Partenza della stagione lirica 2018/19 per la Fenice di Venezia con la produzione di Macbeth targata Damiano Michieletto e la sua squadra d’assi Paolo Fantin e Carla Teti (scene e costumi). Il regista veneziano non vuole certo allinearsi a quanto visto e stravisto finora e così affronta questo capolavoro della letteratura inglese e della musica italiana ideando uno spettacolo carichissimo di significati ed in cui l’azione scenica è fluida, continua e mai lasciata al caso. C’è tantissimo in questo Macbeth, che andrebbe visto anche più di una volta per coglierne veramente tutti gli aspetti, ma già ad una prima visione si capisce quanto profondamente il regista ne sia rimasto colpito ed affascinato. Michieletto parte dall’assunto Shakespeariano per cui il male possa insinuarsi progressivamente nell’anima di un uomo fino a dominarla senza scampo. Seguendo fedelmente la vicenda originale assistiamo infatti a come la smania di potere si impossessi della coppia protagonista che compie in nome della corona una serie di delitti efferati, spinta dal vortice creato da essa stessa. Gli interpreti devono così esternare finanche il più piccolo moto interiore dando ad ogni gesto o movenza un significato preciso. Qui il ‘villain’ della celebre tragedia ha ancora un barlume di umanità nel ricordo di una figlia scomparsa prematuramente, che lo accompagna suo malgrado verso la distruzione. E la vede continuamente, ascolta i suoi messaggi subliminari, sfrutta la presenza delle streghe per compiere un viaggio onirico ed allucinato verso il mondo dei morti che alla fine comunque lo chiama a sé, forse per ritrovare quella figlia, immagine di purezza ed innocenza, senza la quale era crollata ogni certezza. L’impianto scenico è funzionale a questo viaggio nella mente, con una ambientazione asettica ove tra il bianco ed il nero dominanti le luci di Fabio Barettin sono fondamentali per creare pathos ed in alcuni casi sorpresa. Protagonista è soprattutto il bianco, in opposizione al solito rosso, che invade il dramma con una serie di elementi. Bianchi sono i teli in nylon che avvolgono i protagonisti e sigillano i morti, biancastre sono le streghe/anime dei defunti che circondano i protagonisti, bianco è il sangue denso, appiccicoso che ricopre gli assassini e nel finale scende dall’alto sulle teste di chi resta.