Arriva al Teatro Filarmonico di Verona l’Otello verdiano che nel 2012 nacque da una collaborazione fortunata tra Fondazione Arena e Fondazione Teatro La Fenice di Venezia. Giorgia Guerra riprende lo spettacolo molto concettuale che Francesco Micheli confezionò basandosi più sulle sensazioni intime del protagonista che sulla vicenda concreta. Come se gli astri condizionassero e schiacciassero i mortali, la scena è sormontata dalle costellazioni luminescenti il cui cielo cambia colore a seconda dello stato d’animo vigente in scena. Il cubo centrale che di volta in volta diventa il fulcro dell’azione, gira su se stesso creando i diversi ambienti necessari. Edoardo Sanchi non riempie oltre l’allestimento poiché ciò che importa alla regia sono le azioni e non dove vengono compiute. La mente di Otello è logorata passo passo da Jago che lo spinge verso il baratro, sì da rendere più materiale e quasi tangibile il terribile frutto dei suoi sospetti. Ombre nere impersonate dai mimi aggiungono mistero ed angoscia ai pensieri del Moro che ne resta fatalmente sopraffatto. Fondamentali le luci di Fabio Barettin, poiché tanta parte dello spettacolo si tinge dei colori dell’odio sanguigno di Jago, stemprato dal blu virtuoso del Cielo a cui è devota la sventurata Desdemona. Silvia Aymonino disegna abiti tendenti al classico ma a nostro avviso un po’ bizzarri nel complesso per i signori uomini.
