NIKOLAJ ANDREEVIČ RIMSKIJ-KORSAKOV, LA LEGGENDA DELL'INVISIBILE CITTÀ DI KITEŽ E DELLA FANCIULLA FEVRONIJA (SKAZANIJE O NEVIDIMOM GRADE KITEŽE I DEVE FEVRONIJ) - GRAN TEATRE DEL LICEU, BARCELONA, 16 APRILE 2014



« Non contarci per morti, noi siamo vivi:

Kitež non è caduta, si è nascosta »

Dopo il debutto, avvenuto ad Amsterdam nel 2012, questa splendida cooproduzione tra i teatri di Amsterdam, Milano e Barcellona della penultima opera di Rimskjy-Korsakov, approda al Gran Teatre del Liceu della città catalana.
La leggenda dell'invisibile città di Kitej e della fanciulla Fevronja è opera  di mistico simbolismo la cui trama è tratta da due leggende popolari esplicitamente piegate con propositi che hanno fatto chiamare questo capolavoro il “Parsifal russo”.
Musicalmente l'opera è estremamente complessa perché fonde opera lirica, poema sinfonico e oratorio in un'unica sintesi drammatica dove il Leitmotiv, non wagneriano ma puramente vocale e non variato, costituisce l'elemento unificatore e il materiale musicale impiegato è quello del canto popolare russo e della melopea liturgica ortodossa trattati con stupefacente virtuosismo da quell'abilissimo orchestratore che è Rimskij Korsakov, per creare la suggestione mistica e leggendaria della vicenda. Leggenda e non dramma lirico dunque, i suoi personaggi sono tutti idealizzati, stilizzati, ‘La leggenda dell 'invisibile città di Kitej’ è un vasto affresco dove la magnificenza del tessuto musicale e orchestrale tende ad una gelida compostezza di forme dove si nascondono oscuri significati e misteriose purificazioni, peraltro non sempre risolti e spesso limitati ad un sia pure  incredibile valore descrittivo.

Il regista Dmitri Tcherniakov, il quale ha dichiarato essere questa la sua opera favorita, firma anche le spettacolari scene e i costumi, affiancato da Elena Zaitseva, regalandoci una stupefacente produzione che gli è valsa il prestigioso premio Opera awards 2013 come migliore spettacolo dell'anno.
Con una trama mistica e favolistica trasportata ai giorni nostri, l'idea di sacralità panrussa perde ovviamente molto a discapito di quel misticismo che dalla musica proviene, ma ne guadagna in  freschezza ed emozione.
La casa pastorale di Fevronja è una modesta Isba sulle rive di un lago misterioso dove vive in simbiosi con la natura e gli animali. Fevronja è una ragazza in sneakers e maglione fuori moda, il principe Vesvolod un universitario in eskimo. I tartari sembrano più una banda di ceceni cocainomani dediti alle più crude nefandezze senza moralità e pervasi solo dal desiderio di sangue e distruzione. I loro capi, Bediai e Burundai, due capimafia russi tutto kalashnikov e vodka. Insomma, Thcerniakov qui si sorpassa su tutti i suoi allestimenti precedenti, inscenando un mix di fiaba e  realismo, il tutto supportato da una meticolosissima e incredibile personen-regie che non ammette sbavature al singolo figurante, mimo, corista, interprete, con una coerenza e plasticità straordinari.

Nel cast ha primeggiato per doti vocali e attoriali la Fevronja di Svetlana Ignatovich, una ragazza forte, solare, fiduciosa, che vive degli incanti della natura, una persona sincera e onestissima che ama fino in fondo e che perdona mille volte chi più l' ha offesa. La voce è piccola per l'immensa sala del Liceu e per la scrittura, ma sa sopperire a questa mancanza con un fraseggio e un'intonazione perfetta, superando senza indugi lo scoglio del lunghissimo quarto atto che la vede praticamente sola in scena.

Maxim Aksenov, il Principe Vsevolod, un bellissimo interprete dalla voce scura e perfettamente a suo agio nel lunghissimo duetto del primo atto, ha voce piccola anche lui ma canta con tale trasporto e perfezione da farci dimenticare il piccolo volume della sua voce.

Stupendo Dmitry Golovin nei panni dell'ubriacone traditore Gricha Kuterma; oltre ad una corposa voce di lirico spinto, possiede doti attoriali e interpretative, qui portate all'estremo da Tcherniakov, che fanno della sua interpretazione un vero e proprio capolavoro.

Erich Halfvarson da voce e corpo ad un frusto e ieratico Principe Iury con una tale maestosità e severità di accenti da lasciare basiti per colore, interpretazione e aderenza alla lingua russa pur non essendo madrelingua.

I due tartari Bediai e Burundai erano rispettivamente Alexander Tsymbalyuk e Vladimir Ognovenko, entrambi truci ma mai sopra le righe. Dimitris Tiliakos è Fiodor, figura di rilievo nel tessuto narrativo, Tiliakos afforonta con precisione e una splendida linea di canto la sua lunga aria del terzo atto.

Perfetti anche i comprimari Maria Gortsevskaya (il paggio del principe Yuri) Gennadi Bezzubenkov (un suonatore di gusli) dalla bellissima voce ieratica, Albert Casals (un domatore di orso), Xavier Mendoza (un cantore mendicante), Larisa Yudina nella difficile parte di Sirin e Margarita Nekrasova nella parte di Alkonost. Chiudono il cast i due nobili: Josep Fadó e Alex Sanmartí.

Precisissima ma forse un po’ troppo equilibrata la direzione di Josep Pons. Ci saremmo aspettati uno slancio più mordente nelle spettacolari scene d'assieme e soprattutto nell'interludio sinfonico della battaglia del terzo atto. La mano e il gesto di Pons hanno invece preferito frenare gli entusiasmi di una partitura che l'orchestra avrebbe eseguito alla perfezione, cosa che ha fatto nei momenti più spirituali del quarto atto eseguiti con una concentrazione impressionante.
Preciso e partecipe il coro del Liceu per l'occasione rinforzato da altri due cori (coro Intermezzo e coros a la carta), preparati meticolosamente da Josè Luis Basso.
Sucesso trionfale per tutti con punte di autentica ovazione per Svetlana Ignatovich.
Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE
Direttore d’orchestra           Josep Pons
Regia e Scene                      Dmitri Tcherniakov
Costumi                                 Elena Zaitseva i Dmitri Tcherniakov
Luci                                       Gleb Filshtinsky
GLI INTERPRETI 
Principe Iuri Vsévolo
Eric Halfvarson
Príncipe suo figlio Vsévo
Maxim Aksenov
Fevrònia
Svetlana Ignatovich
Grixka Kuterma
Dmitry Golovnin
Fiodor Pojarok
Dimitris Tiliakos
Paggio del principe Iuri
Maria Gortsevskaya
Nobile 1
Josep Fadó
Nobile 2
Alex Sanmartí
Suonatore di gusli
Gennadi Bezzubenkov
Domatore di orsi
Albert Casals
Il cantore mendicante
Xavier Mendoza
Bediai
Alexander Tsymbalyuk
Burundai
Vladimir Ognovenko
Sirin
Larisa Yudina
Alkonost
Margarita Nekrasova

Nuova coproduzione 
Gran Teatre del Liceu / De Nederlandse Opera (Amsterdam) / Teatro alla Scala (Milano)
Orquestra Simfònica i Cor del Gran Teatre del Liceu


Foto Gran Teatre del Liceu

SESTO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, SABATO 12 APRILE 2014




Per questo sesto appuntamento concertistico della stagione sinfonica la Fondazione Arena ha scelto due pezzi di straordinario effetto e due interpreti di acclamata fama internazionale: il Maestro Boris Brott e la violista Anna Serova.
La prima parte del concerto infatti ha visto come protagonista un pezzo contemporaneo del compositore georgiano Gija Kantscheli:  Styx per viola, coro e orchestra
L’autore, nato nel 1935, raccoglie in questa composizione tanta parte del suo vissuto e della sua esperienza musicale. Siamo infatti nel 1999, anno in cui dedica questo suo lavoro orchestrale a due suoi amici musicisti scomparsi qualche anno prima: Terterian e Schnittke, il cui ricordo è evidentemente ancora molto vivo in lui ed il rimpianto per la loro scomparsa talmente profondo da ispirare una musica molto accorata, in un certo senso ‘spezzata’, come poteva essere dal punto di vista affettivo la vita dell’artista da quel momento.

Immediatamente siamo posti di fronte ad un impatto emotivo dato da note ascendenti scandite da percussioni ed ottoni in evidenza, quasi come a richiamare l’attenzione dell’ascoltatore. Poi si cambia subito tono con una atmosfera di solennità e diremmo sospensione lirica, rappresentata dal fiume Stige che è chiaramente evocato nella sua funzione mitologica di rappresentare il confine tra la terra dei vivi e quella dei morti, con un sottofondo molto largo e dai toni sacri, grazie alla viola che interagisce con il coro a simboleggiare il cammino mesto e lento dei defunti nell’aldilà. La viola non cede a facili virtuosismi nella scrittura di Kantscheli, ma la sua funzione è quella di sottolineare la malinconia con suoni molto acuti e quasi stridenti, sì da straziare coloro che ascoltano, mentre il dolce canto dei coristi evoca i nomi dei musicisti defunti con frasi senza un significato specifico, ma dal giusto effetto sonoro. Spesso la melodia pacifica viene interrotta da momenti di concitazione, ma sono soltanto lampi che preludono a silenzi improvvisi, poi colmati dal suono pieno di tutta l’orchestra ed il coro insieme, alternati da altri silenzi ed ancora momenti di pace assoluta. Infine, come a dire che gli strumenti a disposizione neanche bastano ad esemplificare le sensazioni che Kantscheli  vuole esprimere, verso il termine del pezzo vi è l’aggiunta di alcuni suoni ottenuti strisciando semplicemente la bacchetta della viola solista e dei contrabbassi sullo strumento, senza emettere alcun suono, ma solo un fruscio, accompagnato e via via più accentuato dalle voci dei coristi che intonano addirittura una specie di ronzio, come se la mente non potesse liberarsi da un pensiero fisso che la tormenta. Davvero un lavoro impressionante.

Brott coglie soprattutto l’aspetto sofferente della composizione, accentuando molto i momenti maggiormente concitati e contrapponendoli nei volumi e nei tempi ai momenti più squisitamente lirici, ottenendo un effetto di forte impatto uditivo. Anna Serova si inserisce con sentimento in questo complesso manto di sensazioni, toccando con gentilezza le corde del suo strumento ed ottenendo un suono delicato e carico di pathos. Per accontentare il pubblico esegue poi un meraviglioso bis di Vieuxtemps: il Capriccio alla Paganini, ove le sue abilità tecniche sono esposte con maggiore evidenza.

La seconda parte guarda più indietro nel tempo, ma non  si discosta totalmente da quella precedente, con la Symphonie fantastique op. 14 di Hector Berlioz, datata 1830. È noto infatti che anche in questo poema sinfonico vi siano evocati episodi della vita del compositore stesso, qui favoleggiati e ricchi di ‘rêveries’. Il titolo completo della composizione in italiano è infatti ‘Sinfonia fantastica, episodi della vita di un artista’, scandita da cinque movimenti che evocano in modo specifico, con altrettanti sottotitoli, questi momenti. La sua storia con l’attrice Harriet Smithson finita male fu causa di molto dolore per il musicista, che in questo suo lavoro celeberrimo trasfigura oltre misura i suoi sentimenti, immaginando una storia precisa, in cui descrive inizialmente l’entusiasmo e la passione turbolenta di un immaginario artista (Rêverie – Passions), poi segue lo sviluppo dei sentimenti vorticosi verso questa donna amata che immagina di incontrare ad una festa (Un bal), seguita dalla quiete dei campi in una lunga e tranquilla contemplazione (Scène aux camps), interrotta dalla disillusione ed il conseguente sogno dell’assassinio dell’amante stessa, seguito dunque da inevitabile condanna al supplizio (Marche aux supplice). Infine nell’ultimo movimento (Songe d’une nuit du sabbat), il protagonista  si vede nel bel mezzo di una festa demoniaca, con esseri terrificanti e quant’altro popoli gli inferi e la campana ‘a morto’ che decreta la sua definitiva perdizione. Tutto questo Berlioz ce lo comunica in un programma scritto proprio per presentare la sua composizione, spiegando che questo fantomatico musicista si è riempito di oppio per lenire le sue sofferenze amorose e tutto ciò che segue non è altro che il frutto delle terribili visioni provocate dalla droga.

Con molta disinvoltura l’orchestra della Fondazione Arena guidata da Boris Brott appare molto coinvolta dalla partitura, grazie anche alla conduzione del Maestro, e se si escludono alcune sonorità eccessive provenienti dal settore tube, il programma è portato a termine con puntualità e destrezza. In evidenza come c’era da aspettarsi il ballo, ossia il secondo movimento, in cui anche il Maestro si è lasciato coinvolgere al punto di danzare quasi sul podio.
Anche se non pieno, il teatro ha registrato una discreta affluenza di appassionati che ha mostrato di gradire, e questo dispiace molto, soprattutto Berlioz e meno Kantscheli. Applausi comunque prolungati e generosi per entrambi i protagonisti del concerto.
MTG







 FOTO ENNEVI


MARIA STUARDA, G. DONIZETTI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 6 aprile 2014






La storia dei monarchi britannici ha sempre suscitato un indiscusso interesse internazionale sin dai tempi più remoti. In particolare le vicissitudini dei nobili d’Inghilterra hanno riempito pagine e pagine dei libri di storia ed ancora oggi sono spesso all’attenzione delle cronache, sia per faccende pubbliche che private. La ‘Maria Stuarda’ di Gaetano Donizetti pone al centro delle sue vicende il rapporto tra due grandi regine britanniche, imparentate tra di loro ma rivali in politica: la cattolica regina di Scozia che da' il titolo all'opera e sua cugina Elisabetta Prima d’Inghilterra, la figlia protestante di Enrico VIII e della discussa Anna Bolena. Poiché erano ancora tanti i sostenitori della Chiesa di Roma e quindi della legittimità del trono della Stuarda, per mantenere saldo il suo regno la sovrana inglese fece processare e condannare la rivale accusandola di tradimento e la sentenza di morte fu eseguita presso il castello di Fotheringhay l’8 febbraio 1587.

Il compositore si sofferma proprio sulla connotazione negativa di Elisabetta: col librettista Giuseppe Bardari immagina una regina forte e volitiva che mischia la politica con i moti del cuore, essendo accecata soprattutto dalla gelosia nei confronti del conte di Leicester, da lei amato ma che ha occhi solo per la sua odiata rivale. Non vuole rinunciare al trono e vi si attacca con tutte le sue forze, eliminando tutto ciò che potrebbe ostacolare il suo cammino ed il progetto di creare una ‘Grande Inghilterra’, inclusa la cugina cattolica. Le due leonesse compaiono inizialmente separate in scena: è Elisabetta la prima, esibendo già il suo carattere, la sua forza. Poi è la volta del suo opposto: la regina buona, la cattolica consacrata da Dio, nell’atto di ricordare il suo passato come moglie del re francese e la nostalgia dei tempi che furono. Finalmente le due ‘belve’ si incontrano/scontrano: l’una contro l’altra, nessuna speranza di riconciliazione; le invettive di Maria contro Elisabetta in merito alla sua nascita illegittima sono la svolta decisiva verso una sua condanna ineluttabile: Maria Stuarda non può più sperare nella grazia

La produzione in scena al Teatro Filarmonico di Verona è targata Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti ed ha registrato già un bel successo la passata stagione d’opera, arrivando quindi molto attesa da un pubblico che non è stato affatto deluso dalla sua realizzazione.

Il simbolo del destino ormai compiuto è la prigione di Maria, che è proprio il caso di dirlo, troneggia al centro della scena per tutta la rappresentazione, in forma cubica, scomponendosi e ricomponendosi a seconda delle richieste librettistiche. Diventa anche simbolo delle due donne, color nero per Elisabetta, abbigliata di scuro ovviamente, bianco per Maria, in veste candida. Tutti sono di nero vestiti tranne la protagonista, martire innocente. I begli abiti sono opera di Manuel Pedretti.  Il regista  Federico Bertolani, coadiuvato dallo scenografo Giulio Magnetto, gioca sull’oscurità che circonda i personaggi principali: nera è l’anima di Elisabetta, privo di luce è certamente il futuro di Maria. In alto sul cubo è poggiato proprio il trono della regina protestante, come a simboleggiare in maniera ancora più evidente che a lei si devono le sciagure della cugina, che può solo ‘sottostare’di fatto ai suoi voleri, ma riuscendo vincitrice su tutta la linea dal punto di vista morale. 

Se è in gioco il trono d’Inghilterra, si provi a portare via anche l’oggetto dei desideri ad una regina ed è guerra aperta. Splendida nel ruolo della malvagia Elisabetta Sonia Ganassi: il ghigno sul volto che mostra mentre si rivolge alla rivale è impressionante quanto lo è la potenza del suo strumento vocale: ampio, ricco di colori ed accenti, si espande maestoso in tutta la sala con la giusta sottolineatura della parola e con straordinaria padronanza della scena.

Nel ruolo del titolo una ispiratissima Mariella Devia. Il soprano mostra un incedere deciso, un’ aria maestosa pur nel martirio della prigionia, una reale sofferenza nel volto, unitamente ad una voce particolarmente in forma, che le consente di sfoggiare tanto acuti decisi ed in voce, quanto scale ascendenti e discendenti con estrema disinvoltura, dando tutta se stessa ad un pubblico veramente in delirio per lei.

Molto bene anche i suoi compagni di palcoscenico: Marco Vinco è un ottimo Talbot, la sua voce è scura e ben emessa in maniera uniforme, si espande nella sala senza perdere in potenza e colore; molto attento anche alla recitazione che quindi risulta sentita e per ciò centrata.

Leggera e melodiosa la voce di Dario Schmunck, dal bel timbro acuto che non teme affatto i volumi dell’orchestra; il suo Leicester è accorato e molto partecipe.

Forte e volitivo Lord Cecil con Gezim Myshketa, anch’egli dotato di una bella voce calda e corposa, che ben completa nell’insieme un ruolo di carattere eseguito con sicurezza. Molto accurato e ben eseguito anche il ruolo di Anna Kennedy, alias Diana Mian.

Prezioso il contributo del Coro dell’Arena di Verona diretto da Armando Tasso.

A completamento della buona riuscita dello spettacolo, il Maestro Sebastiano Rolli ha guidato l’orchestra della Fondazione Arena con puntualità, attenzione alle voci ed ai singoli momenti dell’opera, evitando suoni monotoni o troppo ridondanti, donando così  all’orchestra  colore e suono particolarmente ricchi.
Il pubblico (non proprio disciplinato) ha dispensato applausi veramente sentiti e prolungati per tutti i protagonisti, in particolar modo per la signora Ganassi, per la Signora Devia, con ripetute chiamate sul palco, e addirittura tifo quasi da stadio per il direttore Rolli.
MTG


LA PRODUZIONE


Direttore d'orchestra
Sebastiano Rolli
Regia
Federico Bertolani
Scene
Giulio Magnetto
Costumi
Manuel Pedretti

Maestro del coro                      Armando Tasso
Direttore allest. Scenici           Giuseppe De Filippi Venezia



GLI INTERPRETI
Maria Stuarda
Mariella Devia
Elisabetta
Sonia Ganassi
Giorgio Talbot
Marco Vinco
Roberto Leicester
Dario Schmunck
Anna Kennedy
Diana Mian
Lord Guglielmo Cecil
Gezim Myshketa


ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA







FOTO ENNEVI

LEOS JANACECK, JENUFA (ORCHESTRAZIONE REVISIONATA DA C.MACKERRAS E J.TYRRELL) - TEATRO DELL'OPERA DI GRAZ, 29 marzo 2014




“Oh questa figlia mia è una donna dura, è una donna dura...”
  Starenka

Leos Janàceck, compositore Moravo praticamente sconosciuto in Italia, se si eccettua qualche sporadica produzione dei suoi principali lavori in alcuni teatri della Penisola, gode di fama immensa all'estero dove risulta stabilmente in repertorio sia nella programmazione operistica che sinfonica.

Jenufa rappresenta il suo principale lavoro di esordio per il teatro non influenzato da altri compositori o scuole musicali. E in effetti la personalità del compositore si rivela pienamente nella potente sintesi di realismo tragico e modi espressionistici che caratterizza l'opera, dove il dramma della sedotta protagonista, il tremendo delitto della matrigna (Kostelnicka), la sua pubblica confessione e il tenero amore di Laca che alla fine illumina Jenufa, s'innestano in una coralità di un ambiente fortemente segnato e di grande suggestione poetica. La costruzione armonica di Janàceck si esprime qui in una politonalità originalissima che si sviluppa in piccole melodie riferite ai personaggi e alle situazioni variate in continuazione con una scrittura arditissima e difficilissima per l'esecutore (quasi sempre scale enarmoniche), creando alla fine una sorta di instabilità che lega incredibilmente tutta l'opera.

Mettere in scena Jenufa (bene) quindi non è impresa facile ma all'opera di Graz è stato fatto uno splendido lavoro soprattutto per quel che riguarda la parte registica.
Peter Konwitschny, con la collaborazione per la realizzazione delle scarne scene (un tavolo, 4 sedie, un letto) e dei costumi anni '50 del '900 di Johannes Leiacker ci guida in un ambiente volutamente vuoto e libero da qualsiasi rimando Moravio. I personaggi e la storia stessa si sviluppano durante tre stagioni: il primo atto in estate su di un prato verde, il secondo in inverno su di un terreno innevato. il terzo in primavera su di un prato fiorito.  Konwitschny e le drammaturghe Bernd Krispin e Vladimir Zvara, vedono il dramma quindi come un processo di maturazione e di scoperta, sorprendendoci continuamente con piccoli e impercettibili colpi di scena non previsti nel libretto, come ad esempio nel primo atto  il coltello che di nascosto la vecchia Burjya allunga a  Laca per sfregiare Jenufa, oppure il ruolo stesso della vecchia Buryja, pensato non più come una vecchia sì saggia ma rimbambita, bensì come motore e carburante stesso di tutta la macchina drammatica, facendola ballare, fischiare, picchiare. Oppure nel secondo atto, mettendo in scena fisicamente l'assolo di violino che, come unica presenza ristoratrice, affianca Jenufa nel momento della scoperta dell'assenza del proprio figlio, oppure lo studio sul personaggio di Kostelnicka non più mostro ma vittima del proprio amore per la chiesa (lei sagrestana...) e per la società, che si riconosce specularmente nel destino della sua figliastra, lei sterile donna.

Tre donne quindi. Tre donne che vivono assieme in una casa senza anima, tre donne con uno strano rapporto con la maternità.
Per Konwitschny, Kostelnicka non è la solita signora di mezza età tendente all'anziano che di solito siamo abituati a vedere in Jenufa. Non è la solita matrigna che potrebbe, anche anagraficamente, essere la madre naturale di Jenufa. No, per Konwitschny la Kostelnicka è di poco più anziana della figliastra. Non più di una decina d'anni. Questa poca differenza d'età mette in moto, nella visione di Konwitschny, un dualismo fortissimo tra matrigna e figliastra, una rivalità non detta, una specularità sinistra e agghiacciante che colora ogni parola, ogni gesto della matrigna di inquietanti retropensieri. 

Questa Kostelnicka, seppure di pochi anni più vecchia della figliastra, ha conquistato una maturità a suon di sberle e di rifiuti da parte del marito (nella totale assenza della suocera tutta presa nel ruolo di vedova del riccone) e si trova a fare i conti con un futuro già scritto di rinunce e solitudine.  Konwitschny cura con maniacale precisione ogni singolo movimento dei personaggi sulla scena, siano essi principali o secondari, coristi o comparse, rendendoci un lavoro che ricorderemo per molto tempo.
Nel ruolo eponimo troviamo una concentratissima Gal James. La cantante israeliana debutta il ruolo con una naturalezza e una convinzione encomiabile, aiutata da una bellezza fisica non indifferente e da una vocalità fresca e leggera che le permettono di risolvere la parte micidiale di Jenufa connotando un personaggio fragile ma che sa il fatto suo, evitando qui quegli inutili isterismi nella voce, tipici di chi affronta questo ruolo con uno studio superficiale.

Il ruolo della Sagrestana (Kostelnicka) vedeva un altro debutto in Iris Vermillion, la quale non si risparmia sulla scena interpretando una donna che, seppur ancora giovane, è già nell'età dei rimpianti. E' amareggiata, sconfitta e schiacciata dal confronto con la figliastra che comunque ama e vorrebbe proteggere. In lei parte la rivalità, senza dubbio, ma parte anche quella complicità tipicamente femminile che s'instaura quando una donna diventa l'evoluzione dell'altra. Vocalmente il ruolo le sta un poco stretto e se la parte bassa del rigo risulta scura,  meravigliosamente brunita e calda, ha grosse difficoltà a sostenere una parte scritta per un soprano drammatico, lei vocalmente un mezzosoprano, dove le note sopra il rigo risultano quindi calanti o addirittura non raggiunte.
La terza donna del clan, la vecchia Buryja, era Dunja Veizovic, indimenticata gloria vocale del recente passato (ricordiamo che fu LA Kundry e LA Senta di Karajan) ha saputo, nonostante le lacune vocali dovute all'età, interpretare splendidamente e senza risparmio alcuno sulla scena (nel primo e terzo atto sempre in scena).

Per Konwitschny è tutt'altro che una piacevole nonnina. E' una signora anziana e una presenza inquietante. Una sorta di larva sinistra, chiusa in un bozzolo d'egoismo. A differenza del'empatia delle nonne questa signora anziana non prova niente per nessuno. Solo Steva e Jenufa -perchè sono belli e simpatici- gli ispirano narcisistici moti di simpatia. Tutti gli altri membri della famiglia sono solo persone inutili. Quando Jenufa verrà sfregiata da Laca nella bellissima pelle del viso, la vecchia si ritrarrà con orrore da questa nipote sfregiata, abbruttita, mortificata.
Ales Briscein, unico componente madrelingua del cast, è stato un Laca convincente sul piano musicale e vocale, fraseggia con maestria e precisione, aiutato da un timbro veramente bello e da una presenza scenica eccellente.

Di contro il fratellastro Steva ha avuto in Tayland Rehinhard un interprete un po' troppo sopra le righe, dalla vocalità spesso non concentratissima e risolta spesso con artifici tecnici non ortodossi.
Completavano il nutrito cast uno splendido David Mcshane (Starek), Konstantin Sfiris (il Sindaco), Stefanie Hierlmeier (la moglie del Sindaco), Tatyana Miyus (Karolka), Fran Lubahn (la vaccara), Xiaoyi Xu (Barena), Nazanin Ezazi (Jano), Hana Batinic e Istvan Szecsi (due voci interne).

Tutto il cast e l'ottimo coro (diretto da Bernhard Schneider) hanno trovato supporto dalla direzione musicale di Dirk Kaftan il quale mostra chiare affinità con la musica di Janàceck, Il suo gesto, esalta i mille colori e i mille dettagli che il compositore ha inserito nella scrittura orchestrale assimilando correttamente il ritmo e l'inflessione di questo tipo di musica, aiutato da un'orchestra come la Grazer Philarmonisches veramente in stato di grazia.
Successo vivissimo per tutti con numerose chiamate al proscenio per Konwitschny.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE 

Direttore d’orchestra 
 Dirk Kaftan

Regia 
               Peter Konwitschny


Scene            
               Johannes Leiacker

Luci                             
 Manfred Voss

Drammatizzazione       
Bettina Bartz • Bernd Krispin

GLI INTERPRETI

La vecchia  Buryja    
Dunja Vejzović

Laca Klemen              
Ales Briscein

Stewa Buryja            
 Taylan Reinhard

Sagrestana Buryja
    Iris Vermillion

Jenufa                        
Gal James

Starek                      
  David McShane

Sindaco                      
Konstantin Sfiris

Sua moglie                 
Stefanie Hierlmeier

Karolka                     
Tatjana Miyus

Vaccara                     
Fran Lubahn

Barena                      
 Xiaoyi Xu

Jano                           
Nazanin  Ezazi

1. voce  
                    Hana Batinic

2. voce                     
 István Szecsi

Violino Solo            
 Yukiko Imazato-Härtl • Fuyu Iwaki

GRAZER PHILARMONISCHES ORCHESTER




Foto Teatro dell'Opera di Graz

H. W. HENZE, ELEGY FOR YOUNG LOVERS – VENEZIA, TEATRO MALIBRAN, 27 marzo 2014




La stagione lirica della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia in corso va ad arricchirsi di un raro titolo datato 20 maggio 1961, che proprio nel teatro veneziano vide la luce nella sua versione definitiva del 1988: Elegy for young lovers di Hans Werner Henze. L’opera fu scritta dopo che l'autore ebbe fatto la conoscenza in Italia dei librettisti inglesi W. H. Auden e Chester Kallman, già autori del libretto The Rake’s Progress per Stravinskij. La sua prima rappresentazione avvenne allo Schwetzingen Festspiele di Monaco.  

Per l’occasione è il teatro Malibran ad ospitare le vicende del poeta Gregor Mittenhofer che non esita ad usare le sventure delle persone a sé vicine per trarre ispirazione per i suoi versi. È costui un essere posto su di un piano superiore rispetto ai comuni mortali non dediti all’arte, concentrato solo su di sé e sulla propria ‘missione’. Se dapprima sembra la sventurata e anziana vedova Hilda Mack, un’ospite dell’albergo austriaco ove soggiornano tutti i protagonisti, ad attirare la sua attenzione, sono successivamente due poveri innamorati a completare inconsapevolmente l’opera dell’artista, con la loro prematura scomparsa tra i monti dello Hammerhorn. 

Ecco dunque rappresentata l’ostinatezza di un artista nel voler a tutti i costi realizzare il suo capolavoro, anche al prezzo della vita di altri. Quasi gode nel vedere la vedova vagheggiare e lamentarsi in attesa di un marito che non farà più ritorno. Così come è agghiacciante il suo ‘…not that I know of’, con cui nega alla guida alpina che vi sia qualcuno in balia della tormenta, i due giovani appunto. E tali personaggi ruotano intorno a questa figura quasi trasognanti, impotenti di fronte all’arte che ‘deve’ fare il suo percorso: la devota segretaria, la vedova inconsolabile, il suo fedele dottore, e naturalmente la giovane Elisabeth, essa stessa inizialmente amante del poeta, poi innamorata del giovane sconosciuto, col quale viene spinta crudelmente verso il suo destino di morte.

L’organico orchestrale è decisamente ridotto e non vi è presenza di coro. La narrazione è portata avanti da continui impulsi sonori che non dimenticano la bellezza dell’elegia armoniosa quando gli eventi la richiedono. Privilegiate le percussioni, se pur ridotte in questa versione definitiva, ove anche il duetto tra gli amanti del terzo atto fu eliminato dall’autore. Protagoniste assolute le voci dei personaggi, che esaltano la loro interiorità, con una linea melodica non immediatamente definibile, ma via via sempre più assimilabile, a mano a mano che l’ascoltatore entra nella psiche e nei caratteri posti in essere dagli interpreti. Voci che riecheggiano anche nel finale, quando mestamente e da lontano accompagnano l’ elegia finalmente compiuta, declamata dal suo autore, ma priva di alcuna parola, piena solo di pianto.

Scene e regia di questa produzione furono ideate da Pier Luigi Pizzi nel 2005 per il teatro delle muse di Ancona insieme al San Carlo di Napoli; in questa occasione la regia è stata ripresa da Massimo Gasparon. Con una scena fissa per i tre atti rappresentati senza soluzione di continuità, ci troviamo di fronte ad una piattaforma in legno ove sono posti semplicemente una scrivania, alcune sedie, con intorno una specie di ringhiera che affaccia su di un bosco piuttosto desolante a sfondo chiaro con i monti in lontananza. In questo ambiente già freddo di per sé la compagine canora è riuscita a creare un’atmosfera di pathos in grado di tenere ben salde le redini degli accadimenti per ben due ore abbondanti di spettacolo.

Perverso e ben immerso nel suo ruolo di poeta Super-Io Giuseppe Altomare: non solo una interpretazione ‘vissuta’ , ma anche cantata con energia ed enfasi, come il ruolo dell’artista pieno di sé e senza scrupoli richiede.
È parsa molto in forma il soprano Gladys Rossi nei panni della povera pazza Hilda Mack: la sua voce riesce a plasmarsi ai dettami della complicata linea di canto richiesta dalla partitura, completando la performance con una recitazione molto convincente.
La accompagnano bene con grinta e voce ben salda anche Olga Zhuravel come Carolina e Zuzana Markova  nei panni di Elisabeth Zimmer, con voce delicata ma sicura e dal bel timbro ricco. Altrettanto si fanno valere il tenore John Bellemer nei panni dell’innamorato Toni, con voce melodiosa e lineare, nonché il bravissimo Roberto Abbondanza, il dottor Reischmann, vocalmente robusto e sicuro di sé dal punto di vista attoriale.  Completano il cast nel ruolo recitato della guida alpina, Francesco Bortolozzo, ed i due mimi Roberto Adriani, Davide Tonucci.

Equilibrata, immersa nella vicenda, mai sopra le righe pur con suono pieno e vibrante la puntuale orchestra del Teatro La Fenice in ridotto organico con alla guida Jonathan Webb .
Pubblico non numerosissimo per questa prima recita al Malibran, che ha comunque apprezzato lo spettacolo omaggiando tutti gli interpreti in generale ed il Maestro Webb.
MTG

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore    Jonathan Webb
Regia, scene e costumi                     Pier Luigi Pizzi

Regia ripresa da                               Massimo Gasparon
Light designer                                  Vincenzo Raponi



GLI INTERPRETI

Gregor Mittenhofer                         Giuseppe Altomare
Dr. Wilhelm Reischmann                Roberto Abbondanza

Toni Reischmann                             John Bellemer
Elisabeth Zimmer                             Zuzana Markova
Carolina Grafin von Kirchstetten   Olga Zhuravel                      
Hilda Mack                                       Gladys Rossi
Josef Mauer                                      Francesco Bortolozzo
Mimi                                                  Roberto Adriani, Davide Tonucci

Orchestra del Teatro La Fenice
in lingua originale con sopratitoli in italiano
allestimento Fondazione Teatro delle Muse di Ancona
(spettacolo vincitore del premio speciale al Premio Abbiati 2005)




Foto Michele Crosera

BONFADELLI, DE SIMONE, MISSERI, PINI PER VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA – DOMENICA 23 MARZO 2014


Con l’arrivo della primavera l’Associazione Verona Lirica ha voluto regalare al suo affezionato pubblico un pomeriggio in serenità a gaiezza, che in un Teatro Filarmonico sempre più pieno ha davvero trascorso ore liete grazie ai quattro interpreti che ieri si sono esibiti con vera generosità, entusiasmo e qualità. Questa volta l’Associazione ha scelto un programma con l’intento di alternare gli evergreen come Verdi e Puccini, alle arie d’opera più celebri del repertorio belcantistico e francese: una garanzia di successo.
Il soprano Stefania Bonfadelli, il baritono Bruno de Simone, il tenore Giorgio Misseri ed il mezzosoprano Daniela Pini hanno così regalato assaggi dai capolavori di Rossini, Bellini e Donizetti, Gounod, e come detto Verdi e Puccini.

L’ospite più atteso, Bruno de Simone, non ha deluso le aspettative dei suoi ammiratori. È più che mai istrionico e dimostra di divertirsi ancora tanto quando sale sul palcoscenico, sì da far sentire anche gli altri interpreti a proprio agio. Così il duetto d’apertura da L’italiana in Algeri di Rossini nei panni di Taddeo, con Daniela Pini come  sua compagna Isabella ha esaltato questo aspetto.  Altrettanto azzeccato il ruolo di Dulcamara nel celeberrimo ‘Udite, o rustici’ dall’Elisir d’amore di Donizetti, che lo ha visto trionfare proprio su questo palco quasi un anno fa esatto, seguito dal duetto dalla stessa opera con Adina/Stefania Bonfadelli. E via con il fantastico monologo del protagonista da Gianni Schicchi di Puccini, ed uno splendido Don Magnifico da La Cenerentola di Rossini. Insomma il meglio del suo repertorio che non poteva che strappare ovazioni generali.  

Via via sempre più convincente il soprano Stefania Bonfadelli, che ha brillato soprattutto con la cosiddetta aria dei gioielli dal Faust di Gounod e con la chicca del duetto da la Barcarolle di Offenbach insieme alla collega Pini. La sua voce acuta e leggera vi si adatta particolarmente e anche l’interpretazione è centrata. Ha proposto ad inizio concerto anche l’aria ‘Tu che di gel sei cinta’ dalla Turandot di Puccini.  

Bella voce che vola alto anche quella del giovane tenore Giorgio Misseri. Anch’egli apprezzato interprete belcantista, ha eseguito con molto fervore l’aria per mezzosoprano di Romeo ‘E’ serbato questo acciaro’ da I Capuleti e Montecchi di Bellini, ‘Tornami a dir che m’ami’ con la Signora Bonfadelli dal Don Pasquale di Donizetti,  ed ha voluto stupire tutti con la arcinota e difficile aria da ‘La fille du regiment’ : ‘Pour mon âme, quel destin ‘di Donizetti. Omaggio a Verdi con ‘La donna è mobile’ dal Rigoletto.

Infine molto bene il mezzosoprano Daniela Pini. Timbro color dell’ebano e buon volume per questa giovane interprete molto apprezzata anche recentemente in questa stagione al Filarmonico, proprio nel ruolo di Romeo nei Capuleti e Montecchi. L’aria del finale di Cenerentola di Rossini, una deliziosa ‘Canzonetta spagnuola’ scritta dal pesarese tra le innumerevoli sue composizioni, oltre ai suddetti duetti con i suoi colleghi, hanno messo in luce le sue qualità artistiche.

Non poteva mancare il quartetto dal terzo atto di Rigoletto per coinvolgere tutti gli interpreti. Al pianoforte come sempre la bravissima Patrizia Quarta.
Pomeriggio gradevolissimo e che la bella stagione porti ancora tante belle gioie in musica nei mesi a venire!
MTG



CON L’INNOVAZIONE AMERICANA L’ORCHESTRA DEL TEATRO OLIMPICO CHIUDE LA SUA STAGIONE SINFONICA – TEATRO COMUNALE DI VICENZA, giovedì 13 marzo 2014



Per il finale della stagione sinfonica l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza si è avventurata fino al continente americano per esplorare le nuove sonorità che il novecento apportò a quanto era stato composto fino ad allora. Lo ha fatto con un programma dedicato a musicisti che sono nati o hanno vissuto nella terra delle stelle e strisce, partendo da Samuel Osborne Barber, passando per Aaron Copland e terminando con Igor Stravinskij, che visse negli Stati Uniti parte della sua vita.

L’Adagio per archi di Barber del 1938, costituisce una sorta di trait d’union con il periodo storico precedente. Il pezzo più largamente diffuso ed apprezzato dal grande pubblico è la trascrizione del secondo movimento di un precedente lavoro dell’autore, un Quartetto per archi in Si. In esso sono ancora presenti le atmosfere del periodo romantico, con i suoi tempi morbidi ed un certo intimismo melodico, quasi cantabile. In tali parametri si muove la OTO con il suo direttore, il Maestro Giampaolo Bisanti, entrando man mano nella sua anima, con l’incipit quasi inudibile degli archi che enunciano in simbiosi la melodia, quasi come se accompagnassero una foglia che lentamente si va calando sul suolo, per poi raggiungere il climax con la puntualità di un colpo di vento, ed infine sparire lontano, in un sogno.

Ci si distacca dai vecchi ricordi grazie al fantastico Concerto per Clarinetto e Orchestra di Copland (1947), con protagonista una splendida Valeria Serangeli come solista. Non sono estranee le influenze del compositore Stravinskij, e non sono distanti neanche quelle del genere Jazz, poiché in questo pezzo, che vede anche la presenza del pianoforte nell’organico orchestrale, troviamo ritmi molto particolari, che dall’ampiezza iniziale diventa poi serrato, ritmicamente molto difficile, ma è risolto con attenzione dall’orchestra, per cui la melodia del clarinetto diventa guida e riferimento in un dialogo continuo. La cadenza è eseguita magistralmente dalla Signora Serangeli: disinvolta, coinvolgente, e con lei l’orchestra pare proprio divertirsi, ragion per cui è seguito il brillante bis del Capriccio XXIV di Paganini ‘alla maniera di Benny Goodman’, che ha sottolineato ancora una volta il bel feeling tra solista ed orchestra.

Infine il viaggio si chiude con l’innovazione di  Stravinskij e le due Suites per piccola Orchestra, seguite poi dalla celeberrima Histoire du soldat. Con le due suites scritte tra il 1917 ed il 1925 l’orchestra dimostra di sapersi muovere agilmente tra le impervie melodie ed i ritmi intricati della partitura. Il Maestro Bisanti guida con il suo solito piglio, che lo vede particolarmente coinvolto ed anche divertito sul podio. Soltanto pochi elementi invece per l’Histoire, che prevede unicamente l’utilizzo di clarinetto e fagotto, cornetta e trombone, violino e contrabbasso, nonché le percussioni. Questa composizione vuole evocare la vita di un soldato tratta da una fiaba popolare russa, che a sua volta si rifà alla celebre leggenda di Faust a cui il diavolo prende l’anima. Con esso il viaggio nel mondo e nelle epoche della musica si chiude, con l'ascolto in un sol pezzo dei ritmi di marcia, valzer, ragtime e addirittura tango argentino! Il tutto è eseguito con sicurezza, coinvolgimento ed energia dai concentratissimi solisti della OTO con il loro condottiero sul podio.

Il pubblico plaudente e soddisfatto ha premiato il lavoro svolto quest’anno dall’ orchestra della sua città e dal suo direttore artistico, il Maestro Giampaolo Bisanti, che ad inizio serata ha voluto personalmente offrire il suo saluto alla platea, ringraziandola per la continua e calorosa accoglienza.
MTG




IL CAMPIELLO, E. WOLF - FERRARI – TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, martedì 11 marzo 2014



Tra le innumerevoli iniziative del Teatro la Fenice di Venezia si inserisce questa di ospitare alcune produzioni delle diverse province venete. In questo caso è il Malibran a mettere in scena Il Campiello di Wolf - Ferrari con l’allestimento del Teatro Sociale di Rovigo, andato in scena questa stessa stagione nella provincia rodigina. Precedentemente la Fondazione della Fenice ha già portato sul palco altre opere dell'autore veneziano, ossia i Quatro Rusteghi e la Vedova Scaltra. Si tratta infatti di un percorso che vuole riscoprire le opere del compositore italo tedesco (il suo doppio cognome è difatti l’unione di quello paterno tedesco e materno veneziano), per le quali trasse ispirazione dal suo conterraneo Carlo Goldoni, il grande commediografo veneziano, vissuto all’incirca due secoli prima di lui. L’autore di questa deliziosa commedia in musica amava molto le opere del settecento, così come apprezzava in particolar modo il teatro comico. Così intinse il suo operato di una leggerezza di insieme ed un brio delicato che pervadono tutta la sua esposizione. Del resto Ermanno Wolf amava molto anche autori quali Mozart e Gallupi, il che lo portò anche a rielaborare alcuni loro lavori, e non solo. Dunque anche se la prima ebbe luogo a Milano l’11 febbraio 1936, in mezzo agli umori del regime dittatoriale delle sue due patrie, troviamo ancora il modo di godere del gusto e dello stile del secolo dei Numi.

La regia di Paolo Trevisi prevede come di consueto una scena fissa, opera di  Giuseppe Ranchetti, a rappresentare appunto il campiello veneziano, una piazzetta ove si animano i personaggi protagonisti, che dialogano dalla piazza ai rispettivi balconcini e viceversa, così da rendere leggermente più dinamica una messa in scena che altrimenti potrebbe risultare monotona. Ma ci pensa la compagnia di canto a rendere vivace l’atmosfera, con interpretazioni omogenee e ben eseguite nel complesso.

La scanzonata Gasparina è Roberta Canzian. Ha il suo bel daffare non solo con il dialetto veneto del libretto, ma soprattutto con la particolare pronuncia del suo personaggio, che sostituisce sistematicamente il suono ‘s’ in ‘z’, risultando ancora più particolare ed eccentrica, e mostrando una bella fluidità nel canto anche intonato.

Bene anche la sua collega Diana Mian come Luçieta. Oltre all’interpretazione disinvolta, il soprano  offre una voce ambrata e robusta che arriva agilmente anche sull’acuto.

Assolutamente meravigliosi  i tenori Max René Cosotti e Gregory Bonfatti, nei ruoli femminili delle madri di Luçieta, Dona Cate Panciana, e di Gnese, Dona Pasqua Polegana: sciolti, con voce sicura e ben emessa.

Gnese è una molto brava Patrizia Cigna, che fa sentire la sua bella voce acuta e squillante, che emette anche dei bei filati sottili. Il tenore Giacomo Patti ha una voce leggera e melodica che va benissimo per il ruolo dell’innamorato di Gnese, il giovane Zorzeto.

 Bene nel ruolo anche Cristina Sogmaister, la madre di Zorzeto, Orsola e lo zio di Gasparina, Gabriele Bolletta, dalla bella pasta vocale scura. Si disimpegnano bene nei rispettivi ruoli anche Maurizio Leoni come Cavaliere Astolfi e Italo Proferiscecome Anzoleto.

L’orchestra Regionale Filarmonia Veneta guidata da Stefano Romani  ha seguito con attenzione i protagonisti in scena. Brillante e fluida, soltanto un po’ abbondanti i volumi nelle scene in cui è coinvolta tutta l’orchestra.

Il lieto fine della commedia sancisce anche lo scroscio degli applausi e la soddisfazione generale di tutti, con applausi convinti per l’intero cast ed il direttore d’orchestra.

MTG



LA PRODUZIONE

Maestro concertatore  Stefano Romani 
e direttore 
Regia                            Paolo Trevisi

Scene                           Giuseppe Ranchetti


GLI INTERPRETI

Gasparina                        Roberta Canzian 
Dona Cate Panciana       Max René Cosotti
Luçieta                            Diana Mian
Dona Pasqua Polegana   Gregory Bonfatti
Gnese                              Patrizia Cigna
Orsola                             Cristina Sogmaister
Zorzeto                            Giacomo Patti
Anzoleto                          Italo Proferisce
Il cavaliere Astolfi          Maurizio Leoni
Fabrizio dei Ritorti         Gabriele Bolletta

Orchestra Regionale Filarmonia Veneta ORV
Coro Lirico Veneto 

allestimento del Teatro Sociale di Rovigo 
progetto "I Teatri del Veneto alla Fenice"





FOTO MICHELE CROSERA

MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – TEATRO VERDI DI TRIESTE, sabato 8 marzo 2014



Nel lontano aprile 1914 andava in scena per la prima volta Madama Butterfly di Puccini al Teatro Verdi triestino, ed occasione più ghiotta non poteva esserci per rappresentare nel capoluogo friulano la fortunata produzione firmata proprio recentemente dal teatro e che ha ottenuto già ampi consensi anche a livello internazionale. La regia è di Giulio Ciabatti, che con l’apporto delle scene di  Pier Paolo Bisleri, ha voluto trasportarci non solo fisicamente, ma soprattutto idealmente e col cuore nei colori, nelle sensazioni e perché no nei profumi di un Oriente riconoscibilissimo, ma non necessariamente vincolato ad un tempo preciso. Nagasaki è trasognata nei volti e nelle situazioni che inscenano i personaggi, i loro sentimenti sono espressi con estrema passione. Con lo sguardo alla tradizione giapponese, al suo teatro ‘Nō’ che rappresenta i più alti valori dell’umanità contrapponendo il divino all’umano, così la contrapposizione dei due mondi Oriente/Occidente, inavvicinabili per usi e costumi, è tragicamente esemplificata dal dramma che vive la protagonista, fiduciosa a lungo invano, fino alla terribile disillusione.

Sullo sfondo uno schermo accompagna gli eventi, siano essi il ripudio, con una cascata di petali che rimanda ad una innocenza ormai perduta, oppure una cascata di stelle tra lucciole che svolazzalo lente in scena (grazie al silenzioso apporto dei mimi nell’ombra), creando emozioni e palpiti nel toccante duetto d’amore di fine primo atto, che manda in delirio il pubblico. I suggestivi effetti di luce sono ad opera di  Claudio Schmid.

Il resto è un delizioso e garbato ambiente con una accenno alla casetta, la presenza del Torii, l’arco di accesso ai luoghi sacri giapponesi, e la bandiera americana che dallo schermo compare all’occasione, trionfale sugli astanti. Completano la raffinata rappresentazione i costumi ricchi e coloratissimi di Pier Paolo Bisleri, grazie ai quali i coristi ricordano davvero gli imponenti e maestosi samurai e le coriste, come le protagoniste stesse, sembrano delle delicate bambole di porcellana, che con i loro movimenti fluidi ed aggraziati sembrano poter spezzarsi all’improvviso, come in un triste presagio.

I capricci del meteo attuale hanno costretto il tenore Luciano Ganci a lasciare il posto al collega Luis Chapa per l’ultima rappresentazione nel ruolo di Pinkerton. Il messicano ha uno strumento che si esprime particolarmente con agio nel registro acuto e si mostra disinvolto sul palco. Ottimo il feeling con la sua partner in scena. Si mostra molto più a suo agio nei momenti di sentimento, piuttosto che nelle scene di baldanzoso maschilismo strafottente. Porta comunque a casa una prova positiva apprezzata dal pubblico.

Anche il soprano  Amarilli Nizza era stato annunciato come affetto da sindrome influenzale prima dell’apertura del sipario. Ma la grande forza di volontà dell’artista ha preso il sopravvento e le ha consentito di eseguire un’altra delle sue interpretazioni straordinarie. Ormai confermata la sua famigliarità col ruolo, il suo calarsi anima e corpo nel personaggio, tanto da gioire o soffrire con esso, senza mai staccarsi mentalmente dalla piccola Cio-Cio-San e coinvolgendo il pubblico che ne resta rapito. In aggiunta, la sua tecnica consolidata le permette una emissione vocale sicura ed uniforme su tutta la gamma.

Suzuki è stata una convincente Chiara Chialli. Se la voce talvolta tende ad irrigidirsi nei suoni gravi, il colore che offre è comunque corposo e di bella pasta. Molto delicato il suo incedere, la sua interpretazione della governante dolce e servizievole è di incredibile grazia e spontaneità.
Austero, impeccabile e ben cantato il ruolo del console Sharpless, un Filippo Polinelli equilibrato, mai sopra le righe.
Apprezzabile anche il Goro di Gianluca Sorrentino, spigliato e ben centrato.
Un po’ eccessivo il costume dello zio Bonzo, in vesti corvine con tanto di bandiere penzolanti dal dorso, interpretato da un ben crudele Pietro Toscano, la cui voce però si perde leggermente nel suono dell’orchestra.

A completare il cast, la signora Pinkerton della deliziosa Silvia Verzier, il corretto  principe Yamadori di Makoto Kuraishi, Giuliano Pelizon e Giovanni Palumbo, rispettivamente Commissario imperiale ed Ufficiale del registro.

Straordinario il suono dell’Orchestra della Fondazione Teatro Verdi: bilanciata, uniforme, in perfetto accordo con i cantanti, carica di lirismo e pathos. Il Maestro Donato Renzetti l’ha guidata con fare impeccabile ed è stato la ciliegina sulla torta di una produzione di pregio.
Ottimo lavoro anche dei coristi preparati del puntuale Paolo Vero.

Teatro esaurito in ogni ordine di palco e posto, successo caloroso per tutti gli interpreti con punte di entusiasmo per Nizza e Chapa, Chialli ed il Maestro Renzetti.

MTG



LA PRODUZIONE
Maestro Concertatore
E Direttore
Donato Renzetti
Regia
Giulio Ciabatti
Scene E Costumi
Pier Paolo Bisleri
Luci
Claudio Schmid
Maestro Del Coro
Paolo Vero
Videomaker
Antonio Giacomin


GLI INTERPRETI

Madama Butterfly / Cio-Cio-San
Amarilli Nizza
Suzuki
Chiara Chialli
F.B. Pinkerton
Luis Chapa
Kate Pinkerton
Silvia Verzier
Sharpless
Filippo Polinelli
Goro
Gianluca Sorrentino
Yamadori
Makoto Kuraishi
Zio Bonzo
Pietro Toscano
Il Commissario Imperiale
Giuliano Pelizon
L’ufficiale Del Registro
Giovanni Palumbo

Orchestra, Coro e Tecnici Della Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” Di Trieste

Allestimento Della Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” Di Trieste

In Collaborazione Con Jas Foundation Di Yokohama





FOTO TEATRO VERDI TRIESTE

LA VEDOVA ALLEGRA, FRANZ LEHAR – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, giovedì 6 marzo 2014.





Per la stagione lirica 2013-14 del teatro Filarmonico di Verona che si concluderà come di consueto nel prossimo autunno, la Fondazione Arena ha deciso di proseguire con il filone giocoso dei precedenti due eventi e puntare su un titolo di sicuro impatto sul pubblico, che infatti, grazie anche alla felice presenza delle scuole, sta registrando un folto numero di presenze in questi giorni. La vedova allegra di Lehar, ha offerto uno spettacolo completo, ove musica, danza e prosa si sono intersecate per circa tre ore di spettacolo, ed in cui non sono mancati colpi di scena, risate, ma anche poesia e delicatezze.

Il compositore Franz Lehar iniziò come autore di opere liriche, ma con scarso successo. Fu con il genere dell’operetta che il suo estro creativo ebbe modo di estrinsecarsi ed ottenere il tanto agognato riconoscimento tra i maestri del genere,  come Offenbach e Strauss figlio. La sua formazione classica, nonché la vita in continuo viaggio, gli permisero sì la conoscenza dei grandi compositori del passato, ma anche di quanto alla sua epoca offriva il panorama musicale internazionale. Ciò gli consentì di inserire tutto ciò che era il suo vissuto personale e di studio nelle sue composizioni. Così potremmo affermare che c’è praticamente tutto ne La vedova allegra: il lirismo dovuto alle storie d’amore che si intrecciano, gli scambi di persona, i tradimenti e le conseguenti corna,  i dissesti finanziari, già notissimi al pubblico appassionato di opere, ma anche le musiche dei valzer tanto cari agli austriaci, e persino i canti degli zingari.

Ci si immerge in tutto questo trovandosi nello specifico nella grande Francia della belle époque, con le sue luci e colori, con le sue ‘donnine allegre’, le danze, le feste, i locali alla moda un po’ equivoci, e naturalmente gli amori. Tutti elementi di sicuro fascino per un pubblico che già nel 1905, anno della prima rappresentazione a Vienna, apprezzava questo nuovo genere, decretandone uno straordinario successo sin dall’inizio ed incoronando il genio del suo autore a livello internazionale. Oggigiorno il capolavoro di Lehar è molto amato e riscuote sempre grandi consensi per le arie ben note, come ‘Tace il labbro’ oppure ‘La romanza della Vilja’, ma soprattutto per i balletti ivi inseriti e per l’atmosfera di gaiezza che sprigiona.
 
Per questa versione italiana della Fondazione Arena datata 2005 (l’originale è in tedesco), con la regia di Gino Landi, siamo in una Francia un po’ veneta ed anche un po’ napoletana, per via di certi piccoli riferimenti alla città di Verona e naturalmente per la forte ed accentratrice presenza dell’attrice partenopea Marisa Laurito. Quello che di solito è l’impiegato di cancelleria dell’armata di Pontevedro, paese nella cui ambasciata a Parigi  è ambientata la storia, qui è la scaltra, furba ed impicciona segretaria dell’ambasciatore pontevedrino Zeta. Con le sue battute ed improvvisazioni viene ad essere la mattatrice dello spettacolo, mettendo a segno una battuta dietro l’altra, intrattenendo letteralmente il  pubblico e strappando anche applausi a scena aperta. Il tutto è incorniciato dalle splendide scene di Ivan Stefanutti, che riproducono ambienti signorili di inizio secolo scorso e giardini meravigliosi con statue che si rivelano essere ballerini in carne ed ossa nella scena del duetto tra Hanna ed il conte Danilowitsch. Meravigliosi anche i costumi perfettamente in stile di William Orlandi.

La vedova in questione è stata una brillante Mihaela Marcu. Oltre ad avere indubbiamente il physique du rôle, ha interpretato con molta classe e spigliatezza il suo ruolo. La voce forse non è perfettamente a suo agio per la tessitura richiesta, soprattutto sul grave, ma ha confermato di possedere una bella linea di canto e dei suoni emessi con sicurezza, dai pianissimo agli acuti di slancio.

In grandissima forma il baritono Markus Werba. Perfetto per il ruolo del conte, ben recitato e ben cantato, è interprete di sicuro piglio sul palco e utilizza la sua voce con compostezza ed omogeneità, spingendosi anche verso zone piuttosto acute.

A suo agio anche una eccentrica e disinvolta Daniela Schillaci come Valencienne, con il suo maritino dalla testa pesante, il barone Mirko Zeta, un buon Francesco Verna, di spirito ed anche ottimo attore. Bella voce anche se un po’ sottile il tenore Anicio Zorzi Giustiniani, Camille de Rosillonche si è ben difeso sul palco, anche se più dimesso rispetto ai suoi colleghi.

Le coppie Bogdanowitsch con la moglie Sylviane, rispettivamente Andrea Vincenzo Bonsignore e Francesca Martini, Kromowe la sua consorte Olga, ossia Nicolo' Ceriani, veramente bravissimo e centrato nel suo ruolo, ed Elena Serra, nonché Pritschitsche Praskowia, alias Romano Dal Zovoe Alice Marini, insieme ai simpatici Dario Giorgelèe Francesco Pittari come pretendenti, il visconte Cascadae Raoul de St. Brioche, completano il cast.

Compartecipe e buon interprete il coro preparato da Armando Tasso. Menzione particolare va fatta al corpo di ballo che nel terzo atto ha eseguito parte del balletto ‘Gaité parisienne’ di Jacques Offenbach e Manuel Rosenthal, con numeri strepitosi e di grande impatto visivo, inseriti per l’occasione.

L’orchestra condotta da Roberto Gianola si è inserita perfettamente nel clima festoso dello spettacolo, con interventi anche in scena e con il giusto brio ed accompagnamento agli artisti.
Pubblico in delirio per la Signora Laurito e molti applausi anche per Werba e Marcu. Successo pieno per tutti gli interpreti.
MTG



LA PRODUZIONE 
Direttore d'orchestra
Roberto Gianola
Regia
Gino Landi
Scene
Ivan Stefanutti
Costumi
William Orlandi

GLI INTERPRETI
Il barone Mirko Zeta
Francesco Verna
Valencienne
Daniela Schillaci
Il Conte Danilo Danilowitsch
Markus Werba
Hanna Glawari
Mihaela Marcu
Camille de Rosillon
Anicio Zorzi Giustiniani
Il visconte Cascada
Dario Giorgelè
Raoul de St. Brioche
Francesco Pittari
Bogdanowitsch
Andrea Vincenzo Bonsignore
Sylviane
Francesca Martini
Kromow
Nicolo' Ceriani
Olga
Elena Serra
Pritschitsch
Romano Dal Zovo
Praskowia
Alice Marini
Njegus
Marisa Laurito

ORCHESTRA, CORO E CORPO DI BALLO DELL’ ARENA DI VERONA

Maestro del coro                     Armando Tasso
Direttore corpo di ballo           Renato Zanella

Direttore allest. scenici           Giuseppe Filippi Venezia





Foto Ennevi

BIEDERMANN UND DIE BRANDSTIFTER, SIMON VOSECEK - TEATRO COMUNALE DI BOLZANO, Première Nazionale, 26 febbraio 2014




Il teatro Comunale di Bolzano si dimostra, ancora una volta, attento alla musica contemporanea cooproducendo e rappresentando Biedermann und die Brandstifter, opera contemporanea del musicista ceco Simon Vosecek.
L'allestimento, già dato alla Neue Oper Wien col quale è cooprodotto nel settembre scorso e qui in prima nazionale, ricalca quasi in maniera completa la pièce teatrale omonima di Max Frisch. Il protagonista si chiama Biedermann, e il termine Bieder dal tedesco si traduce come “onesto” “rispettabile”. E in effetti il protagonista, Biedermann Gottlieb (!!) ci appare subito come una persona francamente insipida.

Già dall'inizio dell'opera si dimostra per quello che è: un membro della classe medio alta, che ama fumare il suo sigaro, bere un buon bicchiere di vino pregiato mentre sfoglia mollemente il giornale nel suo salotto ben arredato dopo una giornata di lavoro frenetico nel suo studio legale. Frisch quindi preferisce dare inizialmente rapidi accenni agli aspetti caratteriali dei suoi personaggi, privilegiando un approfondimento morale durante l'evolversi della storia e utilizzando il coro a guisa di contraltare morale che avverta il pubblico con quanta facilità un uomo comune possa essere sopraffatto dal male che bussa alla sua porta. Purtroppo a nostro parere, il lavoro teatrale di Frisch difetta proprio di quell' approfondimento caratteriale nel testo che implichi un lavoro di scavo psicologico nei personaggi, preferendo rapidi accenni e sillabazioni nel testo.

La musica di Vosecek supplisce in parte a questo difetto amplificando la tensione emotiva, la frustrazione e la speranza con una scrittura che pur essendo “contemporanea” guarda ad un tipo di notazione che ricorda musica già “vecchia” come la scuola di Darmstad e il suo più illustre figlio B.A. Zimmermann e alla sua opera Die Soldaten al quale Vosecek strizza più volte l'occhio soprattutto nell'uso della vocalità, tutta  tesa a serializzare ogni fattore costitutivo della composizione: non solo le altezze, ma anche durate, dinamiche, timbri, modi di attacco ecc. portando alle estreme conseguenze il puntillismo di Anton Webern.

La parte strumentale, eseguita magistralmente dall ' Amadeus Ensemble-Wiendiretto da Walter Kobera, prevede tre tromboni, una tuba, due percussionisti, un violino, tre violoncelli e tre clarinetti (due raddoppi in clarinetto basso) che hanno la parte protagonista nella scrittura strumentale. Il coro dei tre vigili del fuoco (Harald Wurmsdobler, Christian Kotsis, Frédéric Plazgraf) canta quasi esclusivamente per accordi stretti differenziandosi dal materiale vocale solistico, alternando linee angolari e lisce come il testo richiede.

Stephen Chaundy tratteggia un protagonista forte e testardo, molto bravo nel portare a termine la sua vocalmente difficile parte dalla tessitura assai acuta, Barbara Zamek-Gliszczynska come Babette Biedermann canta con voce chiara e solida ben delineando la tensione emotiva che scuote il suo personaggio dall'inizio alla fine, Katharina Tschakert ha dato corpo alla cameriera Anna ben bilanciando gli aspetti drammatici e comici del suo ruolo. Tomas Pietak e Till von Orlowsky come Schmitz ed Eisenring hanno cantato il loro ruolo degli incendiari sapendo cogliere quella sottigliezza caratteriale insita nella musica di Vosecek risultando malefici con una affabilità e naturalezza encomiabili.

La scelta registica di Béatrice Lachausée coadiuvata dalla scena fissa di Dominique Wiesbauer, dalle luci di  Norbert Chmel e dai costumi anni '30 di Nele Ellegiers segue il montare dell'azione inizialmente caratterizzando i personaggi nel loro afflato quotidiano di una tranquilla e noiosa famiglia borghese fino all'apice dell'esasperazione finale ove tutte le loro certezze crollano in un turbinare di disperazione e assertività indotta dai due incendiari.
Successo caloroso da parte di un pubblico attento e preparato.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direzione musicale                Walter Kobéra
Regia                                      Béatrice Lachaussée
Scenografia                           Dominique Wiesbauer
Costumi                                 Nele Ellegiers



GLI INTERPRETI

Gottlieb Biedermann           Stephen Chaundy     
Babette Biedermann            Barbara Zamek-Gliszczynska
Anna                                     Katharina Tschakert
Josef Schmitz                       Tomasz Pietak
Wilheim Eisenring                Till von Orlowsky
Vigili del fuoco                      Harald Wurmsdobler, Christian Kotsis, Frédéric Pfalzgraf.

CORO E ORCHESTRA    ENSEMBLE AMADEUS - WIEN
COPRODUZIONE   NEUE OPER WIEN





Foto Armin Bardel


BILLERI, MASTROMARINO, SERRA E ZULIAN PER VERONA LIRICA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 23 febbraio 2014


Programma molto intenso e particolarmente difficile da eseguire in forma di concerto, quello messo in scena domenica al Teatro Filarmonico di Verona dall’Associazione Verona Lirica, ormai nel pieno della sua stagione concertistica. Per portare a termine l’immenso programma si è avvalsa di quattro interpreti molto affermati che alternandosi sul palco, hanno dato vita come sempre ai vari personaggi di opere molto note al pubblico in sala.

Potremmo definire il baritono Alberto Mastromarino il padrino della serata, un artista che il pubblico ama ormai da tanti anni, essendo  un habitué dei palcoscenici veronesi, siano essi il Filarmonico stesso o l’Arena,  e che difatti è stato accolto con vivo e sincero entusiasmo. Grande protagonista della serata, ha mostrato ancora una volta cosa significhi stare in scena. Pur senza vestire ‘letteralmente’ i panni dei suoi personaggi, ha saputo rendere perfettamente le situazioni e i momenti interpretati. Così spigliato e di ‘carattere’ il suo Falstaff, nell’aria ‘L’onore! Ladri!’, oppure prorompente nel duetto con il tenore da La forza del destino: ‘Invano Alvaro’, incredibilmente malvagio nell’impersonare Jago con la sua aria da Otello 'Credo', e commuovente con il soprano Billeri nella lunga scena ‘Cielo! Mio padre’ da Aida. Verdi sembra essere profondamente scolpito nelle corde del baritono: la voce è ampia, possente, uniforme ed è inoltre in gran spolvero dal punto di vista attoriale.

Maria Billeri ci ha incantato tantissime volte con le sue interpretazioni davvero sentite di donne incredibili. Ed anche stavolta ha scelto personaggi verdiani molto particolari ed intensi: due figure terribili come Lady Macbeth e Abigaille e la sfortunata Aida. Sempre con passione e ricercata analisi del personaggio, si è cimentata nella scena della lettera di Lady, seguita da ‘Vieni! t’ affretta!’ e ‘Or tutte sorgete..’;  dal Nabucco quindi ‘Ben io ti invenni, o fatal scritto!’ e ‘Anch'io dischiuso un giorno’, inoltre il suddetto splendido duetto di Aida con Amonasro-Mastromarino. Infine, omaggio a Bellini con Norma nel duetto con Pollione-Zulian ‘In mia man alfin tu sei’. 

Dispiace molto che invece la prestazione di Elena Serra, chiamata a sostituire l’indisposta Ildiko Komlosi, non abbia soddisfatto le attese. Anche il mezzosoprano ha impersonato ruoli di gran carattere e difficoltà, come Amneris, nell’aria ‘L'aborrita rivale…’ ed il duetto con Radames-Zulian ‘Già i sacerdoti adunansi’; la Principessa di Bouillon da Adriana Lecouvreur di Cilea, con ‘Acerba voluttà’, nonché la Principessa Eboli in ‘Oh don fatale’ del Don Carlo verdiano. L’interprete però non è riuscita a dare alla sua interpretazione la forza ed il carisma che queste donne possiedono, risultando piuttosto scolastica. Inoltre la voce tende ad incupirsi nei gravi e fatica sull’acuto, che di conseguenza colpisce soprattutto negli attacchi, evidenziando anche una disomogeneità di suoni. Va comunque apprezzata la generosità con cui si è data sul palco ed il pubblico l’ha premiata per questo. 
 
Il tenore Renzo Zulian mostra un materiale apprezzabile per il timbro, soprattutto nella zona centrale. Tende però a spingere il suono in modo eccessivo e di conseguenza risulta sforzato piuttosto che ben sfogato in ampiezza e volume. Oltre ai duetti citati con i colleghi, ha offerto sempre da La forza del destino, nel ruolo di Don Alvaro ‘La vita è inferno all’ infelice’ e ‘O tu che in seno agli angeli’. Buono il feeling con i colleghi sul palco e non manca di personalità nelle sue esecuzioni.

Omaggio finale il lungo atto conclusivo dal Trovatore di Verdi con tutti i protagonisti.  
Ha accompagnato gli artisti come sempre l’impeccabile Patrizia Quarta al piano e presentato la serata Davide Da Como della Fondazione Arena di Verona. Il pubblico ha applaudito tutti gli interpreti, premiati con la targa ricordo come ad ogni concerto.

Appuntamento a fine marzo per il prossimo pomeriggio in musica.

MTG


WERTHER, J. MASSENET - METROPOLITAN OPERA HOUSE DI NEW YORK, martedì 18 febbraio 2014



Mettere in scena un'opera intimista come Werther di J.Massenet nel più grande teatro del mondo, è sfida che mette i brividi al solo pensiero.
Werther più che un'opera può essere considerata infatti un unico grande duetto, suddiviso in dialoghi e monologhi fra il protagonista e Charlotte, mentre gli altri ruoli sono in pratica delle ombre sottomesse ad un'esistenza limitata. Sintomatica sotto questo aspetto è la stessa assenza del coro in partitura, di una comunità simbolo di amore realizzato e di vita che si diversifica dall'esistenza dei protagonisti, proiettati piuttosto verso la morte, amanti tristissimi, in pratica non amanti, supportati da una musica tutta tesa ad un impressionismo che si sfalda e vacilla nel suo  incessante sviluppo,  tortura i nervi, provoca una tensione costante da aria viziata e velenosa che sembra non mortale. La morte invece, arriva puntuale, con accenti crudi e reali.
L'idea di Richard Eyre, supportata dalle scene e dai costumi di Rob Howell si apre con la fantasiosa e arbitraria ricostruzione, durante il preludio,  della morte della moglie del Bailli e madre di Charlotte durante la notte di Natale e il suo successivo funerale, quindi si sviluppa per i primi due atti su una serie di cornici rettangolari che dal proscenio si  contorcono verso il fondo della scena sulle quali si proiettano i bellissimi video di  Wendall Harrington che rappresentano alberi che ondeggiano alla brezza e il passare delle stagioni. 
Nel terzo atto troviamo una claustrofobica biblioteca fatta di immensi scaffali verticali incombenti, paradigma di quella società che obbliga Charlotte ad un matrimonio senza amore, i quali svaniranno verso l'alto con un magistrale colpo di scena durante l'interludio del quarto atto, permettendo l'ingresso dal fondo della microscopica cameretta di Werther nella quale, Richard Eyre, contrariamente al libretto, ci mostra tutta la disperazione di Werther prima titubante, infine deciso nel togliersi la vita sparandosi diritto al cuore imbrattando con schizzi di sangue la parete a lui posteriore. 

Scena fortissima e di forte impatto emotivo che ha trovato in Jonas Kaufmann un degno interprete. Kaufmann appunto è stato un Werther straordinario, la sua voce è ricchissima di armonici, il suo canto si fa scuro e caldo di una intensità virilmente composta nel declamato di cui è piena la partitura, abbandonandosi nei momenti più lirici e larmoyant ad un canto velato fino a raggiungere pianissimi impressionanti per tenuta e qualità. 
La Charlotte di Massenet è più sfaccettata e tormentata rispetto alla figura goethiana e Sophie Koch ne offre un’interpretazione intensa e convincente esprimendo con giusto riserbo il dramma interiore di un amore impossibile, compresso e soffocato, con voce controllata e vibrante lontana da esibizioni manierate e da eccessi veristi. Toccante la lettura delle lettere eseguita con giusto raccoglimento e soprattutto “les larmes qu’on ne pleure pas” che traduce con pudore l’abisso di angoscia in cui sprofonda il personaggio. La voce omogenea si adatta alla dinamica ondivaga ben reggendo gli improvvisi scatti drammatici.

Lisette Oropesa è un’ottima Sophie, giovane e graziosa, che trasmette una ventata di freschezza con voce soavissima e argentina, squillante senza essere petulante. David Bizic è un Albert di voce rotonda ma monocorde, perfetto per il suo personaggio. Corretti anche i comprimari, il Bailli di Jonathan Summers, Philip Cokorinos nella parte di Johann, Tony Stevensons, alias Schmidt, Christopher Job come Bruhlmann e Maya Lahany come Katchen.

Alain Altinoglu ha offerto una direzione efficace, cercando un impasto orchestrale sonoro e ricco di colori, ha alternato suoni morbidi e leggeri a sonorità più forti e cupe, privilegiando la ricerca della continuità e della tensione drammatica, pur tuttavia scivolando talvolta nell’enfasi anziché giocare su di una più sottile filigrana di colori e spessori cangianti.

Successo vivo per tutti, con punte di delirio per Kaufmann e Koch da un teatro gremito in ogni ordine di posti.
Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE
Direttore d’orchestra             Alain Altinoglu
Regia                                      Richard Eyre 
Costumi e scene                     Rob Howell 
Luci                                         Peter Mumford
Video                                      Wendall Harrington 
Coreografia                            Sara Erde 

GLI INTERPRETI

 Sophie                                    Lisette Oropesa 
Charlotte                                Sophie Koch
Werther                                  Jonas Kaufmann
Albert                                     David Bižic 
La Bailli                                 Jonathan Summers 

METROPOLITAN OPERA HOUSE ORCHESTRA





Foto Metropolitan Opera House

BEETHOVEN E BRAHMS PER L’ORCHESTRA DEL TEATRO OLIMPICO NEL QUARTO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA - VICENZA, TEATRO COMUNALE, martedì 18 febbraio 2014.



Si avvia alla conclusione il viaggio musicale che la OTO vicentina ha intrapreso lo scorso autunno attraverso i luoghi più caratteristici della musica internazionale, e che per questo penultimo appuntamento ha visto come protagonisti i mostri sacri dell’ottocento tedesco Beethoven e Brahms, con le pagine più conosciute dal grande pubblico che anche ieri sera ha quasi riempito il grande Teatro Comunale di Vicenza e salutato l’evento con il consueto calore. 

Questa volta l’orchestra ha visto il gradito ritorno sul podio del giovane ed affermato Matteo Beltrami, che aveva chiuso la scorsa stagione sinfonica con largo consenso di pubblico. In apertura la ouverture del Coriolano di L.V. Beethoven. Questo gioiellino scritto nel 1807 per l’opera teatrale di Heinrick-Joseph von Collin, che fu anche segretario dell’Imperatore d’Austria, descrive per l’appunto la figura del personaggio eroico dell’antica Roma, espressa dall’incipit battagliero, mentre lo sviluppo centrale ci porta alle suppliche ed all’affetto materno e famigliare, che viene esemplificato dalla dolcezza infinita dei suoni di una melodia straordinaria. E se già in questo breve pezzo è evidente il piglio del giovane Maestro, ancor più con la seconda esecuzione diventa ben chiaro quanta forza ed impeto porti la conduzione del giovane direttore genovese.

Con la quinta sinfonia in do minore di L.V. Beethoven, datata 1808, non si può che restare senza fiato, per il suo carattere incisivo, per la forte espressività d’ insieme. Accanto alla celeberrima ‘Nona’ è una delle opere sinfoniche più amate ed eseguite e non poteva mancare nel celebrare la meraviglia dell’arte tedesca in questo percorso nel tempo e nello spazio della musica più grandiosa di sempre. La passione è evidente in tutti i suoi movimenti, ed il giovane Beltrami è guizzante sulla sua postazione, quasi volesse trascinare con sé la compagine strumentale nel vortice delle note ossessive dell’arcinoto tema del destino. Punti di forza dell’Orchestra vicentina sono stati anche questa volta gli archi, molto concentrati e capaci di delineare un suono pieno, vibrante e carico di tensione.

Nella seconda parte del concerto la meravigliosa Sinfonia n. 1 in do minore di J. Brahms, portata a termine dopo una lunga gestazione nel 1876, in cui la forza e l’impeto tedesco a cui è dedicata la serata sono ancora una volta esposti con evidenza. Un giusto accostamento tra i due compositori della serata, a testimonianza di quanto il grande amburghese rappresenti il naturale proseguimento del cammino iniziato da Beethoven, le cui influenze sono evidenti in diversi passaggi di questo capolavoro, dal richiamo alla quinta sinfonia ai riconoscibilissimi echi   nell’ultimo movimento della ‘Nona’. Ricca di colori ed atmosfere che cambiano continuamente, questa sinfonia richiede all’orchestra un suono grintoso e vellutato al contempo per esprimere al meglio la sua anima. Così la OTO offre sonorità cariche di energia e pathos, oppure di elegia e romanticismo, per concludere poi in potenza.

Il pubblico ha omaggiato l’orchestra ed il Maestro Beltrami con applausi sentiti, decretando un altro bel successo per l’organizzazione e la città veneta.

MTG




MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – FIRENZE, TEATRO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO, domenica 9 febbraio 2014


Il Maggio Musicale Fiorentino sta dimostrando che con l’impegno e con la qualità degli spettacoli si può e si deve portare avanti la sua attività, sia perché è una delle istituzioni artistiche più importanti del nostro paese, sia naturalmente per la gioia dei numerosi appassionati che lo seguono con attenzione, numerosissimi anche dall'estero. Dopo il successo del precedente Nabucco mette infatti a segno un altro bel colpo, con questa produzione della Madama Butterfly che, pur nella sua semplicità concettuale, grazie alla vicenda in sé e a degli interpreti di forte richiamo e talento, ha potuto anche ieri sera far registrare il sold out per una replica appassionata che ha visto più di un melomane piangere dalla commozione.

L'opera della dolcezza quasi infantile, della passione giovanile, della fiducia incondizionata verso l'amato, che in realtà è solo un uomo superficiale che ama divertirsi, pur conoscendone perfettamente le vicende, suscita ancora oggi vera amarezza e compassione. Non c’entra molto il fatto che il protagonista sia un aitante americano e la sfortunata una giovane orientale. Che un uomo si prenda gioco di una ingenua fanciulla disonorandola e conducendola al suicidio può accadere ovunque ed in ogni epoca, ecco perché la morte per amore è ancora un tema profondamente attuale.
Gioca tutto sugli effetti luminosi e sulle emozioni la messa in scena del regista Fabio Ceresa, con scene di Giada Tiana Claudia Abiendi, nell'allestimento del Teatro Comunale di Bologna di qualche anno fa. Soltanto una struttura scarna rossa che richiama l'ingresso delle case giapponesi in mezzo al vasto palco del Comunale, che poi lascia il posto a semplici asticelle rosso sangue, forse un richiamo alle canne di bambù,  nel successivo cambio di scena,  sono gli elementi visivi di questo spettacolo, ove infine resta solo una semplice piattaforma immersa nel buio per il finale. I riflettori a giorno puntati su ogni personaggio e le luci dai toni ora accesi, ora tenui fino al nero opprimente dello sfondo, sottolineano quanto l'attenzione debba concentrarsi sul dramma stesso, come se la gioia, o il dolore, potessero essere proiettati dal cuore all’esterno, così da essere visibili da tutti.
I costumi di Massimo Carlotto sono garbati ed aiutano a richiamare l'ambiente nipponico.
Quando le vicende sono così concentrate sulla protagonista è necessario avere un'interprete dalla padronanza scenica assoluta, capace di coinvolgere il pubblico con il suo canto ed il suo ‘sentire’ il ruolo. Fiorenza Cedolins è certamente una di queste artiste. Conferma di amare molto questo ruolo e di interpretarlo con grazia ed eleganza.  Capace di differenziare il suo canto plasmandolo sulla parola, ha offerto diversi momenti felici dell'esecuzione, tra cui il duetto d'amore nel primo atto,  la reale dolcezza materna col piccolo, come in ‘O mio piccolo amore..’, e naturalmente l’intenso e struggente finale.
La sua cameriera Suzuki è una centratissima Manuela Custer. Il mezzosoprano nobilita il piccolo ruolo con una interpretazione molto compita, quasi solenne nel suo assistere impotente alla sorte della padrona, confermando anche questa volta di possedere un timbro vocale particolarmente ricco ed omogeneo. 

Il tenore Stefano Secco
è un Pinkerton molto generoso. Non possiede esattamente il physique du role, ma non si risparmia sulla scena. La sua è una buona esecuzione, omogenea in tutta la gamma, regalando i momenti più intensi quando in coppia con la protagonista. 

Molto bene lo Sharpless di Julian Kim
: bello il timbro bruno e dal volume inappuntabile, ben eseguito il suo personaggio, nonostante la regia non gli abbia offerto molto spazio per svilupparlo. 

Lo zio Bonzo è un coloratissimo Cristian Saitta
, il cui costume rosso nero un tantino demoniaco, ne fa un personaggio molto cupo nella sua austerità.

Completano il cast il buon Goro di Roberto Covatta
, il principe Yamadori di William Corrò, Ivan Marino come Commissario Imperiale, l’Ufficiale del registro, Vito L. Roberti, una non eccezionale Mrs Pinkerton, Milena Josipovic, e le parenti di Cio-Cio-San: Sabina Beani, Ilaria Sacchi, Eun-Young Jung, rispettivamente madre, zia e cugina.

Il Maestro Juraj Valčuha
ha offerto una direzione molto sentita, dall’attenzione molto partecipe alla scena. Pur se con qualche leggera prepotenza in taluni punti, ha optato per dei tempi più distesi, soprattutto nei momenti di particolare pathos, e molto gradito è stato l' interludio al terzo atto. Bravo e preparato il coro del Maggio di Lorenzo Fratini.
 
Pubblico internazionale visibilmente commosso e soddisfatto, che ha tributato ovazioni a tutti gli interpreti. 
Grande soddisfazione per il Maggio Musicale Fiorentino, a cui auguriamo di proseguire il cammino con tanti altri successi ed il costante sostegno del suo pubblico.
MTG
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore                    Juraj Valčuha
Regia                         Fabio Ceresa

Scene                         Giada Tiana Claudia Abiendi
Costumi                     Massimo Carlotto
Luci                                                   Pamela Cantatore
Maestro del Coro      Lorenzo Fratini
GLI INTERPRETI  
Cio-Cio-San              Fiorenza Cedolins

Suzuki                        Manuela Custer
 
Kate Pinkerton         Milena Josipovic
F. B. Pinkerton             Stefano Secco
Sharpless                   Julian Kim
Goro                           Roberto Covatta

Yamadori                   William Corrò
Lo zio Bonzo             Cristian Saitta
Il Commissario          Ivan Marino
Imperiale


L'Ufficiale 
del Registro               Vito L. Roberti

La madre                   Sabina Beani

di Cio-Cio-San
La zia                         Ilaria Sacchi
La cugina                  Eun-Young Jung
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Nuova produzione
Allestimento del Teatro Comunale di Bologna
 
 

L’ITALIANA IN ALGERI , GIOACHINO ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 2 febbraio 2014







Come è noto ai signori uomini e soprattutto come recita il libretto a conclusione dell’opera ‘..a tutti, se vuole, la donna la fa’. Su questo asserto sono stati scritti fiumi di romanzi, tragedie, poesie e quant’altro a raccontare che il gentil sesso sa essere tanto frivolo e civettuolo, quanto furbo e macchinatore. Questo dramma giocoso non è da meno e viene ad essere la sintesi di queste caratteristiche, miscelate con sorriso e spirito bonario. Giocosa è chiaramente l’atmosfera della narrazione, ma ‘drammatico’ è lo scorno che il potente Bey Mustafà si trova a subire venendo gabbato praticamente da tutti coloro che gli girano attorno. L’allestimento che diversi anni fa Pier Luigi Pizzi pensò per questo spettacolo, ripreso per l’occasione dalla Fondazione Arena di Verona, sviluppa questo tema affrontando con leggerezza le vicissitudini della bella italiana portata di forza nella città di Algeri, che non si perde d’animo e riesce a scappare via tranquillamente con tutti i suoi compari facendola sotto il naso al grande sultano. 
Nessuna stravaganza o colpo di teatro in questo allestimento: le scene ci portano in una città araba con tanto di Moschea in lontananza, per altro una bellissima riproduzione che ricorda molto la Moschea Blu di Istambul, e sfondi, arredi e costumi, tutti coloratissimi, che richiamano perfettamente l’ambiente arabo con tutti i suoi simboli. Interessante e spiritosa la ‘lezione’ di Storia dell’arte sulle figure femminili di Haly, che mostrando quadri d’autore, spiega quanto le donne italiane riescano a farla in barba a chi par loro. Unica licenza, se possiamo definirla così, l’abbigliamento della bella protagonista. La scaltra Isabella sembra non appartenere ad un tempo o ad un luogo preciso: entra in scena con un abito nero, guanti, cappello di pelle e velo viola tra i capelli, e un immancabile frustino ad indicare il caratterino della fanciulla. In seguito la vediamo con  un abito rosso fuoco ornato di piume al decolleté ed in testa; ancora piume viola su abito bianco,  per poi tornare al nero con dettagli in rosso per una specie di toga nell’ultimo atto. 

Simpatico anche il riferimento ‘culinario’ con i coristi  agghindati da cuochi, nella celebre scena della nomina del Bey a signor ‘Pappataci’. A parte queste piccole chicche, ciò che è parso nel complesso è una mancanza di brio vero e proprio, di quel certo non so che, soprattutto nello sviluppo dei personaggi e nella loro caratterizzazione. La narrazione è sembrata un po’ lenta, soprattutto nei recitativi, ove forse gli artisti avrebbero potuto esprimere maggiormente qualche tratto distintivo, aggiungendo quel ‘quid’ che in effetti è mancato. Se dunque la scenografia è valida ai fini delle vicende, ci saremmo aspettati uno svecchiamento dal punto di vista prettamente registico.

Per il cast la Fondazione ha deciso di scommettere su giovani freschi e spigliati, ma già in carriera. 

Mustafà è stato il basso Mirco Palazzi. Probabilmente non è il ruolo che gli rende più giustizia vocalmente parlando, ma conferma di possedere un timbro bellissimo di corposità e volume. Anche sul palco è disinvolto e capace di aggiungere del ‘suo’ a quanto la regia prevede relativamente al suo ruolo. 

Vocalità molto particolare anche quella di Marina De Liso, forse anche troppo per questo tipo di personaggio; le consente di tratteggiare una Isabella dal forte temperamento, capace di sottolineare la frase al servizio del suo significato. Grintosa nei costumi pensati per lei, si pone come giusto contraltare al beffato Mustafà.

Leggerino è parso il tenore  Daniele Zanfardino. Dotato di voce morbida e velata, che difetta però leggermente nel volume, a tratti è sovrastato dall’orchestra, come pure non ha espresso quel  carisma che il ruolo dell’innamorato italiano per antonomasia avrebbe richiesto. 

Il simpatico Haly è stato il bravo Federico Longhi. Il baritono possiede sia doti vocali che verve da farlo ben figurare in scena. 
Bene Filippo Fontana come Taddeo, con una esecuzione lineare e ben calata nel personaggio, disinvolto e corretto vocalmente. Completano il cast Alida Berti e Alessia Nadin, con i brillanti e correttamente eseguiti ruoli di Elvira, la moglie del sultano, e della schiava di Isabella, Zulma.
Il coro dell’Arena di Verona è guidato come sempre dal Maestro  Armando Tasso. 
A capo dell’orchestra della Fondazione il giovane Francesco Lanzillotta. Non ha ceduto alla tentazione di far  divenire  la  partitura  una  mera  farsetta,  concedendo  anche tempi  più distesi, in  accordo con la concezione generale dello spettacolo di  Pizzi. 
Il pubblico ha gradito  tutti gli  spunti offerti dallo spettacolo, con sonore risate a  scena  aperta, chiedendo diverse  chiamate  sul   palco  e  tributando  un   forte   plauso  soprattutto  al  Maestro Lanzillotta ed  a  Palazzi al termine della rappresentazione.
MTG
LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra Francesco Lanzillotta


Regia, scene e costumi  Pier Luigi Pizzi


Direttore del coro    Armando Tasso


GLI INTERPRETI










Isabella


Marina De
Liso          


Lindoro


Daniele Zanfardino


Mustafa'


Mirco Palazzi


Elvira


Alida Berti


Taddeo


Filippo Fontana


Zulma


Alessia Nadin


Haly


Federico Longhi



ORCHESTRA CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA










FOTO ENNEVI

LA CLEMENZA DI TITO, W.A. MOZART – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 30 gennaio 2014





Nello stesso periodo in cui Mozart componeva il delizioso Flauto magico, ossia nell’ultimo suo anno di vita, il 1791, il compositore austriaco terminò anche il suo ultimo capolavoro serio: La clemenza di Tito, tratta da Metastasio e su libretto di Caterino Mazzolà, poeta che dovette rivederne il testo affinché fosse più ‘adatto’ alla musica del salisburghese. Due mondi completamente diversi, una fiaba ed un dramma storico, ma che manifestano entrambi come sentimenti di amore, gelosia e brama di potere, possano manifestarsi in ogni genere, tanto nella fantasia quanto nella vita reale. Ma soprattutto in ambo i casi viene sottolineato il fatto che un uomo di potere, un imperatore romano in questo caso, possa essere conosciuto ed amato per la sua proverbiale magnanimità. E’ noto infatti come questa opera fu scritta per celebrare l’allora regnante Leopoldo II d’Asburgo, successore di Giuseppe II, in occasione della sua incoronazione come re di Boemia.
Per celebrarlo degnamente Mozart chiama in causa il ‘clemente’ Tito, ossia il sovrano per eccellenza, colui che mette sempre al primo posto il suo impero fatto di persone più che di territori, a discapito anche dei suoi sentimenti. Ha infatti occasione in più momenti di esprimere la sua grandezza, nel rifiutare il ricco bottino di guerra offerto dal prefetto Publio, per donarlo al popolo; nel rinunciare al matrimonio con Servilia sapendola innamorata di Annio; nel dubitare della colpevolezza dell’amico fidato Sesto, nonostante le evidenze; ed appunto nell’atto finale di perdono generale verso i cospiratori, motivo chiave di questa opera. 
Se tutto ciò avviene in origine nell’antica Roma, ancora una volta dobbiamo spostarci in una dimensione senza tempo e quasi senza spazio. Nell’allestimento che i registi  Ursel Herrmann e Karl-Ernst Herrmann propongono per questo spettacolo, infatti, non sono necessari troppi fronzoli e ricercatezze, ma nella sua sobrietà sta l’efficacia delle idee sviluppate man mano sulla scena. Un allestimento che è ormai datato 1982, ma che ha fatto il giro dell’Europa, fino alla recente ripresa del 2012 per Madrid, e finalmente approdato alla Fenice come un atteso classico dei tempi recenti.
Ci troviamo in un luogo indefinito dalle prospettive molto marcate, ma di difficile identificazione, in cui oltre a pochissimi elementi, a nostro avviso pregnanti, presenti in scena, lo spettatore ha poco altro su cui concentrarsi. Ma ciò che il pubblico vede è più che sufficiente a comprendere l’intero tessuto narrativo.

Una ‘stanza’ è al centro del palcoscenico, dai colori molto tenui, come una tavolozza su cui tutto possa essere impresso da un momento all’altro. Delle porte si trovano simmetricamente poste l’una di fronte all’altra al centro delle pareti. La platea viene ad essere la quarta apertura ideale in opposizione a quella in centro palco. Solo alcuni elementi completano l’allestimento ed entrano in scena nei momenti cruciali. Così il trono dell’imperatore, prima di spalle e poi svelato, totalmente bianco. Successivamente il fulcro della scena diviene una colonna, ancora bianca, e spaccata a metà ed anche tranciata in cima. Dalle porte si intravvedono dei meravigliosi archi che in successione si allontanano verso l’orizzonte, anch’essi bianchi e con una statua al centro, che ricorda la celebre Vittoria alata, sempre bianca e che viene fatta scintillare di fiamme che illuminano l’intera sala, in luogo dell’incendio al Campidoglio. Il coro si mostra da queste aperture con delle corone di alloro al capo dei coristi. 
La corona di alloro è il simbolo stesso del potere, che Vitellia tanto desidera per sé, ed è anch’essa grande protagonista della scena con interessanti soluzioni registiche. Anche il momento in cui la congiura operata da Sesto viene rivelata, è significativamente completato da un enorme cubo nero che, penzolante dall’alto, è pronto a scagliarsi contro il colpevole, ma poi si ritrae da dove era venuto, nel momento in cui l’odio svanisce ad opera del giusto Tito. Infine, le bende che coprono gli occhi di Sesto e le maschere dei coristi nel finale stanno chiaramente ad indicare quanto la gelosia possa rendere ciechi e spinga anche a gesti impronunciabili. Gli abiti che gli stessi registi hanno concepito sono un misto di classico tardo settecentesco e contemporaneo, tra cui spiccano quelli di Vitellia, che si concede anche un abito rosa shocking tra i vari indossati, a testimonianza di quanto forte e passionale sia il suo essere.

Impegnatissimi nel canto, tutti gli interpreti sono stati chiamati ad esprimere con esso e con il corpo le molteplici emozioni che il registi hanno pensato per loro.

A cominciare dalla eccellente Vitellia, una Carmela Remigio in ottima forma sotto tutti i punti di vista: la sua voce disegna una linea di canto sicura in tutta la gamma, si esprime con potenza riempiendo di colori la sala del teatro veneziano. Il suo ruolo è addirittura civettuolo all’inizio, a tal punto da giocare a mosca cieca con i suoi pretendenti, quasi ad indicare che chiunque possa aiutarla a conquistare il desiato alloro la potrà avere. Con la giusta malizia, che cela inganno e mero calcolo, riempie il palco con la sua sola presenza, grazie anche agli splendidi costumi ed ad una regia che sottolinea in ogni momento il fuoco che arde nel suo animo.

Meravigliosa anche Monica Bacelli nei panni di Sesto. Il timbro leggermente ambrato della voce le dona polposità e volumi notevoli; l’interprete è sentita, calata nel ruolo; non è facile interpretare un personaggio maschile, eppure ne cattura le sensazioni, gli stati d’animo dell’innamorato semplicemente usato, con la forza che imprime alla parola, con la sottolineatura degli accenti, la modulazione della voce sempre al servizio della frase, il tutto per comporre una performance felicissima.
   
Il basso Luca Dall’Amico ha mostrato carattere e maturità nell’interpretare Publio: con la sua voce che diviene sempre più bruna, cavernosa, decisamente adatta a ruoli di temperamento, ha messo in luce il carattere del suo personaggio con capacità e buon gusto.

Partito un po’ in sottotono rispetto ai suoi compagni di palco, Carlo Allemanoha dato miglior prova di personalità nel secondo atto, dandosi maggiormente al personaggio interpretato, sia vocalmente che caratterialmente. Resta comunque il fatto che nel ruolo del titolo ci si aspettava qualcosa in più dal tenore.

Centrato invece il ruolo del buon Annio, innamorato e a ben donde della cara Servilia.  Raffaella Milanesi ha un colore di voce pastoso e dal timbro interessante, ha tenuto il palco con la scioltezza delle sue colleghe ed ha offerto una buona interpretazione vocale.

Discreta la  Servilia di Julie Mathevet. La sua voce può ancora crescere ed arricchire quanto già doti attoriali e tenuta del palco sono al momento i suoi punti di forza.

Gli interventi del coro sono stati preparati come sempre all’altezza dello spettacolo da Claudio Marino Moretti.
Alla testa dell’orchestra della Fenice il Maestro Ottavio Dantone ha dato prova di come si può dirigere Mozart senza essere mai banali, senza appesantire i suoni, senza cedere ad una eccessiva leggerezza, insomma creando il perfetto equilibrio tra musica e libretto, tra buca e palco, con la magia che solo la grande esperienza può donare.

Il pubblico che si è affrettato a raggiungere le uscite causa l’imminente rischio acqua alta, si è comunque concesso il tempo di omaggiare e ringraziare sentitamente i protagonisti col calore che è il più gradito premio dopo uno spettacolo ben riuscito.
MTG  

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore  Ottavio Dantone
e direttore

Regia                              Ursel Herrmann
                                        Karl-Ernst Herrmann

scene, costumi e luci     Karl-Ernst Herrmann

maestro del Coro         Claudio Marino Moretti
maestro al cembalo      Roberta Ferrari

GLI INTERPRETI

Tito                                Carlo Allemano

Servilia                          Julie Mathevet

Vitellia                          
Carmela Remigio

Annio                             Raffaella Milanesi

Sesto                              Monica Bacelli

Publio                            Luca Dall’Amico 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

con sopratitoli in italiano e in inglese

allestimento Teatro Real di Madrid 










VERONA LIRICA PREMIA ELENA MOSUC CON UNO STRAORDINARIO CONCERTO AL TEATRO FILARMONICO – VERONA, domenica 26 gennaio 2014


Il primo concerto del 2014 si apre in bellezza per l’associazione Verona Lirica, con un teatro sempre più pieno di soci e con tanta voglia di ricominciare a far musica. L’occasione felice vede la premiazione del soprano Elena Mosuc per la sua importante carriera internazionale e per augurarle ancora tanti successi in futuro. Il suo ampio repertorio l’ha vista trionfare con Donizetti e Bellini, Mozart e naturalmente Verdi, ma anche Offenbach, Strauss, e l’elenco è ancora molto lungo; sempre con intense interpretazioni che hanno reso celebre il soprano in tutto il mondo. Quest’estate ha commosso con la sua Violetta al festival areniano del centenario e giustamente l’associazione veronese ha voluto premiarla anche per il suo contributo al successo delle recenti serate d’opera nella città veneta.  

Con lei sul palco il tenore Piero Giuliacci, pietra miliare tra i tenori del nostro paese, che canta ancora con l’entusiasmo e la generosità di un giovane rampante, il talentuoso baritono Aris Argiris, ed il mezzosoprano Isabel De Paoli.
Ad inframmezzare gli interventi solistici, la band Massimo Longhi Trumpet Ensemble.

Il soprano romeno ha offerto alcuni cavalli di battaglia del suo repertorio, a cominciare dalla temibile Lucrezia Borgia, la cui ‘Com’ è bello’ è stata eseguita con intensità ed allo stesso tempo gran carattere. Ancora Donizetti con un’altra donna incredibile: Anna Bolena: ‘Al dolce guidami’, per poi passare a Bellini con la celeberrima e temutissima aria di Norma: ‘Casta Diva’, e concludere in bellezza con Verdi, da Trovatore ‘ D’amor sull’ali rosee’. La tecnica della signora Mosuc è straordinaria: fraseggio morbido, uniformità nella linea di canto, il cui timbro si fa ancor più accattivante nella tessitura grave, ottimo controllo del fiato; il che va aggiunto ad una grande espressività interpretativa.

Come un fiume in piena il tenore Piero Giuliacci non ha risparmiato né fiato né voce per i suoi personaggi: Andrea Chénier di Giordano, con ‘Un dì all’azzurro spazio’, un potente duetto da Otello di Verdi con il baritono Argiris nelle vesti di Jago (‘Sì, pel ciel marmoreo giuro’), Dick Johnson da La fanciulla del West di Puccini: ‘Ch’ella mi creda..’, infine Canio, da Pagliacci di Leoncavallo: ‘Vesti la giubba’.  Ancora tanta energia, passione e voce possente per un artista capace sempre di emozionare e stupire.

Talento ed energia anche per il giovane Aris Argiris, che offre un bel colore caldo ed una estensione notevole per un baritono. Le interpretazioni sono accorate ed ha ottenuto un suo personale successo con le arie tratte ancora da Andrea Chénier nel ruolo di Gérard, poi da Otello, oltre al duetto di Jago insieme al tenore come detto, anche ‘Credo in un Dio crudel’; infine dal Don Carlo di Verdi ‘ O Carlo ascolta’.

Una bella voce possiede anche il mezzosoprano Isabel De Paoli, brunita e calda. Peccato per il piccolo ‘intoppo’ vocale verso il finale dell’aria di Madelon dall’Andrea Chénier, che l’ha costretta ad una breve pausa, per poi terminare tranquillamente. Apprezzata con le successive arie tratte dal Werther di Massenet, e soprattutto la bellissima ‘Voce di donna o d’angelo’ da La Gioconda di Ponchielli: bene vocalmente, anche se sicuramente migliorerà nella dizione.

Il brillante ensemble Massimo Longhi Trumpet di Rovigo ha offerto un particolare diversivo per il pomeriggio, con pezzi di vario genere, tra cui  temi da cartoons e film come I Flinstones o La stangata, un pezzo del figlio del grande Bach, C.P. Emanuel Bach, noto come ‘La marcia dell’arca’, ed anche un adattamento della marcia trionfale dell’Aida.

Al pianoforte la sempre impeccabile Patrizia Quarta e ad intrattenere il pubblico, con le sue approfondite e sempre ottimamente documentate introduzioni, Davide Da Como.

Pubblico visibilmente soddisfatto, prossimo concerto fine febbraio.
MTG


Foto Suzanne Schwiertz

LA SCALA DI SETA , GIOACHINO ROSSINI – VENEZIA, TEATRO MALIBRAN, venerdì 17 gennaio 2014


Prosegue il felice progetto ‘Atelier della Fenice al Teatro Malibran’ di Venezia, che vede impegnati i giovani dell’Accademia di Belle Arti del capoluogo lagunare nell’allestimento scenico e nella realizzazione di tutte e cinque le farse comiche che Gioachino Rossini concepì per il fu Teatro Moisè del capoluogo veneto, negli anni 1810-13. Tale progetto vede il teatro Malibran come centro per la sperimentazione e per la messa in scena degli elaborati dell’accademia; così ecco che, dopo gli allestimenti de ‘L’inganno felice’e ‘La cambiale di Matrimonio’, quest’anno è la volta de ‘La Scala di Seta’, da 'L'échelle de soie' di F.A.E. de Planard, scritto pochi anni prima di questo gruppo operistico. La supervisione del progetto è di Bepi Morassi, che cura proprio la regia di questo spettacolo.
Ancora un gioco delle parti, in cui i malintesi e gli scambi di persona la fanno da padrona. Rossini era straordinario nel dipingere musicalmente i caratteri dei personaggi che, ispirati all’opera buffa settecentesca, vedono spesso in azione donne scaltre e volitive, innamorati galanti,  immancabili personaggi eccentrici ed austeri uomini a far progetti sistematicamente disattesi. Questi individui si muovono in un vortice di situazioni susseguenti, si lasciano trascinare dagli eventi fino al disvelamento conclusivo ed al caratteristico finale da ‘tarallucci e vino’.


Ma attenzione a come si leggono certe trame: non tutto è così effimero come può apparire, e squisitamente fine a se stesso. Non dimentichiamoci che tanto per cambiare la protagonista è vittima di un (impossibile legalmente) matrimonio 'caldamente consigliato' dal suo tutore, che in questo spettacolo è addirittura visto come il proprietario di un club ed è accompagnato da due ‘vallette’ piumate, a simboleggiare il potere ed il fascino che ne deriva. A sfondo di questi avvenimenti vi è il fatto che ancora al tempo dell’opera esistevano i matrimoni combinati col cosiddetto buon partito, ma per fortuna  la bella Giulia si scopre sia già sposata precedentemente per amore col favore di una lungimirante zia. Il personaggio della cugina Lucilla fa da contr’altare alla furba Giulia, rappresentando quella parte di donne timide e magari anche un po’ impacciate, che poi di fronte ai palpiti del cuore trovano una sensualità che non ha eguali in altre. Del resto il buon Blansac, il promesso, la trova pure più bella della protagonista ed alla fine sceglierà lei! E che dire del buffo servitore Germano? Rappresenta il perno dell’opera, il tuttofare che grazie al suo mestiere sa tutto di tutti, ma che poi finisce per ingarbugliarsi lui stesso fra le coppie, i rendez-vous continui, e rischia di mandare per l'appunto a monte i piani di tutti. Insomma, alla base di tanta ilarità, vi è una morale evidente: è inutile fare piani e progetti, perché non si possono manipolare i sentimenti delle persone: ‘Quando amor si fa sentire, troppo egli è nei cor possente.Si contrasta inutilmente, vince ognora il suo poter’.

L’allestimento molto elegante dell’accademia veneziana prevede una ambientazione in stile 'anni trenta', con il palco diviso a metà, che reca sulla sinistra la camera di Giulia, allestita con uno splendido canapé dal tessuto dorato,  pieno di cuscini e tappeti intorno, nonché un tavolino col telefono, delle piante e grandi tende alle spalle da cui entrano i protagonisti che arriverebbero dalla famosa ‘scala’. Sulla destra invece lo studio di questo ‘Club’ esclusivo, di cui Dormont è il titolare, con la porta automatica che si apre e poi scompare ogni volta che i protagonisti entrano in scena, come se appunto si recassero nel locale. Le luci illuminano di volta in volta gli ambienti a seconda di dove si svolge l’azione. Coup de théâtre molto simpatico: l’illuso Blansac compare al centro del palco seduto davanti ad uno splendido pianoforte a mezza coda bianco per impressionare la sua bella.  Meravigliosi i costumi ricchi di piume, strascichi, sete e quant’altro possa contribuire a far intendere l’ambiente borghese  in cui la vicenda è ambientata. Morassi ha fatto sì che ogni gesto contribuisca a far nascere il sorriso in sala, che infatti non si fa attendere a scena aperta, soprattutto naturalmente ad opera del brillante Germano.
Il cast ha risposto bene a questo clima farsesco, coadiuvato anche da un’ottima esecuzione musicale.
           
La bella e spigliata Giulia è in scena una Irina Dubrovskaya in gran forma. La sua voce ha una duttilità  di emissione che le consente di affrontare la parte con la disinvoltura giusta, finanche nei sovracuti,  accompagnata da un’ottima recitazione.
La cugina Lucilla è una altrettanto simpatica e generosa Paola Gardina, che ha tenuto molto bene il palco assieme alla collega conquistando allo stesso modo il pubblico, soprattutto dopo la sua aria Sento talor nell’anima’.
Il geloso e accorato giovane Dorvil è un Giorgio Misseri che si pone ottimamente sul piano delle due protagoniste femminili per interpretazione. Molto fine e musicale la sua voce tenorile leggera che si spinge in acuto con grande generosità.
Conferma le sue doti di mattatore il bravissimo Omar Montanari nei panni di Germano. Espressivo ed astutamente buffo, al punto tale da non apparire mai così sciocco come la parte potrebbe dare ad intendere, recita cantando in modo sorprendente e da vero conquistatore della scena.
Altrettanto bene interpretati sia vocalmente che scenicamente il tutore Dormont David Ferri Durà, sicuro e con buona voce tenorile, nonché il Blansac di Claudio Levantino, che al bel colore brunito aggiunge buone doti interpretative.

L’orchestra del Teatro La Fenice con alla guida  Alessandro De Marchi si esprime con leggerezza e  giusta vivacità, tenendo sempre vivo il ritmo per seguire gli interpreti in scena cercando di non prevaricarli per un risultato di insieme efficace ed armonioso.

Consenso generale decisamente meritato per tutti gli interpreti, con ovazioni per le due protagoniste femminili. Ancora un grazie al Teatro La Fenice per questa bellissima iniziativa che premia i giovani ed il futuro dell’arte italiana, che premiò Rossini allora e che continua a renderci fieri ancora nel mondo.

MTG



LA PRODUZIONE

Direttore        Alessandro De Marchi
regia e            Bepi Morassi
scene
costumi e luci  Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia



GLI INTERPRETI

Dormont        David Ferri Durà
Giulia             Irina Dubrovskaya 
Lucilla            Paola Gardina 
Dorvil             Giorgio Misseri 
Blansac          Claudio Levantino
Germano       Omar Montanari


Orchestra del Teatro La Fenice

con sopratitoli in italiano
Atelier della Fenice al Teatro Malibran
in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia



PARSIFAL, R. WAGNER - TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, 16 gennaio 2014



PARSIFAL
“Dies alles - hab' ich nun geträumt?
  
Devo confessarvi che non mi capitava da parecchio di uscire da teatro al termine di uno spettacolo e ritrovarmi completamente assorbito in un turbine di riflessioni e sentimenti contrastanti come accaduto questa volta.
La colpa, (o il merito) di tale stato d'animo va indubbiamente all'intelligenza di chi ha creato uno spettacolo (ma il termine è riduttivo...) che ha saputo destrutturare un titolo come Parsifal ormai abusato e spesso ridotto o ad una storiella cavallerescamedievale, oppure a turpiloqui registici nemmeno degni di essere presi in considerazione.

Romeo Castellucci, assieme alla drammaturga Piersandra Di Matteo, annienta tutto ciò che finora ha rappresentato “il” Parsifal, potendo tranquillamente parlare di “anno zero” per questo titolo dopo questo lavoro.
Il merito va al Teatro de la Monnaie di Bruxelles e al suo lungimirante e intelligente Sovrintendente Peter de Caluwe (quanto avremmo bisogno di persone simili nei teatri italiani....) per aver reso questa esperienza possibile e al quale il Teatro felsineo si è rivolto per l'allestimento.
I tre atti di questa produzione corrispondono a tre stati mentali indipendenti ma legati a doppio filo ad un unico concetto: dove si cela e cosa è il nostro proprio e personale Graal?
Concetto riflessivo che non è mai una conclusione, ma rimane sempre un punto di partenza. Insinuare dubbi piuttosto che emettere risposte sembra essere la volontà di Castellucci.

Si parte con il Vorspiel del primo atto: scegliere la musica di Wagner o il pensiero di Nietzsche (che con il suo “der Fall Wagner” accusò il compositore del Parsifal di prostrazione senile alla Croce e al Cristo) giacché una gigantografia del filosofo troneggia a tutto sipario.
Il primo atto “è” una foresta primordiale dove i cavalieri del Graal (quale Graal?) sono essi stessi “la” foresta. Ma non è una foresta amica, è piuttosto un contenitore in disfacimento, continuamente minacciato da forze misteriose ed esterne. E quando Parsifal vi si unisce (involontariamente?) ecco che viene additato come un virus mortale portatore di morte. Non vi è nessun cigno morto verso cui inveire, giacché il cigno come gli altri animali della foresta sono già morti da un pezzo, già ossa e polvere.
La ferita di Amfortas è dolore collettivo che da lui si emana e irradia.
L'agape del Graal è nascosta ai nostri occhi da un sipario accecante, a noi non è dato sapere cosa avviene, l'equazione Graal uguale vuoto è il motore dell'intera storia, il punto d'avvio di un'assenza che, sopraggiunta all'improvviso, deve essere colmata.

Nel secondo atto Klingsor è colui che prepara “la” distruzione in un ambiente asettico e freddo, popolato di donne oggetto a lui succubi e al quale in un vortice di  piacere orgasmico provocato tra bondage e shibari si insinua un Parsifal totalmente estraneo. L'incontro con Kundry è devastante: lei è la madre non conosciuta.
Una madre rappresentata nell'immagine stessa del sesso femminile di una donna, stesa alle loro spalle in posizione non equivoca.
Il bacio di Kundry sarà il culmine di una viscida conquista ( e il serpente che lei tiene in braccio ne è la prova) fino all'amplesso violento e brutale realizzato in tecnica tridimensionale sul tulle del sipario dalle proiezioni video.
Nel terzo atto tutto è vuoto e libero. Della originaria foresta non rimane che un timido virgulto, la foresta di alberi si trasforma in foresta di persone. Persone che camminano ostinatamente e incessantemente verso una meta a  noi sconosciuta (oppure conosciuta ma non rivelata...) senza arrivare però mai ad una destinazione precisa. Parsifal li guida, è loro innanzi, Gurnemanz e Amfortas si perdono nella folla, la loro identità è perduta per sempre, mescolata nel tutto di una massa eterogenea. Alla fine Parsifal (noi stessi?) rimarrà da solo circondato dai rifiuti di una folla grigia e senza nome in una città rovesciata, anima perduta e completamente e desolatamente sola.

Contraltare musicale a tanta forza visiva, un cast nel complesso eccellente.

Parsifal era Andrew Richards, cantante dal timbro duttile e potente ma dal fraseggio alquanto superficiale e monocromo. Kundry una superba Anna Larsson dalla voce brunita e sicura nella sua parte impervia, dal registro indefinito. Gurnemanz l'ottimo Gábor Bretz che, pur giovane nell'aspetto ha canto sapiente, solenne e altero, ricchissimo di accenti.

Klingsor il bravissimo Lucio Gallo che con sapienza e dovizia di voce ha disegnato un mago sì perfido ma musicalmente coerente con il dettato di Castellucci. L'Amfortas di Detlef Roth, pur nella correttezza dell'interpretazione, ci ha deluso essendo un tenore che canta da baritono perdendo così tutta quella solennità dolorante che il suo ruolo richiede. Titurel un corretto Arutjun Kotchinian.

Sugli scudi per correttezza e precisione le Blumenmadchen Anna Corvino, Alena Sautier,Diletta Rizzo,Maria Rosaria Lopalco, Arianna Rinaldi; Precisi anche i quattro scudieri Paola Francesca Natale, Alena Sautier, Filippo Pina CastiglioniPaolo Antognetti,come pure Saverio Bambie Alexey Yakimov nei ruoli di Primo e Secondo cavaliere del Graal.

Concentratissimo e ottimamente preparato da Andrea Faidutti il coro del Teatro Comunale.

Roberto Abbado ha guidato una macchina musicale nel complesso convincente, un'orchestra in splendida forma con la quale, ne siamo certi, ha dovuto lavorare su ogni singola nota portando a casa un risultato eccellente per tensione emotiva e cura del dettaglio, cosa affatto scontata per un'orchestra italiana.
Applausi convinti per tutti con autentiche ovazioni per i personaggi principali da parte di un pubblico attentissimo in un teatro esaurito in ogni ordine di posti.
Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE


Direttore                        Roberto Abbado
Regia, scene,  
costumi e luci                 Romeo Castellucci
Maestro del Coro          Andrea Faidutti
Drammaturgia               Piersandra Di Matteo
Movimenti
coreografici                   Cindy Van Acker
Video 3d                         Apparati Effimeri

GLI INTERPRETI

Parsifal                           Andrew Richards
Kundry                           Anna Larsson
Klingsor 
                       Lucio Gallo
Gurnemanz                    Gábor Bretz
Amfortas                        Detlef Roth
Titurel                           Arutjun Kotchinian
Blumenmadchen:          Anna Corvino, Alena Sautier,
                                        Diletta Rizzo,Maria Rosaria Lopalco, Arianna Rinaldi
Quattro scudieri            Paola Francesca NataleAlena SautierFilippo Pina Castiglioni
                                        Paolo Antognetti,
Primo e Secondo
cavaliere del Graal        Saverio Bambie, Alexey Yakimov

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna

Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Bologna
Allestimento Théâtre de La Monnaie Bruxelles



Foto Teatro Comunale di bologna