


Di Pierluigi Guadagni
Raffinatissima collaborazione artistica quella tra il direttore Francesco Ommassini a capo dell'Orchestra della Fondazione Arena di Verona e il pianista Jan Lisiecki, apprezzata nel concerto che ha visto in programma il Concerto per pianoforte n.1 di Chopin, la Sinfonia dell'opera Il Turco in Italia di Rossini e la Sinfonia n.4 in fa minore di Cajkovskij.
Proprio con Rossini si è aperta la serata in una esecuzione della sinfonia dell'opera il Turco in Italia tutta giocata sui colori e alla ricerca costante di quella cifra stilistica che fa di Ommassini apprezzato interprete del repertorio rossiniano di oggi ( una nuova produzione de La Pietra del paragone lo attende nei prossimi giorni al Lirico di Cagliari). Musica a prima vista banale quella di Rossini ma che nasconde insidie esecutive tremende se non concertate con la mano ferma ed esperta dell'interprete che sa dove calcare la mano, nei crescendo puntuali e precisi ad esempio, ma che sa anche far risaltare le cifre solistiche con agogiche ricercate, supportato da un'orchestra forse ancora un poco fredda ma precisa.
Non poteva esserci concerto migliore per l'esordio a Verona e al Settembre dell' Accademia del pianista Jan Lisiecki, considerato oramai non più una fulgida promessa pianistica ma un solido interprete apprezzato in tutto il mondo.
Dai contemporanei di Chopin, il concerto n.1 in mi minore era stato considerato lontano dalle esibizioni virtuosistiche imperanti all'epoca, per il continuo rimando tra solista e orchestra con il pianoforte che colloquia romanticamente con una orchestra rarefatta ma sempre presente.
E proprio nell'opera di Chopin la sensibilità di poeta della tastiera del pianista canadese, è andata ad amalgamarsi con l'eterea conduzione di Ommassini e ha dato vita a sequenze di incomparabile delicatezza in cui i dialoghi tra pianoforte e orchestra hanno accompagnato gli ascoltatori verso un terzo movimento del concerto, che ha visto il pianista surgere a spregiudicato virtuoso già in possesso di un pianismo maturo e irresistibilmente naturale.
Il suo Chopin ha una noblesse stilistica così naturalmente controllata, che fa quasi spavento trovarla in un ragazzo di così giovane età: qui è proprio il caso di dire che, dove non arrivi la consapevolezza dei propri mezzi − che pure c’è, e matura −, arriva il talento di un genio assoluto del pianoforte.
Ma la cosa che lascia di più senza fiato è la consapevolezza stilistica ed interpretativa di questo ragazzo poco più che adolescente, che riesce a rendere importante ogni nota con una tecnica brillante e un pathos coinvolgente.
Salutato Chopin con una tempesta di applausi, Lisiecki si congeda dal pubblico veronese con un bis annunciato dal suo vocione già da uomo maturo, eseguendo il delicato Traumerei di Schumann dove ancora una volta ci si rende conto del suo immenso talento: delicatezza nella percussione dei tasti, parco uso dei pedali ed estrema pulizia sonora.