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STABAT MATER, GIOVANNI BATTISTA PERGOLESI – CONCERTO DI VICENZA IN LIRICA PRESSO IL SANTUARIO DELLA MADONNA DEI MIRACOLI IN LONIGO, DOMENICA 7 APRILE 2019

Forse c’è una legge fisica o è soltanto frutto di un straordinaria congiunzione astrale, il fatto che molto spesso i grandi capolavori dell’arte in ogni sua sezione, siano frutto di menti tanto precoci quanto fugace è la loro permanenza in questo mondo. Tale fu per lo Stabat Mater composto dall’allora giovanissimo Giovanni Battista Pergolesi, che dalla splendida Jesi approdò al Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo, nella fulgida Napoli brulicante di eccellenze e nel pieno del suo splendore culturale. Ormai alla fine di una vita segnata da numerosi problemi di salute, concepì appena in tempo uno dei capolavori indiscussi della musica sacra, il suo Stabat Mater appunto, che ieri ha riempito le arcate del santuario di Lonigo grazie alle voci di Giulia Bolcato, Maria Elena Pepi ed all’Ensemble Barocco Vicenza in Lirica diretto ed accompagnato al cembalo da Alberto Maron.

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ADRIANA LECOUVREUR, F. CILEA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 31 MARZO 2019

Approda anche a Verona sulle tavole del Teatro Filarmonico, il fortunato allestimento di Adriana Lecouvreur pensato nel 2014 da Ivan Stefanutti per il Teatro Sociale di Como.

Il capolavoro del pur breve catalogo di Cilea, nonostante lo sgangherato e complesso libretto di Colautti, riesce ancora oggi a suscitare interesse nel pubblico, principalmente per la particolare abilità del compositore calabrese nel circoscrivere musicalmente lo spirito di un personaggio. E in questo caso Adriana è la tipica “grande parte” che porta con sé un buon numero di effetti scontati, ma che nel caso della sorvegliata scrittura di Cilea, diventa occasione per un canto logico, spontaneo e naturale, dove il cantante può diventare personaggio, se conosce il mestiere. L’orizzonte sonoro qui risente di una particolare gentilezza d’animo del compositore, che trattiene e circoscrive la melodia là dove gli altri suoi colleghi contemporanei preferiscono abbandonarsi alla piena del sentimento, risultando alla lunga scontato e un poco ripetitivo.

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LA CALISTO, FRANCESCO CAVALLI - TEATRO REAL DI MADRID, 21 MARZO 2019

Il fortunatissimo e iper psichedelico allestimento de La Calisto di Francesco Cavalli, pensato da David Alden per la Bayerische Staastoper di Monaco di Baviera nel 2005, approda sulle tavole del Teatro Real di Madrid per la bellezza di 9 rappresentazioni che si prevedono già tutte esaurite.

Rappresentare oggi uno spettacolo come La Calisto, è indubbiamente una sfida avvincente per il teatro che la propone, non tanto per l'effetto riesumazione di uno lavoro macchinoso e lontanissimo dai gusti di un pubblico moderno, quanto per il saper cogliere le avvincenti peculiarità della nascita del melodramma che segnò una autentica rivoluzione nel costume dello spettacolo e della vita sociale dell'epoca.

Degno continuatore dell'opera monteverdiana, Francesco Cavalli, non può essere ricordato a prescindere dall'ambiente in cui la sua produzione nacque e dal pubblico per cui venne composta. L'ambiente è una Venezia  immersa nel clima folle del Carnevale, del divertimento teatrale in cui il “nuovo” pubblico, quello pagante e non più il “vecchio” chiuso negli angusti ambienti di corte, si immergeva riconoscendosi e ritrovando sul palcoscenico ( pur nei complicati intrighi dei libretti) l'illusione di una vita felice in cui finzione e realtà si concretizzavano incredibilmente ricreando un presente veneziano.

E poiché la psicologia dello spettatore che compra un biglietto è diversa da quella di chi ha pagato tutto quanto, recita e teatro, ecco che si vengono a creare desideri, si accendono passioni, si fomentano pretese, si creano fanatismi  e rivalità.

E per questo pubblico nuovo, Cavalli diviene il compositore più ricercato , colui che dotato di una natura istintiva, realistica, ne sa interpretare perfettamente le aspirazioni e le esigenze, solleticandone la curiosità spettacolare con un teatro semplice e per molti aspetti, popolare, a ciò si aggiungano i marchingegni tecnici del palcoscenico, le stupefacenti magie delle macchine teatrali e si avrà subito un'idea di quel clima fantastico e meraviglioso.  Anche “La Calisto” risponde a queste caratteristiche: fantasia e arguzia, classicità e malizia libertina sono gli ingredienti per un successo garantito.

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OTELLO, GIUSEPPE VERDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 22 MARZO 2019

Revocato fortunatamente lo sciopero per la Prima ritorna al Teatro la Fenice l’intimistica produzione dell’ Otello verdiano targata  Francesco Micheli, il cui punto di forza è l’analisi psicologica dei personaggi ed ovviamente del rapporto tra il bene ed il male rappresentati da Otello ed il suo antagonista.  Ciò che circonda le loro subdole azioni è un velo di ipocrisia generale laddove chi accusa è colpevole a sua volta o lo diventa inevitabilmente. L’invidia, la mera cattiveria o la sete di potere sono colpe universali e tristemente attuali che spesso spingono l’uomo al successo molto più che la forza di volontà, l’onestà e la fedeltà, e se Jago ed Otello restano comunque scottati dalle loro azioni, nel mondo reale tanto spesso la si fa franca senza ritegno. Allora Micheli costringe l’azione principale in un claustrofobico cubo, una gabbia dorata in cui si consuma l’amore ma anche il delitto, intorno a cui Jago dal suo letto riflette, studia, cospira.. Le magnifiche proiezioni celesti incorniciano un 'castello' di sogni troppo brevemente cullati, e lo stesso palcoscenico da magico diventa sanguinolento, dai toni cupi, senza bagliori di speranza. Edoardo Sanchi è artefice della cornice scenica ed i costumi sono di Silvia Aymonino.

Se Otello è un uomo vigoroso, ma che si scioglie di miele fuso al fuoco lento dell’amore, non così è parso il suo interprete Marco Berti. Il timbro è quello di sempre ed il volume riflette certo la forza del Moro veneziano letteralmente ‘pettinando’ chi si trova nelle prime file. Ma il personaggio manca di sfumature, il canto sembra faticoso in diversi passaggi mettendo a rischio l’intonazione. Forza e carattere non sono completati dal lato gentile da cui Desdemona fu rapita.

Ed è Carmela Remigio la dolce consorte dell’impavido condottiero dell’Armata Veneta. Il soprano è corretto nel ruolo di donna sensibile ed innocente, dimessa alla mercé del destino ormai siglato da altri; la sua preghiera è summa di una interpretazione diremmo ‘raccolta’, tanto vocalmente che scenicamente. Molto personale e disinvolto lo Jago di Dalibor Jenis. Sfrutta le caratteristiche della voce con accenti ed inflessioni che danno veridicità al personaggio dai toni foschi ed al contempo melliflui nell’ottenere il favore del suo generale. Un ruolo centrato che domina la scena anche sugli altri. Matteo Mezzaro è un più che corretto Cassio, marionetta in balia degli intrighi suo malgrado; ben si disimpegnano i comprimari Antonello Ceron nel ruolo di Roderigo, Mattia Denti come Lodovico,  Matteo Ferrara, alias Montano, ed Elisabetta Martorana come Emilia.

Myung-Whun Chung  è artefice della cornice musicale che avvolge gli interpreti in questa produzione che vede forse nell’orchestra il suo elemento migliore. Se i protagonisti non sembrano generalmente brillare per ‘spessore’ interpretativo, diverso è il discorso per l’orchestra, che sotto la guida del direttore suona vigorosa e palpitante, che non significa fragorosa o ingombrante. Sembra quasi arricchire quanto forse manca sul palco nei diversi momenti scenici, costruendo sempre un ponte sicuro tra i passaggi di rilievo e i momenti apparentemente secondari, sì da ottenere un suono uniforme e ricco.   

Il piccolo coro d voci bianche di Diana D’Alessio è corretto, oltre che adorabile, come preciso nell’insieme il collaudato coro preparato da  Claudio Marino Moretti.

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ORCHESTRA DI PADOVA E DEL VENETO, 53^ STAGIONE CONCERTISTICA - CONCERTO DEL 14 MARZO 2019,
PIANOFORTE SOLISTA E DIRETTORE ORAZIO SCIORTINO

Nell'ambito della Regione Veneto, l'Orchestra di Padova e del Veneto risulta l'unica Istituzione Concertistico-Orchestrale in attività. Fondata nel 1966, ha avuto tra i suoi direttori ospiti nomi del calibro di N. Marinner, P. Herreweghe, S. Accardo, R. Chailly solo per citarne alcuni e collaborazioni con i più importanti concertisti e compositori del mondo.

Per il suo concerto n.6751, ha invitato Orazio Sciortino che in veste sia di direttore che di pianista,  ha pensato ad un programma decisamente invitante, se non altro per l'esecuzione di due tra i più interessanti concerti per pianoforte ed orchestra di Carl Philipp Emanuel Bach, di rarissima esecuzione perlomeno in Italia.

Il concerto si è aperto con una esecuzione felicissima dell'Overture in fa minore op.64 Egmont di L.V. Beethoven.

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L'ITALIANA IN ALGERI, G. ROSSINI - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, GIOVEDI' 28 FEBBRAIO 2019

E' di scena alla Fenice di Venezia L'Italiana in Algeri di Rossini con il movimentato allestimento che l'evergreen Bepi Morassi ha ideato per questo periodo carnevalesco e quindi di grande affluenza nella città lagunare. Spiace per le agitazioni sindacali occorse in questi giorni per cui la prima del 24 febbraio è saltata (si prevedono altre cancellazioni nel mese in corso). Ciò ha di certo comportato un minor rodaggio dello spettacolo ed una conseguente intesa non sempre perfetta tra buca e palco avvertita in qualche passaggio. Questo anche perché con una incredibile dinamicità e successione di siparietti i protagonisti si muovono continuamente e non è facile star loro dietro mentre corrono, saltano, salgono e scendono scale, fanno in definitiva ginnastica. Una specie di simpatico circo ambulante che viaggia sulla nave di Mustafà arredata dalle simpatiche e colorate scene di Massimo Checchetto. La suddetta nave è ricca in ogni sua parte e perfino gli angolini o i corridoi nascondono dettagli utili all'azione scenica. Si disloca in più piani che però possono essere apprezzati esclusivamente per chi è posto di fronte. I dettagli volgono chiaramente al mondo arabo, mentre l'epoca a cui guarda il regista è la prima metà del secolo scorso, con qualche ispirazione cinematografica al primo Fellini. Un po' forzata forse l'idea di Isabella diva dello spettacolo, che una volta in salvo sulla nave viene costantemente paparazzata per uno scoop di fresca mano. Onestamente non sembra pregnante allo spettacolo né alla storia, ma è una aggiunta che comunque diverte il pubblico. Tra questo andirivieni in cui vi sono diversi cambi di costume, spiccano infatti gli abiti di Carlos Tieppo che si inseriscono pienamente nel brio generale.

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DON PASQUALE, GAETANO DONIZETTI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 24 FEBBRAIO 2019

Riprendere produzioni fortunate è certamente una mossa azzeccata in periodi turbolenti e di agitazioni sindacali, come quello che stanno attraversando in Italia diverse fondazioni liriche come l’Arena di Verona; il pubblico apprezza e riempie il teatro, l’atmosfera si fa più leggera ed in questo caso piena di brio.

Il Don Pasquale formato Antonio Albanese del 2013 riporta la scena nella provincia veronese e nei suoi vigneti. Roberto Maria Pizzuto ne riprende le fila riportandoci tra le pareti della fabbrica di vino ed i suoi schieramenti di bottiglie, opera di Leila Fteita, che prevedeva anche file di rigogliose viti ad addobbare il palco in profonditàGli attempati domestici vagano ubriachi per la casa del vecchio tirchione e una anziana governante si rivela forse l’unica  veramente affezionata al burbero padrone di casa. Il resto è storia nota: simpatici siparietti tra gli interpreti, giochi di mossette e sguardi furtivi e tanto spago alla spigliatezza o meno degli interpreti coinvolti. Leggeri e contestualizzati sono i costumi di Elisabetta Gabbioneta.

Su tutta la compagnia di canto spicca la Norina di Ruth Iniesta. Non solo sembra che il personaggio le sia stato cucito addosso, ma è incredibilmente sciolta vocalmente, la linea di canto uniforme ed è in grado di giocare quanto vuole sì da ottenere di volta in volta un connubio perfetto tra azione ed effetto sonoro. Meno spigliato ma in crescendo l’Ernesto di Marco Ciaponi. Parte un po’ trattenuto ma si lancia col procedere dello spettacolo, regalando anche momenti interessanti (ci riferiamo chiaramente a ‘com’ è gentil’) e partecipando convinto all’allegria della truppa, forte anche di una voce per l’appunto ‘gentil’. Il protagonista è un Carlo Lepore molto attoriale: sicuramente non gli manca la presenza scenica, la verve del mattatore e la capacità di tenere unito il gruppo in scena. Altresì  Federico Longhi è un Malatesta gagliardo, spigliato e fieramente guascone anche vocalmente. Il Notaro col ciuffo svolazzante è il simpatico Alessandro Busi

Alvise Casellati alla testa di una Orchestra corretta tende ad uniformare tanto i volumi quanto i colori dei suoni. Il coro preparato da Vito Lombardi è partecipe come sempre e lo ritroviamo come in precedenza anche tra il pubblico; forse però l’interazione con gli astanti distrae un pochino dall’attenzione ai tempi.

Pubblico contentissimo e plaudente per tutti: interpreti, ripresa della regia e direttore, con ovazioni per la Iniesta.

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SALOME, RICHARD STRAUSS, TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA - DOMENICA 17 FEBBRAIO 2019

Dopo nove anni torna al Comunale di Bologna la Salome intimista del regista Gabriele Lavia ideata in collaborazione con il Teatro Verdi di Trieste, qui ripresa da Gianni Marras. Una Salome in cui è protagonista il contrasto tra il bene ed il male, tra gli opposti che inevitabilmente si attraggono, anche se unilateralmente in questo caso. Giovanni è il bene che in opposizione a ciò che dovrebbe essere si trova nel profondo abisso imprigionato sotto terra. Salome e la sua corte sono in superficie invece, ma la voce della saggezza e della purezza li opprime costantemente da dove si trova. E la principessa ne è attratta inverosimilmente, vuole vedere l’oggetto di tanto mistero che lo zio/ patrigno ha fatto rinchiudere, vuole possedere le sue labbra come per estirpare o far suo quel verbo tanto pesante nei confronti suoi e della sua stirpe. Il palco come lo aveva pensato Alessandro Camera è un enorme squarcio intorno al quale la protagonista si muove sinuosamente, respinge ma attrae il marito di sua madre, che a sua volta la ammira ma ne è allo stesso tempo invidiosa. Una storia biblica cui si ispirò lo scandaloso (per i suoi tempi) Oscar Wilde i cui libri sono sintesi di edonismo ed ammirazione per la bellezza come bene assoluto. Salome è bellissima mentre Giovanni è ridotto ad uno straccio e prigioniero, ma a suoi occhi è una apparizione meravigliosa, finché non ne è respinta con le conseguenze che sappiamo.

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ANDREA CHÉNIER, UMBERTO GIORDANO - TEATRO COMUNALE PAVAROTTI DI MODENA, VENERDI’ 15 FEBBRAIO 2019

Mettere in scena il  mastodontico Andrea Chénier di Giordano non è impresa facile, innanzitutto nel pensare ad una regia credibile che non sappia di muffa, ma soprattutto, fatto di grande importanza, trovare interpreti che non facciano rimpiangere ciò che molti hanno ancora nelle orecchie dai fasti dei decenni passati. Lo sforzo produttivo dei teatri dell’ Emilia Romagna in coproduzione con Opéra de Toulon è certo notevole e deve averci pensato anche il regista Nicola Berloffa quando si è trovato a dover affrontare un capolavoro del genere. Come fare sognare il pubblico senza farlo annoiare? Come portare su palcoscenici non chilometrici il dramma della Rivoluzione francese e muovere masse artistiche in modo sensato evitando l’effetto claustrofobia? Il regista ha cercato di rispondere a queste esigenze con un insieme di idee che volgono verso la tradizione ma riuscendoci solo in parte. Riprendendo lo schema geometrico molto in voga attualmente la struttura di Justin Arienti ove si svolge l’azione è angolare e si trasforma cambiando colori o svelando particolari di volta in volta. Il castello di Coigny vede troneggiare nella sala principale un arazzo che riprende il celebre dipinto di Maria Antonietta e prole di Élisabeth Vigée Le Brun posto alla Reggia di Versailles, una onnipresente ghigliottina simboleggia il dramma storico in atto con un ovvio sbandieramento di tricolori francesi da parte del popolo in rivolta; inoltre impalcature, dipinti rivoluzionari e una serie di elementi ‘arricchiscono’ di volta in volta le scene. Questa serie di proposte forniscono la cornice ad una regia abbastanza statica, che ruota principalmente intorno alla ghigliottina e dove la folla di comparse e mimi non ha sempre una collocazione agevole, proprio per mancanza di spazio che forse poteva essere studiato diversamente. In stile i costumi di Edoardo Russo.

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MOSCOW STATE PHILHARMONIC SOCIETY, CONCERTO DELLA TCHAIKOVSKY SYMPHONY ORCHESTRA - TCHAIKOVSKY CONCERT HALL DI MOSCA, MARTEDI’ 12 FEBBRAIO 2019

DIRETTORE VLADIMIR FEDOSEYEV

VIOLINISTA PAVEL MILYUKOV

Avere la fortuna di ascoltare una delle migliori orchestre del mondo, dirette da una icona della scuola direttoriale sovietica, assieme al vincitore del 15 premio Tchaikovsky, non è cosa che capita tutti i giorni.

E invece a Mosca, città dalla vita musicale e culturale intensissima, è evento di routine che in un piovoso martedì pomeriggio qualsiasi, fa muovere 1.623 persone ad accalcarsi ordinatamente agli ingressi della sala da concerto più grande e familiare di una città che definire culturalmente attiva è un eufemismo.

Ed ecco che appena entri in quell'immenso anfiteatro da concerti dove ogni santissimo giorno puoi ascoltare artisti eccelsi in programmi musicali che spaziano dal madrigale al contemporaneo, e getti un'occhiata sul pubblico, puoi trovare anziane matrone russe ingioiellate, ragazzi ricoperti di piercing, manager in grisaglia, bambini con i nonni e militari in divisa appena usciti dalla caserma.

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BORODIN, KNJAZ IGOR (IL PRINCIPE IGOR) - TEATRO VERDI DI TRIESTE, VENERDI’ 8 FEBBRAIO 2019

Il Principe Igor, elogio della lentezza.

Che ad Aleksandr Porfireviç Borodin interessasse poco o nulla di comporre musica, inteso come lavoro su commissione, è risaputo. La sua vera ed unica occupazione era la chimica, di cui fu valente ed intelligente ricercatore, amato e stimato in Russia ed anche in Europa; la musica era per lui un semplice diversivo del quale occuparsi nei ritagli di tempo o in vacanza d’estate.

Ecco quindi che attorno al 1870, sollecitato dagli amici compositori del“Gruppo dei cinque”, di cui faceva parte, inizia ad interessarsi svogliatamente alla composizione di un’ opera, che tra abbozzi e parziali strumentazioni, porterà avanti a comporre fino alla morte avvenuta nel 1887. Diciassette anni per comporre definitivamente qualche aria, alcuni cori, le danze Polovesiane e dare una tinta di definizione “russa” ad un lavoro che definire frammentario è un eufemismo. Elaborata con ponderata lentezza, libera dall’ansia di dover tenere fede a scadenze, l’unica opera di Borodin rimase quindi incompiuta, ma non un moncone a cui manca una parte terminale, bensì un canovaccio confuso e frammentario al quale i suoi più fidati amici Glazunov (che ultimò il terzo atto e stese l’ouverture a memoria ricordandosi di un concerto con Borodin al pianoforte che canticchiava i temi principali) e Rimsky Korsakov che affrontò quasi per intero l’orchestrazione, rimanendo fedele alle istruzioni ricevute da Borodin. Come tutta la musica di Borodin, anche quella del Knjaz Igor è semplice e limpida, ma piena di ispirazione e straordinariamente ricca di immagini e di colori, dove il contrasto tra il mondo primitivo ma eroico russo e quello più sensuale e barbarico dei popoli asiatici, genera una fusione dei due mondi musicali generando un conflitto stilistico e sonoro che ci mantiene in una fluttuazione costante.

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LA GATTOMACHIA – ORAZIO SCIORTINO PER OPV FAMILIES & KIDS, SABATO 9 FEBBRAIO 2019, AUDITORIUM CENTRO CULTURALE ALTINATE/SAN GAETANO, PADOVA

Orchestra di Padova e del Veneto

Compositore e Direttore: Orazio Sciortino

Violino concertante: Piercarlo Sacco

Narratore: Roberto Recchia

Una bellissima e fortunata iniziativa è quella dell’Orchestra di Padova e del Veneto di portare le famiglie con bambini a teatro e gustare, talvolta partecipando in prima linea, ciò che offre il panorama della musica classica in modo da renderla fruibile ad un pubblico di piccoli ascoltatori, e perché no di fare divertire anche gli adulti. Più che giusto dunque proporre le partiture più conosciute e da sempre inserite in programmi scolastici o collaborazioni tra scuole e conservatori. Dopo Il carnevale degli animali, il natalizio Schiaccianoci e The planets: un viaggio spaziale, è la volta di una gustosa novità: La gattomachia composta da Orazio Sciortino per il Teatro alla Scala di Milano che in prima assoluta nell’ottobre del 2017 ha visto un foltissimo pubblico di piccoli affollare il tempio milanese. E’ la volta di Padova, che con ben due appuntamenti pomeridiani ha proposto quello che in effetti è uno spettacolo vero e proprio in forma di concerto, con un eccellente attore, Roberto Recchia, che molto più di una semplice voce narrante, è l’anima della favola che mima, imita, improvvisa, intrattenendo l’audience per circa un’ora filata con una voce in grado di far visualizzare i protagonisti quasi in carne ed ossa lì sul palco ai nostri occhi.

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DON GIOVANNI, W. A. MOZART – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 27 GENNAIO 2019

Con l’apertura ufficiale della stagione invernale la Fondazione Arena ritorna al Don Giovanni di Mozart dopo la produzione hollywoodiana che Zeffirelli ideò per l’anfiteatro romano, affidando questa volta ad Enrico Stinchelli  il compito di concepire uno spettacolo nuovo e credibile per il palcoscenico del Filarmonico. Il regista ne ha visti e sentiti a centinaia dalla sua grande esperienza di autore, conduttore ed esperto d’opera e vi è stata un’attenta ponderazione su come avvicinarsi al capolavoro mozartiano cercando di rispettare libretto e musica, interpreti, e naturalmente il pubblico. Ne nasce uno spettacolo garbato, dal gusto neoclassico che si avvale con intelligenza delle installazioni video curate da Ezio Antonelli che interagiscono ad hoc con le luci di Paolo Mazzon. Per un tocco di tradizione è stato chiamato ai costumi Maurizio Millenotti, che riprende proprio gli sfarzosi abiti della produzione zeffirelliana da lui ideati. Stinchelli non ha voluto strafare o creare qualcosa di scioccante e provocatorio, ma si è soffermato soprattutto sulla figura del protagonista come spesso avviene in quest’opera, sottolineando che da lui parte l’azione scenica degli altri personaggi, che vi ruotano attorno senza effettivamente essere padroni di sé. Solo in apertura si accenna ad una sorta di rappresentazione teatrale in cui il direttore di palcoscenico sistema interpreti in postazione e dispensa le ultime consegne a tecnici e collaboratori prima che si apra il sipario, di cui si occupano dei  fanciulli preposti al caso. 

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WERTHER, JULES MASSENET – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 25 GENNAIO 2019

Il Teatro La Fenice di Venezia accoglie sul suo palcoscenico la toccante produzione del Werther di Massenet concepita da Rosetta Cucchi nel 2016 per Comunale di Bologna. Ogni volta che ci si accosta a questo masterpiece del compositore francese non si può fare a meno che indagare nel proprio vissuto e ritrovare sensazioni forse dimenticate o sopite da qualche parte in noi stessi, e probabilmente deve aver pensato questo la regista nell’ideare uno spettacolo davvero intimo, introspettivo e che sicuramente avrebbe fatto piacere a chi viveva e soprattutto ‘sentiva’ ai tempi di Goethe. Le menti insaziabili non si accontentano di viver alla giornata ed ignorare le sconfitte, ma indagano, si chiedono il perché degli eventi e senza risposta consolatoria sprofondano in una inconsolabile tristezza, in uno ‘splin’ tragico che nel protagonista si acuisce fino all’epilogo drammatico. Werther ama la donna di un altro, in lui scorre una passione incontrollabile che non gli consente di concepire simili moti per un’altra qualsiasi. Ed allora scrive le sue lettere strazianti  sognando costantemente ciò che non può avere: una casa, una famiglia, un nido in cui coltivare e far crescere questo amore romantico ed infinito. E’ quasi come un’ ombra che da fuori assiste alla sua stessa vita entrandovi solo quando è con la sua Charlotte, per poi ritornare lontano e affranto testimone delle (presunte) gioie altrui.

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LA FORZA DEL DESTINO, G. VERDI - TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA, DOMENICA 20 GENNAIO 2019

Capolavoro discusso e popolare, romanzo d'appendice in cui tutto può apparire superfluo, gratuito o assurdo (a cominciare dall'accidentale colpo di pistola), costruito attraverso scene che non sembrano correlate tra loro e che tra loro tuttavia si saldano in una visione di insieme, come in un grande affresco dove il particolare appare insignificante in sé, ma è tuttavia essenziale al quadro generale.

La Forza del destino ripropone molti grandi temi del teatro verdiano: l'amore filiale, l'onore, l'amicizia, gli orrori della guerra, la vendetta, in un contesto drammaturgico tra i più complicati nel catalogo del musicista delle Roncole.

Mettere in scena un'opera come questa (indipendentemente dall'alone di iattura, danno e disgrazia che questo lavoro si porta dietro come un marchio infamante) è talmente un'impresa ardua e rischiosa che merita, ogni qual volta la si veda in cartellone, di accorrere senza indugio indipendentemente dal risultato artistico ottenuto.

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CONCERTO DI CAPODANNO AL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, REPLICA DEL 30 DICEMBRE 2018

Il concerto di Capodanno alla Fenice di Venezia è diventato uno degli appuntamenti più attesi e mondani per festeggiare l’arrivo del nuovo anno in musica ed in bellezza e che come ormai da tradizione viene anche trasmesso in tv per chi non avesse la possibilità di raggiungere il teatro veneziano per nessuna delle repliche previste. Torna a dirigere questo evento l’ormai di casa Maestro Myung-Whun Chung,  che trova una particolare simbiosi con una orchestra a nostro avviso particolarmente in forma.

Come da copione una prima parte sinfonica ed una seconda con l’intervento di solisti e coro, sono il programma prescritto per il concerto.

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LA CENERENTOLA, GIOACHINO ROSSINI – TEATRO VERDI DI PADOVA, SABATO 29 DICEMBRE 2018

Un bel finale di stagione per il Teatro Verdi di Padova con la Cenerentola di Rossini a chiudere un periodo intenso di dediche e celebrazioni in Italia per il Maestro pesarese nei centocinquanta anni dalla sua scomparsa. Dopo le recite bassanesi di ottobre chiude anche l’anno solare (replica proprio il 31 per festeggiare l’arrivo del 2019) questa produzione targata interamente Paolo Giani, che nella favola per eccellenza di bontà e sogno d’amore vede i bambini protagonisti con i loro vezzi, piccoli dispettucci e voglia di evadere dai soliti giochi. Si divertono a ‘scimmiottare gli adulti’, ad imitare quanto forse vedono fare dai loro genitori e conoscenti, come sicuramente tanti di noi facevamo da piccini. Ed ecco che i piccoli si trasformano in grandi, grandissimi nel caso della matrigna, fantastica Linda Zaganiga che qui giganteggia come un falco in tutta la rappresentazione. I bimbi recitano la favola di Cenerentola per giocare e poi ritornano nei loro panni per ricordarci che in fondo le favole spettano alla magia dei piccoli.

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BOHEME, GIACOMO PUCCINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 23 DICEMBRE 2018

Dopo le ormai ben note peripezie che purtroppo la Fondazione Arena sta affrontando da troppo tempo e le tre giornate di sciopero effettuate che includevano la cancellazione delle prime due recite, siamo riusciti ad assistere alla rappresentazione andata in scena domenica di questa storica Bohème che nel 1996 il Teatro Regio di Torino dedicò ai cento anni dalla prima rappresentazione e che come non mai interpreta fedelissimamante il gusto, lo stile, l’ ambientazione del libretto, facendo immergere totalmente il pubblico nelle vicende dei quattro amici sventurati. Sarebbe troppo scontato descrivere uno spettacolo visto mille volte in tv e nel web ed anche ripreso giustamente dal Regio stesso in loco ed in tournée, ma ci piace sottolineare la delicatezza che pervade nelle movenze e nella narrazione in scena voluta a suo tempo da Giuseppe Patroni Griffi, senza particolari innovazioni (eravamo nel 1996), ma con un gusto per il dettaglio, per il particolare gesto al momento giusto, e ricordare quanto eleganti restano le scene di Aldo Terlizzi Patroni Griffi, con la soffitta che contemporaneamente ci mostra sia il suo interno che l’esterno dei palazzi che compongono il quartiere parigino, il magnifico Momus con la massa di clienti chiassosi e la stupenda scena che ospita il terzo quadro con una realistica neve che strappa ogni volta gli applausi del pubblico. Ovviamente perfetti i costumi della Casa d’arte Fiore.

Cast di giovani che globalmente regala qualche spunto interessante e momenti di buon lirismo. Non tutte le voci eccellono per volume e tenuta, ma gli interpreti fanno ciò che devono ed al meglio possibile. Oreste Cosimo è un Rodolfo un po’ leggerino se vogliamo, che in più situazioni soffre l’orchestra diretta da Ciampa, ma ha dalla sua un timbro acuto che lo aiuta ad arrivare dove occorre pur senza particolare mordente.  La Mimì di Maria Mudryak possiede invece un volume discreto che riesce ad emergere costantemente mostrando una donna certo malata ma con ancora tanto da esprimere in energie. La voce è uniforme, forse anche troppo dal punto di vista espressivo. Si difendono bene il Marcello di Davide Luciano per verve in scena e voce sempre sicura e lo Schaunard di Biagio Pizzuti dal colore interessantissimo per una voce rotonda e morbida. Ormai una garanzia la voce di  Romano Dal Zovo, buon Colline che con la sua ‘Vecchia zimarra’ convince ed emoziona.   Valentina Mastrangelo spicca per carattere e prontezza nel ruolo di Musetta, capricciosa al punto giusto, rompiscatole ma anche tanto buona con la sua amica morente, assecondando ogni momento scenico con una voce adatta e squillante. Completano dignitosamente il cast il simpatico Gregory Bonfatti come Parpignol, Roberto Accurso, splendido Benoit - Alcindoro, ed il Sergente dei Doganieri di Maurizio Pantò col Doganiere Nicolò Rigano.   

L’attenta orchestra dell’Arena di Verona è diretta nuovamente da Francesco Ivan Ciampa che pare spingere molto sui toni come a voler avvalorare la forza ed il carattere degli eventi, amplificando quanto esprime una partitura in verità di per sé ricca di piccoli sussulti, intimi lirismi e momenti di brio quasi nostalgico. Talvolta la voce degli interpreti soffre un po’ questa particolare energia.

Splendidi i piccoli del coro voci bianche A.LI.VE. preparati da Paolo Facincani, il coro della Fondazione è preparato naturalmente da Vito Lombardi.

Successo pieno da parte di un pubblico numeroso le cui suonerie di cellulare hanno fin troppe volte disturbato l'esecuzione.

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DON GIOVANNI, WOLFGANG AMADEUS MOZART  - TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDI’ 20 DICEMBRE 2018

Con una produzione proveniente da Aix-en-Provence il Teatro Comunale di Bologna riporta sul suo palcoscenico il dissoluto mozartiano più discusso di sempre, con uno spettacolo particolarmente avulso dal contesto specifico ed in cui lo spettatore e gli interpreti in scena sono chiamati a fare la gran parte della fatica lavorando di immaginazione. Jean-François Sivadier è attore egli stesso e pertanto ciò che ha voluto mettere in risalto non è tanto il contenuto di quello che accade ma chi lo interpreta e come. Al Comunale la regia è ripresa da Rachid Zanouda e Milan Otal; Federico Vazzola è assistente alla regia. Poco ha dovuto lambiccarsi il cervello Alexandre de Dardel nel concepire il contenitore che avrebbe ospitato le gesta ed i movimenti di chi agisce, poiché il tutto avviene in una sorta di palcoscenico misto a sala prove in cui è facile intravvedere gente che si acconcia i capelli o si lima le unghie sullo sfondo, addetti alle attrezzerie e tecnici proposti al montaggio scene, e i personaggi stessi che indossano i costumi di Virginie Gervaise talvolta come in scena, oppure in ciò che a noi appare una semplice prova. Sivadier vede il protagonista come un uomo amante della libertà più che un semplice libertino con le donne, capace di abbattere (materialmente) le pareti che inibiscono la vita o creano schemi sociali. Tutto è molto reale e concreto, non vi sono apparizioni o sparizioni, lo stesso Commendatore torna in scena insanguinato per esporre le sue battute senza particolare atmosfera. Il buio del vuoto scenico, rischiarato solo da lampadine multicolore che scendono dall’altro, rende più palese lo status di precarietà tanto scenica, come se lo spettacolo fosse ancora da montare, quanto contenutistica, poiché poco accade di realmente pregnante a nostro avviso in scena.  

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47277040_2426882034006293_7258758033210081280_n The spider Night club

RINALDO, GEORG FRIEDRICH HÄNDEL, TEATRO GRANDE DI BRESCIA, DOMENICA 2 DICEMBRE 2018

Se i nostri compositori sono spesso stati affascinati dalla letteratura anglosassone, nel caso del Rinaldo fu il compositore naturalizzato inglese Händel a prendere liberamente in prestito dalla Gerusalemme liberata del nostro Tasso le vicende per il suo Rinaldo, modificate in alcuni punti nel libretto di Hill/Rossi. Questo capolavoro di sfarzo musicale e ricchezza barocca è andato in scena per la prima volta in questo fine settimana al Grande di Brescia con una ottima presenza di pubblico. Ma in una epoca all’avanguardia come la nostra, ove in teatro si sperimenta di tutto e di più, del suddetto sfarzo barocco non ce ne è stato neanche l’ombra nello spettacolo concepito da Jacopo Spirei che ha preso vita grazie alle scene di Mauro Tinti. Altro che Crociate, grandi condottieri, eserciti e sanguinose battaglie; Spirei ci porta direttamente ai giorni nostri in un viaggio onirico del protagonista che viene visto come un insignificante impiegatuccio timoroso del proprio capo, che perde la testa per la dolce Almirena entrata a colloquio in ufficio. Le grandi battaglie sono qui litigi fra le mura dell’ufficio da cui parte la scena, e ciò che avviene a seguire è tutto frutto della mente del povero Rinaldo. Dall’ufficio si passa ad una specie di night club, ‘The spider’, dalle forti luci fucsia, di proprietà di una succinta e spregiudicata Armida, una odierna Aracne nella visione di Rinaldo, con tanto di ragno gigante che imperversa al centro della scena. Delicato invece il sogno/giardino circolare in cui si svolgono i momenti lirici tra Rinaldo e la dolce Almirena. Il sogno termina di nuovo in ufficio dove dopo l’ultimo litigio feroce regna finalmente la pace tra i protagonisti/colleghi. Giustamente modernissimi i costumi di Silvia Aymonino. Fondamentali le luci di Marco Alba, soprattutto nell’alcova di Armida, dai toni accesi ed abbaglianti.

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