OTTAVO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, venerdì 24 aprile 2015.


La stagione sinfonica di Verona continua con un accostamento musicale per certi versi antitetico se si considera il periodo di vita in cui i due compositori in questione concepirono i pezzi ascoltati. Pensando al Concerto per pianoforte n. 1 op. 15 in re minore di Brahms ci viene in mente che fu completato da un ancora giovane artista che non aveva raggiunto la piena maturazione musicale e dunque una sua personale firma; per contro la maestosa Sinfonia n. 5 op 64 mi minore  di Cajkovskij è l'opera di un uomo maturo  a cui restano solo cinque anni di una vita piena di sofferenze interiori e che sta maturando i temi e gli stati d'animo della celeberrima Patetica. Tuttavia fu proprio nella città di Brahms che questo capolavoro ottenne il suo primo successo e proprio quell'ambiente musicale stava tanto a cuore al compositore russo. 


L’orchestra dell’Arena di Verona conferma di entrare particolarmente in sintonia con il repertorio sinfonico e c'è da dire che in questo caso riesce a raggiungere una profondità e plasticità di suono che ci trova molto coinvolti. Il primo pezzo vede come protagonista il pianista Davide Cabassi, anche se come è noto  in questo Concerto lo strumento a tasti non è esattamente la prima donna assoluta. La melodia del piano si fonde perfettamente con l’orchestra quasi come se ne fosse suo elemento costitutivo e, fatto salvo alcuni pregnanti momenti del Maestoso, o del Rondò del terzo movimento, si pone soprattutto come ingrediente per cogliere nell’insieme le sfumature dei diversi temi che si intrecciano. Vi è una certa intemperanza giovanile e come tale l’interpreta Davide Cabassi, che trasmette tutto il suo impeto sui tasti dello strumento, dando soprattutto un carattere di forza e passione alla sua esecuzione. Si esalta nei concitati, si commuove e partecipa anche nel sentire l’operato orchestrale e lascia il pubblico in delirio sul finale. Il maestro Francesco Ommassini sceglie tempi staccati sì da non cadere in facili languori. Nessun bis concesso al termine per Cobassi nonostante le numerose chiamate alla ribalta.

Con Cajkovski siamo all’opposto. La gioventù è lontana e ci avviciniamo al nihilismo della successiva ‘sesta’,  pur con dei distinguo. Difatti dopo l’inizio cupo in cui i tempi sono distesi e pervade quasi un senso di incertezza, la melodia si apre nel secondo movimento con un Andante di luminosa dolcezza che sembra quasi elevare l’animo fino alle vette del sublime, ma con un respiro più lieve, quasi a suggerire ancora una speranza terrena. Nel terzo movimento infatti, l’orchestra brilla a suon di valzer, in cui la leggerezza è il valore aggiunto che si irrobustisce via via fino al crescendo del Finale, dirompente e trascinante: giusta conclusione di un percorso per così dire in crescendo. E così l’orchestra della Fondazione Arena trasporta il suo pubblico, attraverso le varie sensazioni che il Maestro Francesco Ommassini coglie ora con tempi più larghi e quasi abbracciando l’intera orchestra, ora con giusto brio e dinamicità, senza perdere di vista l’idea complessiva della composizione. Ottima ci è parsa la coesione tra i vari settori.

Successo pieno da parte di un teatro quasi esaurito con pubblico attento e soddisfatto che ha accolto favorevolmente sia Cobassi che il Maestro Ommassini.

Maria Teresa Giovagnoli

PROGRAMMA

Concerto per pianoforte n. 1 op. 15 in re minore di Johannes Brahms
Sinfonia n. 5 op 64 mi minore di Pëtr Il’ic Cajkovski

Direttore Francesco Ommassini
Pianoforte Davide Cabassi




Foto Ennevi

LA CENERENTOLA, G. ROSSINI – TEATRO SOCIALE DI ROVIGO, DOMENICA 19 APRILE 2015




Conclusione della stagione d’opera al Sociale di Rovigo con la Cenerentola di Rossini, nella versione coloratissima e dalle atmosfere leggere e ricca di siparietti tragicomici ideati dal regista Francesco Esposito, che cura anche i vistosi costumi color pastello. Se i vari personaggi sono lo specchio delle varie classi sociali, in questo allestimento vengono esasperati fin quasi alla caricatura, fermo restando una fragilità di fondo di ognuno di essi, artefici o distruttori del proprio destino. Don Magnifico è qui un voglioso uomo di mezza età che sogna ancora di saziare i suoi appetiti erotici; il servo Dandini nell' impersonare il principe di Salerno è invece agghindato da sultano con tanto di sudditi al seguito e scorta di sicurezza, armata di radioline ed auricolari; il filosofo Alidoro ci ricorda un circense che porta palloncini e dispensa saggezza ed il principe stesso si presenta in scena fotografando a destra e a manca con la sua fotocamera professionale, fingendosi una specie di fotografo di corte.  Tra essi le due sorellastre sono più svampite che mai e la povera Angelina è l’unica dotata di raziocinio in mezzo ad una autentica gabbia di matti.

Su una scena fissa ovoidale a scalini, opera di Mauro Tinti, che cambia aspetto a seconda delle luci curate da Alessandro Canali, vengono allestiti i vari ambienti con semplici aggiunte o drappi colorati, oppure elementi sullo sfondo. La festa del principe viene illuminata con le ben note sfere da discoteca calate dal soffitto, ed il palco viene prolungato anche intorno alla buca per permettere all’azione di proseguire anche oltre il piccolo palco del Sociale. Non mancano elementi di eccentricità come una croce contornata da lampadine, simbolo della presunta morte della povera Cenerentola in mano a Don Magnifico, oppure una scopa altrettanto circondata di luci ad uso della protagonista. Qua e là il direttore d’orchestra interagisce con i protagonisti che sfruttano le proprie voci anche per crearne sfumature quasi da parodia. In definitiva uno spettacolo molto brioso, allegro, che scorre via tra le immancabili risate del pubblico formato anche da tanti bambini.

Debutto più che positivo nel ruolo centrale per Marina De Liso, che gioca in casa e porta con sé un autentico trionfo. Ottime le agilità, ben studiato il personaggio della povera bistrattata dagli stessi famigliari, bella e ricca la pasta vocale, un autentico trionfo per lei.
Non alla sua altezza il tenore Filippo Adami nei panni di Don Ramiro che pur mostrando un colore interessante ed una buona dote nel recitare ci sembra soffrire l’acuto in taluni punti e mancare per incisività esecutiva.

Autentico mattatore Domenico Colaianni che scherza col suo personaggio di Don Magnifico sì da conquistare sempre la scena, coadiuvato da corretta esecuzione e bel timbro di basso ampio e ricco.
Enrico Maria Marabelli è un Dandini disinvolto, scherzoso e coinvolgente che offre bella prova sia attoriale che vocale.

Rocco Cavalluzzi  offre una gran bella voce ricca e profonda che fa onore al suo ruolo di Alidoro. Tra le sorellastre un buon successo per Linda Campanella  dalla voce chiara e pastosa che conferma anche la sua verve interpretativa raggiungendo il suo climax nell’aria finale. Paola Pittaluga sembra leggermente disomogenea nell’affrontare la scrittura vocale del suo ruolo, ma porta a casa una prova complessivamente positiva soprattutto per interpretazione.

Giovanni Di Stefano è stato impegnato alla guida di una buona Orchestra Sinfonica di Sanremo e molto disponibile nel collaborare con le varie situazioni pensate in ‘combutta’ con i protagonisti; mancava forse quel quid che rende le partiture si Rossini uniche e magistrali, ricche di sfaccettature e di continue piccole magie. Ben preparato il coro Lirico “Pietro Mascagni” di Savona dal maestro Gianluca Ascheri.
Pubblico festante e soddisfatto ha lasciato il teatro solo dopo diverse chiamate alla ribalta di tutti i protagonisti, con ovazioni per la protagonista De Liso.
   
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore d’orchestra         Giovanni Di Stefano
Regia e costumi                     Francesco Esposito
Scene                                      Mauro Tinti
Light design                          Alessandro Canali



GLI INTERPRETI

Don Ramiro                          Filippo Adami
Dandini                                  Enrico Maria Marabelli
Don Magnifico                      Domenico Colaianni
Angelina, detta Cenerentola Marina De Liso
Alidoro                                  Rocco Cavalluzzi
Clorinda                                Linda Campanella
Tisbe                                      Paola Pittaluga

Orchestra Sinfonica di Sanremo
Coro Lirico “Pietro Mascagni” di Savona
maestro del coro Gianluca Ascheri
Coproduzione Teatro Sociale di Rovigo e Teatro dell’Opera Giocosa O.N.L.U.S di Savona




Foto Luigi Cerati

JENUFA, L. JANÁČEK – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, VENERDI’ 17 APRILE 2015






“La cadenza melodica della lingua parlata, è il riflesso dell'intera vita.” L. Janacek

Compositore tra i massimi del teatro musicale e strumentale del '900,  apprezzatissimo all'estero dove i suoi titoli sono stabilmente in repertorio, in Italia Janacek è un illustrissimo sconosciuto al grande pubblico, in gran parte a causa di sterili scelte artistiche da parte dei nostri teatri che mirano esclusivamente ai grandi titoli di repertorio, lobotomizzando il  pubblico in un girone di sterile ripetitività che porta alla noia e alla disaffezione.

Plauso immenso quindi al Teatro Comunale di Bologna che oltre ad aver coprodotto questo spettacolo con la Monnaie di Bruxelles, lo ripropone senza indugio in casa propria con un cast ancora più superlativo rispetto alle  recite belghe.

Storia slava nella cornice della vita in villaggio, Jenufa ha in parte fortissime analogie con il verismo musicale italiano, compensato dalla profonda ammirazione che il compositore moravo aveva per le opera di  Mascagni e Leoncavallo.

Ma se una storia di gelosia e coltello si consuma in Cavalleria e Pagliacci, in Jenufa l'autore non si ferma nella facilità delle passioni e dell'azione, ma ne scruta con sicurezza i più nascosti risvolti dei suoi personaggi, distaccandosene quando serve, in uno scenario di profondissimo pessimismo cristiano, seguendoli da vicino senza mai perdere comunque una visione d'assieme.


Pur nella sua unità stilistica, dove musicalmente colpisce la precisione del discorso nel suo complesso, (l'uso degli ostinati è emblematico: insistenti, incalzanti, fissi e l'uso dello xilofono che con la sua nota ribattuta collega tra loro le scene del primo atto ne è il più chiaro esempio)  l'opera è ricca di contrasti che spaziano dalle sonorità rudi e amare alla più sublime dolcezza.

L'idea registica di Alvis Hermanis si sposa perfettamente con la musicalità di Janacek.

Il regista lettone coglie perfettamente i tratti psicopatici di un 'opera dove il morbo dell'apprensione e il senso dell'attesa hanno qualcosa di ossessivo,  trasportandoli, nel primo e terzo atto nelle pose plastiche e continuamente ossessive dei personaggi e delle danzatrici che fanno da contraltare alla vicenda (coreografie di Alla Sigalova), mentre nel secondo atto, ma con sfumature estremamente sottili, le fa catapultare in una squallida quotidianità fatta di miserie e solitudine di fronte alle crudeltà della vita.

E il divario è profondo e netto della scelta registica tra il primo, il terzo atto e il secondo atto.

Se nel primo e nel terzo atto Hermanis esalta un folklorismo di maniera quasi esotico enfatizzato dall'utilizzo di tradizionali e spettacolari costumi moravi ( di Anna Watkins)  e dalle proiezioni dei quadri del moravo Alfons Mucha (curati da Ineta Sipunova), il secondo atto ruota attorno all'ossessività di Kostelnicka per il peccato e l'espiazione di una colpa che porterà all'infanticidio.

Kostelnicka è il personaggio che a nostro parere ha attratto più di altri lo scrupolo e l'interesse di Hermanis, trasformandola in una donna dal nervosismo crescente, dove la sagrestana del paesello si trasforma in una virago teutonica, in una walkiria, in una ossessa spiritata, confezionando uno sdoppiamento di personalità degno della più alta cinematografia.

E sugli allori quindi va senza dubbio l'interpretazione straordinaria di Angeles Blanca Gulìn, artista eccezionale che ha saputo stupirci facendo risaltare, complice una musicalità raffinatissima unita ad una voce d'acciaio e a una dote attoriale convincente, le ossessività di una Kostelnicka malata di fanatismo religioso e legata alle più mere convenzioni sociali.

Andrea Dankovà è una Jenufa dal canto elegiaco modellato sull'uso perfetto della parola che sa compensare le asperità e le durezze della voce nel settore alto del rigo con un fraseggio esemplare unito ad una perfetta aderenza al dettato registico.

Esemplare nel canto lo Steva di Ales Briscein,  cantante perfetto in questo repertorio per precisione e cura nell'utilizzo della parola ceca cantata unito ad un controllo vocale superlativo.

Cosi come Brenden Gunnell nel ruolo di Laca, che se dalla sua non ha la padronanza del madrelingua ceco, ha saputo tratteggiare con passione e la giusta dose di gigioneria il fratello ricco della famiglia.

Complimenti agli tutti gli altri artisti del cast (Gabriella Sborgi, Burya – Leigh-Ann AllenKarolka, Maurizio Leoni, Starek- Luca Gallo, Rychtar- Monica Minarelli, Rychtarka- Arianna Rinaldi, Pastuchyna- Roberta Pozzer, Barena- Sandra Pastrana, Jano- Grazia Paolella, Tekta) che hanno saputo affrontare le asperità del dettato cantato ceco di Janacek con professionalità e preparazione ammirevoli.

Juraj Valcuha, debuttante nella direzione di questa partitura, ha dimostrato di conoscerne a fondo i più infinitesimi particolari riuscendo a risaltarne il ritmo, l'accento, il salti armonici e il peso fonico di una scrittura straordinaria, complice un'orchestra del teatro comunale concentratissima e in splendida forma.

Molto bene per preparazione e duttilità vocale il coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Andrea Faidutti.

Successo vivissimo per tutti, con ovazioni per Blancas, Gulin e Valcuha.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore
Juraj Valčuha
Regia e scene
Alvis Hermanis
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Costumi
Anna Watkins
Luci
Gleb Filshtinsky
Coreografie
Alla Sigalova
Drammaturgia
Christian Longchamp
Video
Ineta Sipunova
Assistente alla regia
Marielle Kahn


GLI INTERPRETI

Jenůfa

Andrea Dankova

Laca Klemeň
Brenden Gunnel

Števa Buryja
Ales Briscein
Kostelnička Buryjovka
Angeles Blancas Gulin
Starenka Buryjovka
Gabriella Sborgi
Stárek, il mugnaio
Maurizio Leoni
Rychtar, il sindaco
Luca Gallo
Rychtářka
Monica Minarelli
Karolka
Leigh-Ann Allen
Pastuchyňa
Arianna Rinaldi
Barena, cameriera nel mulino
Roberta Pozzer
Jano, pastore
Sandra Pastrana
Tetka, zia
Grazia Paolella
Danzatrici

Angela Sanchez Gonzales, Lea Bechu, Delphine Simons, Fanny Vandersande, Hanne Schillemans, Janet Novas, Lisa Van Den Broeck,  Manuela Schneider, Martina Orlandi, Viola Vicini, Diletta Della Martira, Novella Della Martira, Marta Tabacco, Mariangela Massarelli, Veronica Gambini, Martina Platania



Allestimento del Teatro Comunale di Bologna in coproduzione con Théâtre de La Monnaie / De Munt Bruxelles

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna


Foto Rocco Casaluci




IL BARBIERE DI SIVIGLIA , G. ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, MARTEDI’ 14 APRILE 2015







La serata dedicata agli studenti è sembrata quanto mai azzeccata per assistere a questa nuova produzione de Il Barbiere di Siviglia al Teatro Filarmonico di Verona. Abbiamo avuto il piacere di vedere un teatro gremito fin quasi a scoppiare di abbonati e ragazzi festanti che hanno mostrato di gradire il capolavoro di Rossini, certo per la sua natura di opera straordinaria e ricca di spunti, ma anche e soprattutto in virtù dell’allestimento nato dalla felice collaborazione del regista Pier Francesco Maestrini col disegnatore Joshua Held.

Se è vero che si è visto di tutto e di più per questo ed altri capolavori, di sicuro ciò che è stato proposto dalla coppia creativa è qualcosa di fresco e veramente fruibile da un pubblico vastissimo, ricalcando e rimaneggiando completamente quanto già ottimamente realizzato dal regista nel 2010 in Sudamerica e con grandissimo successo. Perché allora non pensare che sia Rossini stesso in versione Cartoonia a dare in mano la partitura fresca di penna al direttore d’orchestra che interagisce con lui sul palco? E perché non concepire che tutti i personaggi ricordino nel volto e nelle ‘misure’ il grande compositore, mescolandosi di continuo alle loro controfigure disegnate, che vivono ed interagiscono con la realtà del palco? La vicenda è presentata con tanto di sigla d’apertura con personaggi ed interpreti proprio come in un cartone animato, che scorre sullo schermo e si fa interattivo grazie ai trucchi scenici ed alla regia dinamica, che spinge gli interpreti a vere e proprie gag e siparietti talvolta davvero impensabili, con tanto di rumori fuori campo e scritte onomatopeiche degni dei migliori cartoni animati della storia. Ebbene tutto questo ha offerto lo spettacolo a cui abbiamo assistito, che nel filmato non si fa mancare neanche citazioni cinematografiche e addirittura caricature illustri come quelle di Luciano Pavarotti e Giovanni Allevi, ad esempio.

I costumi riproducono naturalmente quelli coloratissimi del disegno animato con vistosi parrucconi e tutti i protagonisti sono ‘allargati’ con enormi cuscini, rendendo lo spettacolo ancora più simpatico e divertente.

La compagnia di canto è stata accompagnata da una orchestra areniana in grande forma, grazie soprattutto all’ottima mano di  Stefano Montanari, davvero esperto ed a suo agio in questo tipo di repertorio, che ha saputo creare un suono multi sfaccettato, col giusto mix di brio ed intensità elegiaca laddove richiesto, con occhio attento al palco e molto abile nel non farsi distrarre dai rumori imposti dai continui sketch che talvolta rischiavano di sovrastare il suono degli strumenti.

Con tale guida anche i protagonisti hanno dato tutti il meglio di sé nel canto e davvero molto ancora come interpretazione, tenendo conto anche delle difficoltà dovute ai costumi molto ingombranti che certo non facilitano l’azione. Bravo innanzitutto il protagonista Figaro, Sundet Baigozhin che si è mostrato un leone sul palcoscenico: pronto, spiritoso, sagace, coadiuvato da una bella voce interessante sia per colore che per volume; davvero una bella sorpresa.

Così la Rosina di Silvia Beltrami è stata al gioco, si è calata nel ruolo perfettamente con spirito e simpatia. Le agilità sono fantastiche ed il colore della voce scuro si addice molto ad un personaggio schietto e volitivo; pare soffrire un po’ nell’acuto, ma la sua resta una serata molto positiva.
Il Conte è stato un Edgardo Rocha dalla voce di bella pasta morbida e musicale. Il volume non è di quelli prepotenti che sovrastano la pur attentissima orchestra e le agilità non sono impeccabili, ma il suo canto è espressivo e armonico ed è dotato anch’egli di buone doti attoriali.

Ci ha bene abituati Omar Montanari ad interpretazioni davvero centrate per voce e presenza scenica, così il suo Bartolo è risultato vincente anche questa volta.
Ben si è disimpegnato anche Marco Vinco nel ruolo quanto mai strampalato di un Basilio maleodorante bardato con vistosi occhiali, abito e cappello neri, al cui passaggio le piante si seccano, i quadri cascano e gli animali soffocano.
Salvatore Grigoli e Irene Favro sono gli spigliati e discreti Fiorello/Ufficiale e Berta. Ottimo il coro dell'Arena di Verona.

Pubblico molto ‘effervescente’ e divertito ha tributato moltissimi applausi indistintamente a tutti i protagonisti per una serata di successo pienissimo.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra          Stefano Montanari
Regia                                     Pier Francesco Maestrini
Scenografia animata
e Costumi                              Pier Francesco Maestrini e Joshua Held

GLI  INTERPRETI

Il Conte d'Almaviva             Edgardo Rocha
Bartolo                                  Omar Montanari
Rosina                                   Silvia Beltrami
Figaro                                    Sundet Baigozhin
Basilio                                    Marco Vinco
Fiorello/Un Ufficiale             Salvatore Grigoli
Berta                                      Irene Favro


Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona
Direttore Allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona in coproduzione con il Teatro Operbalet di Maribor.













Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

CONCERTO DI VERONA LIRICA- TEATRO FILARMONICO DI VERONA, 11 aprile 2015



Si è conclusa la stagione concertista del circolo Verona Lirica con questo settimo concerto che ha visto protagonisti sul palco del Teatro Filarmonico di Verona il soprano Francesca Dotto, il tenore Piero Pretti, il basso Antonio Di Matteo, accompagnati dal pianista Pietro Salvaggio e l'ensemble I Fiati di Verona.

Dopo i consueti saluti di rito ai soci e agli illustri ospiti presenti in teatro, tra i quali piace ricordare Cecilia Gasdia, Bruno de Simone, Francesco Ellero D'Artegna e Francesco Ernani, introdotti con la consueta simpatia e professionalità da Davide Da Como, ecco che l'ensemble I Fiati di Verona apre il concerto con l'impegnativa trascrizione della sinfonia de La Forza del Destino di Giuseppe Verdi, eseguita con impeccabile professionalità e capacità da questo gruppo costituito interamente da professori provenienti dalle file dell'orchestra areniana. La capacità nel far risaltare le massicce sonorità orchestrali, e le delicatissime parti solistiche, pur ridotte ai soli suoni del flauto, clarinetto, fagotto, oboe, corno e un contrabbasso, hanno reso l'esecuzione veramente di alto livello. Nel corso del concerto, il gruppo di strumentisti si produrrà in altre trascrizioni per insieme di fiati della sinfonia dal Signor Bruschino di G. Rossini e la sinfonia da Nabucco di G. Verdi, sempre con una maestria e professionalità impeccabili.

Al giovane basso Antonio di Matteo spetta il compito di aprire la parte solistica con l'esecuzione dell'aria “Vi ravviso o luoghi ameni” dalla Sonnambula di V.Bellini, a cui farà seguito nel corso del pomeriggio l'interpretazione di “Isis und Osiris” da “Die Zauberfloete” di W.A.Mozart e “Il lacerato spirito” dal Simon Boccanegra di G.Verdi.
Interprete ancora acerbo per quel che riguarda interpretazione e fraseggio, Antonio di Matteo mostra però una notevole dote vocale per sonorità e per gamma armonica che siamo certi saprà coltivare e raffinare nel corso degli anni.

Alla giovanissima soprano Francesca Dotto, ormai non più una promessa ma già certezza del nuovo panorama lirico, spetta il compito di unica voce femminile del pomeriggio musicale, che sa regalare al pubblico momenti di partecipe coinvolgimento con l'interpretazione di “Mi chiamano Mimi” da Bohème di G.Puccini, “Chi il bel sogno di Doretta” da la Rondine di G.Puccini e infine in coppia con Piero Pretti il duetto “Un di felice” da la Traviata di G.Verdi.
Dalla bella vocalità di soprano lirico di coloratura, Francesca Dotto si cimenta anche in ruoli più schiettamente lirici come quelli di Puccini, evidenziando una notevole dimensione vocale e perfetto controllo dei fiati e dell'emissione sonora, soprattutto nella non facile aria da “La Rondine”.

Il tenore Piero Pretti ha voce meravigliosa di lirico vero, e ha saputo regalare al pubblico veronese autentiche perle per raffinatezza di fraseggio e cura interpretativa  come “Tombe degli avi miei” da Lucia di Lammermoor di G.Donizzetti, “Quando le sere al placido” da Luisa Miller di G.Verdi, “Ah si ben mio” da Il Trovatore di G. Verdi e come detto in coppia con Francesca Dotto il duetto “Un di felice” da Traviata di G. Verdi. Piero Pretti ha un gusto nel porgere il canto veramente encomiabile, unito ad un notevole volume sonoro e una naturale capacità interpretativa che lo rendono uno dei tenori italiani della sua generazione più richiesti.


Pubblico entusiasta e partecipe, ha tributato agli artisti tutti e agli organizzatori ai quali si unisce il nostro più vivo e sentito plauso per sapere promuovere ed organizzare concerti di belcanto di un buon livello qualitativo in una realtà artistica sempre più desolante, ovazioni sincere con la promessa di rivederci in autunno per una nuova sfida organizzativa e di qualità.


Pierluigi Guadagni

C. W. GLUCK, ALCESTE – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 20 MARZO 2015





Nel segno del più squisito classicismo la prima rappresentazione veneziana firmata dal regista Pier Luigi Pizzi dell’Alceste di Gluck, proposto nella versione in italiano della prima assoluta viennese, per omaggiare i trecento anni dalla nascita del compositore. Tutto è misurato e quasi sembra aleggiare un velo candido a coprire e proteggere l’intero spettacolo che si propone così intimo e delicato sotto ogni punto di vista. Il bianco delle elegantissime scene, il candore dei costumi leggiadri dall’effetto quasi marmoreo, le movenze appena accennate, se non addirittura statuarie dei protagonisti, la compitezza del coro che non compie mai un gesto di troppo: tutto nella percezione del regista conferisce una misurata sacralità di chiaro rimando alle vicende esposte. Il senso di morte che aleggia sin dall’inizio e di sospensione sulle sorti dei protagonisti, nonché il vibrante sentimento motore del mondo che lega così profondamente i sovrani della Tessaglia, fino ad impietosire gli dei, sono qui esposti in modo funzionale rendendo giustizia sia al libretto che alla musica del compositore. Le luci di Vincenzo Raponi aiutano a sottolineare quanto espresso nello spettacolo.

Così anche musicalmente il direttore Guillaume Tourniaire ha posto in essere una cornice musicale in cui gli interpreti hanno potuto esprimersi senza mai essere prevaricati, ma anzi conferendo leggerezza ed allo stesso tempo una giusta dinamicità all’esecuzione della sempre in forma orchestra feniciana.

In tale ambiente musicale si è mossa al meglio  Carmela Remigio che ha proposto una aggraziata ma accorata Alceste. Dotata di particolare eleganza sia nel gesto che nell’esecuzione canora, il regista l’ha voluta porre spesso ‘in posa’ come ad immortalare la sua figura nell’eternità scolpita delle note vicende. Il nero di cui si poi copre la veste mortale contrasta e sottolinea la soavità del canto che brilla in acuto divenendo giustamente oscuro nel dolore espresso dalle note più gravi, risolte dal soprano con la consueta professionalità.

Non esattamente all’altezza della partner Marlin Miller che affronta il difficile ruolo di Admeto con qualche difficoltà esecutiva percepita in taluni punti, ma non esitando a dare anima e cuore al suo personaggio che farebbe qualunque cosa per salvare la sua regina dagli inferi.

Bella prova di Zuzana Marková come Ismene:  la sua musicalità unita ad interpretazione e bella voce le fanno centrare il personaggio della confidente sensibile e compartecipe. Così pure un corretto Giorgio Misseri si disimpegna con un buon Evandro dalla  voce leggera ma dal bel timbro.

Non particolarmente impressionante per noi il Gran Sacerdote, nonché Apollo stesso di Vincenzo Nizzardo che comunque mostra una certa vena interpretativa. Buono il Banditore/Oracolo di Armando Gabba, particolarmente incisivo proprio nel secondo ruolo, giustamente austero e distaccato con la voce fuori campo.

I piccoli Ludovico Furlani ed Anita Teodoro sono i figli della coppia reale, mentre completano positivamente il cast gli ottimi Alessandra Giudici, Eleonora Marzaro, Ciro Passilongo, Antonio Casagrande nelle vesti di cittadini, damigelle di Alceste e del nume infernale.

Veramente positiva la prova dell’ottimo coro preparato da Claudio Marino Moretti, qui grande protagonista, pur se non facilitato dell’impianto come detto statuario della regia, riuscendo ad imprimere forza e dolore o esaltazione ai vari interventi con precisione ed ottimo impasto vocale.

Un buon successo per tutti i protagonisti, per un teatro non pienissimo di pubblico che comunque in generale ha mostrato di apprezzare la serata. Per quanto ci riguarda ci piace sottolineare il nostro apprezzamento verso i Teatri come La Fenice di Venezia che, allargando gli orizzonti anche verso produzioni non consuete, alternano giustamente queste serate diremmo di nicchia a quelle con titoli più popolari per accontentare i gusti di tutti.

Maria Teresa Giovagnoli

versione Vienna 1767

LA PRODUZIONE

direttore                       Guillaume Tourniaire 
regia, scene e costumi  Pier Luigi Pizzi
light disigner              Vincenzo Raponi

GLI INTERPRETI

Admeto                      Marlin Miller
Alceste                       Carmela Remigio
Eumelo                       Ludovico Furlani*               
Aspasia                       Anita Teodoro*                       
Evandro                      Giorgio Misseri
Ismene                        Zuzana Marková
Un banditore
 / Oracolo                    Armando Gabba
Gran sacerdote
 d’Apollo / Apollo      Vincenzo Nizzardo
Cittadini, damigelle di Alceste,
un nume infernale       Alessandra Giudici, Eleonora Marzaro, 
                                 Ciro Passilongo, Antonio Casagrande

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

* Piccoli Cantori Veneziani
maestro del Coro Diana D’Alessio


nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nel tricentenario della nascita di Christoph Willibald Gluck (1714)
in coproduzione con la Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino







Foto Michele Crosera

EL AMOR BRUJO, BALLETTO SU MUSICHE DI DE FALLA - CAVALLERIA RUSTICANA, MASCAGNI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 8 marzo 2015





L’amore ‘stregone’, pazzo, passionale, che lotta e si scontra con gli ostacoli che la vita gli pone davanti è la chiave di lettura per comprendere l’insolito accoppiamento che il regista e coreografo Renato Zanellaha trovato per il breve balletto El amor brujo, che si basa su una leggenda popolare spagnola di spiriti e l’opera Cavalleria Rusticana, che invece rappresenta uno dei massimi esempi di verismo con i suoi contenuti di assoluto realismo e dolore ambientati in Sicilia. Eppure il regista e coreografo della Fondazione Arena ha trovato un escamotage per mettere in scena il dittico che ha debuttato ieri al Teatro Filarmonico di Verona. Naturalmente la presenza di una passionale storia d’amore in entrambe le vicende permette di collegarle direttamente e poi il balletto cambia completamente contenuto, diventando solo l’antefatto delle vicende successive. Dunque niente streghe, maledizioni o antri misteriosi per L’Amore stregone: la protagonista  Candelas lascia il posto alla stessa Lola che ritroviamo in Cavalleria, la quale incontra il suo Turiddu mentre un gruppo di danzatori itineranti prova dei passi in Sicilia tra le rovine di un tempio greco in un paesaggio lunare, che poi si trasforma velocemente negli altri ambienti necessari con soltanto specifiche aggiunte.  Risultano così delicatamente funzionali le scene di Leila Fteitache cura anche i costumi molto belli sia dei ballerini che dei cantanti.

Le varie sezioni del lavoro di De Falla secondo il regista si adattano facilmente anche al contenuto qui concepito come premessa alla successiva Cavalleria: un senso di mistero unito anche alla sensualità e conturbanza delle diverse melodie dalle contaminazioni arabe, che cambiano continuamente ritmo ed atmosfera, si pensi per esempio alla Danza del terrore o alla Danza rituale del fuoco rispetto alla melodia de I sortilegi, stupiscono e catturano lo spettatore, portandoci direttamente alla magia che sembra stregare insistentemente Turiddu a Lola, nonostante la vita li abbia separati per via della guerra ed assegnati a nuovi compagni.  Clarissa Leonardiè Lola stessa che qui si unisce al gruppo di gitani per cantare le sue canzoni, in verità a parer nostro molto più a suo agio in Cavalleria dal punto di vista espressivo.

Applauditissimi i primi ballerini Antonio Russo, Evghenij Kurtsev e Teresa Strisciulli.

Gioco facile per il Maestro Jader Bignaminitrarre il meglio dall’orchestra dell’Arena di Verona, trascinando con precisione e grande senso ritmico l’intera compagine musicale, che si trova a suo agio con l’imprevedibilità delle note in questa partitura.

Il capolavoro di Mascagni inizia senza soluzione di continuità rispetto al balletto con dei cambi di luce studiati ad effetto da  Paolo Mazzon.
Il cast vocale ha visto brillare soprattutto la stella di Ildiko Komlosi, che oltre ad essere una incredibile cantante in questo caso ha dimostrato di possedere una sensibilità emozionale impressionante: la sua Santuzza è una donna vera, sensuale e passionale, che ama fino all’ossessione il suo uomo, ben sapendo che il suo cuore appartiene ad un’altra arrivata molto prima di lei. Meraviglioso il timbro vocale, il canto in voce in ogni situazione, una cantante completa che mostra ogni volta tutta la sua grande esperienza. Per lei un autentico trionfo.

Il Turiddu Yusif Eyvazovci ha piacevolmente colpito per interpretazione, presenza scenica e tenuta vocale. Se anche il suo timbro può sembrare non particolarmente uniforme, ci sono corpo e volume in abbondanza, con anche una certa attenzione a variarne l’emissione a seconda del caso.
Molto bene anche Sebastian Catana, Alfio,per autorevolezza, bel timbro corposo e possente, molto adatto al ruolo del marito geloso e vendicativo.

Clarissa Leonardiha come detto figurato molto più in questa parte per esecuzione e presenza scenica grazie ad una voce molto piacevole da ascoltare.
Accorata e molto coinvolta la mamma Lucia di Milena Josipovic.
Il coro areniano diretto da Vito Lombardi a nostro avviso è stato poco partecipe stavolta e non precisissimo in certi attacchi, forse complice la postazione piuttosto fissa in scena che non facilita certo un maggior coinvolgimento.

Ancor più in Cavalleria Rusticana, Jader Bignaminiha mostrato carattere e squisita sensibilità musicale. Si è percepita una energia ed un profondo legame con la partitura, che attraverso l’orchestra in taluni punti ha spinto davvero alla commozione, come naturalmente nel meraviglioso intermezzo che non lascia scampo agli animi sensibili.

Applausi sentiti e commossi per tutti, con ovazioni per Komlosi, Eyvazov e Bignamini. Un bel successo che ci piace sottolineare con la conferma che questo settore ha davvero ancora tanto da offrire alla nostra cultura, che ne ha bisogno più che mai in questo periodo.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direttore
Jader Bignamini
Regia e coreografia
Renato Zanella
Primo ballerino/a
Antonio Russo
Primo ballerino/a
Evghenij Kurtsev
Primo ballerino/a
Teresa Strisciulli
Scene e costumi
Leila Fteita
Luci
Paolo Mazzon


GLI  INTERPRETI
Santuzza - C.R.
Ildiko Komlosi
Turiddu - C.R.
Yusif Eyvazov
Alfio - C.R.
Sebastian Catana
Lola - C.R.
Clarissa Leonardi
Lucia - C.R.
Milena Josipovic

ORCHESTRA , CORO E CORPO DI BALLO DELL’ARENA DI VERONA

Direttore corpo di ballo: Renato Zanella

Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona

  






Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

CONCERTO DI VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA - DOMENICA 1 MARZO 2015



Una delle cose più soddisfacenti che possono capitare quando ci si reca ad una manifestazione musicale è constatare come spesso impegno organizzativo, bella musica ed atmosfera amichevole si coniughino perfettamente insieme per un risultato di grande valore. Non è la prima volta che sottolineiamo questo aspetto riguardo all’Associazione Verona Lirica, ma ogni volta il calore di chi svolge il proprio lavoro con passione è talmente tangibile che inevitabilmente coinvolge gli interpreti e chi ascolta.

Così il concerto di ieri, ove come di consueto si sono ascoltati successi senza tempo del repertorio operistico internazionale, ha registrato un altro bel traguardo per l'associazione lirica. Stelle del pomeriggio le indiscusse prime donne internazionali Amarilli Nizza ed Ildiko Komlosi, che hanno interpretato alcuni dei loro cavalli di battaglia regalando momenti di altissima scuola canora.

Che Amarilli Nizza sapesse emozionare non vi erano dubbi alcuni, e con l’aria ‘Addio, mio dolce amore!’ da Edgar di Puccini ha sottolineato ancora una volta quanto una voce solida come quella dell’interprete, unita a consolidata tecnica ed espressività singolari, nonché cura delle sfumature, portino a performance di altissimo livello, degne dei teatri in cui onora il nostro Paese. Il duetto con la rivale Amneris di Aida dimostra inoltre come forza e potenza possano poi sfociare in dolci suoni delicati e carichi di preghiera, mentre passione e sensualità sono i tratti tipici che emergono nel duetto con Cavaradossi da Tosca; ancora morbidezza, amore e coraggio si fondono nella meravigliosa ‘La mamma morta’ da Andrea Chénier di Giordano. Intenso il duetto con Il conte di Luna dal verdiano Trovatore.

Straordinaria anche Ildiko Komlosi sia per presenza scenica che per impressionante volume vocale il cui timbro risulta omogeneo in tutta la gamma e si tinge di tinte bronzee e profonde nella zona grave, esaltata da una tecnica acquisita in anni di esperienza. Quasi da lacrime ‘Mon coeur s’ouvre à ta voix’, di Saint Saens, cantato sempre sulla parola, calibrando ed adattando il suono con squisita immedesimazione; precisa la sua Principessa di Bouillon da Adriana Lecouvreur, immancabile pezzo di Cilea; ancora pathos e grinta nel finale di Carmen di Bizet col collega tenore, così come nel suddetto duetto da Aida.

A far da loro cavalieri il baritono Elia Fabbian ed il tenore Dario Di Vietri, ora amanti ora nemici mortali nei succitati duetti, con alcuni pezzi solistici naturalmente. Fabbian ha proposto arie dall’Otello e da La forza del destino di Verdi, nonché dall’Andrea Chénier. Nel concitato duetto dal Trovatore infine abbiamo potuto apprezzare particolarmente la buona pasta vocale e l’interpretazione.
Di Vietri invece ha offerto arie da Cavalleria Rusticana di Mascagni in preparazione in questi giorni proprio al Filarmonico, si è ‘scontrato’ per così dire con il mezzosoprano come detto in Carmen, ed ha esaudito i desideri di molti fra il pubblico con l’immortale ‘Nessun dorma’ di Puccini. Pur lasciando margini di miglioramento nei passaggi cruciali del suo registro vocale, il tenore si mostra proiettato in acuto con bel colore ed una verve interpretativa che colpisce l’auditorio.

Come sempre al pianoforte il Maestro Patrizia Quarta segue ed accompagna gli artisti con la consueta sensibilità.

Applausi davvero generosi per tutti ed ancora tanta soddisfazione per gli organizzatori che vanno lodati per quanto offrono con continuità alla città di Verona ed agli amanti della bellezza in musica.

Maria Teresa Giovagnoli




LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI - TEATRO CARLO FELICE DI GENOVA, sabato 21 febbraio 2015






Destava molta curiosità la Lucia di Lammermoor che ha debuttato ieri al Carlo Felice di Genova, soprattutto per la attesissima regia del Maestro del brivido cinematografico Dario Argento. Dobbiamo subito dire che coloro che si aspettavano grandi sconvolgimenti della trama sono stati delusi, poiché la storia è di per sé già truculenta e dunque lo spettacolo a cui abbiamo assistito è stato alquanto tradizionale ed in linea con tanti altri che lo hanno preceduto, con qualche spunto di discussione. L'azione è stata semplicemente spostata dal cinquecento a più o meno l'epoca di Donizetti, ove gli ambienti prescritti dal libretto sono piuttosto eleganti se pur stilizzati, opera di Enrico Musenich. I personaggi hanno tutto ciò che serve per muoversi sulla scena e dal punto di vista interpretativo hanno ampia possibilità di esprimere i propri stati d'animo e pulsioni. Alcune immagini proiettate fanno da sfondo a completamento della scenografia e lo spettacolo risulta scorrevole e per nulla spiacevole, se pur con alcune perplessità. Infatti poteva in teoria risultare molto vincente l'aggiunta del fantasma di cui narra Lucia alla fontana, ma a nostro parere non ha aggiunto di fatto nulla di particolarmente pregnante allo spettacolo, per giunta in taluni punti ci è sembrato addirittura superfluo. Ha destato addirittura qualche sorriso l'uccisione in scena del povero Arturo accompagnata da urla esageratamente stridule. La sventurata protagonista ritorna poi in scena molto più insanguinata del solito, il che forse ha soddisfatto le attese dei più sanguinari. Molto poetico secondo noi invece lo spirito di Lucia che si ricongiunge al suo Edgardo in punto di morte, sebbene questa non sia una novità assoluta. Infine i costumi di Gianluca Falaschi si inseriscono nel contesto con coerenza.

La sventurata fanciulla di Lammermoor è il soprano Desirée Rancatore, che non è certo nuova al ruolo e pertanto conosce profondamente tutte le sue sfaccettature. Il Maestro Argento l'ha voluta lucida all'inizio se pur tormentata nel cuore, ma man mano che il suo dolore si fa più intenso esso si intreccia con il senso di devozione fraterna misto ad orgoglio e rabbia, che quindi sfocia in follia per l'inevitabilità del fato. L’interprete fa sue queste dinamiche risultando sempre centrata nel ruolo. Dal punto di vista vocale dopo un inizio non proprio all'altezza delle doti che ben conosciamo, è parsa via via sempre più convincente, coronando la prestazione con la intensa scena della pazzia che le è valsa un lungo applauso commosso.

Gianluca Terranova è un generoso Edgardo, che coglie lo spirito di sofferenza del personaggio che vede rubato il suo amore impossibile, cantando sempre potremmo dire 'col cuore in mano' e trasmettendo questo sentimento anche con la voce. Nonostante in alcuni passaggi essa non risulti  pulitissima, offre un bel timbro che si esalta in acuto soprattutto man mano che le corde si scaldano.

Maiuscola la prova di Stefano Antonucci nel complicato ruolo di Enrico. Sa di far torto alla sorella, ma non esita a sacrificarla per suo tornaconto, mostrandosi poi sinceramente contrito quando però ormai il dado è tratto. Il baritono dona classe ad un personaggio di per sé discutibile, grazie anche alla sua voce dal timbro che piace; il suono si fa potente e l'emissione sicura, così come pure il fraseggio è particolarmente morbido.

Molto bene anche Giovanni Battista Parodi nel ruolo di Raimondo, che è passato dal secondo al primo cast in sostituzione dell’indisposto Orlin Anastassov. Forte di una vocalità scura e robusta, il suo serio ed austero personaggio si inserisce perfettamente nell'atmosfera cupa che l'opera richiede centrando una prestazione molto positiva.
Svolge la sua aria un discreto Arturo, Alessandro Fantoni, mentre buona la Alisa di Marina Ogii. Non ci ha convinto a pieno il Normanno di Enrico Cossutta, da risentire.

Bene il coro di Pablo Assante, molto partecipe in scena soprattutto in formazione compatta.
L'orchestra del Carlo Felice è parsa in ottima forma col Maestro Giampaolo Bisanti alla testa. Il direttore riprende in mano lo spartito dopo il recente debutto trevigiano confermando le impressioni di allora: l'intesa con l'orchestra è anche qui notevole ed il suono ne esce brillante, ampio e vellutato, dunque mai pesante e come sempre grande è l'attenzione ai cantanti. Stavolta abbiamo notato anche l'alternanza della conduzione con bacchetta o senza, onde seguire i momenti lirici oppure gli interventi coristici in maniera ancora più ‘avvolgente’.
Lo spettacolo si è concluso con applausi per tutti i protagonisti principali ed il direttore d'orchestra, mentre la regia è stata accolta con sonore contestazioni che francamente abbiamo trovato eccessive.


Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direttore Giampaolo Bisanti

Regia              Dario Argento
Assistente 
alla regia Davide Battistelli
Scene              Enrico Musenich
Costumi    Gianluca Falaschi
Assistente 
ai costumi Gian Maria Sposito
Luci                 Luciano Novelli

Maestro del Coro Pablo Assante


GLI INTERPRETI

Lucia            Desirée Rancatore

Edgardo       Gianluca Terranova
Enrico         Stefano Antonucci
Raimondo   Giovanni Battista Parodi
Arturo        Alessandro Fantoni
Alisa           Marina Ogii
Normanno  Enrico Cossutta
Mimo        Fabiola Di Blasi

Orchestra  del  Teatro Carlo Felice

Coro del Teatro Carlo Felice

Nuovo allestimento del Teatro Carlo Felice

















Foto Marcello Orselli per il Carlo Felice di Genova

DON PASQUALE, G. DONIZETTI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, mercoledì 18 febbraio 2015





Risulta quanto mai piacevole la ripresa del Don Pasquale di Donizetti al Teatro la Fenice di Venezia, nell’allestimento di Italo Nunziata che ambienta la vita agro-dolce dell’attempato buon partito in una azienda tessile degli splendidi Anni Trenta del secolo scorso, ispirandosi anche alle immagini cinematografiche note di quegli anni. Tra le mura dell’impresa ‘Manifatture da Corneto e figli’ si alterna il personale al servizio del burbero Don Pasquale, tra le cui segretarie in divisa vi è proprio la bella Norina che spasima per il nipote.  In stile tradizionale ma non obsoleto, tutti gli ambienti di Pasquale Grossi che firma anche i costumi in stile, sono perfettamente integrati agli atti in essere per una regia che davvero offre tanti spunti a ciascun personaggio, rendendolo ognuno unico a suo modo. Niente è fuori posto, le scene scorrono fluide trasformando gli uffici nella bella casa dello scapolone e poi in un giardino delicato per il terzo atto. Certo non mancano momenti di amarezza, la trama stessa dell’opera lo richiede, ma il tutto è condito con tale delicatezza che allo spettatore resta alla fine una sensazione molto serena. Persino le luci di James Patrick Latronica si pongono al servizio degli eventi, cosa che non sempre riesce come qui.

Il cast ha visto trionfare nel ruolo principale l’acclamatissimo Roberto Scandiuzzi. Il carismatico trevigiano ha intagliato un Don Pasquale decisamente istrionico che è in grado di coniugare presenza scenica ed interpretazione vocale ottenendo un personaggio per nulla sconfitto dai raggiri subiti, ma anzi rafforzato moralmente e potremmo dire anche divertito da tutta la situazione. In fin dei conti è pur sempre un uomo d’affari che conduce una bella vita di cui proprio non si può lamentare. Sfrutta al meglio le possibilità della sua voce caldissima e dal colore davvero particolare, che riesce a brillare pur in una esecuzione non sempre perfettissima.

La furba Norina è una deliziosa Barbara Bargnesi: la sua voce delicatamente acuta unitamente alla verve di cui è dotata le consentono di tracciare un personaggio giustamente furbetto, dalle movenze sia fisiche che diremmo vocali, appropriate al ruolo. C’è da dire che il regista le ha reso vita ancor più facile consentendole di adoperare tutte quelle ‘mossette’ nient’affatto banali che il soprano ha potuto sottolineare appunto anche col canto.

Di Alessandro Scotto Di Luzio ricordiamo prove migliori in altre occasioni. Il suo Ernesto è accorato ed ingenuo allo stesso tempo, ma secondo noi non è sostenuto da una prova vocale omogenea lungo  tutta la performance, il che ci avrebbe fatto apprezzare di più il personaggio.
Osiamo dire fantastico il Dott. Malatesta di Davide Luciano. Ottimo il fraseggio, sottolinea ogni singola parola con accento e carattere impressionanti tenendo perfettamente il ritmo con l’orchestra. Valorizza davvero il suo ruolo che ci risulta positivo pur nella sua ‘truffaldaggine’.
A completare il cast nella figura del Notaio Matteo Ferrara.

Nelle vesti di concertatore il Maestro Omer Meir Wellber, sempre più presente alla guida dell’orchestra feniciana, con la quale dobbiamo dire che il feeling diventa sempre più stretto. Potremmo descrivere la sua conduzione in maniera duplice. Innanzitutto ha sfoderato il suo stile inconfondibile: molto dinamico, certo partecipe degli eventi e di sicuro impatto anche ‘visivo’. In qualche punto abbiamo notato un leggero sfasamento ritmico tra buca e palco, soprattutto nel primo atto; ma c’è da dire che ci ha convinto dal punto di vista interpretativo e per come ha compattato le sezioni orchestrali in funzione di un suono nell’insieme ricco, omogeneo ed anche coinvolgente.
Bene come sempre il coro spiritoso e preparato da Claudio Marino Moretti.
Pubblico numeroso, che nonostante il Carnevale fosse appena terminato non ha rinunciato a deliziarci con la presenza di alcuni costumi particolarmente notevoli. Applausi per tutti gli interpreti e soddisfazione generale.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

direttore                     Omer Meir Wellber 
regia                           Italo Nunziata 
scene e costumi          Pasquale Grossi
light designer             James Patrick Latronica
assistente alla regia   Giacomo Benamati
maestro del coro       Claudio Marino Moretti

GLI  INTERPRETI

Don Pasquale            Roberto Scandiuzzi
Il dottor Malatesta   Davide Luciano
Ernesto                      Alessandro Scotto Di Luzio
Norina                       Barbara Bargnesi
un notaio                   Matteo Ferrara




Orchestra e Coro del Teatro la Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice








Foto Michele Crosera per il Teatro La Fenice

PALAZZETTO BRU-ZANE di VENEZIA : L'HEURE EXQUISE - MUSICA DA CAMERA E RECITAL, lunedì 16 febbraio 2015







Una cornice quanto mai appropriata per appuntamenti culturali nel senso più squisito e completo del termine è il delizioso Palazzetto veneziano Bru-Zane che è giunto alla sua sesta stagione di concerti dedicati alla musica romantica francese. Per l’appuntamento di ieri sera protagonista è stata la ‘mélodie’ francese, in voga appunto tra diciannovesimo e inizi del ventesimo secolo, ove musica e poesia si fondono per un risultato di grande suggestione, sensazione uditiva e per certi versi anche empatica. Con il solo accompagnamento pianistico, l’esecuzione risulta squisitamente intima e più che ad un concerto si assiste, in questo caso specifico, ad una declamazione cantata di versi spettacolari che ci ricordano quali erano le sensazioni, i gusti e gli stati d’animo degli artisti ‘romantici’: l’amore per la natura che richiama l’uomo alla sua giovinezza ed alla conseguente nostalgia per il tempo che fu, l’introspezione e l’analisi interiore, scavando nell’animo umano e nelle sue paure scacciate e pur cercate, e naturalmente l’Amore che regna sovrano nelle liriche di queste melodie che non lasciano scampo agli animi sensibili. Rappresentanti di questi valori espressi in musica furono tra gli altri i protagonisti del concerto di ieri sera: Lekeu, Hahn, Chausson, Debussy, Dupark, le cui melodie sono splendidamente fuse con i testi dei più alti rappresentanti del moto culturale nella letteratura francese.
Unico a comporre egli stesso le poesie per le sue melodie fu Guillaume Lekeu, i cui tre poemi intitolati Sur une tombe, Ronde, eNocturne, riescono a comunicare infinita tenerezza e senso di serenità pur nell’evocare, per esempio, una così dolorosa perdita quale quella della persona amata, nel caso del primo pezzo, oppure appagamento e lontane immagini evanescenti per Nocturne. Decisamente più leggero ma altrettanto coinvolgente il secondo pezzo, che ci riporta alle feste danzanti dei salotti di fine ottocento con gli amori e le gioie, appunto, della giovinezza.

Di Verlaine e Hugo sono i testi che animano le composizioni di Hahn, tra le quali L’Heure exquise che intitola la serata e che ha lasciato asciutti ben pochi occhi tra i presenti. Anche in questo caso i temi ricorrenti cari al genere sono l’amore, gli elementi della natura con colori e profumi che pare sentire, che ispirano e fanno riflettere, ed il richiamo alla giovinezza e ai suoi momenti più belli, destinati a volar via rapides.

Testi di Paul-Armand Silvestre e Théophile Gautier sottolineano invece l’anima musicale di Ernest Chausson, che ci parla d’amore spingendosi in paesaggi lontani, metafore della vita che ci sfugge con lo spettro immancabile del tempo che corre, mentre Debussy si affida nuovamente al grande Verlaine per le sue celebri Fêtes galantes da cui abbiamo ascoltato alcuni estratti: Les Ingénus, Le Faune, Colloque sentimental. In chiusura prima da testi di Charles Baudelaire, poi di Jean Lahor ed infine di Leconte de Lisle, ci piace sottolineare come Duparc ci parli ancora una volta del sentimento più nobile, evocato come miraggio, come desiderio, come viaggio ideale e concreto ove perdersi e trovarsi, sempre nella grazia del paesaggio naturale, ove tutto è meraviglioso, come recitano gli ultimi versi de ‘L’Invitation au voyage’ : Là, tout n'est qu'ordre et beauté, Luxe, calme et volupté.

Marie-Nicole Lemieux può essere considerata a pieno titolo interprete perfetta per questo genere musicale: se ci vuole passione per eseguire questi canti il contralto canadese ne ha da vendere: ha un’ attenzione incredibile per il testo di cui sottolinea ogni accento, ogni pausa e si immerge a pieno nel contenuto dei versi. Si commuove emozionandosi o si diverte scherzando con voce e temperamento, riuscendo a far provare anche al suo pubblico le sensazioni che essa stessa sente mentre canta. Fuori dal comune è la sua voce, che nella sala contenuta del palazzetto risulta immensa, ben proiettata in avanti ed emessa senza esitazione, con grinta e sentimento. Si mostra molto generosa concedendo ben tre bis: ‘A Chloris’ di Hahn, ‘La Villanelle’ da Les nuits d’été di Berlioz e un toccante omaggio all’Italia con la versione italiana de ‘L’Heure exquise’. Con lei il Maestro Roger Vignoles al piano offre un tocco aggraziato di ogni tasto che spinge, le melodie francesi avvolgono ed esaltano la voce dell’interprete in fusione perfetta, con una attenzione pedissequa ai respiri, agli accenti ed ai contenuti; è, come è giusto che sia, ‘l’orchestra’ in questo genere musicale.

La sala del Bru-Zane riempita di pubblico attento e commosso ha salutato il concerto con calore, soddisfazione e molta commozione, oltre, siamo sicuri, al desiderio di tornare presto. E ci permettiamo di unirci al coro di soddisfazione generale ringraziando anche noi per aver trascorso una serata fuori dal comune e pienamente riuscita. Il concerto replica il 18 febbraio all'Auditorium Parco della Musica di Roma.

Maria Teresa Giovagnoli


IL PROGRAMMA

Guillaume LEKEU
Trois Poèmes

Reynaldo HAHN
Offrande
D’une prison
L’Heure exquise
Fêtes galantes

Ernest CHAUSSON
Le Charme
La Caravane

Claude DEBUSSY
Fêtes galantes (estratti)

Henri DUPARC
L’Invitation au voyage
La Vie antérieure
Sérénade florentine
Phidylé
  

Marie-Nicole Lemieux  Contralto

Roger Vignoles               Piano







Foto Michele Crosera

DIE FLEDERMAUS, JOHANN STRAUSS II - NEW NATIONAL THEATRE TOKYO, 08 febbraio 2015





Champagner hat's verschuldet,
La la la...
Was wir heut' erduldet,
La la la...


Il New National Theatre di Tokyo presenta una stagione d'opera e balletto da fare invidia ai più importanti teatri europei, con cast di primissimo piano e titoli interessantissimi per un pubblico, quale quello giapponese, entusiasta e famelico di cultura musicale che da noi è solo uno sbiadito ricordo di anni lontani.
L'attenzione che il popolo giapponese presta all'opera si manifesta in un teatro perennemente sold out, in una organizzazione tecnicomusicale ambiziosissima e nel saper chiamare cast che si ascoltano normalmente a Bayreuth come alla Scala o al Metropolitan.

Nel mese di Febbraio è stato messo in scena Die Fledermaus di Johann Strauss II già proposto nello stesso teatro nel 2006.

Die Fledermaus incarna lo spirito stesso del genere fondendo intimamente la musica - il valzer - alla brillante commedia che fornisce la trama. Ricca di smaglianti melodie che si annunciano fin dalla famosa ouverture, Die Fledermaus diverte e affascina per la situazione in cui la vicenda è collocata: una festa mascherata dove ognuno è un altro, dove tutto si confonde in un crescendo di situazioni comiche sino allo scioglimento finale, dove tutti brindano alla burla.

Chiamato a cimentarsi nella messinscena di un'opera, l'acclamato tenore Heinz Zednick, impareggiabile Mime nel Ring del centenario di Bayreuth diretto dalla coppia ChereauBoulez, sa guidare con mano navigata ed esperta, una compagnia di canto che lo segue alla lettera in una messinscena spumeggiante e tradizionale, dove tutti gli interpreti, dal primo all'ultimo, coro incluso, sanno tenere altissima la frenesia musicale unita ad una performance attoriale richiesta senza cedimenti da Strauss, inserendo nei dialoghi parlati elementi d'attualità giapponese in lingua locale che hanno saputo divertire il pubblico.

Molto belle e funzionali le scenografie e i costumi di Olaf Zomboeck che si rifanno al periodo della Sezessionstil viennese, con richiami alle opere di Klimt e all'utilizzo di materiali tipici di quell'epoca come il vetro smaltato e il bassorilievo bronzeo.

Adrian Eroed, si dimostra ancora una volta superbo cantante e splendido attore. Nella parte di Gabriel, sfodera le sue innate e fuori dal comune capacità attoriali unite ad una precisione vocale superlativa dimostrandosi degnissimo erede di quei gloriosi cantanti come Prey, Waechter, Berry che lo hanno preceduto in questo ruolo.

La Rosalinde di Alexandra Reinprecht pur dimostrando grande partecipazione e notevole disinvoltura in scena, è apparsa molto affaticata in un ruolo quale il suo che richiede un dispiego di energie vocali non indifferente. Voce spesso sfibrata ma di notevole volume, ha affrontato con difficoltà la sua parte, arrivando alla difficilissima “Klaenge der Heimat” nel secondo atto, con evidente affanno.

Bravissimo Horst Lamnek nella parte del direttore delle carceri Frank, con disinvoltura e consumate doti da attore, fa divertire il pubblico nella scena del travestimento da Chevalier Chagrin.

Sottotono Manuela Leonhartsberger nella parte di un Prinz Orlofsky manierato ed inutilmente macho, canta comunque con bella voce brunita la sua aria “Ich lade gern mir Gaeste ein” strappando l'applauso del pubblico.

Bella la voce squillante ed eroica di Murakami Kota nella parte dell'innamorato Alfred.

Klemens Sander sa essere un Dr.Falke convincente ed affascinante, complice una bellezza fisica non indifferente unita ad una voce suadente.

L'Adele di Jennifer O'Loughlin si distingue per freschezza di voce e agilità perfette oltre che per una spigliatezza scenica adorabile, la sua “Spiel ich die Unschuld vom Lande” scorre elegante e divertentissima.

Okubo Mitsuya è un Dr. Blind spassosissimo che perde in continuazione la sua buffa parrucca ocra, emergendo spavaldamente nel terzetto “Nein, mit solchen Advokaten” al primo atto.

Corretti e precisi Frosch (Boris Eder) e Ida (Washio Mai).

Alfred Eschewé dirige con mano sicura e competentissima grazie alla sua pluriennale esperienza quale direttore principale della Wien Volksoper, seguito da una Tokyo Symphony Orchestra in forma smagliante che non ha fatto rimpiangere le più blasonate orchestre austriache, specialiste in questo repertorio.

Funzionali e ipertradizionali le coreografie di Maria Luise Jaska eseguite dal Tokyo City Ballet con precisione e professionalità.

Successo travolgente da parte di un pubblico al solito entusiasta e felicissimo.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore d’orchestra           Alfred Eschwé
Regia
                                  Heinz Zednik
Scene &
Costumi                             Olaf Zombeck
Coreografie                           Maria Luise Jaska
Lighting Design
                 Tatsuta Yuji



GLI INTERPRETI


Gabriel Von Eisenstein        Adrian Eröd
Rosalinde
                          Alexandra Reinprecht
Frank
                                 Horst Lamnek
Prinz Orlofsky
                   Manuela Leonhartsberger
Alfred
                                 Murakami Kota
Dr. Falke
                            Klemens Sander
Adele
                                  Jennifer O'loughlin
Dr. Blind
                            Okubo Mitsuya
Frosch
                                Boris Eder
Ida
                                      Washio Mai


Coro        
 New National Theatre Chorus
Orchestra
 Tokyo Symphony Orchestra







Photo:cortese concessione/courtesy of TERASHI Masahiko/New National Theatre,Tokyo

DIE SOLDATEN, B.A.ZIMMERMANN - TEATRO ALLA SCALA DI MILANO, sabato 31 gennaio 2015



WESENER: Ihr luderliche Seele, Schaemt Ihr Euch nicht, einem honetten Mann das zuzumutten.
You slut. Aren't you ashamed to accost a decent man like that.


Bernd Alois Zimmermann, rappresenta il paradigma dell'opera contemporanea, la sua più brillante realizzazione.
Soldato nazista lui stesso, ha vissuto in prima linea gli orrori della guerra e la vita di quei soldati che poi ha messo in musica nel suo lavoro principale, questo Die Soldaten dove il tragico, che nasconde una dimensione sacrale, scaturisce dalla musica e rovescia il senso della commedia di Lenz di cui Zimmermann ha completamente modificato il finale.

Il capolavoro di Zimmermann si sviluppa sottoforma di un gigantesco contrappunto, una specie di infinita rete di costrizioni che si rinchiude senza fine sui personaggi come se fossero presi in una morsa. La pluralità stilistica che include elementi come il jazz o i suoni elettromagnetici è qui legata alla interazione delle tre dimensioni temporali-passato, presente e futuro- che interagiscono tra loro e in molte scene del lavoro si incrociano essendo alcuni avvenimenti successivi, presentati simultaneamente. La forza drammatica del lavoro si snoda quindi dalla capacità di articolare momenti completamente opposti, secondo la tecnica del montaggio cinematografico, conferendo al tutto una grande compattezza.

Proveniente da Salisburgo, dove ha debuttato nel 2012, l'allestimento di Hermanis , che ha curato la scenografia assieme a Uta Gruber-Ballehr e ai costumi di Eva Dessecker fu concepito per il palcoscenico, largo 40 metri, della Felsenreitschule, la rappresentazione sul decisamente più piccolo palco del Teatro alla Scala ne ha mortificato intenti e risultato.

La sterminata compagnia di canto, che interagisce spesso simultaneamente non solo musicalmente ma anche temporaneamente, si è trovata a dover fare i conti con una capacità di azione molto ridotta.

Le scene corali hanno così sofferto pesanti tagli in termini di azione e intensità drammatica così come l'aver dovuto sistemare parte della sterminata orchestra nel retropalco amplificandola, ha conferito allo spettacolo un' aura posticcia che non ha reso giustizia al meticoloso lavoro di Hermanis.

Lavoro che comunque è stato di primo livello, tutto giocato sulla rappresentazione della mortificazione umana nel suo più ampio concetto. La violenza umana e psichica dei soldati si proietta continuamente sui personaggi più deboli non solo fisicamente, ma anche e soprattutto verbalmente; emblematici i dialoghi serrati e mortificanti tra Pirzel e gli altri ufficiali nella scena quarta (toccata1) del primo atto, forse uno dei momenti più alti dell'intero lavoro.

La nutritissima compagnia di canto, prevista da Zimmermann a sostenere un lavoro a volte al limite dell'eseguibile, ha saputo ricreare forse meglio il successo delle rappresentazioni di Salisburgo.

Cresciuta vocalmente e introspettivamente nel suo personaggio rispetto al 2012, Laura Aikin è una Marie straordinaria nell'impianto scenico e vocale, particolarmente dotata nel controllo straordinario della parte sovracuta del rigo; la sua disinvoltura nell'affrontare una parte emblematica come quella di Marie, la mettono tra le interpreti di primo piano in questo repertorio ai giorni nostri.

Gabriela Benackovà, all'alba delle sue 67 splendide primavere, non mostra il minimo cedimento vocale nell'affrontare la spaventosa parte della Grafin de la Roche, tutta scritta in note ribattute e salti di ottava da far tremare i polsi anche alla più navigata delle cantanti.

Straordinario Daniel Brenna quale Desportes, ha saputo affrontare la scrittura della sua improponibile parte con una naturalezza e un cinismo vocale e scenico oltre ogni aspettativa.

Il Wesner di Alfred Muff si misura con una scrittura stranamente lirica abbastanza tradizionale, all'interno di un lavoro estremamente innovativo (all'epoca della scrittura) per le voci. Molto intensa e cantata con partecipazione misurata la sua scena finale.

Delude Thomas E.Bauer nel rolo principale di Stolzius. Probabilmente affaticato e provato dalle recite precedenti, ha cantato perennemente in affanno risultando sbiadito e difficoltoso nell'interpretare lo straziato amante ripudiato di Marie. Anche per lui la improponibile parte scritta da Zimmermann ha lasciato evidente il segno del logoramento, risultando comunque convincente scenicamente.

Impareggiabile nelle parti di tenore caratterista ed autentico fuoriclasse nel sapere porgere la parola musicata, Wolfgang Ablinger-Sperrhacke ha interpretato con una partecipazione più che perfetta la petulante parte del conformista Pirzel.

Okka Von der Damerau, nonostante qualche impaccio nei movimenti scenici, è risultata convincente nell'interpretare la sorella ingenua di Marie.

Perfetti e ben inseriti nell' arditissimo impianto musicale di Zimmermann i numerosi comprimari,  con una menzione speciale per i cantanti dell' ensemble il canto di Orfeo che hanno saputo interpretare i numerosi Ufficiali con una partecipazione impeccabile non solo vocale ma anche musicale, giacché in partitura è previsto che debbano contemporaneamente cantare e percuotere pentole e posate sulle tavole con precisione metronomica in sincrono con orchestra.

L'orchestra della Scala non sono certamente i Wiener Philarmoniker sentiti a Salisburgo, e la rara partecipazione in un repertorio quale quello contemporaneo si è fatta sentire non tanto nelle rare imperfezioni dei settori delle percussioni, quanto nella mancanza di un unicum musicale richiesto in un lavoro come questo. A noi è parso che nonostante gli sforzi sovrumani di Ingo Metzmecher nel condurre in porto una partitura spesso al limite della coesione strumentale, l'Orchestra abbia suonato con evidente spaesamento e arrendevolezza di fronte ad una partitura straordinaria ma inconsueta, preferendo arrendersi nel più sicuro mare della mera esecuzione delle note piuttosto che affrontare la tempesta di una scrittura entusiasmante.

Successo vivissimo per tutti in un teatro inizialmente pieno, ma che si è svuotato in parte all'inizio della seconda parte.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore
Ingo Metzmacher
Regia
Alvis Hermanis
Co-regista
Gudrun Hartmann
Scene
Alvis Hermanis e Uta Gruber-Ballehr
Costumi
Eva Dessecker
Luci 
Gleb Filshtinsky
Sergey Rylko
Video designer


Wesener
Alfred Muff
Marie
Laura Aikin
Charlotte
Okka von Der Damerau
La vecchia madre di Wesener
Cornelia Kallisch
Stolzius
Thomas E. Bauer
Madre di Stolzius
Renée Morloc
La Contessa De La Roche
Gabriela Benckova
Il giovane Conte, suo figlio
Matthias Klink
Desportes
Daniel Brenna
Pirzel
Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Eisenhardt
Boaz Daniel
Mary
Morgan Moody
Haudy
Matjaz Robavs
Il colonnello, Conte di Sapnnheim
Johannes Stermann
Tre giovani ufficiali
Paul Schweinester, Andreas Fruh, Clemens Kerschbaumer
L'Andalusa, una servente
Donatella Sgobba
Il servitore della Contssa De La Roche
Werner Friedl
Tre giovani alfieri/Tre capitani
Stephan Schafer, Volker Wahl, Michael Schefts
Madame Roux, proprietaria della bottega del caffè
Anna-Eva Kock
Il giovane alfiere/Un giovane fuciliere, al servizio di Desportes
Rupert Grossinger
L'ufficiale ubriaco
Aco Biscevic
Artistin
Katharina Droscher
Diciotto ufficiali ed alfieri
Ensemble Il Canto di Orfeo

Orchestra del Teatro alla Scala

Nuovo allestimento in coproduzione con Festival di Salisburgo (2012)



Foto Teatro Alla Scala




IL VIAGGIO A REIMS, G.ROSSINI - DUTCH NATIONAL OPERA , AMSTERDAM, 27 gennaio 2015



«A giorni il Re ritorna
gran feste si daranno,
rapidi qui verranno
stranieri in quantità.
Da quello che preparasi
a corte ed in città,
ben si può giudicare
che festa si farà;
Spettacol più giocondo,
mai visto si sarà;
chi a Reims non poté andare
qui si consolerà.”


Concepire un nuovo allestimento de Il Viaggio a Reims dopo lo straordinario spettacolo che lo ha riportato in luce nel 1984 a Pesaro per la regia di Ronconi, la direzione di Abbado e un parterre di cantanti di primissimo livello, è sempre cosa rischiosissima per una forma di teatro che spesso vive, ahimè, più di ricordi e sospiri piuttosto che di ricerca di novità e apertura al diverso.
La sfida della direzione artistica della Dutch National Opera, teatro che si pone all'avanguardia in Europa per qualità e scelta degli allestimenti sempre di primissimo ordine, pare ancora più ardua se per la scelta di reinventare una concezione registica di una cantata scenica praticamente senza soggetto specifico, si chiama un enfant terrible come Damiano Michieletto.
Scelta vincente, e non ne avevamo il minimo dubbio!
La cantata scenica pensata dal librettista Balocchi, si sviluppa su di un canovaccio molto semplice che non ingabbia l'azione in un intrigo drammatico particolarmente rigido, quale occasione migliore per reinventare completamente una storia divertentissima?
Michieletto, coadiuvato nelle scene da Paolo Fantin e nei costumi da Carla Teti, trasporta l'azione dall' Albergo del Giglio d'oro alla Golden Lily Galery alla vigilia dell'apertura di una grande mostra d'arte. Madama Cortese diventa la curatrice tutta isterismo e tensione stile Meryl Streep ne “Il diavolo veste Prada”, Don Profondo diventa un entusiasta banditore d'aste, Lord Sydney un tecnico restauratore follemente innamorato del soggetto femminile del quadro al quale sta lavorando.
Gli altri personaggi del libretto originario sono trasformati in opere d'arte viventi che letteralmente escono dalla tela per iniziare ad interagire con il mondo reale.
Ecco quindi che l'azione diventa un racconto surrealista, popolato da personaggi vivi dipinti da Botero, Goya o Magritte. L'interazione tra i due mondi, crea situazioni che sono a volte poetici, a volte comici ma sempre comunque avvincenti. Lo spettacolo visivo culmina con l'apertura della grande mostra in cui, uno ad uno, tutti i personaggi in scena prendono il loro posto nel sontuoso tableau vivant ricreato per ricostruire la scena del dipinto di Francois Gèrard “L' incoronazione di Carlo X” del 1825 sul quale poi verrà proiettato l'originale, concludendo l'opera con il party di Madama Cortese per l'acquisizione del nuovo dipinto alla galleria.
Se dal punto di vista visivo, lo spettacolo è stato entusiasmante, musicalmente ci ha regalato veri momenti di altissima professionalità, a cominciare dalla direzione di Stefano Montanari alla guida della Nederland Kamerorkester.  Seduto al fortepiano dal quale ha accompagnato anche i recitativi, Montanari ha saputo dare la sua impronta personale ad una partitura marchiata dal confronto con la direzione tesissima e brillante di Abbado. Montanari sceglie tempi e agogica personalissimi che se, smarcandosi dalla concezione di Abbado possono risultare spesso in difetto o addirittura sbagliati in certi punti, a noi sono risultati eccezionali. Il suono poi degli strumenti barocchi, soprattutto gli ottoni, ci ha regalato quell'aura originale di una partitura che solo chi era presente il 1961825 potrebbe dire giusta. Montanari ricerca e cesella ogni singola nota con la precisione del mirabile concertista quale egli è, scegliendo di riaprire i tagli del coro “L'allegria è un sommo bene” desunto dal Maometto II e delle “arie da ballo” nella scena finale.
Sul versante vocale sugli allori la Corinna di Eleonora Buratto, voce pulitissima, mai una sbavatura, accentuazione vocale impareggiabile, fraseggio (e la sua improvvisazione nel finale è quanto di più impegnativo si possa immaginare) esemplare, la Buratto si rivela una cantante formidabile che ci darà sicuramente molte soddisfazioni.
Molto brava anche Nino Machaidze nell'ingrata parte di Folleville, canta la sua aria con la desueta precisione pur rivelando un' appesantimento nella sua voce dovuto probabilmente alla virata  verso un repertorio più pesante nei suoi più recenti impegni.
La Madama Cortese di Carmen Giannatasio canta i suoi interventi con la precisione e la cura che le abbiamo sempre riconosciuto, ma anche per lei la scrittura rossiniana comincia a diventare un poco stretta.
Anna Goryachova è una bellissima e giovanissima Melibea dalla voce precisissima e incredibilmente dotata di un volume non indifferente che la fanno arrivare sicura alla fine dei suoi interventi.
Michael Spyres ha delineato il suo Libenskof in maniera eccellente, incorniciando la sua aria finale “Onore, gloria ed alto omaggio” con canto agile, fervido e slanciato.
Juan Francisco Gatell è un iperattivo Belfiore che canta i suoi due duetti amorosi con perfetta precisione nelle agilità e nel canto di grazia.
Nonostante un'annunciata indisposizione, Roberto Tagliavini ha cantato con la consueta preparazione e senza il minimo inficimento la sua difficilissima aria.
Bruno De Simone ha interpretato con la maestria e la preparazione da fuoriclasse quale è la breve parte del Barone Trombonok.
Un affaticato Nicola Ulivieri ha eseguito la sua aria “medaglie incomparabli” con difficoltà evidente, riuscendo comunque grazie all'esperienza acquisita a terminare la serata con dignità.
Ottima la preparazione di tutti gli interpreti cosidetti “minori” ma che di minore hanno solamente la durata della parte cantata: Teresa Iervolino(Maddalena), Mario Cassi (Don Alvaro), Biagio Pizzuti (Don Prudenzio), Carlos Cardoso (Don Luigino), Maria Fiselier (Delia), Florieke Beelen (Modestina), Jeroen De Vaal (Zefirino), Tomeo Bibiloni (Antonio).
Eccellentissimi gli interventi del coro della Dutch National Opera diretto da Ching Lien Wu.
Successo calorosissimo per tutti da parte di un caloroso e partecipe pubblico in gran parte composto da giovani sotto i 30 anni.
Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE
 

Direttore        Stefano Montanari

Regia             Damiano Michieletto
Scene             Paolo Fantin
Costumi         Carla Teti
Lighting
design           Alessandro Carletti

GLI INTERPRETI


Corinna           Eleonora Buratto

La Marchesa
Melibea           Anna Goryachova
La Contessa
di Folleville       Nino Machaidze
Madama
Cortese            Carmen Giannattasio
l Cavaliere 
Belfiore            Juan Francisco Gatell
Il Conte di 
Libenskof          Michael Spyres
Lord Sidney      Roberto Tagliavini
Don Profondo   Nicola Ulivieri
Il Barone di
Trombonok         Bruno De Simone
Don Alvaro        Mario Cassi
Don Prudenzio    Biaggio Pizzuti
Don Luigino        Carlos Cardoso 
Delia                   Maria Fiselier
Maddalena         Teresa Iervolino
Modestina          Florieke Beelen
Zefirino               Jeroen de Vaal
Antonio               Tomeu Bibiloni

Coro Dutch National Opera

Nederland Kamerorkester.  


Foto Dutch National Opera

ANDREA CHENIER, U.GIORDANO - ROYAL OPERA HOUSE, LONDON, 26 gennaio 2015



“La mia scrittrice?
Voi la ognor celata amica mia,
ognor fuggente? “

Che la musica dell' Andrea Chenier di Umberto Giordano arrivi dritta dritta al cuore senza particolari concettualismi è un fatto assodato e vincente di questa partitura meravigliosa strapiena di melodie affascinanti e strabordante di una genuinità che affascina e incanta a dispetto di critiche più o meno velate da parte di detrattori musicofili con la puzza sotto il naso.

E bene lo ha capito Sir Antonio Pappano che, entusiasta dello spiegamento melodico ad alta temperatura di Giordano, ha voluto a tutti i costi riportare il capolavoro del compositore foggiano alla Royal Opera House dopo trent'anni di assenza.
Scelta vincente sotto tutti i punti di vista, aiutata da uno spiegamento artistico di  altissimo livello, ha visto il meritato trionfo con il sold out in tutte le recite previste.

L'idea registica di David McVicar si sviluppa nell' impianto di tradizione, nel senso più felice del termine, senza nessuna concessione a strampalati concettualismi tanto di moda oggi ma semplicemente trasportando scenicamente ciò che è scritto nel libretto.
Il che non vuol dire noia o routine, poiché ogni singolo movimento, ogni singola entrata o uscita di scena è studiata e precisa senza la minima concessione ad una forzatura di maniera. Le scene funzionali di Robert Jones e gli studiatissimi costumi di Jenny Tiramani completano un quadro felicissimo nel quale si inseriscono le coreografie di Andrew George per la scena della rappresentazione bucolica del primo atto. Funzionali e ben preparate le luci di Adam Silverman.

Il versante vocale vedeva il debutto di Jonas Kaufman nella parte del titolo.
Il suo Andrea Chenier è il risultato di uno spiegamento vocale senza risparmio, acuti luminosissimi, voce irrobustita di volume e armonici rispetto agli ascolti precedenti, intelligenza interpretativa, fraseggio impareggiabile e dizione perfetta. Ogni singola nota uscita dalla sua gola risplende di luminosità, supportata da una concezione vocale moderna che non si piega a facili portamenti o a fantasie interpretative datate ma si basa unicamente su di una tecnica vocale infallibile e studio preciso della parte.

Eva-Maria Westbroek è stata sua degna partner interpretando una Maddalena vocalmente e scenicamente appassionata. La voce è indubbiamente quella di un soprano lirico spinto tutta calore timbrico, intenso volume e buona tenuta nel registro grave. Se qualche incertezza o forzatura c'è stata, credo sia dovuta esclusivamente ad un affaticamento imposto dai tempi, spesso dilatati al limite della tenuta, imposti da Pappano soprattutto nel momento clou de “la mamma morta”.

Zelico Lucic ha interpretato un Carlo Gerard molto convincente pur notando un certo affaticamento nella voce. Il vibrato molto fisso delle sue note non aiuta certamente a donare calore e passione al suo canto ma viceversa delinea un vocalità aspra e violenta che nel suo personaggio non difetta affatto.

Purtroppo della vocalità calda e suadente alla quale Denyce Graves ci aveva abituato in passato non rimane che solo un vago accento, la sua Bersi comunque risulta convincente.

Il personaggio dell' Incredibile, per quanto possa risultare minore, ha un ruolo centrale nella vicenda dell'opera e pensare di interpretarlo senza la giusta dose di caratterismo o peggio di una giusta vocalità, rende grave danno all'impianto dell'opera. Carlo Bosi non difetta affatto di nessuna di queste qualità regalandoci una interpretazione da manuale.

La Contessa di Coigny di Rosalind Plowright è aristocratica, stucchevole e acida come deve essere, e non ne avevamo il minimo dubbio al proposito poiché da una grande interprete come Lei che nel passato ci ha regalato momenti impareggiabili, non ci si poteva aspettare di meglio.

La sempreverde Elena Zilio è stata una Madelon impagabile per convinzione scenica e vocale.

Molto bene anche il Roucher di Roland Wood dalla voce precisa e convincente.

Completavano il foltissimo cast con partcipazione scenica e capacità John Cunningham(maggiordomo), Peter Coleman-Wright (Fleville) Peter Hoare (l'Abate), Adrian Clarcke (Mathieu), Yuriy Yurchuk (Dumas), Eddie Wade (Fouquier-Tinville), Jeremy Withe (Schmidt).

Sir Antonio Pappano dirige con la consueta precisione e maestria l'orchestra della Royal Opera House in un crescendo di entusiasmanti momenti tutti tesi alla ricerca dell'esaltazione muscolare e dell'enfasi elegiaca di cui la musica di Giordano dell'Andrea Chenier è piena. L'orchestra risponde con partecipazione superlativa alle sollecitazioni del suo Direttore nonostante il suo gesto, ci è parso, sia divenuto sempre più criptico e sinceramente incomprensibile rispetto al passato, e la scelta di dirigere senza bacchetta non fa che accentuare la cosa.

Renato Balsadonna a capo del concentratissimo Royal Opera Chorusapporta alla serata quel contributo indispensabile di maestria e altissima professionalità.

Successo irrefrenabile da parte di un teatro gremito in ogni ordine di posti ed entusiasta.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore
d’orchestra                Antonio Pappano
Regista                       David McVicar
Scene                          Robert Jones
Costumi                     Jenny Tiramani
Luci                            Adam Silverman
Coreografia               Andrew George


GLI INTERPRETI

Andrea Chénier        Jonas Kaufmann
Maddalena
de Coigny                  Eva-Maria Westbroek
Carlo Gérard             Željko Lučić
Bersi                           Denyce Graves
Madelon                    Elena Zilio
Contessa
de Coigny                  Rosalind Plowright
Roucher                     Roland Wood
Pietro Fléville            Peter Coleman-Wright
Fouquier-Tinville      Eddie Wade
Mathieu                     Adrian Clarke
The Incredibile         Carlo Bosi
Abbé                          Peter Hoare
Schmidt                      Jeremy White
Major Domo              John Cunningham
Dumas                       Yuriy Yurchuk

Concert Master         Peter Manning

Orchestra of the Royal Opera House

Royal Opera Chorus




Foto Royal Opera House



TRAVIATA, G. VERDI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 25 GENNAIO 2015







Il maestro Josef Svoboda ci ha lasciato ormai da tredici anni ma le sue brillanti intuizioni in termini di scenografia continuano ad affascinare e ad esser parte di allestimenti operistici vincenti. Tra questi la splendida Traviata ormai nota come ‘degli specchi’ che è praticamente rappresentata ogni anno in giro per l’Italia e nel mondo ottenendo sempre consensi entusiastici di pubblico. Ed approda finalmente anche al Teatro Filarmonico di Verona con la regia di Henning  Brockhaus e con la collaborazione di Benito Leonori per la ricostruzione scenografica.
Il famoso allestimento ci ricorda che il mondo non ha una sola prospettiva e che ognuno di noi dovrebbe guardare aldilà del proprio punto di vista e cogliere le diverse angolazioni di ciò che avviene intorno. Così la storia di Violetta non va guardata soltanto col nostro occhio giudice e moralista, ma letteralmente a tutto tondo, ossia anche dal suo punto di vista e da quello di chi vive la sua storia con lei. Ecco così che lo specchio inclinato che sovrasta sullo sfondo assume un significato psicologico, oltre che squisito mezzo scenico per offrire una inquadratura inusuale dei personaggi e degli ambienti. Come è ben noto i pannelli che occupano il piano vengono fatti scivolare a scomparsa ed in successione si alternano i bellissimi tableau dai colori sfavillanti che affrescano man mano il salone delle feste di Violetta o della casa di Flora con squisita eleganza, riproducono la deliziosa casa di campagna per il nido d’amore di Violetta ed Alfredo, per poi lasciare il posto al pavimento nudo e scuro dell’ultimo atto, ove si poggiano un letto, pochi cuscini su cui si adagia Annina ed un tavolino, con la celeberrima conclusione a specchio raddrizzato per riflettere l’orchestra ed il pubblico stesso, lasciando ad ognuno la propria interpretazione di quanto avviene. Ricordiamo che gli sfavillanti  costumi  sono di Giancarlo Colis.

Dal punto di vista musicale diverse considerazioni da fare. Certo la direzione del Maestro Marco Boemiha condizionato non poco l’esecuzione degli interpreti che sono stati chiamati a dura prova per seguire adeguatamente il tempo in taluni passaggi. Probabilmente l’intento del direttore era di imprimere alla rappresentazione un carattere estremamente toccante e drammatico, ma ciò si è tradotto a nostro avviso in uno stacco di tempi fin troppo distesi con dinamiche non sempre chiare; in più punti si è percepito uno scollamento tra buca e palco anche per gli interventi del coro.

Ne fa le spese in un certo senso Francesca Dottoper cui confermiamo le impressioni avute nella recente Traviata di Venezia. Il colore della voce è molto bello ed uniforme, e sicuramente mostra un bell’affiatamento con i partner sul palco, ma ci riserviamo qualche tempo per vedere una Violetta a trecentosessanta gradi da parte del soprano dalle indubbie doti vocali che può ancora crescere e donare più carattere al ruolo.

Alfredo Germont è un Antonio Polidalla voce fresca e pastosa che pur non mostrando una potenza esponenziale si cala molto bene nel ruolo del giovane di cuore e passione.

Grande successo per Simone Piazzolache ormai ha raggiunto un bel numero di Giorgio Germont nella lista delle sue interpretazioni. Sempre più maturo il personaggio, il colore pulito della voce si esprime uniformemente in tutta la gamma del suo registro dando forza ad un ruolo gestito con padronanza ed autorità. Per lui una serata davvero positiva.

Non convince a pieno la Flora di Elena Serrala cui voce sembra talvolta soffrire l’orchestra, pur dando un certo carattere spigliato e gagliardo al suo personaggio.

Ci è sembrato un po’ troppo caricato il ruolo di Annina per essere una semplice domestica, alias Alice Marini, mentre hanno ben figurato nei ruoli di contorno: Gastone, Antonello Ceron, il Barone Douphol, Nicolo' Ceriani, il Marchese d'Obigny, Dario Giorgelè, l’ottimo Dottor Grenvil di Gianluca Breda, Giuseppe, Francesco Pittari, ed il Domestico e Commissionariodi Romano Dal Zovo.
Il coro diretto da Vito Lombardi si mostra ben affiatato ed ottimo in scena, fermo restando i suddetti problemini percepiti con l’orchestra.

Il pubblico che ha riempito il teatro ha tributato un buon successo  per tutti gli interpreti con punte per Dotto, Poli ed il maestro Boemi, registrando un vero e proprio trionfo per Piazzola.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direttore
Marco Boemi
Regia e luci
Henning  Brockhaus
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Bozzetti scenografici
Josef Svoboda
Ricostruzione scenografica
Benito Leonori
Costumi
Giancarlo Colis
Coreografa
Valentina Escobar
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Maestro del coro
Vito Lombardi



GLI INTERPRETI
Violetta Valery
Francesca Dotto
Alfredo Germont
Antonio Poli
Giorgio Germont
Simone Piazzola
Flora Bervoix
Elena Serra
Annina
Alice Marini
Gastone
Antonello Ceron
Barone Douphol
Nicolo' Ceriani
Marchese d'Obigny
Dario Giorgelè
Dottor Grenvil
Gianluca Breda
Giuseppe
Francesco Pittari
Domestico/Commissionario
Romano Dal Zovo



ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA

Allestimento di proprietà della fondazione Pergolesi Spontini di Jesi da bozzetti scenografici di Josef Svoboda

FOTO STUDIO ENNEVI per gentile concessione Fondazione Arena di Verona






                                                                                                                                           

GOYESCAS, E. GRANADOS – SUOR ANGELICA, G. PUCCINI – TEATRO REGIO DI TORINO, VENERDI’ 23 GENNAIO 2015





Con una scelta coraggiosa il Teatro Regio di Torino porta in scena insieme il capolavoro di Enrique Granados Goyescas e Suor Angelica di Giacomo Puccini. Se anche le due opere apparentemente per ambientazione possono sembrare distanti, nella visione del regista Andrea De Rosa che cura anche le scene, vi sono diversi aspetti che le accomunano. Non certo per il noto debutto di entrambe a New York (nel 1916 la prima e nel 1918 la seconda),  ma soprattutto per la rappresentazione del dolore e del dramma al femminile e di un modo di viverlo intensamente, che sia passione manifesta di giovani e intemperanti madrileni con a capo due protagoniste conturbanti, oppure amore celato in segreto di una mamma costretta in convento. Il regista sceglie di attualizzare i due drammi pur restando squisitamente fedele ai contenuti poiché certe realtà sembrano destinate a non mutare. Di Paquiro e Fernando che si sfidano per gelosia ne è pieno il pianeta, di donne ferite e ormai sole dato il tragico destino dei compagni altrettanto, per non parlare di tutte le donne al mondo private della gioia di crescere un figlio, perché strappato alla nascita o perché mai arrivato. Così vige un senso di impotenza, di sconfitta e di vuoto in entrambe le opere, per un dittico non usuale ma a nostro avviso possibile.

Il senso di vuoto nell’ animo è il punto di partenza di Goyescas, giacché l’azione parte da un enorme fosso scavato nel terreno ove il buio che è intorno è spezzato da lampi di chiarore sui protagonisti, che evidenziano sì le loro azioni, ma anche la sensazione di assenza circostante. Sono effetti a cura di Pasquale Lucenti, che secondo noi funzionano molto bene allo scopo. Si sa che Goya ispirò il compositore di questo lavoro con le atmosfere particolari dei suoi dipinti di vita quotidiana e da questi De Rosa è partito anche per il suo allestimento. Anche  i vari costumi di Alessandro Ciammarughi sono pertinenti all’ambientazione, citando tra gli altri il celebre quadro de La maja desnuda per Rosario. Fedele alla tradizione è anche la presenza del fantoccio, che è certo strumento di sollazzo ma anche simbolo della labilità dell’essere umano che tanto spesso viene manipolato a sua insaputa. Così il capitano della guardia Reale Fernando cade sconfitto per un episodio mal interpretato, acceso da insensata gelosia. Ma addirittura per il regista nemmeno il torero scampa al destino di morte rimanendo ucciso egli stesso nello scontro col capitano. E quasi a sbeffeggiar tutti le musiche festose a ritmo di fandango di Granados coinvolgono, sorprendono, ammaliano, come i passi di danza coreografati da Michela Lucenti.

Nel cast della serata spiccano proprio le figure femminili, vittime e causa delle vicende in atto.

Giuseppina Piunti è una Rosario soprattutto passionale piuttosto che dama di gran casato. La sua sensualità è quasi sfacciata e nel suo canto di passione e vigore tutto sembra istigare alla gelosia che arde nel cuore di Fernando. La sua voce è volumetrica e si espande nella sala del Regio aggiungendo dramma al ricco colore.

Anna Maria Chiuri riesce a far emergere carattere e vitalità al suo ruolo di Pepa nonostante non sia stato concepito con la stessa forza di Rosario, grazie al bel timbro brunito e rotondo ed al marcato piglio da popolana.

Andeka Gorrotxategui e Fabián Veloz  sono l’altro piatto della bilancia emotiva: Fernando e Paquiro, il valoroso capitano ed il popolare torero, forse fantocci nelle mani delle loro donne, simbolo di tanti giovani portati alla reciproca distruzione, ma inevitabilmente causa di dolore e tormento per le compagne rimaste in vita sole e abbandonate. Il primo forte di una voce vellutata con dei bei centri pieni ed il secondo dal timbro scuro che dona corpo ad una voce interessante.

Chiude il cast Alejandro Escobar nel brevissimo ruolo di Una voce. Il coro preparato da  Claudio Fenoglio ha una valenza fondamentale, i magnifici majos e majas animano la scena da perfetti popolani, assestando entrate perfette e offrendo un’ottima amalgama vocale.
Infine l’ottima orchestra guidata da DonatoRenzettidona equilibrio ed uniformità ad una partitura per certi versi considerata discontinua, trovando soprattutto nei passaggi strumentali una ricchezza e profondità di suono straordinari.
Il pubblico ha omaggiato tutti gli interpreti mostrando un calore discreto alla rappresentazione.

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra            Donato Renzetti
Regia e scene                        Andrea De Rosa
Costumi                                 Alessandro Ciammarughi
Coreografia                           Michela Lucenti
Luci                                       Pasquale Mari
Assistente alla regia             Paola Rota
Assistente ai costumi            Sonia Salvatori
Maestro del coro                  Claudio Fenoglio

GLI INTERPRETI

Rosario, dama di gran
casato,amata da Fernando        Giuseppina Piunti
Fernando, capitano della
guardia reale                             Andeka Gorrotxategui
Paquiro, torero                           Fabián Veloz
Pepa, ragazza del popolo,
amante di Paquiro                     Anna Maria Chiuri
Una voce                                    Alejandro Escobar
           

Orchestra e Coro del Teatro Regio

Balletto civile
Nuovo allestimento
in coproduzione con Maggio Musicale Fiorentino
e Teatro di San Carlo di Napoli


Foto Teatro Regio Torino

Con Suor Angelica il senso di impotenza e disfattismo si accentua ancor maggiormente se si considera che il tragico epilogo è causato da eventi estranei alla volontà della protagonista. Andrea de Rosa ambienta la storia addirittura in un manicomio verso gli anni cinquanta del secolo scorso, ove le suore dovrebbero prendersi cura delle sciagurate pazienti, ma solo Suor Angelica sembra curarsene, con le sue erbe ed intrugli di ogni genere. Una enorme grata separa il proscenio dal resto del palco e solo la protagonista può uscire, la ex principessa che non indossa neanche abiti monacali, per dedicarsi all’ unica distrazione al perenne pensiero di suo figlio. Sullo sfondo le sventurate folli gironzolano compiendo gesti inconsistenti, si respira un’aria carceraria se non da luogo di tortura. L’angoscia cresce man mano che si spengono le speranze di Angelica di rivedere la sua creatura e quasi un senso di oppressione guida gli atti delle monache. In tutto ciò non c’è spazio nemmeno per il miracolo e l’assoluzione: suor Angelica muore semplicemente abbracciata al bambolotto portole da una paziente impietosita. I costumi sono sempre di Alessandro Ciammarughi  con luci affidate ancora a Pasquale Mari.

Molto positiva l’esecuzione musicale di tutte le interpreti ben affiatate e chiamate una volta di più a dare il meglio in quanto ad interpretazione.

E non manca all’appello una straordinaria Amarilli Nizza, che come ci ha abituati vive in prima persona gli eventi con un coinvolgimento ogni volta più intenso. Quasi assente rispetto a ciò che la circonda, raccoglie e raggruppa le erbacce del suo giardino come un automa, ma sempre pronta a tornare alla realtà per un aiuto alle consorelle. Trova nuovo vigore nell’affrontare la Zia Principessa e piomba in autentica disperazione  all’annuncio della morte del figlio. Notiamo che anche respiri e spasimi sono mirati e mostra addirittura segni di follia nell’ansimante ricerca di un farmaco atto al proposito risolutivo. Alla base vi è una voce possente che si piega alle azioni: si fa dolce e morbida con le altre suore, si irrobustisce con la parente in visita, diventa ampia ed avvolgente nella toccante ‘Senza mamma’.

Molto valida anche Anna Maria Chiuricome Zia Principessa. Qui una anziana parente lontana dal voler infliggere altri castighi alla nipote, una donna stanca e ricurva, affatto riccamente vestita che si eclissa discretamente dopo aver riportato suo malgrado le novità della famiglia. Così il mezzosoprano può esprimere al meglio le sue qualità vocali ed attoriali, esaltando la gamma centrale del suo registro che qui risulta particolarmente ambrato e colorito.

Nella folta schiera di sorelle citiamo le ottime suora Zelatrice Silvia Beltrami, dalla voce robusta e dal piglio autoritario, la Badessa Maria diMauro che aggiunge al bel colore della voce un volume non indifferente ed un buono squillo nella zona più acuta. Molto buone come detto tutte le altre che ricordiamo: la suora infermiera Valeria Tornatore, Suor Genovieffa Damiana Mizzi, la maestra delle novizie ClaudiaMarchi, Suor Osmina Nicoletta Baù, Suor Dolcina MariadeLourdesMartins, la prima sorella cercatrice Samantha Korbey, la seconda sorella cercatrice Daniela Valdenassi, la prima conversa Sabrina Amè, la seconda conversa Roberta Garelli, una novizia Eugenia Braynova, la prima suora Paola Isabella Lopopolo, la seconda suora CristianaCordero, infine la terza suora Raffaella Riello. 
           
Ottimo anche in questo caso il coro di Fenoglioed il coro voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio G. Verdi.
Ancora una volta l’orchestra si mostra con Renzettialla guida in grado di creare atmosfere e languori volti alla sottolineatura degli eventi, mai un mero accompagnamento ma una esaltazione della musica insieme alle voci delle interpreti, divenendo coinvolgente, ricca di colori e lirismi perfetti per il dramma.

Applausi entusiasti e commossi ben distribuiti tra le interpreti, con grandi ovazioni per Amarilli Nizza, Anna Maria Chiuri ed il Maestro Renzetti.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra              Donato Renzetti
Regia e scene                         Andrea De Rosa
Costumi                                  Alessandro Ciammarughi
Movimenti scenici                 Michela Lucenti
Luci                                         Pasquale Mari
Assistente alla regia              Paola Rota
Assistente ai costumi             Sonia Salvatori
Maestro dei cori                    Claudio Fenoglio

GLI INTERPRETI


Suor Angelica                            Amarilli Nizza
La zia Principessa                     Anna Maria Chiuri
La suora infermiera                  Valeria Tornatore
La suora zelatrice                      Silvia Beltrami
Suor Genovieffa                        Damiana Mizzi
La maestra delle novizie          Claudia Marchi
La badessa                                Maria Di Mauro
Suor Osmina                             Nicoletta Baù
Suor Dolcina                             Maria de Lourdes Martins
Prima sorella cercatrice           Samantha Korbey
Seconda sorella                         Daniela Valdenassi
Prima conversa soprano          Sabrina Amè
Seconda conversa                     Roberta Garelli
Una novizia                               Eugenia Braynova
Prima suora                               Paola Isabella Lopopolo
Seconda suora                          Cristiana Cordero
Terza suora                               Raffaella Riello
           
  
Orchestra e coro del Teatro Regio
Coro di voci bianche del Teatro Regio e del Conservatorio "G. Verdi"
Balletto civile
Nuovo allestimento
in coproduzione con Maggio Musicale Fiorentino

e Teatro di San Carlo di Napoli



Foto Teatro Regio Torino

FAUST, C. GOUNOD - TEATRO COMUNALE DI BOLZANO, mercoledì 21 gennaio 2015





"Le Veau d'or est vainqueur des dieux!"


Il teatro comunale di Bolzano si dimostra ancora una volta istituzione di cultura di alto livello, programmando una stagione interessantissima per titoli di prosa, musica, danza ed opera.
Proposto come secondo titolo operistico della stagione, il Faust di C. Gounod è opera di difficilissima esecuzione per le difficoltà di una messa in scena che richiede grande dispendio di energie esecutive e sceniche.
L'allestimento prodotto con l'opera di Lipsia è il risultato di un giusto equilibrio tra grandi idee e pochi mezzi a disposizione.
L'idea registica di Michiel Dijkema (qui ripresa da Patrick Bialdyga) funziona a dovere, equilibrata tra un allestimento di tradizione e uno di theater regie.

I personaggi si muovono con movimenti studiatissimi, il coro è partecipe e protagonista anch'esso, l'idea di un Mephistopheles tutto fuoco e tiri mancini funziona a dovere, l'impianto scenico (un non luogo costruito con un alto muro a mattoni dal quale si aprono 5 porte scorrevoli che lasciano scoprire il mondo al di là) è interessante e permette di tagliare al minimo gli altrimenti numerosi e lunghi cambi di scena.
Dispiace solo che la drammaturgia di Christian Geltiger alteri in parte la numerazione delle scene presenti in partitura da Gounod trasportando l'aria "il etait un Roi de Thule" dal secondo al quinto atto, come pure l'aria di Siebel " le bonheur à sourire t'invite" che qui diventa un malinconico addio alla vita invece che una languida dichiarazione di affetto, per tacere dei pesanti tagli all'ingresso del coro dei soldati nella quarta scena del quarto atto, nelle danze pasticciate da ingrati copia e incolla del quinto atto per finire con la malsana idea di far cantare il coro celeste al termine dell'opera in scena invece che nel retropalco come previsto in partitura, cancellando quindi completamente l'idea di misticità prevista da Gounod.

Il versante musicale ha visto un pregevole Mark Schneible nei panni di Mephistopheles dipanarsi con agilità nella ingrata sua parte: timbro scavato, dizione perfetta e fraseggio curato hanno completato una serata per lui da ricordare.
Non altrettanto si può dire per il Faust di Mario Zeffiri al quale è venuta la malsana idea di affrontare un ruolo totalmente scollegato alla sua vocalità nonostante la voce bella e gli acuti (tutti in falsetto) facili, speriamo di risentirlo presto in un repertorio a lui più congeniale.
Arika Schoenberg è  apparsa in evidente difficoltà ed affanno ad affrontare la parte di Marguerite. La voce è sfibrata, gli acuti urlati e il fraseggio scolastico, per tacere della dizione approssimativa.
Convincente anche se spesso in difficoltà nelle note di passaggio, il Valentin di Jonathan Michie dalla voce vellutata e suadente e dagli acuti facili e precisi in una parte che ha ben poco di baritonale.
Brava Kathrin Goering nella parte di Siebel, canta la sua aria con la giusta caratterizzazione vocale e scenica.
Brava anche Karin Lovelius ad interpretare la petulante Marthe con la giusta dose di caratterismo senza scendere in ridicole sforzature.
Corretto Matteo Ferrara nella parte di Wagner.

Complimenti ad Alessandro Zuppardo per la direzione del partecipe e preciso coro dell'opera di Lipsia in un lavoro dove più di un quarto dell’intera partitura è a lui destinato.

L'Orchestra Haydn di Trento e Bolzano diretta da Anthony Bramall ha saputo mettere a frutto la sua provenienza dal repertorio sinfonico esaltando i momenti sinfonici di cui questa partitura è zeppa risultando di una precisione più che convincente.
Applausi cordiali per tutti da parte di un pubblico non particolarmente caloroso.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direzione musicale    Anthony Bramall
Regia                          Michiel Dijkema
Dammaturgia             Christian Geltiger

GLI INTERPRETI

Mephistopheles          Mark Schneible
Faust                            Mario Zeffiri
Valentin                       Jonathan Michie
Marguerite                  Arika Schoenberg                            
Marthe                         Karin Lovelius
Siebel                           Kathrin Goering
Wagner                        Matteo Ferrara

Coro Oper Leipzig, maestro Alessandro Zuppardo

Orchestra Haydn di Bolzano e Trento

Nuovo Allestimento





Foto Teatro Comunale di Bolzano

CONCERTO DI VERONA LIRICA E L’ARPISTA DAVIDE BURANI AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA – DOMENICA 18 GENNAIO 2015



Nuovo appuntamento con l’associazione Verona Lirica al Teatro Filarmonico veronese con un concerto arricchito dalla delicatezza e musicalità del giovane Davide Burani, arpista di talento e sensibilità artistica, che ha aggiunto un tocco di eleganza ad un evento musicale già di per sé raffinato e piacevole.
Il mezzosoprano di indiscussa fama mondiale Luciana d’Intino ha avuto come compagni di avventura il baritono Davit Babayants, il tenore Giorgio Berrugi ed il soprano Lilla Lee nell’esecuzione delle arie più amate e richieste di sempre dal nostro repertorio operistico nazionale, con una piccola escursione all’estero.

E così Puccini, Donizetti, Mascagni, Cilea, Saint Saens e soprattutto Verdi sono stati i protagonisti dell’evento, naturalmente con le loro opere più celebri.

 Luciana d’Intino ha esordito con la principessa Eboli del Don Carlo verdiano e la celeberrima ‘O don fatale’; quindi il passionale duetto tra Aida ed Amneris del secondo atto di Aida; inoltre ‘Voi lo sapete, o mamma’ dalla Cavalleria Rusticana di Mascagni,  e la dolcissima ‘Mon cœur s’ouvre à ta voix’ da Samson et Dalila di Saint Saens. Straordinaria è l’intensità espressiva che contraddistingue il mezzosoprano e la voce è sempre rotonda e robusta. Interpreta con energia e pathos le suddette arie, mostrando tanto dolcezza quanto grinta e passionalità nell’esecuzione. Con Saens riteniamo abbia raggiunto il climax della serata per quanto la riguarda, mostrando anche una particolare sfumatura carezzevole del suo timbro.

Bella sorpresa il soprano Lilla Lee con Manon Lascaut di Puccini e ‘In quelle trine morbide’, il duetto Abigaille/Nabucco col collega Babayants, ‘Pace, pace mio Dio’ da La forza del destino di Verdi, ed il suddetto duetto dall’Aida con la D'Intino. Scopriamo una voce piena e morbida che si esprime particolarmente bene nel registro medio/acuto. Sicuramente la giovane artista presto aggiungerà anche quel quid interpretativo che ancora sembra leggermente acerbo, e che andrà ad arricchire maggiormente le sue già ben apprezzabili esecuzioni.

Molto di cuore l’interpretazione di ‘Quando le sere al placido’ dalla Luisa Miller di Verdi, nonché di ‘Una furtiva lagrima’dall’Elisir donizettiano, quasi irrinunciabile in occasioni come queste, come il Lamento di Federico dall’Arlesiana di Cilea, ed il toccante duetto Rodolfo/Marcello dalla Bohème con Babayants ‘In un coupé?’ per Giorgio Berrugi, generoso tenore di carattere tanto nell’interpretazione quanto nel timbro vocale.

Infine con  Davit Babayants torniamo al Nabucco con ‘Dio di Giuda’e ‘Donna, chi sei’? in duo con Lilla Lee; restiamo con Verdi per Rigoletto e la possente ‘Cortigiani, vil razza..’, e come detto il duetto con Berrugi dalla Bohème pucciniana. Particolarmente applaudite le arie del Nabucco.

Per Davide Burani le fantasie e variazioni per arpa di Giovanni Caramiello sulla Traviata di Verdi e sulla Norma di Bellini, con l’aggiunta di una sua trascrizione del valzer di Musetta della Bohème. Come detto il tocco in più in un pomeriggio di gradevolissima musica in una atmosfera amichevole e gioviale. Naturalmente il maestro Patrizia Quarta ha accompagnato i solisti con l’immancabile suo tocco al piano spesso definito ‘orchestrale’, e non sono mancati i puntuali ed anche simpatici interventi esplicativi di Davide Da Como. Pubblico felicissimo ed entusiasta.

Maria Teresa Giovagnoli






I CAPULETI E I MONTECCHI, V. BELLINI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, MERCOLEDI’ 14 GENNAIO 2015.





L’allestimento de I Capuleti e i Montecchi che andò in scena due anni fa a Verona approda in questo inizio 2015 alla Fenice di Venezia, che lo ha coprodotto insieme alla Fondazione Arena ed all’Opera Nazionale Ellenica. Al suo debutto apprezzammo soprattutto l’eleganza delle scene di Alessandro Camera, che concretizzano la visione del regista Arnaud Bernard secondo cui la storia di Romeo e Giulietta è evidentemente così eterna da poter rimaner ‘blindata’ tra le cornici dei dipinti esposti in un museo in allestimento. Da questi dipinti uscirebbero i personaggi per poi agire ed animare la storia sulle note di Bellini. Quel che dispiace è che tale impianto non venga sfruttato a dovere e che gli intenti registici non siano del tutto chiari fino alla fine, ossia quando tali ‘attori’ ritornano nell’ enorme quadro che riempie tutto il palco.  In generale la regia è piuttosto statica, i protagonisti sono alquanto ingabbiati nei loro movimenti, che talvolta non appaiono aver gran significato. E la gran quantità di mimi che continuano ad allestire il suddetto museo è più un disturbo che un chiarimento agli intenti del regista. Conseguentemente anche l’interpretazione degli stessi cantanti ne ha risentito in più momenti. Apprezzabili restano gli abiti di Maria Carla Ricotti  che richiamano ad una ambientazione classica, mentre le luci piuttosto scure di Fabio Barettin incupiscono l'atmosfera ‘museale’che si fa più intima.

Anche dal punto di vista musicale, diverse sono state le perplessità.

Jessica Pratt è una artista di comprovata esperienza che emerge in tante piccole sfumature della sua voce, dai suoi pianissimo delicati, agli acuti ben assestati. Solo non è stata facilitata dalla regia piuttosto limitante e quindi la sua Giulietta è parsa talvolta un po’ trattenuta, senza quello slancio giovanile e passionale che il ruolo potrebbe suggerire.  

Dobbiamo presumere che Sonia Ganassi fosse leggermente indisposta, poiché la sua prova come Romeo è stata tutta in salita: la voce non è parsa completamente in forma, soprattutto nelle agilità, riscattandosi  comunque nei momenti maggiormente lirici e nei duetti con la partner.

Buono il Capellio di Rubén Amoretti: voce robusta e rotonda che arricchisce l’interpretazione sicura da genitore insensibile.

Il Tebaldo di Shalva Mukeria offre certo una voce chiara e ben definita, ma non colpisce per interpretazione o presenza scenica; si ha l’impressione che il personaggio vada scavato più a fondo e maggiormente interiorizzato, anche al punto di vista vocale.

Lorenzo è interpretato dall’inossidabile Luca dall’Amico. Il basso si muove a suo agio nel ruolo di accorato consigliere, ben superando i volumi dell’orchestra nel canto ed aggiungendo del suo alla poco efficace regia.

Infine l’orchestra è guidata dal Maestro Omer Meir Wellber. Il giovane direttore ci ha fatto sentire in tante occasioni la sua forte personalità nella conduzione, ma stavolta ciò non ha giovato alla resa musicale d’insieme. Quello che poteva essere l’ intento di voler rendere più ‘viva’ la partitura di Bellini, in diversi momenti è parso tradursi piuttosto nel mero accrescimento del volume, soprattutto per la sezione percussioni, tralasciando dettagli o sfumature che ci saremmo aspettati sin dall’apertura, davvero troppo fragorosa a nostro avviso.

La prova del coro diretto da Claudio Marino Moretti è sembrata buona nel complesso.

Applausi da parte del pubblico con un successo discreto per tutti i protagonisti coinvolti.


Maria Teresa Giovagnoli 


LA PRODUZIONE

direttore         Omer Meir Wellber 
regia                Arnaud Bernard 

scene               Alessandro Camera 
costumi            Maria Carla Ricotti 
light designer Fabio Barettin


GLI INTERPRETI

Capellio          Rubén Amoretti
Giulietta         Jessica Pratt

Romeo            Sonia Ganassi
Tebaldo          Shalva Mukeria
Lorenzo         Luca dall’Amico


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice 
maestro del Coro Claudio Marino Moretti 

con sopratitoli in italiano e in inglese

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice 
in coproduzione con Fondazione Arena di Verona e Opera Nazionale Ellenica




Foto Michele Crosera