, per cui non resta che rimboccarsi le maniche e ricominciare una volta che il mostro liquido si placa ed il cielo ritorna a schiarirsi.
Se l’acqua è chiaramente l’elemento visivo portante, vocalmente lo è il coro, qui quanto mai protagonista come ‘voce della laguna’. Brulicante, insistente nel ripetere le parole ‘acqua alta’, ‘acqua granda’, che irrompe e 'presto tracimerà'; con una sfliza di quaranta versi incalzanti descrive il mostro che avanza in una sequela di aggettivi dispregiativi (fosca, losca, sozza, ingozza…) che creano un senso di angosciante consapevolezza in chi osserva nel frattempo la vasca di vetro che si riempie di vorticose onde. Funge anche da schermo questa parete acquosa, ove vengono scandite immagini di repertorio ma anche girate dai sopravvissuti stessi che oggi possono raccontare la tragedia. E come se l’acqua avesse comunque un’anima, le immagini mostrano anche una donna avvolta in un manto bianco sommersa che tenta di liberarsi, forse il richiamo degli abitanti lagunari che arriva fino al cuore del mostro liquido. In linea con la ambientazione sono i costumi di Carla Teti.
Anche il libretto dello stesso Roberto Bianchin, coadiuvato da Luigi Cerantola offre spunti essenziali, frasi tronche, ripetizioni, abbondanza di aggettivi che esemplifichino la situazione, che non diano mai tregua ai fatti e che lancino dei segnali da cogliere in simbiosi con la musica e l’atmosfera in scena. La musica di Filippo Perocco è priva di banali riferimenti all’acqua in senso stretto: è una lucida guida ed esemplificazione della voce corale di grido e paura, ma anche reazione costruttiva al grande evento naturale. E’ costantemente tesa, lugubre se vogliamo, con squarci di suono che si amplia dal precedente brusio. Udiamo dei fruscii e rumori sinistri ad imitazione della natura, con utilizzo appena accennato di suoni elettronici. Vi sono variazioni improvvise all’intonazione, persino il pianoforte è stato modificato per creare effetti sonori specifici con delle modifiche timbriche, in accordo col resto del suono percepito. Come il libretto è carico di ripetizioni lo è anche lo spartito, sempre nel creare questo senso di oppressione e di imminente catastrofe. E resta così anche nel finale: non vi è una apertura del suono, che resta cupo, sinistro, perché la paura resta comunque tanta e non c’è spazio per una scontata e allegra conclusione. Marco Angius è un esperto del repertorio contemporaneo ed è riuscito a cogliere le atmosfere che l’intima essenza della scrittura musicale richiama seguito da una orchestra della Fenice attenta e precisa. Spettacolare il coro di Claudio Marino Moretti, ribadiamo fondamentale nello spettacolo.
Impegnati con energia e pathos drammatico sono i protagonisti le cui parti vocali non sono affatto prive di ostacoli: dalla scrittura molto variegata ed acuta di Lilli, l’ottima Giulia Bolcato, ai consistenti Fortunato ed Enresto di Andrea Mastroni, voce corposa e drammatica, e Mirko Guadagnini che offre chiarezza e sensibilità espressiva; il maresciallo è il buon Marcello Nardis e il farmacista William Corrò, infine i due amici Leda e Nane sono Silvia Regazzo e Vincenzo Nizzardo .
Successo commosso per tutti da parte di un teatro esaurito.
Maria Teresa Giovagnoli
LA PRODUZIONE
musica Filippo Perocco
libretto Roberto Bianchin eLuigi Cerantola
direttore Marco Angius
regia Damiano Michieletto
scene Paolo Fantin
costumi Carla Teti
light designer Alessandro Carletti
regista del suono Davide Tiso
video designer Carmen Zimmermann & Roland Horvath
maestro del Coro Claudio Marino Moretti
GLI INTERPRETI
Fortunato Andrea Mastroni
Ernesto Mirko Guadagnini
Lilli Giulia Bolcato
Leda Silvia Regazzo
Nane Vincenzo Nizzardo
Luciano William Corrò
Cester Marcello Nardis
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
tratto dal libro Acqua Granda, il romanzo dell’alluvione di Roberto Bianchin
nuova commissione Fondazione Teatro La Fenice
in occasione del cinquantesimo anniversario dell’alluvione del 4 novembre 1966
con il sostegno del Freundskreis des Teatro La Fenice
prima rappresentazione assoluta
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FOTO MICHELE CROSERA
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