Ci sono serate che sembrano nascere sotto il segno della memoria più che della sorpresa. Non perché la musica perda qualcosa della propria forza, ma perché certi titoli finiscono inevitabilmente per accompagnarsi a un repertorio personale di ricordi, incisioni, confronti, attese. Il Primo Concerto per violino di Dmitrij Šostakovič e la Sinfonia n. 9 “Dal Nuovo Mondo” di Antonín Dvořák appartengono a questa categoria di opere che il pubblico riconosce immediatamente, quasi prima ancora che inizino, e che proprio per questo chiedono agli interpreti non tanto originalità a tutti i costi quanto la capacità di restituire loro una necessità autentica, una ragione presente. Per il ciclo 2026 della stagione sinfonica della Fondazione Arena di Verona, al Teatro Filarmonico, una serata che ha coniugato memoria ad autenticità esecutiva.
Marc Bouchkov, violinista franco-belga formatosi tra Parigi e la Germania e vincitore nel 2012 del Concours International de Montréal, affronta il Concerto per violino di Šostakovič con una qualità oggi relativamente rara: la rinuncia all’enfasi. In una pagina che spesso induce i solisti a sottolineare continuamente il lato drammatico, quasi espressionista, della scrittura, Bouchkov sceglie invece una linea più raccolta, più introspettiva, evitando accuratamente di trasformare il concerto in una successione di effetti emotivi. Il Nocturne. Moderato iniziale procede così in una specie di penombra sorvegliata, sostenuta da un suono compatto ma non eccessivamente vibrato, con arcate lunghe e ben controllate che danno alla frase una continuità quasi vocale. Colpisce soprattutto il modo in cui il violinista lavora sulle dinamiche intermedie, evitando contrasti troppo bruschi e lasciando emergere il senso di inquietudine attraverso minime flessioni del timbro e dell’accento.
Anche nello Scherzo. Allegro la sua lettura resta lontana da qualsiasi compiacimento atletico. La tecnica è solidissima — doppie corde, armonici e passaggi di estrema rapidità scorrono con apparente naturalezza — ma non viene mai esibita come fine a se stessa. Piuttosto, Bouchkov sembra interessato a mantenere una chiarezza quasi cameristica del disegno musicale, facendo emergere con precisione il carattere ironico e nervoso della scrittura ritmica senza irrigidirla in una caricatura grottesca. C’è, in tutto il movimento, una notevole cura dell’articolazione, soprattutto nei passaggi più secchi e sarcastici, dove molti violinisti cercano brutalità sonora mentre qui si preferisce una leggerezza più insinuante.
Il momento più convincente arriva forse nella Passacaglia. Andante, affrontata senza monumentalità artificiose. Qui il violino acquista progressivamente peso espressivo attraverso il fraseggio piuttosto che attraverso il volume, mentre la lunga cadenza centrale viene costruita come un vero sviluppo drammatico, attentissimo alle tensioni armoniche interne. Bouchkov evita sia la tentazione confessionale sia il puro virtuosismo trascendentale: il risultato è una cadenza che mantiene un carattere quasi improvvisativo, come un pensiero che si organizza lentamente davanti all’ascoltatore.
Francesco Ommassini accompagna con attenzione e con una certa sobrietà interpretativa che, in questo repertorio, finisce per risultare una scelta sensata. L’Orchestra della Fondazione Arena di Verona non possiede forse la compattezza timbrica o la rifinitura delle grandi orchestre specializzate nel sinfonismo novecentesco, ma risponde con professionalità e con un buon equilibrio generale. Funzionano in particolare gli impasti più scuri degli archi nella Passacaglia e alcuni interventi dei legni, mentre gli ottoni, pur non sempre impeccabili nella ricerca del giusto volume sonoro, evitano fortunatamente qualsiasi enfasi troppo aggressiva. Ommassini mantiene costante l’attenzione agli equilibri sonori, cercando di integrare il violino nel tessuto orchestrale piuttosto che contrapporlo meccanicamente all’orchestra.
Dopo l’intervallo, la Sinfonia n. 9 “Dal Nuovo Mondo” sembra quasi spostare la serata verso un paesaggio emotivo completamente diverso, anche se in fondo la nostalgia che attraversa Dvořák non è poi così distante dalla malinconia di Šostakovič. Ommassini evita intelligentemente sia il sinfonismo troppo pesante sia la tentazione folkloristica, scegliendo tempi generalmente mobili e una costruzione piuttosto fluida del discorso. L’introduzione dell’Adagio – Allegro molto conserva una tensione ben calibrata, senza rallentamenti eccessivamente solenni, mentre l’Allegro trova un buon equilibrio fra slancio ritmico e chiarezza delle linee interne.
L’orchestra dà probabilmente il meglio nei momenti lirici, dove gli archi riescono a mantenere una discreta omogeneità di suono e i legni fraseggiano con naturalezza. Il Largo viene affrontato con semplicità, evitando qualsiasi sentimentalismo troppo illustrativo: il celebre tema del corno inglese emerge quasi senza cercare attenzione, sostenuto da un accompagnamento molto leggero degli archi, e proprio questa relativa discrezione finisce per renderlo più convincente. Anche lo Scherzo. Molto vivace conserva una buona energia ritmica senza trasformarsi in una danza eccessivamente pesante, mentre nell’Allegro con fuoco finale Ommassini lavora soprattutto sulla continuità architettonica della sinfonia, cercando di collegare i ritorni tematici senza sottolineature troppo evidenti.
Alla fine rimane la sensazione di una serata costruita con misura e con una certa coerenza stilistica, senza la preoccupazione continua di dimostrare qualcosa a ogni pagina. In tempi nei quali molte esecuzioni sembrano vivere soprattutto del bisogno di dichiararsi “definitive”, non è una qualità trascurabile. Teatro incredibilmente quasi esaurito e pubblico particolarmente caloroso.
Pierluigi Guadagni
LA LOCANDINA
Concerto per violino e orchestra n. 1 in la minore op. 77
Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal Nuovo Mondo”