NORMA, V. BELLINI – TEATRO VERDI DI PADOVA, VENERDI’ 16 OTTOBRE 2015




La stagione lirica di Padova si inaugura al Teatro Verdi con un capolavoro come la Norma di Vincenzo Bellini e con un allestimento ritenuto sì spettacolare da colpire nel segno sin dal primo titolo in cartellone. Nonostante le premesse dobbiamo dire che tanta meraviglia è rimasta purtroppo soltanto sulla carta. Paolo Miccichè, che ha curato regia, scene ed installazioni visive, si è limitato a 'riempire' il palcoscenico con sfondi alquanto statici arricchiti da elementi naturistici quali pietre, fronde in primo piano e poco altro ancora che potesse fungere da giusto supporto al tessuto drammatico dell'opera. E non bastano immagini di idoli che avanzano e retrocedono sullo schermo infuocato  per sottolineare la sacralità della vicenda stessa. Oltre a ciò gli interpreti sono quasi sempre fissi in scena e appaiono talvolta lasciati a se stessi nel trovare una adeguata linea interpretativa; anche il coro è parso notevolmente in difficoltà nel trovare un sua dimensione tanto scenica quanto vocale. I costumi di   Alberto Spiazzi, certo opulenti sia per i Romani che per la stirpe gallica, non sono stati sempre di ottimo gusto a nostro parere. Davvero un peccato: ci aspettavamo qualcosa di più originale e soprattutto coinvolgente dal punto di vista drammaturgico.


Molteplici perplessità abbiamo riscontrato anche per quanto riguarda la direzione orchestrale del Maestro Tiziano Severini. Nonostante una partenza che facesse ben sperare, dopo una sinfonia brillante e coinvolgente, i tempi si sono dilatati talvolta in misura quasi estenuante, soprattutto nei duetti che hanno messo a dura prova i protagonisti in più punti. Non abbiamo sentito il colore e la ricchezza noti della partitura belliniana, mentre non è mancata qualche imperfezione tra le sezioni d'orchestra. 
La compagnia di canto presenta nel ruolo principale il soprano Saioa Hernàndez, che non ha certo  trovato terreno facile per una interpretazione da ricordare. La voce, pur gradevole all'ascolto e capace di emettere, per esempio, dei buoni filati che le consentono di dar voce ai momenti più soavi, pecca nel fraseggio piuttosto approssimativo e negli acuti dove pare mancare l'appoggio.
Serata alterna per il Pollione di Luciano Ganci. Dotato di una voce tenorile molto bella e slanciata in avanti, ci ha regalato sia momenti molto intensi e carichi di pathos, che altri in cui è parso in difficoltà soprattutto in acuto il cui suono era schiacciato e tendente a perdere l' intonazione.
Adalgisa è impersonata da Annalisa Stroppa che ci è parsa ben immersa nel ruolo di giovane novizia,  piuttosto sciolta sul palco, dalla voce vellutata e calda, pur non essendo sempre a suo agio con la difficilissima e piuttosto alta tessitura della sua parte.
Bene interpretato invece l'Oroveso di Cristian Saitta: generoso, austero ed incisivo; chiudono il cast un buon Antonello Ceron come fedele Flavio e la Clotilde di Alessia Nadin che hanno in generale ben figurato in scena.
Come detto, anche il coro di Dino Zambello ha avuto i suoi  momenti di difficoltà sia negli attacchi che nel reggere i 'difficili' tempi orchestrali.
Pubblico numeroso accorso alla prima di stagione soddisfatto al termine.
 
Maria Teresa Giovagnoli
 
 
LA  PRODUZIONE
 
regia, scene, visual graphic               Paolo Miccichè
Maestro concertatore e direttore    Tiziano Severini
costumi                                                    Alberto Spiazzi
 
GLI INTERPRETI

Norma                                                  Saioa Hernàndez 
Pollione                                               Luciano Ganci
Oroveso                                               Cristian Saitta
Adalgisa                                              Annalisa Stroppa
Flavio                                                   Antonello Ceron
Clotilde                                                Alessia Nadin
 
CORO CITTÀ DI PADOVA DIRETTO DA DINO ZAMBELLO

 

ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO



 



Foto Giuliano Ghiraldini

DON PASQUALE, G. DONIZETTI - TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, GIOVEDI' 15 OTTOBRE 2015




“Divorzio!Divorzio!
Che letto che sposa peggiore consorzio di questo non v'ha!”


Con la nuova direzione artistica di Francesco Micheli, prende il via, con un'edizione scoppiettante di Don Pasquale,  l'edizione 2015 di Lirica Bergamo quest'anno denominata DoREMix, introdotta da un marketing ed un battage pubblicitario innovativo e invitante (curato da Andrea Compagnucci) vede un cartellone molto interessante per titoli (le opere di Donizetti in programma sono tutte nell'edizione critica curata dalla Fondazione Donizetti) ed interpreti.
Un' edizione scoppiettante appunto di Don Pasquale ha aperto i giochi in un' felicissimo allestimento curato da Andrea Cigni approdato nella città del suo compositore dopo essere stato presentato con successo in vari teatri francesi nei mesi scorsi.



Opera che potremo definire “commedia musicale borghese”, il Don Pasquale Donizettiano, in cui non agiscono che personaggi borghesi affiancati da servi, inaugura il genere comico-sentimentale dove i personaggi hanno tutti una loro caratteristica individuazione melodica e ritmica, e nella fluidità dell'azione, ciascuno mantiene la sua indipendenza, eppure tutti si fondono: il crescendo parodistico  giunge al culmine con le bizze di Norina sposata, quindi scoppia e si capovolge immediatamente quando, accentuandosi l'interesse sulla figura del vinto Don Pasquale, tutta la vicenda si colorisce di pietà.
L'idea registica di Cigni, coadiuvato nelle scene e nei costumi da Lorenzo Cutuli, colloca la vicenda nell'immediato secondo dopoguerra e immagina un Don Pasquale taccagno, avaro, che rimanda al personaggio esilarante del Barone Antonio Pelletti di Totò nel film “47 morto che parla”.
Un personaggio che vive la sua vita in una cassaforte che protegge il suo “tesoro” da occhi e mani indiscrete dove custodisce con spasmodica curanza i suoi averi. Di contro il mondo di Norina, lieto, fiorito e felice fa da controfigura alla cupezza della casaforziere di Pasquale
Norina quindi, con la complicità del  fratello Malatesta , visto come un personaggio eccentrico e sessualmente border line, dovrà riuscire a svaligiare la cassaforte dagli averi materiali di Pasquale per custodire quanto di più caro esiste nel suo mondo: l'amore con Ernesto, il ragazzo della porta accanto, per bene e di seri principi.

La compagnia di canto sfoggiava il lusso di Paolo Bordogna nel ruolo protagonistico, un Don Pasquale dalla voce duttile e dal sillabato precisissimo che sfoggia grande verve d'attore consumato in un ruolo che gli calza a pennello. La voce si è irrobustita nei gravi senza perdere tuttavia quel declamato “alla Bruscantini” suggello di un'interpretazione autorevole per questo ruolo.

Maria Mudryak ha espresso una Norina perfetta dal punto di vista scenico, giovane, scaltra. spigliata e bella. La voce corre fresca e precisa nelle agilità, nelle dinamiche e nel colore pur mostrando segni di squilibrio non nella tenuta quanto nel volume degli acuti sempre urlati anche se precisi di intonazione.

Vera sorpresa della serata l'Ernesto di Piero Adaini, il giovanissimo cantante siciliano dimostra fiducia e sicurezza con la partitura regalando spontaneità e naturalezza nella voce come nel movimento scenico. Sicuri e precisi gli acuti, il fraseggio e la tenuta anche se l'eccessivo ricorso ai suoni nasali risulta a volte fastidioso oltre che inutile per una voce come la sua baciata dalla fortuna.

Spassoso il Malatesta di Pablo Ruiz, qui presentato come il fratello effeminato, vanesio e damerino di Norina, interessato solo ai soldi e ai vestiti di lusso. La voce di Ruiz è chiara e timbrata da un fraseggio forse un po' generico ma mai pesante.

Sugli allori la direzione di Christopher Franklin a capo dell'orchestra dei Pomeriggi Musicali di Milano, scegliE tempi decisi ed attua scelte oculate in materia di versione testuale, condotta ritmica e impostazione interpretativa, ma alla precisione e al senso della misura il direttore ha unito pure l'elasticità e la fantasia di cui spesso sono avari in questo repertorio i direttori statunitensi.
Perfetto il coro preparato da Diego Maccagnola

Successo vivissimo e pieno per tutti da parte di un teatro stracolmo di un pubblico divertito e molto partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                    Christopher Franklin
Regia                          Andrea Cigni

Scene E Costumi       Lorenzo Cutùli
Light Designer          Fiammetta Baldiserri
Maestro Del Coro     Diego Maccagnola

GLI  INTERPRETI

Don Pasquale            Paolo Bordogna
Dottor Malatesta       Pablo Ruiz
Ernesto                      Pietro Adaini
Norina                       Maria Mudryak
Un Notaro                 Claudio Grasso

Orchestra I Pomeriggi Musicali Di Milano
Coro Operalombardia

Coproduzione Teatri Di Operalombardia E Fondazione Pergolesi Spontini Di Jesi
Allestimento Di Opéra-Théâtre De Clermont-Ferrand, Opéra De Reims, Opéra-Théâtre De Limoges, Opéra De Rouen Haute-Normandie, Opéra Théâtre Saint-Étienne, Opéra De Massy, Opéra Grand Avignon, Opéra De Vichy





FOTO ROTA

L’ORCHESTRA DELL’ARENA DI VERONA PER IL CONCERTO INAUGURALE DI VERONA LIRICA – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 11 OTTOBRE 2016



La fortunata abitudine di inaugurare la stagione concertistica insieme all’orchestra dell’Arena di Verona si è ripetuta anche quest’anno per l’associazione Verona Lirica che per numero di soci riesce a riempire quasi l’intero teatro Filarmonico. Diretti da Giorgio Croci, quattro interpreti attivi nei teatri di tutto il mondo hanno regalato un pomeriggio di musica che ha visto trionfare l’arte ed il buon gusto.
In circa due ore e mezzo di musica abbiamo ascoltato arie dalle opere di Verdi, Puccini ed anche ouverture ed intermezzi da opere di Wagner, Cilea, Leoncavallo e Von Weber.

Cominciamo subito col rivolgere un plauso agli organizzatori per la scelta di pezzi per orchestra alquanto inusuali da noi, che hanno dato la possibilità ai musicisti di potersi esprimere anche in un repertorio per così dire meno navigato durante le stagioni operistiche, per lo meno più recenti, eccetto naturalmente per quanto riguarda Pagliacci e Lecouvreur. Il Maestro Croci, alla guida dell’orchestra, ha così scelto due modi differenti di approcciarsi alle diverse partiture, scegliendo ad esempio tempi distesi e morbidi per la potente Ouverture Wagneriana di Tannhäuser, che in alcuni momenti sembra portare ad una maestosa riflessione. Molto intenso e ricco di piccole sfumature l’intermezzo dell’ Adriana Lecouvreur di Cilea, un attimo di sospensione tra sogno e realtà, come leggero e delicato l’intermezzo de I pagliacci di Leoncavallo. Con la Ouverture de Il franco cacciatore di Weber, invece il Maestro imprime una certa solennità all’esecuzione, staccando sempre tempi piuttosto allungati che portano ad un senso di languore, per poi via via acquistare energia.

Nell’accompagnare gli ospiti del concerto, il suono diventa anche più brillante ed offre un buon sostegno alle interpretazioni de il tenore Rudy Park,  il soprano Tiziana Caruso, il baritono Dalibor Jenis, ed il mezzosoprano Anna Malavasi
Rudy Park ormai è un idolo al Filarmonico, il pubblico lo ama e lo sostiene per il suo modo generoso di offrire un canto sempre spinto in avanti, che dobbiamo dire ha acquistato anche un certo velluto che ne addolcisce il timbro. Per lui, reduce dal Festival Verdi a Parma con Otello, proprio dalla celebre opera verdiana il duetto d’amore con Desdemona/Tiziana Caruso ed il duetto con Jago/ Dalibor Jenis. Immancabile il 'Nessun dorma' pucciniano che ha sfiorato il bis.
Il soprano Tiziana Caruso si è mostrata  cantante accorata, dalla voce scura e tornita che le dona un carattere deciso anche nell’esprimere sentimenti romantici. Con La forza del destino si conferma interprete di vibrante  drammaticità, il cui strumento si esalta soprattutto nei centri pieni.
Il concentratissimo baritono Dalibor Jenis  possiede una voce sicura in tutta la sua gamma, che trova un suono più chiaro salendo sul rigo musicale, esaltato da un colore ricco e pastoso. Molto acclamato il suo intenso Nabucco.
Il mezzosoprano Anna Malavasi offre infine la Azucena a cui siamo abituati: molto aggressiva e dalla voce multi sfaccettata, tanto cupa e profonda nel grave, quanto chiara e più brillante in acuto.

Finale per tutti gli interpreti con il lungo finale del quarto atto da Il Trovatore di Verdi.
Bis dell’orchestra: Danza ungherese n. 5 di Brahms.

Successo pieno per tutti gli interpreti e l’orchestra. Appuntamento al 1 novembre per il secondo concerto della stagione.


Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA DEL CONCERTO

Prima parte
R. Wagner, Tannhäuser                    Ouverture
G. Verdi, Il Trovatore                        Stride la vampa!
G. Verdi, Nabucco                              Son pur queste mie membra!... Dio di Giuda!...
F. Cilea, Adriana Lecouvreur           Intermezzo (atto II)
G. Verdi, Otello                                  Già nella notte densa
Seconda parte
C. M. von Weber, Il franco cacciatore (Der Freischütz)      Ouverture
G. Verdi, Otello                                    Era la notte… Sì, pe ‘l ciel marmoreo giuro!
G. Verdi, La forza del destino            Son giunta!… Madre, pietosa vergine
R. Leoncavallo, Pagliacci                    Intermezzo
G. Puccini, Turandot                           Nessun dorma!

G. Verdi, Il Trovatore                         Finale ultimo





MACBETH, G. VERDI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDI’ 08 OTTOBRE 2015





Quando ci si pone a dover mettere in scena un capolavoro come il Macbeth di Giuseppe Verdi che unisce in sé la drammaticità dei contenuti shakespeariani e la potenza della musica per esso composta, unitamente ai molteplici spunti politici e morali che da questo emergono, potrebbe essere facile cercare chiavi di lettura complicate, allestimenti pesanti o magari totalmente avulsi dai contenuti esposti.  Robert Wilson risolve la questione nel suo stile concependo uno spettacolo atemporale e in un certo senso asettico, capace comunque di attrarre l’occhio di chi osserva che resta quasi ipnotizzato da tutti gli elementi che continuamente appaiono, domandandosi in certi casi persino come siano venuti in mente al regista.
Non possiamo parlare di ambientazione poiché tutto si svolge in una semioscurità che ci riporta un po’ al teatro delle ombre cinesi. Pertanto osserviamo  le sagome dei personaggi in penombra senza godere dei dettagli dei pur mirabili costumi di Jacques Reynaud  e tutto ciò che circonda e riguarda Macbeth e la sua Lady è abbozzato, immaginato, trasognato. Gli interpreti stessi si muovono attraverso una serie di installazioni visive che accennano ai contenuti del testo sempre in maniera alquanto astratta. Non vi è contatto fisico tra di essi, sempre rivolti al pubblico e costretti in posture rigide degli arti, quasi fossero marionette viventi, i cui volti sono celati da maschere bizzarre o da autentici capolavori del make up.
Dunque un plauso particolare va fatto alla compagnia di canto impegnata in condizioni davvero particolarissime.
 

Macbeth è interpretato da Dario Solari che conferma di possedere un bellissimo timbro baritonale tornito che risulta solido soprattutto nella zona grave. Perde leggermente mordente nella gamma più acuta, ma l’interprete gestisce il suono con misura ed intelligenza. Il suo personaggio sembra spesso visivamente messo in secondo piano dal regista rispetto alla consorte che come si sa regge il filo degli eventi.
 
E se spietata deve essere la celeberrima ‘Lady’ tale si mostra Amarilli Nizza nel proporre la sua signora Macbeth. Personaggio chiave della vicenda, Wilson ha infatti posto quasi sempre la sua figura al centro ed in effetti a completamento delle originali installazioni visive. Dark lady dal volto di ghiaccio i cui occhi sprizzano odio e sete di potere, il soprano rende graffiante la voce che emana potenza ed energia, pur non disdegnando momenti di morbidezza come nella scena del sonnambulismo.
  
Banco è interpretato da un acclamato Riccardo Zanellato che grazie alla voce profonda e robusta riesce a mostrare ragione e sentimento nel suo ruolo, pur nella rigidità delle posture imposte dalla regia.
Macduff è un discreto Lorenzo Decaro che si disimpegna con decoro nella sua aria del quarto atto.
La dama della Lady ed il medico sono rispettivamente  Marianna Vinci e Alessandro Svab, che entrano in scena quasi irriconoscibili, soprattutto per via del mascherone che copre il volto del medico.
Malcom è il tenore  Gabriele Mangione dal timbro piuttosto squillante. Il cast si completa con le numerose voci di contorno che animano i personaggi de il sicario, Sandro Pucci; il domestico di Macbeth e prima apparizione, Michele Castagnaro, l’Araldo di Luca Visani, la seconda e terza apparizione, un po’ emozionate, Chiara Alberti, Alice Bertozzo; mentre mimano i personaggi di Duncan e Fleanzio Jacopo Trebbi e Valentina Vandelli.
 
Alla testa dell’orchestra del teatro bolognese il Maestro Roberto Abbado ha spinto i musicisti con energia nell’esecuzione della partitura verdiana che qui risuona possente e grintosa, ottenendo una certa plasticità di suono, sempre tenendo saldamente in linea tutte le sezioni ed imponendo ritmi serrati a questo spettacolo che altrimenti perderebbe di significato.  
 
Il coro preparato come sempre da Andrea Faidutti, eccettuata qualche mini sbavatura all’inizio negli attacchi, è stato degno protagonista delle scene ad esso dedicate, sia per quanto riguarda le streghe che il popolo scozzese sofferente nella celebre ‘Patria oppressa’.
 
Trionfo con diversi minuti di applausi festosi per tutto il cast con ovazioni gioiose per Solari, Nizza ed il Maestro Abbado.
 

Maria Teresa Giovagnoli
 
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore
Roberto Abbado 
Regia, ideazione luci, scene e coreografia
Robert Wilson 
Maestro del Coro
Andrea Faidutti 
Costumi
Jacques Reynaud 
Collaboratore alla scenografia
Annick Lavallée-Benny 
Light designer
Aj Weissbard 
Regista collaboratore
Nicola Panzer 
Regia ripresa da
Gianni Marras 
Preparatore Voci Bianche
Alhambra Superchi 
 
 
GLI INTERPRETI
 
 
Macbeth
 
Dario Solari   
Banco
 
Riccardo Zanellato

Lady Macbeth
Amarilli Nizza   
Dama Lady Macbeth
Marianna Vinci 
Macduff
 
Lorenzo Decaro

Malcolm
 
Gabriele Mangione

Il Medico
Alessandro Svab 
Un domestico di Macbeth
Michele Castagnaro 
Il sicario
Sandro Pucci 
L'araldo
 
Luca Visani 

Prima apparizione
 
Seconda e terza apparizione
 
Duncano
 
Flenazio  
           
Michele Castagnaro

Chiara Alberti, Alice Bertozzo
 
 
Jacopo Trebbi
 
Valentina Vandelli
 
Produzione del Teatro Comunale di Bologna
in coproduzione con Change Performing Arts Milano
 
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
 
 
 
 

 

 
 
 

 

 

Foto Rocco Casaluci

DITTICO: JANÁČEK ZÁPISNÍK ZMIZELÉHO (IL DIARIO DI UNO SCOMPARSO)/ POULENC LA VOIX HUMAINE (LA VOCE UMANA) - FONDAZIONE LA FENICE DI VENEZIA, MARTEDI’ 06 OTTOBRE 2015



Il Teatro Mailbran di Venezia si mostra ancora una volta luogo in cui la Fondazione Fenice coltiva esperimenti e serate particolari come il curioso dittico cui abbiamo assistito, che vede l’accostamento del pezzo per voci e piano,  Il diario di un scomparso di  Janáček, composto agli inizi del Novecento, ed il componimento per sola voce ed orchestra, La Voce umana di Poulenc che invece è da ascrivere alla fine degli anni cinquanta dello stesso secolo. Tale esperimento vede coinvolto il giovanissimo regista Gianmaria Aliverta che ha cercato di trovare un unico filo conduttore che giustificasse la messa in scena di due opere per la verità parecchio distanti tra loro.


La storia del contadino onesto e puro, ma imbrigliato nella quotidianità della vita di campagna con la sua famiglia bigotta e opprimente, che finalmente scopre la felicità del vero amore e della paternità grazie alla giovane e bellissima gitana Zefka, viene sostanzialmente stravolta per divenire un drammone famigliare misto al poliziesco che possa fungere da premessa al pezzo successivo. Troviamo difatti già all’apertura la donna che sarà protagonista de La voce umana e che farneticherà disperatamente al telefono immaginando di conversare con il presunto compagno. Scopriamo successivamente che secondo il regista il contadino Jan qui non è un puro ed innocente ragazzo di campagna, ma il compagno fedifrago di questa donna ormai impazzita e disperata. Viene introdotta anche la figura dell’ispettore di polizia impegnato con la sua collega nelle ricerche del fuggitivo, ormai già cadavere inerte assassinato proprio dalla compagna gelosa e drogata di farmaci e calmanti, che risolve definitivamente la sua follia con il classico gesto suicida prima di essere arrestata.
Massimo Checchettofirma l’ambientazione molto semplice di una casa con salotto e camera adiacente, dietro le cui pareti appare a più riprese l’immagine della ‘tentatrice’ per la prima parte dello spettacolo, che si tramuta facilmente in sala d’aspetto ospedaliera ove la protagonista sembra impiegare il tempo con la famosa telefonata, accanto alla camera di degenza che cela il cadavere del povero Jan. Non potevano che essere contemporanei i costumi di Carlos Tieppomolto semplici, eccetto per l' eccentricità della zingara Zefka.
Nel ruolo di Jan muto molto bravo il mimo Francesco Bortolozzo, mentre Leonardo Cortellazzi è impegnato nell’interpretare quindi il poliziotto che rinviene il diario dello scomparso, dalla lettura del quale prende il via tutta la vicenda. Se davvero è impegnativa la parte musicale per il tenore, dobbiamo dire che Cortellazzi la risolve con tenacia e sicurezza, anche considerando la difficoltà nel cantare tutto il tempo con la testa china fingendo di leggere. Altrettanto bene  dicasi per Angela Nicoli che si presenta adatta al ruolo di Zefka grazie al colore ambrato della voce ed alla notevole presenza scenica. Le tre voci femminili Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori completano il mini cast impreziosendo il racconto del fuggiasco. Sensibile, preciso e ottimo accompagnatore il Maestro Claudio Marino Moretti al pianoforte posto dietro le scene al centro del palco e quindi in posizione ideale per goderne il suono.
Nella seconda parte una straordinaria Ángeles Blancas Gulín  impressiona innanzitutto per tenuta scenica e grande caratura vocale: l’emissione ferma e generosa, l’omogeneità nel timbro e il volume ampio le consentono una interpretazione riuscita a tutto tondo.
L’orchestra della Fenice vede il giovane  Francesco Lanzillotta raccogliere un’altra sfida difficile ma ben riuscita della sua carriera. Riesce a trovare un tessuto uniforme al suono gestendo la partitura con piglio sicuro e deciso. I ritmi sono serrati e l’energia è palpabile. Aggiunge colore e brillantezza allo spettacolo in fusione con la protagonista che segue ed esalta.
Il pubblico purtroppo ha visto qualche defezione nel corso della serata, ma coloro che sono rimasti hanno molto apprezzato i protagonisti, lo spettacolo e l’orchestra nella figura del direttore.
Maria Teresa Giovagnoli
PRODUZIONE E INTERPRETI
 Zápisník zmizelého 

Jan                              Leonardo Cortellazzi
Zefka                         Angela Nicoli
Tre voci femminili    Loriana Marin, Gabriella Pellos, Alessandra Vavasori
mimo
                          Francesco Bortolozzo
pianoforte                  Claudio Marino Moretti

La voix humaine 
Direttore                    Francesco Lanzillotta
Regia                           Gianmaria Aliverta 
Scene                           Massimo Checchetto
Costumi                     Carlos Tieppo
Light designer           Fabio Barettin
Una donna                 Ángeles Blancas Gulín  
mimo                          Francesco Bortolozzo

Orchestra del Teatro La Fenice




Foto Michele Crosera

OTELLO, G. VERDI – TEATRO REGIO DI PARMA, domenica 4 ottobre 2015







Come primo appuntamento operistico del Festival Verdi 2015 il Regio di Parma punta su un titolo come Otello che immediatamente suscita forte impatto ed anche grandi aspettative da parte del pubblico che difatti alla recita cui abbiamo assistito è accorso numeroso e da diverse parti del mondo. Gioco forza richiedere un regista del calibro di Pier Luigi Pizzi, che ha naturalmente concepito l’intero allestimento di questa produzione curando regia, scene e costumi. 
C’è da dire che dal punto di vista drammaturgico lo spettacolo ci sembra rispondere a quanto la nostra mente è portata ad immaginare conoscendo gli avvenimenti. I singoli ruoli sono caratterizzati da una evidente forza interiore che sfocia poi nelle diverse personalità: Otello è animato da fiero valore militare che si trasforma in forza passionale nei riguardi della sua sposa, capace certo anche di carezzevoli maniere quando solo con essa; potenza distruttiva invece diviene la sua fierezza nello scatenarsi della gelosia. Jago è fondamentalmente l’eterno secondo che cerca di emergere colpendo chi è più in alto di lui, ma l’incertezza di riuscire ne fanno un alfiere marcatamente duro, a tratti rozzo, per cui l’ira che rode il suo animo non può che condurlo alla sconfitta morale. L’innocente Desdemona è una donna incredibilmente austera, quasi divina nel suo incedere ed agire, con veste bianca a contrasto (tipico) con gli altri interpreti in pelle nera o comunque vesti scure. La sua fermezza nell’affermare l’innocenza è mista al dolce afflato amoroso che nonostante le calunnie ed il disprezzo, soffia sempre per il suo sposo. Tutti i ruoli che contornano i protagonisti, Cassio in primis tra questi, sono come trottole che agevolano il divenire degli eventi, ma apportando ciascuno del proprio.

Dal punto di vista scenografico probabilmente è già tale la forza stessa dei personaggi che non si è pensato servisse altro: il palco è pressoché sempre uguale con lo spostarsi di architetture scarne e monocromatiche, che da archi e scalette si trasformano in una specie di anonima e squadrata sala del trono, che poi lascia il posto al letto di Desdemona per l’ultimo atto in luogo della camera da letto. Grande dunque il lavoro delle luci di Vincenzo Raponi ad arricchire di effetti ad impatto visivo le emozioni in scena.

Risponde in modo adeguato tutto il cast, con due leoni come  Rudy Park e Marco Vratogna a dettar letteralmente legge tra tutti.

Il giovane Park affronta davvero con generosa passione il ruolo del protagonista. In lui troviamo il condottiero che arde di vera passione per tutto ciò che gli sta a cuore: il suo dovere di governante e la sua adorata sposa. Nella sua voce calda e robusta vibra tanta energia quanto entusiasmo nell’affrontare un sì mastodontico ruolo. Se nel primo atto abbiamo notato qualche piccolissimo portamento atto probabilmente a gestire in sicurezza il suono, ben più controllato e sicuro dal secondo atto in poi il tenore ha regalato emozioni sia vocali che interpretative. La sua pronuncia dell’italiano è inoltre molto migliorata rispetto a quanto sentito diverso tempo fa. Insomma questo ragazzo continuerà certo a far parlare di sé e sempre in meglio.

Vratognasi cala nella parte dell’ingannatore Jago con audacia, forza e rabbia che esplode in potenza soprattutto quando in scena col suo antagonista.  Anch’egli dotato di una voce singolare che lo porta naturalmente verso ruoli di carattere, qui trova terreno fertile per colpire e stupire.

La dolce ma fiera Desdemona è una Aurelia Florian dalla voce molto particolare che ci colpisce favorevolmente: si lancia squisitamente in acuto e diviene facilmente sottile nei filati. La pasta è morbida e il suono si fa corposo nei centri per un effetto vibrante e sentito. Il personaggio è gestito con molta compartecipazione ed aggiungiamo anche evidente emozione che rende ancor più veritiero l’effetto complessivo.

Cassio è la pedina per attuare i piani di Jago ed il tenore Manuel Pierattelli adempie al suo ruolo con scioltezza e diremmo in contrasto col protagonista, offrendo una voce più mite e naturalmente portata all’acuto. Bene anche il Roderigo di  Matteo Mezzaro, come il Montano di Stefano Rinaldi Miliani ed il Lodovico di Romano Dal Zovo; di particolar bella voce scura è dotato l’Araldo Matteo Mazzoli.
Molto bene anche la Emilia di Gabriella Colecchia, dal timbro avvolgente e compartecipe nell’agire in scena.
La Filarmonica Toscanini diretta da Daniele Callegari trova lo stesso impeto dei cantanti sin dall’apertura in tempesta e per tutto lo spettacolo ci è sembrata accompagnare con viva energia gli eventi in essere. Il maestro ha tenuto salde le redini di cotanta compagine musicale lasciando a nostro avviso anche che gli interpreti potessero esprimersi al meglio.
Bene è stato istruito il coro del Regio da Martino Faggiani, di cui abbiamo apprezzato l’amalgama e l’impasto vocale. Il coro di voci bianche di Gabriella Corsaro ha animato con dolcezza e precisione la canzoncina del giglio per Desdemona.
Recita molto gradita con ovazioni per Park, Ventre e Florian e calorosi applausi per gli altri interpreti ed il direttore.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
 e direttore                              Daniele Callegari
Regia, Scene, Costumi          Pier Luigi Pizzi
Maestro Del Coro                  Martino Faggiani
Regista Collaboratore            Massimo Gasparon
Luci                                        Vincenzo Raponi 
Movimenti Coreografici        Gino Potente
Maestro D'armi                     Renzo Musumeci Greco
Scenografo Collaboratore     Serena Rocco 
Costumista Collaboratrice     Lorenza Marin 
Assistente Alla Regia             Marco Fragnelli

GLI INTERPRETI

Otello

Rudy Park 
Jago
Marco Vratogna
Cassio
Manuel Pierattelli
Roderigo
Matteo Mezzaro
Lodovico
Romano Dal Zovo
Montano
Stefano Rinaldi Miliani
Un araldo
Matteo Mazzoli
Desdemona
Aurelia Florian
Emilia
Gabriella Colecchia
   
   
   
   
   
   
   
   
     


Maestro concertatore
 e direttore                              Daniele Callegari
Regia, Scene, Costumi          Pier Luigi Pizzi
Maestro Del Coro                  Martino Faggiani
Regista Collaboratore            Massimo Gasparon
Luci                                        Vincenzo Raponi 
Movimenti Coreografici        Gino Potente
Maestro D'armi                     Renzo Musumeci Greco
Scenografo Collaboratore     Serena Rocco 
Costumista Collaboratrice    Lorenza Marin 
Assistente Alla Regia             Marco Fragnelli

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA
CORO DI VOCI BIANCHE E GIOVANILI ARS CANTO “GIUSEPPE VERDI”

Maestro del coro di voci bianche
GABRIELLA CORSARO
 
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli in italiano e inglese








 Foto Roberto Ricci

BOHEME, G. PUCCINI - TEATRO GRANDE DI BRESCIA, VENERDI' 2 OTTOBRE 2015






Il progetto che debuttò nel 2012 con successo al Macerata Opera Festival approda al Grande di Brescia per inaugurare la nuova stagione d’Opera con la Bohème di Puccini secondo Leo Muscato. In questo allestimento il regista ha visto un parallelismo tra i famosi disordini rivoluzionari della capitale francese di metà Ottocento e la rivoluzione a tutto campo che si svolse nel Sessantotto del secolo scorso nel nostro paese, immaginando che i poveri ma rampanti giovani bohèmien potessero essere trasportati a quell’epoca in cui anche i nostri ragazzi  fecero sentire forte la voce di protesta. Così la La Barriera d'Enfer qui diventa una fonderia ove gli operai sono sfruttati e sottopagati in ambiente malsano e sfilano con cartelloni di protesta per ottenere condizioni lavorative più umane, mentre i gendarmi cercano di sedare lo scompiglio. Mimì, la dolce fioraia di Puccini, pur conservando il carattere che da sempre contraddistingue questo ruolo,  non è altro che una delle tante operaie della nostra storia recente intossicata da ciò che respira a lavoro e per questo vittima della sua stessa condizione sociale. 
Il viaggio nella Bohème di Muscato passa dalla realtà visiva con sottofondo storico-sociale, all’astratto dei sentimenti umani, sottolineando con forza e, a nostro avviso in certi casi in maniera troppo marcata, gli stati d’animo dei quattro protagonisti e delle loro amiche, che passano da una rassegnazione ingenua e spensierata, alla stessa rassegnazione aggravata dal dolore. La scenografia creata da Federica Parolini si innesta in questo tessuto registico divenendo sempre più cupa man mano che la storia avanza: primo quadro intriso del colore dei dipinti posti in una soffitta scarna ma vivace, se non altro per l’energia degli inquilini; il caffè Momus del secondo quadro sembra invece un disco/ pub piuttosto kitsch con qua e là motivi zebrati negli allestimenti. Si cambia decisamente con il terzo quadro ove la protesta operaia prende vita nella ‘Fonderia D’Enfer’ sotto la neve fitta, ma allo scomparire dei picchetti, la scena è giustamente incentrata sulle due coppie che rinnovano i propri sentimenti. Una tenda da campeggio offre ospitalità alle effusioni di Musetta e Marcello mentre Mimì e Rodolfo si stringono fuori incuranti del freddo. Niente soffitta che difatti sparisce al volo nell’ultimo quadro: i ragazzi impacchettano tutto quando sopraggiunge Mimì moribonda su di un letto d’ospedale con medici ed infermiere a confermarne lo stato di malattia terminale.

Il viaggio è così compiuto, la parabola della vita ha catapultato i giovani artisti verso la dura e fredda realtà.
Stile anni sessanta naturalmente gli abiti di Silvia Aymonino facilmente identificabili soprattutto dai motivi stampati sugli abiti femminili.

Nel cast di giovani troviamo innanzitutto una davvero ottima Maria Teresa Leva che ci ha convinti da tutti i punti di vista. La Mimì che interpreta qui è una lavoratrice forte e coraggiosa, povera ma dignitosissima nei gesti e negli sguardi cha sa condire di dolcezza e malizia quando in compagnia di chi le interessa. Il timbro è solido dalla pasta ricca e duttile, supportato da tecnica vocale e preparazione. Meravigliosa la resa di ‘…e la man tu mi prendevi’ , glissando e smorzando come se effettivamente stesse per venir meno, così come riuscitissimo l’ultimo sospiro: ‘..e dormire’ emesso con precisione ma effettivamente morente e straniante, gran classe!

Le si affianca un generoso Matteo Lippi, spensierato Rodolfo finché la vita gli consente di andare avanti, ma il cuor che duole e la miseria lo rendono sempre più vulnerabile. Abbiamo già incontrato il tenore in questo ruolo e ci sembra notare una certa maturazione dal punto di vista interpretativo, molto più centrato nel personaggio anche grazie ad una regia che come detto amplifica atteggiamenti e situazioni. La sua voce morbida e delicata è atta a sottolineare soprattutto l’aspetto elegiaco del suo essere.

Bene il Marcello di Sergio Vitale, altro anello fondamentale della cerchia di amici e artisti, che si trova impelagato in una storia di odio-amore con la furbetta ma buona Musetta. Ci piace il colore della sua voce scura e penetrante che aggiunge calore e robustezza alla sua interpretazione viva ed efficace.
La sua Musetta Larissa Alice Wissel invece è un po’ troppo ed esclusivamente civettuola, complice certo la regia che la vede come una specie di soubrette tutta paillettes e poco cervello, ma anche dal punto di vista vocale ha tenuto sempre un atteggiamento eccessivo colpendo il suono negli attacchi che risultano scattosi e nell’emissione che talvolta stride anche in acuto.

Alessandro Spina risolve il suo Colline con cuore e sentimento, in linea con i suoi compagni di sventura/avventura, coronando la sua serata con una buona ‘vecchia zimarra’.
Il meno felice dei quattro è parso lo Schaunard di Paolo Ingrasciotta, che abbiamo applaudito in tutt’altro repertorio e che qui forse non trova una sua appropriata collocazione: eccessivamente caricato nel fare il giovane ganzo e a briglia sciolte, che il regista talvolta ha voluto quasi sciocchino, come ad esempio nella scena dei balletti nel quarto quadro che a nostro avviso è sì ironica, ma affatto demenziale.

Il folto cast vede infine un ottimo e simpatico Paolo Maria Orecchia come Benoit / Alcindoro, il sergente dei doganieri di Eugenio Bogdanowicz col doganiere Victor Andrini, ed il venditore ambulante di Mattia Rossi col Parpignol Daniele Palma, che entra in scena col coloratissimo e grazioso armamentario ambulante dei suoi giocattoli.
Sempre piacevole assistere ad un coro giovanile ben preparato come quello dell’ Istituto Monteverdi di Cremona di Hector Raul Domiguez, i cui bimbi indossavano dei cappellini natalizi. Preparato invece da  Antonio Greco è l’ottimo coro di OperaLombardia.

Infine l’orchestra è guidata dal Maestro Giampaolo Bisanti, il quale ogni volta che dirige un capolavoro di Puccini sembra trovare nuovi spunti e nuove attenzioni nei confronti della partitura, sempre al servizio dello spettacolo e dei cantanti che dirige: non un mero accompagnamento al canto, ma un sottolineare sfumature e dinamiche con colori ed accenti che fanno il suono ricco, avvolgente, in sintesi immenso.

Il pubblico si è scaldato man mano nella serata tributando al termine un bel successo con calorosi applausi per tutti i protagonisti, il direttore ed anche gli ideatori dell’allestimento.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Giampaolo Bisanti
e direttore    
Regia                                     Leo Muscato

Scene                                     Federica Parolini
Costumi                                 Silvia Aymonino
Light designer                       Alessandro Verazzi
Maestro del coro                   Antonio Greco
Maestro del coro di voci bianche    Hector Raul Domiguez


GLI INTERPRETI

Rodolfo                                   Matteo Lippi
Marcello                                 Sergio Vitale
Schaunard                              Paolo Ingrasciotta
Colline                                    Alessandro Spina
Benoit / Alcindoro                  Paolo Maria Orecchia
Mimi'                                      Maria Teresa Leva
Musetta                                  Larissa Alice Wissel
Parpignol                                Daniele Palma
Un venditore ambulante        Mattia Rossi
Un sergente dei doganieri    Eugenio Bogdanowicz
Un doganiere                         Victor Andrini

ORCHESTRA I POMERIGGI MUSICALI DI MILANO
CORO OPERALOMBARDIA
CORO VOCI BIANCHE ISTITUTO MONTEVERDI DI CREMONA – PROGETTO MOUSIKE’
BANDA DI PALCOSCENICO ISIDORO CAPITANIO BRESCIA

ALLESTIMENTO DEL MACERATA OPERAFESTIVAL
COPRODUZIONE TEATRI OPERALOMBARDIA E FONDAZIONE I TEATRI DI REGGIOEMILIA






Foto Umberto Favretto

LA CAMBIALE DI MATRIMONIO, GIOACHINO ROSSINI – VENEZIA, TEATRO LA FENICE, MERCOLEDI’ 9 SETTEMBRE 2015





La prima delle farse comiche in un atto del poco più che adolescente Gioachino Rossini torna questa volta al Teatro la Fenice con l’allestimento che nel 2013 fu una deliziosa produzione per il progetto Atelier al Malibran. In un pout-pourri di temi cari al teatro buffo del settecento si dipana la vicenda in verità semplice che oppone due giovani innamorati ad un vecchio genitore burbero e calcolatore. Nonostante possa sembrare raccapricciante il tema di fondo, ossia voler ‘vendere’ la propria figlia con tanto di cambiale che ne certifichi l’acquisizione, è tale la leggerezza con cui si susseguono le scene che scorrono come un fiume in piena, che a noi resta solo il buon umore per quanto visto e quasi non ci si accorge del tempo che passa. Complice certo il libretto di Gaetano Rossi, ma naturalmente e soprattutto la musica di Rossini fresca e carica di giovane impeto. Gli interpreti non hanno tregua nell'azione resa frizzante da gag che inducono spesso al sorriso, per quello che in fin dei conti è un fatto verosimile portato fino all’assurdo, noto a quel tempo per la omonima commedia di Camillo Federici. Come già riportammo a suo tempo la vicenda secondo il regista ed ex grande interprete rossiniano Enzo Dara è trasportata dal suolo inglese alla nostra Venezia, non solo rappresentata dai romantici scorci che si intravedono dalla elegante casa del ricco Tobia Mill, ma  anche sui raffinati costumi dei protagonisti, in linea con l’epoca del compositore e davvero molto belli da vedere, opera di Federica Miani. Tra le pareti di casa Mill, a cura di Stefano Crivellari, abbiamo ritrovato anche i servitori/maschere del carnevale veneziano che con i loro muti siparietti hanno contribuito a rendere frizzante lo spettacolo. Il lieto fine riserva anche la sorpresa di una Fannì in dolce attesa da Milfort, per la gioia di uno stupito ma ormai domato papà Tobia.


E se gli avvenimenti scorrono via rapidi, frizzante è la concertazione di Lorenzo Viotti, giovanissima bacchetta alla testa dell’orchestra della Fenice, che impone ritmi serrati allo spettacolo, non mancando certo di slanci lirici soprattutto nell’accompagnare i giovani amanti, si pensi alla delicatezza di ‘Tornami a dir che m’ami’. Fondamentale il contributo di Alberto Boischio al fortepiano.

In tal senso dinamici e spigliati gli interpreti che compongono il piccolo cast dell’opera.
Vero mattatore ed assoluto padrone degli eventi ritroviamo come nella precedente edizione Omar Montanari. Non solo maestro nel canto preciso e dal timbro vocale voluminoso, ma anche attore consumato e collante di tutto il cast. Il tanto desiderato genero Slook è un brillante Filippo Fontana, che eccelle molto più in recitazione che in canto. Altro ritorno nel cast è quello della giovane Marina Bucciarelli come Fannì. La voce è squillante e facilmente si lancia in acuto, l’interprete è sempre fresca e disinvolta. Discreto l’innamorato Edoardo Milfort impersonato da Francisco Brito, che ha sì una bella voce dal velluto morbido, ma potrebbe affrontare la parte con ancora più slancio emozionale. Norton è un buon Claudio Levantino partecipe e disinvolto; mentre ritorna Rossella Locatelli come Clarina, dalla voce interessante dotata di un certo volume, anch’ella con buone capacità interpretative. Applaudita soprattutto per la sua aria ‘Anch’io son giovane’.

Teatro pieno di pubblico festante che ha attribuito molti applausi a tutti gli interpreti, al giovane direttore ed al regista che ci ha omaggiato della sua presenza.


Maria Teresa Giovagnoli  



LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Lorenzo Viotti
regia                                       Enzo Dara
scene                                      Stefano Crivellari
costumi                                  Federica Miani
luci                                         Elisa Ottogalli
maestro al fortepiano           Alberto Boischio

GLI INTERPRETI

Tobia Mill                             Omar Montanari
Fannì                                     Marina Bucciarelli
Edoardo Milfort                   Francisco Brito
Slook                                      Filippo Fontana

Norton                                   Claudio Levantino
Clarina                                  Rossella Locatelli

Orchestra del Teatro La Fenice
 

Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice


progetto Atelier della Fenice al Teatro Malibran




Foto Michele Crosera

I CARMINA BURANA TORNANO A RIEMPIRE L’ARENA DI VERONA – MARTEDI’ 25 AGOSTO 2015





Torna col medesimo successo dell’anno scorso il più noto componimento di Carl Orff all’Arena di Verona. L’impianto scenografico resta sostanzialmente quello del 2014, eccezion fatta per il fuochi d’artificio sospesi per questa edizione. Molti cambi di luce dai toni forti colorano lo sfondo dei gradoni arricchendoli di effetti visivi, con qualche arredo preso in prestito dalle produzioni in corso. Si ripete dunque il giro della Ruota della Fortuna cantata dai Clerici vagantes, da cui prende il via e ritorna l’intero corpus di 24 poemi, musicati ex novo dal compositore tedesco nel ‘37 del secolo scorso, non prendendo in considerazione quanto riportato su alcuni manoscritti, che come sappiamo contenevano oltre trecento canti. I temi goliardici e conviviali, amorosi e persino moraleggianti con cui immaginiamo si arricchissero le feste di questi studenti girovaghi, si sposano con le melodie ed i ritmi che Orff ha reso moderni e davvero avveniristici anche per la sua epoca, divenendo unici e riscuotendo tanto consenso ancora oggi ogni volta che li si esegue

Nonostante una amplificazione a nostro avviso eccessiva se non addirittura superflua, l’intera serata così particolare ha trovato ancora una volta nel Maestro Andrea Battistoni il condottiero ideale, certo per energia ma anche polso nel coordinare e domare orchestra, coro areniano di Salvo Sgrò e doppio coro di voci bianche diretti da Paolo Facincani e Marco Tonini che, grandi protagonisti di questa cantata, come spesso ribadito trovano formazione vincente l’essere compatti e disposti su file.  Il risultato è un equilibrio di suoni che in brani come il classico O fortuna seguito da Fortuna plango vulnera, oppure Veni, veni, venias, ecc.. risultano ricchi e avvolgenti; si fanno austeri o intimistici, ad esempio con Veris laeta facies o Amor volat undique; mentre non manca una certa lievità gioiosa in brani come Floret silva nobilis, Estuans interiusIn taberna quando sumus, per citare solo alcuni esempi di questa ricchissima raccolta. 

Mario Cassi si esprime molto bene e con voce sicura nel suo registro baritonale, ci convince meno nel falsetto, ma è interprete attento e molto espressivo.
Jessica Pratt è perfettamente a suo agio con la partitura e regala un prezioso affresco vocale con i suoi delicati interventi, coronati dal dolcissimo In trutina.     
Raffaele Pe ritorna ad interpretare con ironia il povero cigno allo spiedo in Olim Lacus colueram.

Successo pieno e festoso come ad un concerto rock per tutti i solisti, il coro ed il direttore.
Dispiace che eventi del genere non siano stati programmati per la stagione successiva, speriamo che per il futuro ci sia la possibilità di arricchire ancora il cartellone con serate come questa, peraltro molto amate e di forte richiamo.

Maria Teresa Giovagnoli




Direttore d'Orchestra          Andrea Battistoni
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Baritono                                Mario Cassi
Soprano                                 Jessica Pratt
Controtenore                        Raffaele Pe



Coro di Voci bianche A.LI.VE diretto da Paolo Facincani
Coro di Voci bianche A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini
Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona






Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

AIDA, GIUSEPPE VERDI – ARENA DI VERONA, CAST DI MARTEDI’ 11 AGOSTO 2015



                                         Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona


A stagione ormai inoltrata la Fondazione Arena di Verona decide di puntare su un cast completamente diverso per le recite dell'Aida zeffirelliana in scena nella settimana di Ferragosto, che dunque siamo tornati a vedere spinti da molto interesse e curiosità. Lo spettacolo già recensito la sera della prima ha visto come allora sul podio la energica direzione del Maestro Andrea Battistoni alla testa dell’orchestra areniana, mentre come novità della serata registriamo innanzitutto il gradito ritorno di Amarilli Nizza, ormai affezionata veterana del palco veronese, e per la prima volta in Arena l'attesissimo Gregory Kunde.

Nel ruolo di Aida Amarilli Nizza ritrova la consueta carica emotiva, uno slancio di forza e carattere che non delineano una semplice schiava reietta e rinunciataria, ma una donna che ha nel cuore la nobiltà del rango ormai perduto e la passione degli animi innamorati, sottolineate dalla sua voce che come sempre riempie l’anfiteatro  ricca e  piena di energia.

Figura di straordinario carisma Kunde non ha deluso le aspettative confermandosi uno dei tenori più in forma del momento. Il fraseggio perfetto, la capacità di dosare il suono sempre in funzione della parola e del suo significato, l’incredibile scioltezza con cui raggiunge le vette della sua tessitura vocale e la profonda immersione nel ruolo confezionano per lui un’altra interpretazione vincente.

Poco convincente invece Sanja Anastasia come Amneris: il suono è talvolta intubato e gli attacchi non sempre precisi risuonano spinti; il personaggio inoltre sembra soffrire più di furore irragionevole che di nobile afflato passionale.

Autorevole quasi da incutere soggezione l’Amonasro di Marco Vratogna, grazie anche al carattere particolarmente scuro della voce, come buono anche il Re di Roberto Tagliavini. Molto apprezzato Marco Spotti  tanto per interpretazione quanto per il colore splendido della voce ambrata che nobilita il suo Ramfis. Come messaggero abbiamo ritrovato Francesco Pittari, mentre la sacerdotessa questa volta era Francesca Micarelli.
Ricordiamo infine il coro diretto da Salvo Sgrò ed i ballabili ad opera di Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo.

Applausi convinti per tutti con punte di entusiasmo per Nizza e Kunde.
Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra           Andrea Battistoni
Regia e scene                        Franco Zeffirelli
Costumi                                 Anna Anni
Coreografia                           Renato Zanella
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Direttore
del Corpo di Ballo                 Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                Giuseppe De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI

Il Re                                       Roberto Tagliavini   
Amneris                                 Sanja Anastasia 
Aida                                       Amarilli Nizza   
Radamès                               Gregory Kunde 
Ramfis                                   Marco Spotti   
Amonasro                              Marco Vratogna   
Un Messaggero                    Francesco Pittari 
Sacerdotessa                         Francesca Micarelli   

Primi Ballerini                      Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo

Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona


Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona



  

ROMÉO ET JULIETTE, C. GOUNOD – ARENA DI VERONA, SABATO 8 AGOSTO 2015






Anche per la stagione 2015 l’ultimo titolo in cartellone all’Arena di Verona è Roméo et Juliette di Gounod con l’allestimento creato da Francesco Micheli nel 2011. Al suo quinto anno consecutivo in scena dobbiamo dire che non risulta per nulla ripetitivo ed anzi conserva ancora il sapore gioviale della freschezza innovativa che colpì a suo tempo. Come sottolineato più volte vi è un’ottima fusione tra la classicità dell’eterno racconto shakespeariano ed il modo avveniristico di rappresentarlo, con un profluire di impalcature, scale mobili e strampalati mezzi luminescenti, opera di Edoardo Sanchi, e i coloratissimi costumi di Silvia Aymonino arricchiti da strutture simil - metalliche. Il tutto è sottolineato dalle altrettanto colorate luci di Paolo Mazzon, che marcano tanto le passioni dei protagonisti quanto le opposte fazioni delle loro famiglie. Il ritmo dell’azione è incalzante, non sussistono tempi morti e magnifica è l’elegia creata quando gli innamorati si dichiarano, con un gioco di sguardi, piccole rincorse e saliscendi tra le scene. Anche gli altri personaggi hanno una specifica collocazione che ne sottolinea le caratteristiche, si pensi al Frère Laurent posto nella sua multi sfaccettata chiesetta, al Duc de Vérone che sentenzia l’esilio dall’alto del suo gigantesco pulpito dorato, o a Capulet posto anch’egli in alto a rappresentare l’autorità sulla figlia. Infine completano la ricca offerta sul palcoscenico i balletti del corpo di ballo della Fondazione coreografati da Nikos Lagousakos. Insomma un allestimento felicissimo e a dir poco spumeggiante.

Ben si adatta al contesto giovane e romantico la Juliette di Irina Lungu, che unisce al candore del personaggio la giusta malizia nella conquista e la forza di una ragazza già delusa dalla pur giovane vita. Conferma di possedere una facilità nel canto elegiaco con buona uniformità di registro, toccando l’apice certo nei duetti col suo Roméo, ma soprattutto nella scena del veleno, vissuta intensamente tra il dubbio ed il coraggio.

Il fresco ed irruento Roméo è un Giorgio Berrugi che possiede sì un dolce e sinuoso timbro vocale che può adattarsi molto bene all’idea di un giovane e trepidante innamorato, ma avremmo preferito l’interprete più attivo sul piano attoriale.

Torna positivamente ad indossare i panni di Mercutio Michael Bachtadze la cui voce bruna e tornita si adatta bene al ruolo tutto cuore ed azione; molto espressiva e alquanto sbruffoncella Nino Surguladze nei panni en travesti di Stéphano. Bella voce anche quella di Leonardo Cortellazzi che interpreta un corretto Tybald. Gli impeccabili ed imperiosi ruoli di Frère Laurent e le Duc sono interpretati anche quest’anno rispettivamente da Giorgio Giuseppini, che conferma la sua propensione per ruoli di questo tipo e da Deyan Vatchkov, ancora severo e convincente; meno lo è stato il Capulet di Enrico Marrucci, soprattutto nel primo atto. Tra il petulante a ben donde ed il materno ben si disimpegna Alice Marini come Gertrude, mentre chiudono il cast Francesco Pittari come Benvolio, Nicolò Ceriani, il conte Pâris, ed il Gregorio di Marcello Rosiello.

Meravigliosa è la conduzione che il Maestro Daniel Oren offre dell’orchestra areniana. Sono infiniti i colori che animano la partitura tornata a piena vita sotto le mani esperte del Maestro; il suono è ricco e perfettamente bilanciato tra le sezioni, gli archi risuonano di una poesia che in taluni punti sfiora la commozione. Il ritmo degli eventi è sottolineato da dinamiche stringenti e i protagonisti sono esaltati da una guida dal piglio sicuro ma mai prevaricante. Così anche il coro di  Salvo Sgrò trova una espressività intensa nei suoi interventi vedendo premiato l’impegno e la partecipazione in scena, anche quando ‘ingabbiato’ nell’impalcatura cilindrica.

Il pubblico un po’indisciplinato ha premiato tutti i protagonisti con i consueti apprezzamenti vocali e applausi prolungati, soprattutto per Lungu,  Berrugi e l’amatissimo Maestro Oren.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchesta                        Daniel Oren
Regia                                                 Francesco Micheli
Scene                                                 Edoardo Sanchi
Costumi                                             Silvia Aymonino
Luci                                                   Paolo Mazzon
Coreografia                                      Nikos Lagousakos
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di ballo            Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici           Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Juliette                                               Irina Lungu
Stéphano                                           Nino Surguladze
Gertrude                                           Alice Marini
Roméo                                               Giorgio Berrugi
Tybalt                                                Leonardo Cortellazzi
Benvolio                                            Francesco Pittari
Mercutio                                           Michael Bachtadze
Pâris                                                  Nicolò Ceriani
Grégorio                                           Marcello Rosiello
Capulet                                             Enrico Marrucci
Frère Laurent                                  Giorgio Giuseppini
Le Duc De Vérone                            Deyan Vatchkov

 Orchestra, Coro, Corpo Di Ballo e Tecnici Dell'Arena Di Verona












                               Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

IL BARBIERE DI SIVIGLIA, G. ROSSINI – ARENA DI VERONA, SABATO 1 AGOSTO 2015




Ritorna il Barbiere di Siviglia firmato Hugo de Ana all'Arena di Verona con il suo giardino labirintico in cui si intrecciano le trame ordite dai protagonisti con capofila il barbiere più amato della storia operistica. Vezzose sono le enormi rose che sormontano le siepi sul palco, da cui la natura sembra ammonirci su quanto piccole ed insignificanti siano le beghe umane di fronte alla maestosità del creato che ci sovrasta e circonda. In tale cornice De Ana inserisce personaggi e arredi perfettamente coerenti con l'epoca del compositore grazie ai ricchi abiti colorati e ai dettagli che rendono gli ambienti particolarmente gradevoli, restando sostanzialmente sempre all'interno del giardino. I balletti coreografati da Leda Lojodice costituiscono un piacevole contorno a quanto lo spettatore è chiamato ad osservare e spesso arricchiscono anche l’azione degli eventi.
In questo contesto gli interpreti sono lasciati liberi di aggiungere del proprio ai dettami registici tutto sommato semplici, offrendo quel quid strettamente personale tanto nel gesto quanto nel canto, cosa molto comune per la dinamica e rocambolesca opera rossiniana. 

A cominciare da Figaro, Mario Cassi. Il baritono salta, corre, fa tutto ciò che il ruolo suggerisce, gioca con l'espressività del volto e trasferisce tanto entusiasmo anche nel canto, pur tuttavia non offrendo stavolta una esecuzione a nostro avviso memorabile. Per contro spicca la carica esplosiva di un Bruno De Simone in forma incredibile. Vero animale da palcoscenico il baritono riesce a far risultare simpatico anche il burbero Bartolo. Come non amare i suoi gesti inconsulti che sembrano dettati da vera esasperazione e le espressioni sconsolate da povero vecchio incompreso? Ciò è perfettamente condito con una padronanza della voce di chi ha davvero tanta esperienza sul campo e la usa sempre in funzione del personaggio.

Dalla Rosina di Jessica Pratt ci si aspettava molto ed il soprano ha sfoggiato tutte le sue doti vocali per accontentare il pubblico. La facilità negli acuti, la versatilità nel saltare da un registro all'altro, lo sfoggio di agilità e persino l'esecuzione delle funamboliche Variazioni di Proch per la lezione di canto hanno contribuito a delineare una esecuzione sempre al massimo e forse persino un po’ sopra le righe.
All'opposto Antonino Siragusa come Conte d'Almaviva è stato un mix di certezze e perplessità. Se il personaggio regge per entusiasmo giovanile ed atteggiamento tutto fuoco e ardore per la sua Rosina, sul fronte vocale è parso a tratti scolastico e timoroso, risultando poco coinvolgente proprio nei momenti più significativi.

Roberto Tagliavini è invece un Don Basilio sicuro dalla bella voce profonda e salda che col piglio astuto e furbesco quanto basta porta a casa una serata molto positiva.
Fantastica e ben cantata l'aria di Berta da una brava Silvia BeltramiMolto simpatico il Fiorello/Ambrogio di Nicolò Ceriani; l'ufficiale è Victor Garcia Sierra.

L'orchestra guidata da Giacomo Sagripanti dona eleganza alla rappresentazione grazie a tempi morbidi che raggiungono man mano la giusta concitazione laddove l’azione lo richiede. Il Maestro è attento alle voci degli interpreti che accompagna e supporta in ogni momento con buon equilibrio tra languore elegiaco e brillante leggerezza.
Bene il coro preparato da Salvo Sgrò.

Applausi generosi e prolungati da parte di un pubblico che tra la lunghissima ola e gli applausi di incoraggiamento ha atteso pazientemente l’interruzione che poche gocce d’acqua, per fortuna presto svanite, hanno imposto subito ad inizio del primo atto e poi ha gioito per i fuochi d’artificio che coronano il lieto fine dello spettacolo, salutando con affetto tutti i protagonisti della serata.


Maria Teresa Giovagnoli 



LA PRODUZIONE 

Direttore d'Orchestra                      Giacomo Sagripanti
Regia, scene, costumi e luci  Hugo de Ana
Coreografia di                                  Leda Lojodice
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di ballo            Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                            Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Il Conte D'almaviva                         Antonino Siragusa 
Bartolo                                              Bruno De Simone 
Rosina                                               Jessica Pratt 
Figaro                                                Mario Cassi
Basilio                                               Roberto Tagliavini 
Fiorello                                              Nicolò Ceriani
Berta                                                 Silvia Beltrami 
Ambrogio                                          Nicolò Ceriani
Un Ufficiale                                      Victor Garcia Sierra



Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell'Arena di Verona








Foto ENNEVI per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

CARMEN GALA CONCERT – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 24 LUGLIO 2015






Dopo Roberto Bolle & Friends salutato con un grandissimo successo di pubblico qualche giorno fa, anche il secondo appuntamento speciale all’Arena di Verona ha registrato un buon numero di presenze in una serata decisamente più sopportabile dal punto di vista climatico. L’occasione è stata il Carmen Gala Concert, un omaggio all’opera di Bizet che da tanti anni arricchisce il cartellone del Festival e di cui sono stati proposti i momenti salienti alternati agli interventi del giovanissimo violinista Giovanni Andrea Zanon e del noto mandolinista Jacob Reuven.

Protagonista assoluta della serata, Anita Rachvelishvili è parsa decisamente a suo agio in un ruolo che ormai la identifica in ogni parte del mondo. La sua Carmen è quasi un alter ego per la cantante georgiana che gioca con il personaggio non solo scenicamente ma anche vocalmente, mostrando che la sua possente voce può permettersi anche dei meravigliosi pianissimo che rendono ancora più sensuale l’esecuzione, e dosando gli acuti con intelligenza: una artista decisamente di classe.
Già apprezzata nel ruolo anche la Micaela di Irina Lungu la cui vocalità le consente di coniugare una particolare dolcezza espressiva con la linearità del canto morbido e uniforme in tutta la gamma del suo registro.
Carlo Ventre si mostra più a suo agio in questa serata rispetto a quanto abbiamo ascoltato nell’Aida del mese scorso, complice forse il minor carico esecutivo; il suo è un Don José virale e molto spinto che però non nasconde ancora qualche intemperanza sull’acuto.
Escamillo è un Dalibor Jenis intenso e sanguigno nell’aria Votre toast, je peux vous le rendre, mentre completano il cast di questa suite operistica le gagliarde amiche di Carmen, Alice Marini e Francesca Micarelli (Mercedes e Frasquita) con Nicolò Ceriani e Victor Garcia Sierra come Morales e Zuniga.

Con la Carmen Fantasy, per violino e orchestra di Sarasate Giovanni Andrea Zanon ha creato un giusto ponte tra la prima e la seconda parte dello spettacolo; l’esecuzione notoriamente molto tecnica ed eseguita con incredibile sicurezza dal violinista veneto è stata salutata da un autentico trionfo con diverse chiamate alla ribalta.
Altrettanto suggestiva ed apprezzata l’esecuzione di Jacob Reuven del brano di AlbénizAsturias, per mandolino e Orchestra, un’oasi di fascino, sentimento e perizia esecutiva mai fine a se stessa.

Ad incorniciare l’esecuzione degli artisti e dell’orchestra il corpo di ballo preparato da Renato Zanella nei classici costumi tradizionali con coreografie ispirate naturalmente alla cultura andalusa.

Decisamente in vena di festa il Maestro Omer Meir Wellber ha condotto l’orchestra posta in scena con grande entusiasmo accompagnando passo passo gli interpreti ed i solisti, senza cadere nella banalità di ritmi accelerati o clangori eccessivi; l’orchestra ha saputo anche creare atmosfere delicate e sottolineare le diverse atmosfere delle arie eseguite. Intensa la fusione con i solisti ospiti con cui il direttore ha creato un’ottima complicità.

Lo spettacolo come detto si è rivelato un bel successo di pubblico che ha applaudito tutti i protagonisti con entusiasmo gioioso.


Maria Teresa Giovagnoli

ALLESTIMENTO

Direttore d'Orchestra           Omer Meir Wellber
Maestro del Coro                  Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di Ballo Renato Zanella
Coreografia                           Renato Zanella

GLI INTERPRETI

Violino Solista                       Giovanni Andrea Zanon
Mandolino Solista                 Jacob Reuven
Carmen                                  Anita Rachvelishvili
Don José                                Carlo Ventre
Micaela                                  Irina Lungu
Escamillo                               Dalibor Jenis
Morales                                 Nicolò Ceriani
Zuniga                                   Victor Garcia Sierra
Mercedes                              Alice Marini
Frasquita                               Francesca Micarelli


IL PROGRAMMA

Prima parte

Georges Bizet - Carmen:
- Preludio
- La cloche a sonné (Coro)
- L’amour est un oiseau rebelle (Carmen, Coro)
- Parle-moi de ma mère!
(Micaela, Don José)
- Près des remparts de Séville (Carmen, Don José)

Pablo de Sarasate
Carmen Fantasy
, per violino e orchestra

Seconda parte

Georges Bizet - Carmen:
- Les tringles des sistres tintaient (Carmen, Frasquita, Mercédès)
- Votre toast, je peux vous le rendre (Escamillo)

Isaac Albéniz
Asturias, per mandolino e Orchestra

Georges Bizet - Carmen:

- La fleure que tu m’avais jetée (Don José)
- Entr'acte atto III
- C’est des contrebandiers (Micaela)
- Entr'acte atto IV
- A deux cuartos (Coro)
- Les voici! Les voici! (Coro)
- C’est toi, c’est moi (Carmen, Don José, Coro)



Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona 








FOTO ENNEVI FONDAZIONE ARENA DI VERONA



MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – OPERA DI FIRENZE, MARTEDI’ 21 LUGLIO 2015


Per questa produzione estiva di Madama Butterfly in scena all’Opera di Firenze Fabio Ceresa sceglie di costruire l’intero spettacolo principalmente intorno ai personaggi ed alle loro emozioni, giocando molto sulla loro caratterizzazione, pur lasciando una certa libertà nelle piccole azioni. L’impatto visivo è difatti è assai sobrio grazie ai pochissimi dettagli che lasciano più immaginare che vedere. Le scene di Tiziano Santi prevedono semplicemente dei pannelli che scorrono lungo il palcoscenico per richiamare  la casetta di Cio-Cio-San. Talvolta l’azione si svolge proprio dietro di essi lasciando appunto immaginare o intravedere l’azione in corso. Solo al centro compare l’elemento principale di questo allestimento: una passerella semi sospesa immersa in un paesaggio sottolineato più che altro dalle luci di Fiammetta Baldiserri, ove la sventurata giapponese compare all’inizio con le sue amiche, vi si reca successivamente a scorger l’orizzonte in attesa dell’agognato amore e dove infine si compie il suo destino di morte; un simbolo dunque di attesa, di passaggio e dello scorrere del tempo implacabile.

Diversamente sono molto vistosi e colorati i costumi di Tommaso Lagattolla che aiutano a sottolineare appunto le diverse peculiarità dei protagonisti: tanto colore e cura nei dettagli per abbigliare la fresca e dolce Butterfly, semplicità per una davvero anziana Suzuki che sembra quasi una divinità giapponese, una classica divisa per Pinkerton, costumi tradizionali per Goro e Bonzo (cui si sottolinea l’aspetto molto rozzo) e tinte forti per l’abito del Principe Yamadori, evidentemente visto come un inopportuno pagliaccio. Insomma soprattutto uno spettacolo di caratteri, di emozioni e di vibrazioni.

Con una impostazione del genere non poteva che emergere l’interpretazione di Amarilli Nizza. I piccoli gesti, gli sguardi ingenui e l’incedere lieve si coniugano con la forza e l’orgoglio di chi è costretto a crescere di colpo e scontrarsi con la realtà e la disillusione. Fulgido esempio di canto sulla parola, il soprano conosce ormai ogni sfaccettatura del personaggio che grazie alla sua voce potente e corposa vibra e palpita in lei  arrivando dritto al cuore di chi ascolta.

Lontano dalle attese Giuseppe Gipali nel ruolo di Pinkerton. Il tenente della marina qui non brilla né per colore vocale né per volume: troppo indietro è la voce per uscire dall’immenso palco ed il suono appare impastato risultando talvolta quasi fastidioso.

Ormai inossidabile nel ruolo di Suzuki Manuela Custer ha potuto offrire anche qui una sua versione molto spirituale: una donna avanti negli anni che con la saggezza acquisita guida passo passo la povera padroncina verso il suo destino, forte di una voce sicura cui aggiunge in questo caso una particolare severità espressiva.

Uno Sharpless di classe è quello interpretato da Dario Solari dal piglio austero ma compassionevole, espresso da una voce calda e brunita.
Roberto Covatta è un ottimo Goro di cui abbiamo apprezzato particolarmente il colore chiaro ed acuto.
Ttra gli innumerevoli ruoli di contorno si sono distinti Alessandro Calamai che si cala con spirito nei panni di un principe Yamadori quasi caricaturale nei gesti e soprattutto nel vestire; Abramo Rosalen interpreta uno zio Bonzo parecchio espressivo, mentre la signora Pinkerton è una discreta Milena Josipović. Completano il cast le parenti di Cio-Cio-San: Sabina Beani, Katja De Sarlo e Laura Lensi, mentre il commissario imperiale, l’ufficiale del registro e Yakuside sono rispettivamente Ivan Marino, Vito Luciano Roberti e Diego Barretta.

L’approccio del Maestro Giampaolo Bisanti nel condurre l’orchestra del Maggio in questo spettacolo è pressoché perfetto. Il suono segue l’evoluzione degli eventi e si arricchisce di nuovi colori man mano che le emozioni crescono; intimo all’inizio, quasi a voler sottolineare le romantiche illusioni della giovinetta, diventa sempre più drammatico e profondo fino all’apoteosi dell’harakiri. Come sempre massima è l’attenzione del Maestro al palcoscenico ponendo sempre i cantanti a proprio agio permettendo loro di esprimere al meglio le qualità vocali ed interpretative.  
Il coro  molto partecipe è preparato da Leonardo Andreotti.

Autentico trionfo per la protagonista al termine e soddisfazione generale per lo spettacolo con pubblico festante in piedi. Siamo contenti per il Maggio Musicale Fiorentino che ha visto finalmente quasi riempito questo immenso teatro dell’Opera.  

Maria Teresa Giovagnoli


LAPRODUZIONE

Direttore                    Giampaolo Bisanti
Regia                          Fabio Ceresa
Scene                          Tiziano Santi
Costumi                     Tommaso Lagattolla
Luci                            Fiammetta Baldiserri
Maestro del Coro      Leonardo Andreotti

GLI INTERPRETI

Cio Cio San               Amarilli Nizza
Pinkerton                  Giuseppe Gipali
Sharpless                   Dario Solari
Suzuki                       Manuela Custer
Goro                          Roberto Covatta
Lo zio Bonzo             Abramo Rosalen
Il Principe
Yamadori                  Alessandro Calamai
Kate Pinkerton         Milena Josipović

Il Commissario
Imperiale                   Ivan Marino
Yakuside                   Diego Barretta
L’ufficiale
del registro                Vito Luciano Roberti

Madre                       Sabina Beani
Cugina                       Katja De Sarlo
Zia                              Laura Lensi

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Nuovo allestimento in coproduzione con la Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari

                                      
                                         Fotografia di Carlo Cofano dal Petruzzelli di Bari

LA BOHÈME, G. PUCCINI – TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI, MARTEDI’ 14 LUGLIO 2015



Secondo titolo della Stagione Estiva del Teatro San Carlo, La Boheme di Giacomo Puccini.
Lo spettacolo efficace e pieno di poesia di Francesco Saponaro, seppur una ripresa di una Boheme in decentramento del 2012, mostra, nello spazio del San Carlo, una luce tutta fresca e nuova, piena di aderenze stilistiche al libretto ma con delle suggestioni d’altri tempi; bellissimo il fondale di Parigi innevata in una atmosfera quasi rarefatta sullo sfondo del secondo atto. Le scene e i costumi di Lino Fiorito si inseriscono anch’essi nel solco di una tradizionale visione del capolavoro pucciniano, molto belle e curate le luci di Pasquale Mari


La direzione d’orchestra di Stefano Ranzani è di bella qualità.
Molto attento agli equilibri con il palcoscenico ed alla creazione di una lettura tesa ed incalzante con momenti di sospensione e pathos nel terzo e nel quarto atto.
Ottimi gli interventi del Coro diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate splendidamente.

Erika Grimaldi nel ruolo di Mimì offre una lettura del personaggio emotivamente interessante e densa di passione. La sua prima aria è cantata con un sostegno dei fiati mirabile ed un legato da manuale. Splendida nel duetto conclusivo del primo atto. Tocca tinte forti e tragiche nel terzo e si abbandona con ottima tecnica e voce molto ben proiettata nel quarto.

Splendido il Rodolfo di Gianluca Terranova; la voce è di qualità superiore, il fraseggio sempre infiammato e pieno di ardore (sempre un giovane innamorato è Rodolfo!), la proiezione di tutti i registri è omogenea, priva di forzature e il legato è davvero notevolissimo. Un grande tenore che il pubblico ha giustamente apprezzato ed acclamato a gran voce!

Di rilievo il Marcello di Alessandro Luongo dalla voce tornita e sicura come pure l’ottimo Biagio Pizzuti che ha disegnato un perfetto Schaunard.

Nota di lusso il Colline di Andrea Concetti che presta la sua eleganza e la sua sensibilità di Artista ad un ruolo che rende in modo impeccabile. Raramente mi sono emozionata così tanto per l’Aria “Vecchia zimarra”.

Più di un gradino sotto la Musetta di Anna Maria Sarra che, pur disinvolta e “civettuola” quanto basta ha una voce ruvida, priva di armonici nell’ottava centrale e con gli acuti tirati e poco rifiniti.

Ottime tutte le parti di fianco con Matteo Ferrara nel doppio ruolo di Benoit/Alcindoro, Luigi Strazzullo in quello di Parpignol, Antonio De Liso in quello del Sergente e Mario Thomas in quello del Venditore Ambulante.

Al temine caloroso successo per l’intera compagnia con punte di entusiasmo per Terranova.

Rosy Simeone

LA  PRODUZIONE

Direttore                     Stefano Ranzani
Regia                             Francesco Saponaro
Scene e costumi         Lino Fiorito
Luci                               Pasquale Mari

Maestro del Coro      Marco Faelli
Direttore del Coro
di Voci Bianche          Stefania Rinaldi



GLI INTERPRETI

Interpreti
Mimì                           Erika Grimaldi
Musetta                      Anna Mar

ia Sarra
Rodolfo                       Gianluca Terranova 
Marcello                     Alessandro Luongo
Benoît                          Matteo Ferrara

Schaunard                  Biagio Pizzuti
Colline                        Andrea Concetti
Alcindoro                    Matteo Ferrara
Parpignol                       Luigi Strazzullo
Sergente dei 
Doganieri                     Antonio De Liso
Venditore
Ambulante                    Mario Thomas

Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo





Foto Teatro San Carlo

NORMA, V. BELLINI – TEATRO REGIO DI TORINO, VENERDI’ 17 LUGLIO 2015





Un peasaggio sospeso nel tempo svelato da pareti rocciose che scorrono sul palcoscenico illuminato soltanto da riflessi lunari, in lontananza poche nuvole offuscano un cielo dalle sfumature brunite che rimane pressocché tale per tutto il tempo; pochi accenni al tempio che è casa e prigione della grande sacerdotessa gallica ci rimandano ad una gloria decaduta ma che ancora persiste nei suoi resti, con statue monche e colonne spezzate come fossimo tra rovine archeologiche in cui un sogno dalle tinte fosche rivive ancora una volta sul palcoscenico. 

Questa la Norma di Bellini creata nel lontano 2002 da Alberto Fassini e ripresa quest'anno da Vittorio Borrelli nell'ambito del progetto The best of Italian opera per l'Expo 2015, visualizzata dalle scene di William Orlandi che cura anche i costumi, mentre la magia delle luci di Andrea Anfossi contribuisce ad arricchire di languore e per certi versi nostalgico mistero l'operato degli interpreti.
Il capolavoro belliniano si avvale di un cast molto amato dal pubblico che difatti si è mostrato generoso e partecipe.

Nel ruolo eponimo troviamo la meravigliosa Maria Agresta. Da donna immersa nei ricordi amorosi e pericolosamente affini a quelli dell'amica novizia Adalgisa si tramuta in sacerdotessa ferita e straziata dal tradimento. Il soprano offre il suo miglior canto nei corposi centri mostrando sempre un fraseggio morbido con punte di diamante i suoi dolci pianissimo. Ma è nel secondo atto che la sua voce trova terreno ancor più fertile aggiungendo alla solennità della parola note di carattere e drammaticità. 

Pollione è un temerario e bellicoso Roberto Aronica. Il tenore prova ogni volta forti emozioni e chiaramente sente molto il ruolo in scena, ma dal punto di vista vocale si mostra anche altalenante come in  questo caso, in cui tanta compartecipazione corrisponde qua e là a qualche sofferenza in acuto il cui suono si avvicina al nasale.

Veronica Simeoni conferma le impressioni recentemente registrate nel ruolo di Adalgisa. Il suo canto è ampio ed uniforme, riuscendo anche a svettare in acuto con energia e slancio. L' interprete è incisiva e risolve con nobiltà il dilemma impostole dal destino nello scegliere tra fede ed amore.

Il grande druido Oroveso è un ottimo Riccardo Zanellato dalla voce quasi graffiante che conferisce autorevolezza al personaggio austero ed impeccabile. 
Chiudono il cast un buon Flavio di Andrea Giovannini e Samantha Korbey che fa il suo dovere di confidente pur con una voce un pò piccola per la grande sala del Regio.

Ad accompagnare e sottolineare gli stati d'animo dei protagonisti ancora una bella prova del coro preparato da Claudio Fenoglio.

In ottima forma è parsa l'orchestra del Tetro Regio condotta da Roberto Abbado. Sin dall'apertura con la notissima sinfonia sono chiari la ricchezza di colori e la quantità di accenti atti a sottolineare ogni nota della partitura,  con un'attenzione squisita alle dinamiche che favoriscono un suono ampio, ricco e sempre vario, sì da toccare anche le corde di chi ascolta.

Come detto il pubblico davvero entusiasta ha salutato tutto il cast con gioia quasi da stadio, con ovazioni per Aronica, Agresta, Simeoni.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Roberto Abbado
Regia
Alberto Fassini
ripresa da
Vittorio Borrelli
Scene e costumi
William Orlandi
Luci
Andrea Anfossi
Maestro del coro
Claudio Fenoglio

 GLI INTERPRETI
Norma, druidessa,
figlia di Oroveso 
Maria Agresta
Pollione, proconsole di Roma
nelle Gallie 
Roberto Aronica
Oroveso, capo dei Druidi 
Riccardo Zanellato 
Adalgisa, giovane ministra
nel tempio d'Irminsul 
Veronica Simeoni
Flavio, amico di Pollione tenore
Andrea Giovannini
Clotilde, confidente di Norma

Samantha Korbey

Orchestra e Coro del Teatro Regio

Allestimento Teatro Regio
in coproduzione con Opera Scene Europa di Roma



                                         Foto Ramella&Giannese

ANTONIO CALDARA, DAFNE - PALAZZO DUCALE DI VENEZIA: SALA DELLO SCRUTINIO, lunedì 13 luglio 2015



Nell’ambito del festival ‘Lo spirito della musica di Venezia’ edizione 2015, la Fondazione Teatro La Fenice sceglie di recuperare con una produzione nuova ed uno sforzo logistico non indifferente il dramma pastorale ‘Dafne’ del musicista Antonio Caldara, che fu allestita per la prima volta a Salisburgo nel 1719 in onore dell’arcivescovo della città austriaca, Monsignor Francesco Antonio principe di Harrach, di cui si celebrava l’onomastico, su testo del poeta Giovanni Biavi, attivo presso la corte di Monaco. La storia della ninfa trasformata in alloro per conservare la propria virtù sfuggendo ai suoi innamorati doveva essere un ottimo tema per impressionare il nobile festeggiato. 

Con questo esperimento il regista  Bepi Morassi cerca di ricreare quella che doveva essere l’atmosfera fastosa della corte salisburghese agli inizi del diciottesimo secolo, pensando di utilizzare la meravigliosa Sala dello scrutinio del Palazzo Ducale di Venezia in piazza San Marco per il suo allestimento. Forse l’opera fu creata a suo tempo per spazi ben più ampi atti ad ospitare anche le danze che di fatto sono previste dal libretto alla fine del primo e secondo atto, ma dobbiamo dire che la sala prescelta da Morassi è stata degna ospite di questo divertissement, per il quale sono state utilizzate delle strumentazioni che ricordano molto, o fanno immaginare come potevano essere all’epoca, quelle utilizzate per spettacoli del genere nel millesettecento. Al centro della scena una semplice impalcatura lignea con diverse scale per accedervi e sviluppare l’azione anche intorno ad essa, viene sormontata da pochi macchinari mossi manualmente dai mimi, con carrucole e pedane attivate di volta in volta. 
Ci siamo immaginati lo stupore che avrebbero provato i nobili ospiti dell’arcivescovo nel vedere Febo ascendere letteralmente al cielo declamando i suoi versi grazie ad una pedana sollevata meccanicamente, oppure spalancare gli occhi davanti al marchingegno che avvolgendo del tessuto azzurro simula la trasformazione dell’affranto Peleo in fiume dopo la perdita dell’amata figlia. Per non parlare degli opulenti costumi d’epoca a cura di Stefano Nicolao, cui è affidato proprio l’aspetto più stupefacente dell’intera rappresentazione, che diversamente risulterebbe nel complesso alquanto semplice. 
In questo ambiente i protagonisti si muovono attivamente grazie ad una regia molto dinamica e ci trasportano per qualche ora nella vita di un tempo passato che offre ancora una miriade di lavori da scoprire e che certamente questo Festival ha in serbo per gli anni a venire.

Interessante anche il versante musicale, cui fa testa il sempre più sorprendente Stefano Montanari, ancora una volta nella duplice veste di direttore e strumentista, ormai una certezza nel panorama della musica del settecento, qui alla testa dell’ Orchestra Barocca del Festival. Costituita soltanto dai consueti archi (violini, viola, violoncello e contrabbasso), oboi, un fagotto, corni, una tiorba e naturalmente il clavicembalo, il piccolo ensemble costituisce il sostegno ideale per i versi musicati da Caldara: il Maestro sceglie tempi stretti e sempre coinvolgenti, accoglie e sostiene l’azione in scena accompagnando ogni singolo episodio con attenzione ed emozione.

Buona la compagnia di canto che vede come protagonista vocale il controtenore Carlo Vistoli. Nonostante l’opera sia intitolata alla ninfa Dafne è certamente Febo quello maggiormente impegnato musicalmente parlando: i lunghi e trasognati recitativi e soprattutto le difficilissime arie che immaginiamo abbiano fatto svenire diverse fanciulle a suo tempo, pregne di agilità funamboliche a ritmi sostenuti, sono risolte dall’interprete con sicurezza unitamente ad un’ottima recitazione.

Delicata ed acuta ma ben proiettata in avanti la voce del soprano Francesca Aspromonte, nel doppio ruolo di Venere (nell’introduzione e nel finale) e della vezzosa Dafne, un po’ civettuola ma che ben si guarda dal cedere ai voluttuosi amanti Febo ed Aminta. Buona presenza scenica anche per Renato Dolcini, anch’egli impegnato su due fronti nei panni di Giove e di Peneo, padre attento e protettivo dalla voce scura e sufficientemente corposa per un simile repertorio. Aminta e Mercurio sono impersonati da  Kevin Skelton la cui parte scende spesso in tono grave non permettendogli di esaltare il colore della sua voce, che difetta talvolta nella pronuncia italiana, fermo restando una partecipazione accorata sia come innamorato che come dio Mercurio.
In una sala piena di pubblico davvero attento e concentrato, moltissimi tributi di soddisfazione sono stati dati al termine dello spettacolo.  
   
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                   Stefano Montanari
Regia
                           Bepi Morassi
Costumi a cura di       Stefano Nicolao
Impianto scenico
a cura de                     Gli Impresari

GLI INTERPRETI


Dafne/Venere             Francesca Aspromonte
Febo
                            Carlo Vistoli
Aminta/Mercurio
       Kevin Skelton
Peneo/Giove               Renato Dolcini


Orchestra Barocca del Festival


nuovo allestimento Fonazione Teatro La Fenice
in collaborazione con Fondazione Musei Civici di Venezia




Foto Michele Crosera

ORFEO ED EURIDICE, C. W. GLUCK - TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, sabato 11 luglio 2015




Orfeo e la sua amata sposa, il dolore per la perdita, l’intimismo dei propri sentimenti racchiusi in un cuore di disperazione continuamente alternata alla speranza di un ricongiungimento. Certo per intrattenere la corte viennese non poteva finire in tragedia la favola di Orfeo, ma grazie a Gluck essa conserva tutta la poesia, il pathos e la ricchezza racchiusa in una musica celestiale resa eterna dai versi di Ranieri de’Calzabigi. Così il Teatro Olimpico di Vicenza si rivela uno scrigno in cui Andrea Castello, al debutto registico in collaborazione col Maestro Francesco Erle, sceglie di utilizzare sostanzialmente ciò che la scena fissa offre, in accordo con una quasi tacita tradizione perpetuata nel teatro vicentino, permettendo quindi alle interpreti ad al coro di passare tra la galleria del pubblico ed anche accanto all’orchestra. Al centro della scena si pone il giaciglio di Euridice dalle fattezze lapidee i cui estremi vanno a comporre con un semplice gesto un cuore gigante. 

Allo stesso modo i costumi atemporali di Roberta Sattin vantano un immediato riconoscimento visivo nel nero luttuoso del coro alternato al pallore delle tuniche monacali, nel bianco innocente di Euridice, nelle vesti maschili dai richiami ellenici di Orfeo e naturalmente nel rosso di Amore, i cui grandi manicotti formano anch’essi l’effige di un cuore. Sono soprattutto le luci a comporre il mosaico di sensazioni ottiche in questo spettacolo raccolto e sostenuto da un’orchestra che evita ogni eccesso o spropositati languori: il suono degli strumenti risulta molto asciutto ed il Maestro Francesco Erle guida l’orchestra composta da sole parti reali, uno strumento per classe, sottolineando con forza il fraseggio delle interpreti ed avvolgendo lo spettacolo con un incalzare secco che richiama costantemente agli eventi, facendosi solenne ove occorre. Ottimamente si inserisce Alberto Maron che arricchisce di espressività i recitativi con i suoi interventi al clavicembalo.
Dispiace non aver potuto assistere alle danze delle Furie e neanche udirle, certo non inserite per motivi di spazio disponibile.

Qualche considerazione sulle tre protagoniste. La versione andata in scena è quella di Vienna del 1762 che prevede un Orfeo contralto. Innanzitutto va lodata la partecipazione sulla scena che le tre protagoniste hanno sicuramente mostrato a chiare lettere. 
Lo struggente Orfeo è stata  Francesca Biliotti che ha saputo trasmettere il trasporto amoroso anche grazie ad un buon fraseggio ed ad una presenza scenica forte, anche se il timbro non sembra esaltare perfettamente la zona più grave che le permetterebbe di rendere più omogenea la linea di canto.  
Mina Yang è una delicata Euridice, trasognata tra la realtà degli inferi ed il sogno di poter riabbracciare il suo amato che non può però degnarla di uno sguardo; minuta tanto nell’aspetto quanto nella voce sottile ed eterea.
Benedetta Corti ben si disimpegna nel ruolo risolutore di Amore: morbido il fraseggio, interessante è il colore della sua voce acuta ed armoniosa.
Molto compartecipe il coro della Schola San Rocco che ha cantato con vigore e passione.

Teatro Olimpico gremito con nostro grande piacere nonostante fosse un sabato sera ed un’opera non appartenente al grande repertorio. Applausi trionfali per tutti.

Maria Teresa Giovagnoli
        

LA PRODUZIONE

Maestro direttore
e concertatore                       Francesco Erle
Demi stage                             Francesco Erle, Andrea Castello
Consulente musicale             Sara Mingardo
Assistente musicale               Caterina Galiotto
Costumi                                 Roberta Sattin, 
            StilistArtista per Sartoria il Monello, Vicenza
Immagine                              Decor Center Immagineria

GLI INTERPRERTI

Orfeo                                      Francesca Biliotti
Euridice                                  Mina Yang
Amore                                    Benedetta Corti

Coro e orchestra Schola San Rocco
Una produzione Concetto Armonico




Foto Angelo Nicoletti - FIAF


TOSCA DI G. PUCCINI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI – SABATO 11 LUGLIO 2015




Titolo tra i più popolari ed amati nel mondo, Tosca al San Carlo di Napoli si inserisce nel solco delle belle iniziative culturali previste per l’Estate in città.
Molto interessante la Regia di Jean Kalman che “trasporta” la vicenda nel periodo della seconda guerra mondiale e ne costruisce su misura gesti e interazioni tipici di quei periodi. Le scene di Raffaele Di Florio sono un richiamo continuo ad un equilibrio tra lo sfarzo che è proprio della città di Roma ed il clima di decadenza proprio del periodo della guerra. Affascinante l’interno di una Chiesa che sembra quasi “bombardata” ed in ristrutturazione. Come pure il fastoso Palazzo Farnese cede il passo ad una sala di stampo “fascista” con elementi di art decò essenziali e asciutti proprio come era tipico di quel periodo. Molto suggestiva anche la terrazza dell’esecuzione da cui, con un gioco di luci accattivante, si intravede una Roma ancora dormiente sotto il coprifuoco fascista.
Davvero interessante e molto ben curato questo spettacolo.
I costumi di Giusi Giustino poi erano la degna coronazione di questo affresco degli anni ’40… il tailleur del primo atto di Tosca era delizioso come pure la sobria eleganza del costume rosso del secondo atto. 

La direzione d’orchestra di Jordi Berancer è stata nel solco di una lettura tradizionale.
Ottimi gli equilibri con il palcoscenico e le dinamiche orchestrali in tutte le sezioni.
Una Tosca non innovativa, senza particolari “guizzi” ma godibile e guidata con attenzione.
Ottimi gli interventi Corali del primo atto e dell’interno del secondo. Ottimo davvero questo Coro partenopeo diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate parzialmente bene.

Fiorenza Cedolinsnel ruolo di Tosca era molto attesa. Sicuramente le caratteristiche del soprano friulano sono molto adatte al ruolo della grande cantatrice romana e la Cedolins ne conosce appieno ogni singola sfumatura ed ogni tratto; anche le pause ed i silenzi nel suo canto si gonfiano di significati e si inseriscono in una precisa lettura del personaggio.
La voce non è però altrettanto morbida come le parti liriche necessiterebbero e il centro, che negli anni si è fatto robusto, mostra però il fianco a degli acuti ghermiti con fatica e con suono poco rotondo.

Ottimo il Cavaradossi di Stefano La Colla; voce ampia, potente e ben sostenuta. L’interprete è molto interessante e fa vibrare il suo personaggio di una luce accattivante sin dal suo ingresso.

Ottimo pure il Barone Scarpia di Sergey Muzarev, che certamente coglie e sottolinea l’aspetto più marcatamente “truce” del suo ruolo ma che lo esalta con una voce imponente e ben usata in tutta la gamma.

Di rilievo le parti di contorno affidate ad un ottimo Donato di Gioia, nel ruolo del Sagrestano, un efficace Gianluca Lentini in quello di Angelotti, e Francesco Pittari che interpretava molto bene il ruolo di Spoletta.

Al temine buon successo per l’intera compagnia di canto e gli artefici dello spettacolo.

Rosy Simeone


LA PRODUZIONE

Direttore                    Jordi Bernacer
Regia e luci                Jean Kalman
Scene                          Raffaele Di Florio
Costumi                     Giusi Giustino
Maestro del Coro      Marco Faelli
Direttore del Coro di Voci Bianche: Stefania Rinaldi


GLI  INTERPRETI

Floria Tosca              Fiorenza Cedolins
Mario Cavaradossi    Stefano La Colla
Il Barone Scarpia      SergeyMurzaev
Cesare Angelotti       Gianluca Lentini
Il sagrestano              Donato Di Gioia
Spoletta                      Francesco Pittari

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli




Foto Teatro San Carlo di Napoli

DON GIOVANNI, W. A. MOZART – ARENA DI VERONA, sabato 4 luglio 2015






Con la ripresa della produzione  del Don Giovanni risalente soltanto a tre anni fa la Fondazione Arena di Verona ripropone l’allestimento legato al nome di Franco Zeffirelli che come sempre cura regia e scene, mentre gli spettacolari costumi sono opera di Maurizio Millenotti. Tutta giocata sugli effetti creati dalle luci di Paolo Mazzon, la mastodontica struttura sostanzialmente acromatica fatta di arcate cui si antepone una imponente scalinata vede in aggiunta altri elementi architettonici ai lati che si arricchiscono o mutano aspetto per creare i vari ambienti necessari. Come sempre il Maestro Zeffirelli ama giocare con lo stupore, ottenendo l’effetto colossal che le sue celebri scenografie suscitano ogni volta, restando fedele all’epoca storica ed al libretto. Ciò che si potrebbe obiettare a tanta opulenza è forse una esagerazione nel volere sorprendere riempiendo il palcoscenico con quanti più elementi si possa immaginare, rendendo talvolta molto sottile il filo che unisce lo sfondo ove agire con la narrazione e la coerenza stessa dell’azione drammatica. Anche in questa produzione non mancano i prediletti animali sul palco, tanto che il protagonista fa il suo ingresso spavaldo in scena a cavallo. Ma la bellezza dei costumi, la raffinatezza di taluni dettagli e la sensazione di viaggiare ancora una volta nel tempo fanno sì che chi assista al capolavoro mozartiano possa comunque tornare a casa con la consapevolezza che sognare a teatro è ancora lecito ed a buon diritto.

Se poi la parte musicale è quella delle grandi occasioni con un in testa un direttore d’orchestra abilissimo a far quadrare tutto come si deve allora la qualità e il successo sono assicurati. 

Don Giovanni è un Carlos Álvarez prepotente nella sua incredibile sicurezza, a dir poco ruspante come un galletto in mezzo al pollaio delle donne a lui devote. D’altra parte se il suo fascino colpisce tutte perché non approfittarne! Aiutato certo dalla celebre voce profonda ed accattivante l’interprete si dimostra in forma centrando una serata molto positiva.

La più battagliera delle dame all’appello è donna Elvira nel cui ruolo ha debuttato  Maria José Siri. Il soprano trova come chiave di lettura del personaggio una personale interpretazione di donna sì ferita ma anche un po’ rompiscatole, che gioca tra rabbia, incredulità ed un pizzico di ironia, cui fa chiaramente gioco la sua voce pastosa ed avvolgente che ben si sposa con questa idea della tradita Elvira.

Compita e quasi solenne invece la donna Anna di Irina Lungu. L’interprete tratteggia una nobile quasi spenta nel cuore dopo la morte del padre, donando quasi una aura regale al suo personaggio, forte anche di una bella vocalità che le agevola un canto uniforme e sentito.

Spumeggiante, guascone, per certi versi grottesco ed anche a tratti bambinone l’incredibile Alex Esposito nei panni di Leporello. Canto ed interpretazione fusi a dovere per incantare, stupire e convincere pienamente.    
Saimir Pirgu è interprete delicato ed attento; se pur non in serata impeccabile, la voce dolce e setosa consente di donare al ruolo di Don Ottavio compostezza e buona credibilità.

Zerlina è una letteralmente spassosa Natalia Roman, l’unica che sa giocare con il sesso opposto senza subire soltanto il ruolo di preda amorosa, mostrando anche un timbro vocale delicato e dal suono dolce. Molto bene Christian Senn come Masetto, mentre cupo ed austero quanto basta  Rafal Siwek come Commendatore.

Punto di forza di questa produzione l’aver affidato ad uno specialista come Stefano Montanari la direzione dell’orchestra areniana, impegnato anche a suonare il clavicembalo elettrico qui adoperato per ragioni acustiche e logistiche. Il maestro trova un perfetto equilibrio tra le sezioni ottenendo un suono limpido e profondo, adoperando efficacemente le indicazioni agogiche in funzione del palcoscenico così creando una varietà di suoni ricchi e multi sfaccettati.
Puntuali gli interventi del coro preparato da Salvo Sgrò.

Arena non pienissima purtroppo ma con pubblico comunque visibilmente appagato che ha premiato tutti gli interpreti ed il direttore.  


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra                      Stefano Montanari
Regia e scene                                    Franco Zeffirelli
Costumi                                             Maurizio Millenotti
Coreografia                                      Maria Grazia Garofoli
Luci                                                   Paolo Mazzon
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di Ballo           Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici           Giuseppe De Filippi Venezia

IL CAST

Don Giovanni                                   Carlos Álvarez 
Il Commendatore                             Rafal Siwek 
Donna Anna                                     Irina Lungu 

Don Ottavio                                      Saimir Pirgu 
Donna Elvira                                    Maria José Siri 
Leporello                                           Alex Esposito 
Masetto                                             Christian Senn




Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona










FOTO ENNEVI per gentile concessione fondazione Arena di Verona