LA FAVORITE, GAETANO DONIZETTI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 6 MAGGIO 2016

Con una nuova produzione la Fenice di Venezia prosegue la ricchissima stagione operistica mettendo in scena la versione originale francese de La Favorite di Donizetti, nell’allestimento che vede Rosetta Cucchi come regista e le scene e i costumi rispettivamente di Massimo Checchetto e di Claudia Pernigotti. Coraggiosamente la regista ha immaginato che le vicende del re di Castiglia e la sua favorita si adattassero ad una visione alquanto astratta del mondo, visto in una decadenza inesorabile e che ha da essere preservato. Dobbiamo però dire che le diverse soluzioni cui abbiamo assistito ieri sera ci hanno lasciati non poco perplessi. Tutta l’opera si svolge a metà tra l’artificio e la natura, un mix di elementi paesaggistici che si intersecano con plastiche e materiali simili. Abbiamo visto monaci che custodiscono scampoli di foglie o alberi su cui probabilmente attuano esperimenti, fiori che appassiscono in un enorme cilindro di plastica ove sembra mancare ossigeno e su cui pende un folto ramo a sovrastare gli interpreti...insomma il nostro povero mondo sta andando a rotoli ed è necessario custodire e coltivare quel poco che resta, per evitare di far la fine di  Léonor e degli altri personaggi, imbrigliati in un fato ineluttabile che sa di morte sin dall’incipit. Ma francamente ci vuole parecchia immaginazione nel trarre tutto questo dallo spettacolo che abbiamo visto. Si ha quasi l’impressione che non si sia trovata la chiave giusta per rappresentare l’idea di fondo che regge lo spettacolo. Sono stati proposti diversi scorci, qualche immagine anche interessante, ma l’impianto generale a nostro avviso si adattava poco, se non in modo un po’ forzato, alla Favorite di Donizetti.

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SIMON BOCCANEGRA, G. VERDI – TEATRO SOCIALE DI ROVIGO, SABATO 30 APRILE 2016

E’ andato in scena in questi giorni con due recite al Teatro Sociale di Rovigo il Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi, allestito in collaborazione con i teatri di Lucca, Livorno e Pisa a conclusione della stagione operistica 2015/2016. In generale lo spettacolo ideato da Lorenzo Maria Mucci con scene di Emanuele Sinisi è gradevole e senza troppi frizzi o lazzi si presta come facile cornice per la regia piuttosto schematica pensata per questa occasione. Fondamentalmente i personaggi si muovono in una specie di scatola claustrofobica tra due enormi blocchi rettangolari dalla posizione variabile le cui facciate vengono adattate man mano alle situazioni cambiandone le fattezze o proiettando immagini su di esse. Al centro qualche dettaglio come sedie o tavolini, sfondi dipinti o una scalinata a scomparsa ed il gioco è fatto. Si pone l’accento sui personaggi e i loro stati d’animo, il perno dell’azione è Simone con il suo dramma e la sua tragica sorte. I costumi tardo medievali di Massimo Poli arricchiscono lo spettacolo, pur non rendendo propriamente giustizia a tutti gli interpreti maschili.

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NOS (IL NASO | DIE NASE), DMITRIJ ŠOSTAKOVIČ – TEATRO SOCIALE DI TRENTO, VENERDI’ 22 APRILE 2016

Libretto Dmitrij Šostakovič, Georgi Jonin, Alexander Preiss, Jewgeni Samjatin

Dall’omonima novella di Nikolai Gogol

Ultimo titolo in programmazione per la fondazione Haydn di Bolzano e Trento nell’ambito del progetto Opera 20.21, Il naso di Šostakovič in scena al Teatro Sociale di Trento rappresenta forse il più fulgido esempio di ‘ironia della vita’, concetto intorno al quale ruota l’intera stagione operistica. Il poco più che adolescente Dimitrij scrisse questo piccolo capolavoro in un periodo storico incredibile per la Russia, dieci anni dopo i terribili misfatti della rivoluzione d’ottobre e in un fermento culturale che diede vita a diversi movimenti artistici e letterari.

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LA SONNAMBULA, V. BELLINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, MARTEDI’ 19 APRILE 2016

 

 “Ah! perché non posso odiarti, 

Infedel, com'io vorrei! “

Ritorna sulle tavole del Teatro Filarmonico di Verona l'opera di Vincenzo Bellini nell'allestimento firmato in toto da Hugo de Ana nel 2007 e qui ripresa da Filippo Tonon. 

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LA DONNA SERPENTE, ALFREDO CASELLA – TEATRO REGIO DI TORINO, DOMENICA 17 APRILE 2016

Opera fiaba in un prologo, tre atti e sette quadri
Libretto di Cesare Vico Lodovici
dall'omonima fiaba di Carlo Gozzi

Prima esecuzione a Torino

Nell’ambito del Festival dedicato al compositore Alfredo Casella, la città che gli diede i natali mette in programma La donna serpente, opera fiabesca andata in scena a Roma e diretta dallo stesso Casella nel 1932 in pieno regime fascista. Lontana dall’avere riferimenti storici coevi alla composizione, si tratta per l’appunto di un racconto fantastico in pieno stile tratto da Carlo Gozzi, con fate e gnomi, re e regine, guerrieri e amazzoni, maghi e chi più ne ha ne metta. Sono infatti numerosi i personaggi che popolano l’immaginario regno di Téflis, il cui giovane re mortale Altidòr si innamora niente meno che della regina delle fate del regno di Eldorado, Miranda, che per volere del padre è costretta a compiere atti esecrabili per mettere alla prova il suo amato, pena l’essere trasformata in orrendo serpente per poi ritornare dopo due secoli per sempre tra le fate. Non c’è da preoccuparsi perché il lieto fine è assicurato e, dopo qualche inciampo, la tragedia è soltanto sfiorata per lasciare il posto al trionfo dell’amore ed al sereno in tutti gli animi. 

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CONCERTO STRAORDINARIO DI VERONA LIRICA NELLA SALA MAFFEIANA DEL FILARMONICO DI VERONA - DOMENICA 3 APRILE 2016

Abbiamo assistito più che volentieri al concerto che domenica scorsa l’Associazione Verona Lirica ha organizzato in ricordo di Rosangela Poli Tuppini, moglie dell’attuale presidente Giuseppe Tuppini, a un anno dalla scomparsa.  Il concerto prevedeva in origine la partecipazione del tenore Paolo Fanale, ma per motivi famigliari non è potuto essere presente al pomeriggio musicale. Abbiamo avuto così l’opportunità di ascoltare in anteprima due artisti che faranno parte del cast della Sonnambula presto in scena al Filarmonico che chiuderà la prima tranche della stagione invernale delle Fondazione Arena: il soprano Madina Karbeli e il tenore Jesus Leon.

 

Inoltre per la parte musicale figuravano Giampiero Sobrino al clarinetto, Günther Sanin al violino e come sempre al pianoforte Patrizia Quarta.

Naturalmente va considerato con quanta velocità sia stato riorganizzato il concerto a sostituzione del programma previsto in precedenza, e dobbiamo dire che il pomeriggio è stato piacevole e il pubblico si è divertito.  

 

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WHATEVER WORKS, MANUELA KERER, ARTURO FUENTES – TEATRO COMUNALE DI BOLZANO PER OPERA 20.21, VENERDI’ 1 APRILE 2016; PRIMA ITALIANA

Libretto Dimitré Dinev

Da un‘idea di Michael Scheidl

 

Si avvia alla conclusione anche il programma operistico della stagione firmata Fondazione Haydn di Bolzano e Trento che prosegue con il progetto Opera 20.21. Per questo appuntamento la scelta coraggiosa è caduta sul lavoro di due compositori per la prima volta presentato in Italia, ossia Whatever works di Kerer/Fuentes. Coraggiosa poiché una prima comporta sempre un minimo di rischio su come possa essere accolta dal pubblico che comunque già ha potuto sentirne parlare dopo la prima assoluta avvenuta a Vienna lo scorso novembre..

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CARMEN, G. BIZET – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, MARTEDI’ 22 MARZO 2016

Una nuova produzione della Carmen di Bizet va in scena al Comunale di Bologna nell’allestimento curato dal regista Pietro Babina che si occupa anche delle scene ed è coadiuvato da Gianni Marras per quanto concerne la regia in modo specifico. Vero è che di regie originali ne abbiamo viste tante, che si può anche affermare che certa tradizione risulta ormai sorpassata, che bisogna lasciare spazio all’immaginazione e svecchiare situazioni o vicende, che le licenze registiche ormai sono all’ordine del giorno, ma che si possa trasformare un capolavoro in una specie di fenomeno da baraccone introducendo in scena qualsiasi cosa venga in mente ci sembra davvero esagerato.  

 

 

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MADAMA BUTTERFLY, GIACOMO PUCCINI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 18 MARZO 2016

Ritorna al Teatro La Fenice di Venezia uno degli spettacoli più riusciti delle ultime stagioni, la Madama Butterfly nell’allestimento firmato  dal regista Àlex Rigola con scene e costumi di Mariko MoriComplice la semplice eleganza del total white e l’essenzialità non priva di significato nelle movenze dei personaggi, contornati da sinuose ballerine, siamo piacevolmente sorpresi dagli spunti di riflessione che riusciamo a trovare ogni volta che assistiamo a questa produzione. Come sottolineato più volte, la Butterfly di Puccini è un’opera che non ha bisogno di scene maestose o di colpi di teatro da saltar sulla sedia. E’ così intima e toccante che lo spettatore si sente coinvolto e compartecipe sin dalla prima apparizione della sfortunata  Cio-Cio-San. Qui in particolar modo ogni gesto ha uno specifico scopo, la postura e perfino la posizione sul palcoscenico sono atte a sottolineare ciò che accade, quasi ci fosse una telecamera puntata sui dettagli che i nostri occhi colgono di volta in volta. 

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RIGOLETTO, G. VERDI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 13 MARZO 2016

 

Dopo cinque anni torna al Teatro Filarmonico di Verona l’allestimento di Rigoletto firmato Arnaud Bernard che cura regia e coordinamento costumi, con le scene ideate da Alessandro Camera. C’è da dire che in un momento a dir poco tragico per la Fondazione Arena ha del miracoloso vedere un teatro così pieno di pubblico attento ed entusiasta, tra l’altro molto più degli ultimi anni. Ciò dimostra quanto importante resti comunque l’appuntamento con l’Opera per la cittadinanza e quanto necessario sia fare il possibile per non rinunciare a tutto ciò.

 

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CONCERTO DI VERONA LIRICA DEL 6 MARZO AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA

 

Altro pomeriggio musicale promosso dagli amici dell’associazione Verona Lirica, la cui mission istituzionale è sempre quella di offrire ai suoi soci musica di qualità in un clima di amicizia e collaborazione. Come ad ogni appuntamento sono quattro le voci protagoniste sul palcoscenico del Teatro Filarmonico ad offrire arie più o meno popolari dell’opera lirica internazionale: Monica Zanettin, Mario Malagnini, Elena Gabouri eClaudio Sgura. Consueti giungono i saluti del presidente Giuseppe Tuppini e l’ottimo accompagnamento al pianoforte di Patrizia Quarta, che ci piace sottolineare è sempre meno accompagnatrice e più vero e proprio mantello su cui scivolano le voci dei protagonisti da lei guidati ed esaltati.

 

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CAVALLERIA RUSTICANA (P. MASCAGNI) - PAGLIACCI (R. LEONCAVALLO) - METROPOLITAN OPERA HOUSE DI NEW YORK, VENERDÌ 26 FEBBRAIO 2016

Ritorna dopo meno di un anno dal suo debutto avvenuto la scorsa primavera al Metropolitan di New York la produzione targata  David McVicar di Cavalleria Rusticana e Pagliacci, messi in scena come spesso accade nella stessa serata e con un unico filo conduttore che unisce e sviluppa i due spettacoli. Il regista rappresenta infatti la forza emotiva e le contraddizioni che caratterizzano spesso la vita quotidiana della gente che popola i piccoli paesi del sud d'Italia, qui ambientati ai primi del Novecento, spesso causa di grandi gioie ma anche di drammi profondi ed ineluttabili tragedie. Molte espressioni sono dunque particolarmente enfatizzate tanto nel canto quanto nella recitazione, per sottolineare la passione e gli stati d’animo in corso, ma soprattutto come all'improvviso un evento festoso o lieve possa trasformarsi di colpo in tragedia. Piuttosto sobrio il setting di Cavalleria Rusticana ideato da Rae Smith, che fornisce poi da base per il successivo allestimento di Pagliacci: una piazza di un paesotto di provincia popolato da cittadini festanti nel giorno di Pasqua, intorno ai quali troneggiano mura antiche interrotte da aperture sormontate da archi imponenti. Non è la scenografia  a mutare  a seconda delle vicende, ma sono gli interpreti a muoversi su una pedana che  si ferma  o rotea a seconda di ciò che lo spettatore è chiamato ad osservare al centro del palco. Nero è il colore predominante sia nelle luci che nei costumi.
 

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LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI – TEATRO COMUNALE PAVAROTTI DI MODENA, DOMENICA 21 FEBBRAIO 2016

Con un bel successo di pubblico il Teatro Pavarotti di Modena saluta l’allestimento ormai storico della Lucia di Lammermoor che il compianto scenografo Svoboda aveva creato per la Fondazione Pergolesi Spontini di Jesi, nella ricostruzione ivi operata già nel 2012 da Benito Leonori e con la regia di Henning Brockhaus coadiuvata da Valentina Escobar. Nel pieno rispetto delle atmosfere allucinate della vicenda, il regista vuole sottolineare l’aspetto onirico e trasognato dei luoghi e dei personaggi, che si muovono come in un progressivo stato di ipnosi, rapiti dagli eventi che li trascinano in successione. In tali atmosfere ritroviamo i celebri materiali avveniristici tuttora funzionali alle scene, esaltate dalle luci curate da Brockhaus che, insieme alle proiezioni video di cui Svoboda fu pioniere, danno l’illusione che tutto sia presente sul palco che è occupato in realtà da una semplice scalinata ove i personaggi si muovono, prima intravisti dal telo increspato che copre il palco, poi svelati dallo spostamento dello stesso immersi in luoghi quasi misteriosi.  I costumi di Patricia Toffolutti sono sì vistosi e di bella fattura, ma a nostro avviso non tutti adatti alla corporatura dei protagonisti.

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LES CHEVALIERS DE LA TABLE RONDE, HERVÉ – TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, SABATO 13 FEBBRAIO 2016

Dal Palazzetto Bru Zane ed il Centre de musique romantique française arriva in tournée anche al Teatro Malibran una produzione che frizzante è dir poco e che il pubblico di Venezia, unitamente alla buona percentuale di ospiti francesi, ha potuto godere fino a ieri in questi giorni carnevaleschi. Si tratta de Les Chevaliers de la table ronde del musicista Louis-Auguste-Florimond Ronger detto Hervé, che con questo suo lavoro considerato da egli stesso un masterpiece, prende letteralmente per i fondelli tanta parte di letteratura cavalleresca medioevale i cui protagonisti sono sempre stati fedeli a principi alti e ideali eccelsi, facendo invece di Lancillotto e i suoi compagni Rinaldo, Ogier, Amadigi, ma soprattutto Orlando, dei ragazzi un po’ mielosi e pazzerelli, facilmente corruttibili dalle grazie femminili, che in mente tutto hanno fuorché di servire il proprio sire o di compiere gesta eroiche.
 

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CENERENTOLA, G. ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 31 GENNAIO 2016

‘La Cenerentola’ di Rossini è una fiaba dal sapore romantico che ci spinge a riflettere su amore/ famiglia, l’onestà e la nobiltà d’animo, in contrapposizione con l’indifferenza, l’inganno e la dabbenaggine. Una delle storie più celebri del mondo infantile è portata in scena al Filarmonico di Verona con una produzione che coniuga realtà e sogno con ironia, leggerezza e uno sguardo costante alla vita nel suo quotidiano. In un impianto abbastanza semplice ma colorato, luminoso ed estremamente funzionale, ideato da Franco Armieri, il regista Paolo Panizza mette in piedi una Cenerentola per tutti, guardando alla tradizione ma con l’occhio puntato alla modernità dei contenuti. Riesce ad entrare perfettamente nel soggetto senza reinventarlo o sconvolgerlo, proponendo però i personaggi con estrema modernità  e concretezza, tanto che potremmo riconoscere in ognuno di essi qualcuno di nostra conoscenza.
 

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L'ITALIANA IN ALGERI, G. ROSSINI, TEATRO COMUNALE di TREVISO 27 GENNAIO 2016

          “Con questa Signorina
          Me la voglio goder, e agli uomini tutti
          Oggi insegnar io voglio
          Di queste belle a calpestar l'orgoglio.”
L'opera in cui decolla definitivamente il genio comico di Rossini è come una sorta di Giano bifronte, da un lato tende al passato, con un piede addirittura nella commedia dell'arte, dall'altro guarda al futuro. Della vecchia opera buffa, l'Italiana in Algeri conserva la suddivisione in pezzi chiusi, la struttura del finale primo come culmine dell'azione scenica.
Il libretto di Anelli ripropone infatti i tratti tipici del naufragio felice in terra esotica e della beffa giocata dall'astuta protagonista ad un ingenuo Bey. Ma le atmosfere rassicuranti e il buonismo degli operisti precedenti lasciano il posto ad un geniale gioco dell'assurdo che si sviluppa a diventa riproduzione del nonsenso della vita stessa i cui personaggi ne diventano ingranaggi del gioco folle e crudele. La musica di Rossini esprime quasi sempre un che di diverso rispetto a quanto appare in scena, arriva addirittura ad esprimere il delirio del puro gioco verbale nel finale del primo atto: una cascata di fonemi che spezzano il discorso in sillabe e suoni superbamente concatenati.

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ATTILA, G. VERDI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, DOMENICA 23 GENNAIO 2016






L'Attila di Giuseppe Verdi inaugura la stagione d’opera al Teatro Comunale di Bologna, con una produzione che vede Daniele Abbado impegnato come regista ed un allestimento dalle molteplici interpretazioni per la sua atmosfera piuttosto cupa e fumosa. L’epoca in cui ci troviamo infatti è abbastanza generica, data una certa atemporalità insita nell’ambientazione curata da Gianni Carluccio,  che tra il grigio ed il blu rimanda quasi ad un luogo fatiscente o devastato, ove talvolta sono collocate anche sagome di uomini in ginocchio a simbolo dei prigionieri sottomessi. Alcuni tendaggi richiamano alle fattezze di un veliero con delle corde pendenti che sanciscono al termine la cattura e seguente uccisione dell’invasore unno. Non ci sono particolari colpi di teatro e gli interpreti interagiscono tra di loro circondati da pochi elementi che il regista ha voluto come chiusi in una grande scatola astratta. Tutto sommato, pur nella sua semplicità, risulta abbastanza in linea con l’idea di oscurità e mistero che circonda la figura del quasi leggendario Attila. I pur pregevoli costumi dello stesso Carluccio e di Daniela Cernigliaro sono altrettanto estranei da precisa collocazione, in un misto tra verginali vesti bianche con velo, divise militari da secolo scorso e  tuniche decisamente più in linea col contorno.   
 

Nessun dubbio invece sulla qualità del fronte musicale.
 
Ildebrando D'Arcangelo ha non solo presenza scenica per un Attila imponente e volitivo, ma è abile anche nel mostrare il lato umano del condottiero, tormentato tra gli incubi e gli eventi a lui contrari, ed il desiderio di proseguire nella conquista della città eterna con la certezza della sua forza. Così l’interprete adopera la sua voce calda e robusta per assecondare certo il dominio di sé, ma anche la sofferenza e lo stupore nella sconfitta.
 
La sua controparte al femminile è una  Maria Josè Siri dal piglio guerriero la cui voce si conforma al personaggio, divenendo quasi cattiva nella sua pienezza:  Odabella sfodera un bel fraseggio, sicurezza negli acuti ed un’emissione vocale da vera combattente.
 
Sontuoso l’Ezio di Simone Piazzola: la cura del dettaglio ed il canto sulla parola, il suono ricco e pastoso della voce da baritono vero, la musicalità e l’ espressività sono ormai certezza per un giovane che possiamo annoverare tra i migliori baritoni della sua generazione.
Ricco di sfumature è anche il timbro di Fabio Sartori interprete di un imponente Foresto: il tenore possiede passione, forza e generosità tanto nella voce quanto nel suo agire in scena.
 
 Antonio Di Matteo ricopre il ruolo di papa Leone con fermezza ed autorevolezza anche vocale, così come molto buono è l’Uldino di Gianluca Floris.
Gli interventi complessivamente molto buoni del coro sono curati da Andrea Faidutti.
 
Ancora una volta siamo testimoni di una prova maiuscola del Maestro Michele Mariotti alla testa dell’ottima orchestra del teatro bolognese. E’ pressoché infinita la quantità di sfumature da cui è composto il suono che si esprime in mille colori. Le dinamiche perfette assecondano la scena in un divenire sempre dinamico e la cura di ogni minuscolo particolare rende la partitura viva e vibrante. Il Maestro fa parte della schiera di quei pochi direttori che cantano e respirano insieme agli interpreti, accompagnandoli passo passo lungo il cammino.
 
Applausi trionfali per tutti i protagonisti seguiti da autentiche ovazioni e grandi manifestazioni di gioia. Qualche minuscola ed isolata contestazione alla regia.
 
Maria Teresa Giovagnoli  
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore
Michele Mariotti
Regia
Daniele Abbado
Scene e luci
Gianni Carluccio
Costumi
Gianni Carluccio
Daniela Cernigliaro
 
Movimenti scenici
Simona Bucci
Regista collaboratore
Boris Stetka
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
 
 
GLI  INTERPRETI
Attila
 
Ildebrando D'Arcangelo
Ezio
 Simone Piazzola
Odabella
 Maria Josè Siri 
Foresto
 Fabio Sartori
Uldino
 Gianluca Floris
Leone
Antonio Di Matteo
 
Nuova produzione del TCBO con Teatro Massimo di Palermo e Teatro La Fenice di Venezia
Orchestra, Coro e Tecnici del TCBO







 
 
 

 

Foto Rocco Casaluci

STIFFELIO, G. VERDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 22 GENNAIO 2016




Una nuova produzione di Stiffelio ha sancito il proseguimento della stagione d’opera al Teatro La Fenice di Venezia, cui dobbiamo attribuire certo il merito di allestire un’opera che fino a non molto tempo fa non vantava presenze copiose nei cartelloni operistici, perché come si sa viene spesso preferita da titoli più blasonati. Se è vero che il libretto di Piave tratto dal dramma di Souvestre e Bourgeois si concentra fondamentalmente sul tradimento svelato e magnanimamente perdonato, in un susseguirsi di azioni piuttosto lineari, ci sembra tuttavia che il regista Johannes Weigand si sia limitato a portare in scena gli interpreti senza seguirli particolarmente dal punto di vista drammaturgico. Stiffelio subisce un’onta come marito e come uomo di fede, sua moglie si strugge tra pentimento e rimorso, il conte di Stankar è sconvolto dagli eventi posti in essere per l’imprudenza della figlia. Ma siamo noi a dover cogliere queste sensazioni e gli interpreti sono chiamati ad aggiungere molto della propria esperienza per entrare nei diversi ruoli, mentre stanno semplicemente in scena. Intorno il regista ha voluto un ambiente diremmo geometricamente essenziale, scarno ed austero, in cui Guido Petzold ha dato risalto principalmente alle luci, anch’esse fondamentalmente scure, a sottolineare l’atmosfera tesa e rigida della vicenda. Non c’è molto altro in questo allestimento, il cui fulcro è un pulpito ferrigno da cui il generoso Müller perdona la moglie fedifraga. In linea col resto i costumi di Judith Fischer.
 
 

In tal contesto si inserisce anche la conduzione di  Daniele Rustioni, che guida l’orchestra feniciana con sobrietà quasi austera, staccando tempi diremmo prudenti e con qualche guizzo in più nei momenti concitati. Il braccio è comunque sicuro tanto quanto il feeling col palcoscenico.
 
Nel cast è libero di esprimersi Stefano Secco come Stiffelio/Müller, che utilizza tutti i suoi mezzi vocali ed interpretativi al servizio di un ruolo il cui animo è dilaniato dall’affronto subito, ma confortato dalla fede e dalla responsabilità verso i suoi fedeli, forte anche di un timbro morbido e molto gradevole.
 
Non perfettamente inquadrata nel personaggio ci è sembrata la Lina di Julianna Di Giacomo. Non cogliamo i sentimenti che vibrano nel cuore della donna, certo non aiutata dalla regia, e sebbene dotata di forti mezzi vocali pare esprimersi al meglio solo nella zona media del suo registro.
 
Ruspante e di cuore il genitore, conte di Stankar: Dimitri Platanias risolve il ruolo di austero ed autoritario padre utilizzando il suo strumento vocale robusto e voluminoso con cuore e forza d’animo.
Molto buono e dalla voce fresca ed orecchiabile il cugino di Lina, Cristiano Olivieri come Federico; ottimo grazie alla particolarissima voce ambrata lo Jorg di Simon Lim; buon interprete di Raffaele  è Francesco Marsiglia al cui personaggio pure si sarebbe potuto offrire di più;  a chiudere il cast la Dorotea di  Sofia Koberidze.
 
Preciso e quasi solenne il coro diretto da Claudio Marino Moretti.   Applausi copiosi per tutto il cast da un pubblico folto e soddisfatto.
 
Maria Teresa Giovagnoli
   

LA PRODUZIONE
 
Direttore                     Daniele Rustioni
Regia                           Johannes Weigand
Scene e luci                Guido Petzold
costumi                       Judith Fischer

GLI INTERPRETI
 

 

Stiffelio                      Stefano Secco
Lina                            Julianna Di Giacomo
Stankar                      Dimitri Platanias
Raffaele                     Francesco Marsiglia
Jorg                            Simon Lim
Federico di Frengel  Cristiano Olivieri
Dorotea                      Sofia Koberidze

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro  Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
 

 

 

Foto Michele Crosera

LULU, ALBAN BERG – TEATRO COMUNALE DI BOLZANO PER OPERA 20.21, VENERDI’ 15 GENNAIO 2016




Con Lulu di Berg continua a Bolzano la stagione della Fondazione Haydn OPER.A. 20.21 che, come detto in occasione della precedente messa in scena, rivolge una particolare attenzione ai titoli di questo e del precedente secolo. Opera questa dalla gestazione travagliata, con la dipartita del compositore dopo aver orchestrato soltanto due atti nel 1935, essa fu completata col terzo grazie all’intervento di Friedrich Cerha molti anni più tardi su materiale dello stesso Berg. Ma la versione rappresentata a Bolzano è quella ulteriormente rivisitata soltanto nel 2010 da Eberhard Kloke per orchestra da camera, nell’allestimento proveniente dalla Welsh National Opera, che si adatta maggiormente al palcoscenico del teatro bolzanino e che vede anche nella parte musicale un apporto più intimistico a supporto di tale allestimento. Non più un azzardo oggi come oggi portare sul palco la vita a dir poco lasciva di una donna come Lulu dai mille volti e dai numerosi nomi/nomignoli che man mano i suoi amanti le attribuiscono. Femme fatale in tutti i sensi vista l’incredibile escalation di morti causate tra infarti, suicidi ed omicidi per sua stessa mano. Nonostante la miriade di personaggi, pur ridimensionati da Berg rispetto alle opere da cui trasse la storia di Lulu (Il vaso di pandora e Lo spirito della terra di Wedekind) tutto si svolge attorno a lei con i suoi mariti ed amanti. Il regista David Pountney tende a sottolineare in tutto lo spettacolo l’ambientazione circense da cui prende atto: non solo la protagonista, ma tutti gli interpreti sono delle figure animalesche le cui allegorie agiscono guidate come sotto ipnosi dalla Lulu- serpente, donna e tentatrice. I colori la fanno da padrone nelle scene di Johan Engels come nei costumi di Marie-Jeanne Lecca, che per la protagonista sono luminosi ed appariscenti con le immancabili pailettes. Al centro di questo circo dalle ‘luci rosse’ o comunque dalle atmosfere lugubri, ben giocate da Mark Jonathan, una scala/spirale vuole sottolineare il turbinio degli eventi innanzi alla quale vengono sistematicamente appesi i corpi delle vittime, mentre le loro anime sono accompagnate in processione nell’aldilà uscendo di scena.
Risultano talvolta superflue o un quanto meno ridondanti le voci registrate che fuoricampo aggiungono pensieri ai protagonisti.



Fulcro dell’opera è Marie Arnet impegnata a rappresentare questa donna che probabilmente è vittima più che causa del suo destino: un personaggio pericoloso per gli altri e per se stessa, in continua ricerca di attenzioni, come evidentemente si evince dal continuo cambiare marito o partner; perennemente insoddisfatta, in cerca dell’ascesa sociale e poi in caduta libera fino alla prostituzione ed al fatale incontro con lo Squartatore. Se non ha colto forse in pieno tutte le sfaccettature del ruolo nella sua drammaticità, il soprano ha cercato comunque una sua dimensione interpretativa anche dal punto di vista vocale, data la non certo semplice scrittura musicale.
Gli uomini che girano intorno a lei sono tutti pedine di una scacchiera comandata forse più dal destino che dalla stessa protagonista, generalmente molto partecipi con qualche punta di eccellenza: sugli scudi il dott. Schön di Paul Carey Jones che si trasforma da editore ed amante appassionato (ma che al momento giusto molla la ‘lolita’ per un più prestigioso matrimonio) in un terribile Jack lo Squartatore con disinvoltura sia vocale che attoriale; Roland Serra è un povero e cornificato primo marito che non regge al colpo e ci lascia le penne; Clive Bayley è un pittore e secondo marito molto passionale e probabilmente inconsapevole di chi ha come compagna; Alwa, il figlio di Schön, forse il più manipolato e che riesce pure a ‘sorvolare’ sull’omicidio del padre, è un Johnny Van Hal quasi stralunato ed ipnotizzato dalla donna, tanto che il regista lo ingabbia in più scene in un costume da coniglio bianco, al suo servizio. Molto buono e spigliato in scena Duccio dal Monte come banchiere e soprattutto direttore di teatro.
 
Per molti la vera protagonista morale, se così si po' dire, della vicenda è la contessa Geschwitz interpretata da una  Natascha Petrinsky in buona forma: accorata, drammatica anche nella voce, persa nelle fantasie per la sua Lulu, disperata e pronta a condividerne anche la fine.
 
Nella lunga lista dei personaggi di contorno ricordiamo anche Jurgita Adamonyte nel triplice ruolo di Una guardarobiera  teatrale,  studente e Groom; il principe, nonché domestico e marchese di Alan Oke, l’atleta Steven Scheschareg, Bernd Hofmannmolto buono come Schigolch e domatore,  il  commissario di polizia, Carlo-Emanuele Esposito, la quindicenne Mary-Jean O’Doherty, sua madre,  Anna Lucia Nardi, una arredatrice, Rebecca Afonwy – Jones, un giornalista, Keith Harris, un domestico,Johannes Held, il clown di David Thaler, un macchinista, Andrea Deanesi.
 
Molto si discute infine se sia più fedele al compositore la versione completata da Cerha o se si possa considerare veramente aderente alle idee di Berg questa versione di Kloke,  peraltro ben accolta a Copenaghen nel 2010. Noi ne registriamo la direzione di Anthony Negus per questa occasione molto intimistica, quasi attenta a non strafare, con tempi piuttosto distesi nonostante la scrittura a tratti davvero brillante, come se il palco parlasse da sé e non fosse opportuno prevalere troppo.
Applausi moderati al termine dello spettacolo con punte di apprezzamento per il Maestro Negus.
Maria Teresa Giovagnoli
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore                    Anthony Negus
Regia                          David Pountney
Scene                          Johan Engels
Costumi                     Marie-Jeanne Lecca
Luci                            Mark Jonathan
 
GLI INTERPRETI
Lulu                           Marie Arnet
Contessa Geschwitz  Natascha Petrinsky
Una guardarobiera   Jurgita Adamonyte
teatrale/ studente/Groom 
Il medico                    Roland Serra
Il pittore/ un negro    Clive Bayley
Dott. Schön/              Paul Carey Jones
Jack lo squartatore    
Alwa                          Johnny Van Hal
Atleta                         Steven Scheschareg
Schigolch/domatore  Bernd Hofmann
Il principe/domestico/           Alan Oke
 marchese
Il direttore del teatro/           Duccio dal Monte
banchiere                                         
Un commissario di polizia    Carlo-Emanuele Esposito
La quindicenne                     Mary-Jean O’Doherty
Sua madre                             Anna Lucia Nardi
Arredatrice                           Rebecca Afonwy - Jones
Un giornalista                       Keith Harris
Un domestico                        Johannes Held
Un clown                               David Thaler
Un macchinista                     Andrea Deanesi

Orchestra Haydn Trento e Bolzano

 

Allestimento Welsh National Opera
 
 

 

Foto Benedetta Pitscheider

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO, 50a STAGIONE CONCERTISTICA - AUDITORIUM POLLINI DI PADOVA, concerto di giovedì 14 gennaio 2016


Programma impegnativo con molta carne al fuoco quello del concerto n.6407 dell'Orchestra di Padova e del Veneto.
 
Affiancare al musicista principe del rinnovamento musicale italiano del novecento, Respighi, il maggior rappresentante della Dodecafonia italiana, Dallapiccola e concludere con una rielaborazione della ricostruzione dagli abbozzi dell'adagio della Decima Sinfonia di Mahler, è impresa arditissima soprattutto per un organico come quello dell'Orchestra di Padova e Del Veneto, non particolarmente avvezzo a questo repertorio.
Ma non è impresa da spaventare Marco Angius, direttore navigato tra le partiture del novecento, che riesce a portare a compimento nonostante qualche difficoltà la serata Patavina.
 


Il Trittico Botticelliano di Respighi è una partitura che fa parte di quell' “archeologia musicale” tanto in voga nell'Italia musicale fascista degli anni '30 del '900 e dimostra l'accademica reverenza del musicista bolognese ad un passato dal quale trarre ispirazione.
Superbo compositore di poemi sinfonici, soprattutto nel Trittico Botticcelliano descrittivismo ed evocazione coloristica sono esplicazione  naturale di quella smagliante abilità respighiana di strumentatore che è di derivazione russa e specificatamente rimskiana.
Angius riesce ad esaltare tutti i colori e le nuances che in partitura derivano dai dipinti di Botticelli. Particolarmente riuscita l'interpretazione della nascita dei Venere per coesione organica e capacità di esaltazione del dettato respighiano risultando immediatamente percepibili la volontà e la capacità costruttiva del compositore, nei rapporti tra le diverse sezioni, nelle relazioni tematiche e nelle interessanti sovrapposizioni contrappuntistiche dei temi.
 
Nel piccolo concerto per Muriel Couvreux per pianoforte e orchestra (che precedono di pochi mesi i possenti Canti di prigionia) Dallapiccola esalta l'estrema discrezione, la spoglia sobrietà cameristica che distingue questa composizione contro quel gigantismo orchestrale postmahleriano al quale proprio Schoenberg e Stravinsky avevano recato i contributi più estremi.
I 25 esecutori previsti in partitura dialogano in pacifica sintonia con il pianoforte, qui non protagonista ma “solista principale”, in uno stile omoritmico quasi corale lungo tutti i brevi movimenti. Ottima l'interpretazione del navigatissimo Aldo Orvieto che ha fatto di questo repertorio il suo cavallo di battaglia, assecondato dalla mano ferma e precisa di Angius. Assieme hanno saputo ricostruire quella preziosa “pedagogia dello sguardo” insita in  questo mirabile pezzo, di un compositore non ancora sufficientemente apprezzato.
 
Con la cantata “An Mathilde”, Dallapiccola ci trascina nella più vorticosa dodecafonia sonora. La poesia allucinata e visionaria di Haine, trova nella composizione un luogo eletto di metamorfosi sonore. Spiace solo che la voce minuscola del soprano Livia Rado, perennemente alla ricerca della giusta intonazione e di un punto di appoggio musicale con l'ensemble strumentale, non sia riuscita ad esaltare le invocazioni sonore e le paure insite nella poesia di Heine, perdendosi in una continua ricerca interpretativa.
 
Elaborare l'adagio dalla Sinfonia N.10 di Mahler, credo sia impresa non facile soprattutto se ci si deve basare su degli abbozzi musicali di un compositore solito a rivedere generalmente quanto scritto più e più volte prima di dare al mondo la sua visione definitiva.
Quanto non sia riuscito Cliff Colnot a comprimere in un ensemble ridottissimo rispetto alle intenzioni del compositore , le atmosfere rarefatte, il colore e l'impatto sonoro della pseudo partitura malheriana, credo risulti palese a chiunque.
Ma è impresa ancor di più pericolosa, l'eseguire le ardite note e rendere la tensione emotiva e un rebus compositivo unico, da un organico di 25 strumentisti perennemente scoperti e a tratti a parti staccate, soprattutto se manca quel rigore interpretativo necessario per composizioni di questo genere.
Nonostante la mano esperta di Angius, non siamo riusciti a convincerci della interpretazione data dall'Orchestra di Padova e del Veneto, perennemente in bilico tra intonazioni approssimative e un rigore d'insieme che ha latitato per quasi tutta la durata dell'esecuzione.
 
Successo convinto comunque per tutti gli interpreti da parte di un pubblico numeroso e concentratissimo.
 
Pierluigi Guadagni
 
PROGRAMMA
 
Ottorino Respighi
Trittico botticelliano
 
Luigi Dallapiccola
Piccolo concerto per Muriel Couvreux per pianoforte e orchestra 

"An Mathilde" per soprano e orchestra
 
Gustav Mahler
Adagio / Sinfonia n. 10
(vers. Cliff Colnot)
 
 
Direttore    Marco Angius
Soprano     Livia Rado

 

Pianoforte Aldo Orvieto