Fa sempre piacere assistere ad una ripresa di una produzione nata sotto benigna stella.
E' il caso di questa Ledi Makbet Mcenskovo uezda di Dmitri Shostakovich che il duo Richard Jones\Antonio Pappano portarono per la prima volta sulle tavole del Covent Garden 14 anni fa con un successo clamoroso e che gli valsero il conferimento del prestigioso premio Laurence Olivier.
E quella produzione è ancora magnifica sotto tutti i punti di vista, a partire dalle scene di John Macfarlane che ci riportano in un lontano 1950 dove il lugubre passare dei giorni vuoti in una misera casa di una cittadina mineraria della provincia russa è rappresentato con una autenticità orribile, fatta di mobilio sudicio e vesti consunte.
Ed è in questo desolante vuoto che si svilupperà la storia di Katerina, prima di una trilogia che Shostakovich pensò negli anni 30 del ‘900 del secolo scorso sulla condizione della donna nella provincia russa, ma che abortì dopo il veto perentorio sulla sua musica e sulla sua persona calato da Stalin al termine di una sua presenza ad una rappresentazione dell'opera.
Ledi Makbet è il capolavoro drammatico di Shostakovich ed insieme la prova più lampante delle sue straordinarie attitudini teatrali e del suo impegno ideologico e sociale. Un'opera di un ben chiaro significato antiborghese, dove la musica realizza il contenuto drammatico con grande energia espressiva in una scrittura armonica articolatissima nella quale si alternano zone di semplice lirismo ad altre ruvidamente dissonanti portate fino all'atonalità.

