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GIUSEPPE VERDI - SIMON BOCCANEGRA, TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, MARTEDI' 10 FEBBRAIO 2026

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Il Simon Boccanegra di Giuseppe Verdi è un’opera dalla genesi tormentata e dal fascino magnetico, una creatura che il Maestro definì "monotona e triste" nella sua prima versione del 1857, ma che trovò la sua definitiva consacrazione nel 1881 grazie alla profonda revisione di Arrigo Boito. È un dramma che vive di ombre, di mare e di solitudine politica, celebre per la sua atmosfera crepuscolare. Una delle curiosità più affascinanti riguarda proprio la celebre scena del Consiglio: non esisteva nella versione originale e fu aggiunta da Boito ispirandosi a due lettere autentiche di Francesco Petrarca, che esortava il Doge di Genova e quello di Venezia alla pace. Mettere in scena il Boccanegra oggi significa dunque confrontarsi con questa stratificazione storica e con un protagonista che, insolitamente per Verdi, non è un tenore ma un baritono dalla statura tragica monumentale.

Il nuovo allestimento alla Fondazione Teatro La Fenice adotta una chiave di lettura dichiaratamente mentale e simbolica. La regia di Luca Micheletti, coadiuvata dal drammaturgo Benedetto Sicca, trasforma il palcoscenico in un ambiente dove muri di cemento e frammenti di architetture suggeriscono uno spazio psichico più che fisico. Qui, gli eventi traumatici del passato riaffiorano per epifanie, popolando la scena di spettri e apparizioni che tormentano costantemente il protagonista. Questa visione, sospesa tra concretezza e metafisica, è assecondata dalle scene di Leila Fteita, che richiamano gli interni di una nave senza mai scadere nel realismo.

L’impianto è dominato dalla presenza ossessiva del mare, raffigurato in filigrana sulle pareti che incombono opprimenti, amplificando il senso di isolamento di Simone. L'angoscia del Doge trova una traduzione visiva in un baldacchino gotico avvolto da velari neri, un rifugio claustrofobico in cui egli tenta di sfuggire a un presente insostenibile. Sebbene l'insistenza su questi rimandi simbolici e sulla costante presenza degli "spettri-doppio" della sua versione giovane di Amelia bambina rischi talvolta di appesantire il discorso teatrale, l'idea resta forte e coerente, culminando nell'arrivo finale di una grande imbarcazione che suggella il legame indissolubile tra l'uomo e il suo elemento naturale. Le luci di Giuseppe Di Iorio e i costumi essenziali di Anna Biagiotti completano questo quadro, trasformando il dramma politico-borghese in un'indagine interiore profonda.

Sotto il profilo musicale, l’ottima direzione di Renato Palumbo alla guida dell'Orchestra del Teatro La Fenice imposta una narrazione sonora che privilegia i chiaroscuri, restituendo quel colore cupo e "marino" tipico della partitura. Il Coro, istruito da Alfonso Caiani, agisce come una massa sonora scultorea, definendo il perimetro politico entro cui si muovono i protagonisti.

Proprio sul piano vocale, la serata ha vissuto di forti contrasti. Francesco Meli si è confermato il trionfatore assoluto: il ruolo di Gabriele Adorno gli è parso congeniale come pochi altri, con una voce ideale per volume e bellezza, sempre ricca e capace di dominare la scena con uno slancio vibrante. Di contro, la prova di Francesca Dotto nei panni di Maria/Amelia è apparsa più affaticata: una vocalità che ha mostrato carenze di "polpa" nel registro centrale e acuti spesso stridenti, sebbene l'interprete abbia saputo compensare con un fraseggio partecipe e una recitazione elegante.

Alex Esposito ha tratteggiato un Jacopo Fiesco più composto del solito; sebbene il peso vocale sia parso a tratti sottodimensionato per l'abisso di certe note gravi - contribuendo però in un certo senso a svecchiare il personaggio, la sua caratura tecnica è rimasta indiscutibile. Al centro del dramma, Simone Piazzola ha affrontato il ruolo del titolo con una linea di canto sorvegliata, restituendo la complessità umana del Doge attraverso una visione interpretativa misurata - seppur abbia nettamente privilegiato quella paterna-, al netto di una voce che pare meno ricca rispetto al passato.

Per quanto riguarda il Paolo Albiani di Simone Alberghini, l'artista si è dimostrato scenicamente credibile, ma sul piano puramente vocale, la prova è stata penalizzata da un'emissione afflitta da un vibrato costante, nonostante un accento drammaticamente incisivo. Hanno completato il cast il puntuale Pietro di Alberto Comes, Mathia Neglia e Alessandra Vavasori, in uno spettacolo che ha mantenuto una tensione costante dal Prologo fino all'epilogo.

La serata si è conclusa con un buon successo di pubblico, suggellato da molti applausi rivolti in particolare a Francesco Meli e Simone Piazzola, i più festeggiati al calare del sipario.

La recensione si riferisce alla recita di martedì 10 febbraio 2026.

Andrea Bomben

Foto Michele Crosera