AIDA, GIUSEPPE VERDI – ARENA DI VERONA, CAST DI MARTEDI’ 11 AGOSTO 2015



                                         Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona


A stagione ormai inoltrata la Fondazione Arena di Verona decide di puntare su un cast completamente diverso per le recite dell'Aida zeffirelliana in scena nella settimana di Ferragosto, che dunque siamo tornati a vedere spinti da molto interesse e curiosità. Lo spettacolo già recensito la sera della prima ha visto come allora sul podio la energica direzione del Maestro Andrea Battistoni alla testa dell’orchestra areniana, mentre come novità della serata registriamo innanzitutto il gradito ritorno di Amarilli Nizza, ormai affezionata veterana del palco veronese, e per la prima volta in Arena l'attesissimo Gregory Kunde.

Nel ruolo di Aida Amarilli Nizza ritrova la consueta carica emotiva, uno slancio di forza e carattere che non delineano una semplice schiava reietta e rinunciataria, ma una donna che ha nel cuore la nobiltà del rango ormai perduto e la passione degli animi innamorati, sottolineate dalla sua voce che come sempre riempie l’anfiteatro  ricca e  piena di energia.

Figura di straordinario carisma Kunde non ha deluso le aspettative confermandosi uno dei tenori più in forma del momento. Il fraseggio perfetto, la capacità di dosare il suono sempre in funzione della parola e del suo significato, l’incredibile scioltezza con cui raggiunge le vette della sua tessitura vocale e la profonda immersione nel ruolo confezionano per lui un’altra interpretazione vincente.

Poco convincente invece Sanja Anastasia come Amneris: il suono è talvolta intubato e gli attacchi non sempre precisi risuonano spinti; il personaggio inoltre sembra soffrire più di furore irragionevole che di nobile afflato passionale.

Autorevole quasi da incutere soggezione l’Amonasro di Marco Vratogna, grazie anche al carattere particolarmente scuro della voce, come buono anche il Re di Roberto Tagliavini. Molto apprezzato Marco Spotti  tanto per interpretazione quanto per il colore splendido della voce ambrata che nobilita il suo Ramfis. Come messaggero abbiamo ritrovato Francesco Pittari, mentre la sacerdotessa questa volta era Francesca Micarelli.
Ricordiamo infine il coro diretto da Salvo Sgrò ed i ballabili ad opera di Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo.

Applausi convinti per tutti con punte di entusiasmo per Nizza e Kunde.
Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra           Andrea Battistoni
Regia e scene                        Franco Zeffirelli
Costumi                                 Anna Anni
Coreografia                           Renato Zanella
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Direttore
del Corpo di Ballo                 Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                Giuseppe De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI

Il Re                                       Roberto Tagliavini   
Amneris                                 Sanja Anastasia 
Aida                                       Amarilli Nizza   
Radamès                               Gregory Kunde 
Ramfis                                   Marco Spotti   
Amonasro                              Marco Vratogna   
Un Messaggero                    Francesco Pittari 
Sacerdotessa                         Francesca Micarelli   

Primi Ballerini                      Alessia Gelmetti, Teresa Strisciulli, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo

Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona


Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona



  

ROMÉO ET JULIETTE, C. GOUNOD – ARENA DI VERONA, SABATO 8 AGOSTO 2015






Anche per la stagione 2015 l’ultimo titolo in cartellone all’Arena di Verona è Roméo et Juliette di Gounod con l’allestimento creato da Francesco Micheli nel 2011. Al suo quinto anno consecutivo in scena dobbiamo dire che non risulta per nulla ripetitivo ed anzi conserva ancora il sapore gioviale della freschezza innovativa che colpì a suo tempo. Come sottolineato più volte vi è un’ottima fusione tra la classicità dell’eterno racconto shakespeariano ed il modo avveniristico di rappresentarlo, con un profluire di impalcature, scale mobili e strampalati mezzi luminescenti, opera di Edoardo Sanchi, e i coloratissimi costumi di Silvia Aymonino arricchiti da strutture simil - metalliche. Il tutto è sottolineato dalle altrettanto colorate luci di Paolo Mazzon, che marcano tanto le passioni dei protagonisti quanto le opposte fazioni delle loro famiglie. Il ritmo dell’azione è incalzante, non sussistono tempi morti e magnifica è l’elegia creata quando gli innamorati si dichiarano, con un gioco di sguardi, piccole rincorse e saliscendi tra le scene. Anche gli altri personaggi hanno una specifica collocazione che ne sottolinea le caratteristiche, si pensi al Frère Laurent posto nella sua multi sfaccettata chiesetta, al Duc de Vérone che sentenzia l’esilio dall’alto del suo gigantesco pulpito dorato, o a Capulet posto anch’egli in alto a rappresentare l’autorità sulla figlia. Infine completano la ricca offerta sul palcoscenico i balletti del corpo di ballo della Fondazione coreografati da Nikos Lagousakos. Insomma un allestimento felicissimo e a dir poco spumeggiante.

Ben si adatta al contesto giovane e romantico la Juliette di Irina Lungu, che unisce al candore del personaggio la giusta malizia nella conquista e la forza di una ragazza già delusa dalla pur giovane vita. Conferma di possedere una facilità nel canto elegiaco con buona uniformità di registro, toccando l’apice certo nei duetti col suo Roméo, ma soprattutto nella scena del veleno, vissuta intensamente tra il dubbio ed il coraggio.

Il fresco ed irruento Roméo è un Giorgio Berrugi che possiede sì un dolce e sinuoso timbro vocale che può adattarsi molto bene all’idea di un giovane e trepidante innamorato, ma avremmo preferito l’interprete più attivo sul piano attoriale.

Torna positivamente ad indossare i panni di Mercutio Michael Bachtadze la cui voce bruna e tornita si adatta bene al ruolo tutto cuore ed azione; molto espressiva e alquanto sbruffoncella Nino Surguladze nei panni en travesti di Stéphano. Bella voce anche quella di Leonardo Cortellazzi che interpreta un corretto Tybald. Gli impeccabili ed imperiosi ruoli di Frère Laurent e le Duc sono interpretati anche quest’anno rispettivamente da Giorgio Giuseppini, che conferma la sua propensione per ruoli di questo tipo e da Deyan Vatchkov, ancora severo e convincente; meno lo è stato il Capulet di Enrico Marrucci, soprattutto nel primo atto. Tra il petulante a ben donde ed il materno ben si disimpegna Alice Marini come Gertrude, mentre chiudono il cast Francesco Pittari come Benvolio, Nicolò Ceriani, il conte Pâris, ed il Gregorio di Marcello Rosiello.

Meravigliosa è la conduzione che il Maestro Daniel Oren offre dell’orchestra areniana. Sono infiniti i colori che animano la partitura tornata a piena vita sotto le mani esperte del Maestro; il suono è ricco e perfettamente bilanciato tra le sezioni, gli archi risuonano di una poesia che in taluni punti sfiora la commozione. Il ritmo degli eventi è sottolineato da dinamiche stringenti e i protagonisti sono esaltati da una guida dal piglio sicuro ma mai prevaricante. Così anche il coro di  Salvo Sgrò trova una espressività intensa nei suoi interventi vedendo premiato l’impegno e la partecipazione in scena, anche quando ‘ingabbiato’ nell’impalcatura cilindrica.

Il pubblico un po’indisciplinato ha premiato tutti i protagonisti con i consueti apprezzamenti vocali e applausi prolungati, soprattutto per Lungu,  Berrugi e l’amatissimo Maestro Oren.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchesta                        Daniel Oren
Regia                                                 Francesco Micheli
Scene                                                 Edoardo Sanchi
Costumi                                             Silvia Aymonino
Luci                                                   Paolo Mazzon
Coreografia                                      Nikos Lagousakos
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di ballo            Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici           Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Juliette                                               Irina Lungu
Stéphano                                           Nino Surguladze
Gertrude                                           Alice Marini
Roméo                                               Giorgio Berrugi
Tybalt                                                Leonardo Cortellazzi
Benvolio                                            Francesco Pittari
Mercutio                                           Michael Bachtadze
Pâris                                                  Nicolò Ceriani
Grégorio                                           Marcello Rosiello
Capulet                                             Enrico Marrucci
Frère Laurent                                  Giorgio Giuseppini
Le Duc De Vérone                            Deyan Vatchkov

 Orchestra, Coro, Corpo Di Ballo e Tecnici Dell'Arena Di Verona












                               Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

IL BARBIERE DI SIVIGLIA, G. ROSSINI – ARENA DI VERONA, SABATO 1 AGOSTO 2015




Ritorna il Barbiere di Siviglia firmato Hugo de Ana all'Arena di Verona con il suo giardino labirintico in cui si intrecciano le trame ordite dai protagonisti con capofila il barbiere più amato della storia operistica. Vezzose sono le enormi rose che sormontano le siepi sul palco, da cui la natura sembra ammonirci su quanto piccole ed insignificanti siano le beghe umane di fronte alla maestosità del creato che ci sovrasta e circonda. In tale cornice De Ana inserisce personaggi e arredi perfettamente coerenti con l'epoca del compositore grazie ai ricchi abiti colorati e ai dettagli che rendono gli ambienti particolarmente gradevoli, restando sostanzialmente sempre all'interno del giardino. I balletti coreografati da Leda Lojodice costituiscono un piacevole contorno a quanto lo spettatore è chiamato ad osservare e spesso arricchiscono anche l’azione degli eventi.
In questo contesto gli interpreti sono lasciati liberi di aggiungere del proprio ai dettami registici tutto sommato semplici, offrendo quel quid strettamente personale tanto nel gesto quanto nel canto, cosa molto comune per la dinamica e rocambolesca opera rossiniana. 

A cominciare da Figaro, Mario Cassi. Il baritono salta, corre, fa tutto ciò che il ruolo suggerisce, gioca con l'espressività del volto e trasferisce tanto entusiasmo anche nel canto, pur tuttavia non offrendo stavolta una esecuzione a nostro avviso memorabile. Per contro spicca la carica esplosiva di un Bruno De Simone in forma incredibile. Vero animale da palcoscenico il baritono riesce a far risultare simpatico anche il burbero Bartolo. Come non amare i suoi gesti inconsulti che sembrano dettati da vera esasperazione e le espressioni sconsolate da povero vecchio incompreso? Ciò è perfettamente condito con una padronanza della voce di chi ha davvero tanta esperienza sul campo e la usa sempre in funzione del personaggio.

Dalla Rosina di Jessica Pratt ci si aspettava molto ed il soprano ha sfoggiato tutte le sue doti vocali per accontentare il pubblico. La facilità negli acuti, la versatilità nel saltare da un registro all'altro, lo sfoggio di agilità e persino l'esecuzione delle funamboliche Variazioni di Proch per la lezione di canto hanno contribuito a delineare una esecuzione sempre al massimo e forse persino un po’ sopra le righe.
All'opposto Antonino Siragusa come Conte d'Almaviva è stato un mix di certezze e perplessità. Se il personaggio regge per entusiasmo giovanile ed atteggiamento tutto fuoco e ardore per la sua Rosina, sul fronte vocale è parso a tratti scolastico e timoroso, risultando poco coinvolgente proprio nei momenti più significativi.

Roberto Tagliavini è invece un Don Basilio sicuro dalla bella voce profonda e salda che col piglio astuto e furbesco quanto basta porta a casa una serata molto positiva.
Fantastica e ben cantata l'aria di Berta da una brava Silvia BeltramiMolto simpatico il Fiorello/Ambrogio di Nicolò Ceriani; l'ufficiale è Victor Garcia Sierra.

L'orchestra guidata da Giacomo Sagripanti dona eleganza alla rappresentazione grazie a tempi morbidi che raggiungono man mano la giusta concitazione laddove l’azione lo richiede. Il Maestro è attento alle voci degli interpreti che accompagna e supporta in ogni momento con buon equilibrio tra languore elegiaco e brillante leggerezza.
Bene il coro preparato da Salvo Sgrò.

Applausi generosi e prolungati da parte di un pubblico che tra la lunghissima ola e gli applausi di incoraggiamento ha atteso pazientemente l’interruzione che poche gocce d’acqua, per fortuna presto svanite, hanno imposto subito ad inizio del primo atto e poi ha gioito per i fuochi d’artificio che coronano il lieto fine dello spettacolo, salutando con affetto tutti i protagonisti della serata.


Maria Teresa Giovagnoli 



LA PRODUZIONE 

Direttore d'Orchestra                      Giacomo Sagripanti
Regia, scene, costumi e luci  Hugo de Ana
Coreografia di                                  Leda Lojodice
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di ballo            Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                            Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Il Conte D'almaviva                         Antonino Siragusa 
Bartolo                                              Bruno De Simone 
Rosina                                               Jessica Pratt 
Figaro                                                Mario Cassi
Basilio                                               Roberto Tagliavini 
Fiorello                                              Nicolò Ceriani
Berta                                                 Silvia Beltrami 
Ambrogio                                          Nicolò Ceriani
Un Ufficiale                                      Victor Garcia Sierra



Orchestra, Coro, Corpo di ballo e Tecnici dell'Arena di Verona








Foto ENNEVI per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

CARMEN GALA CONCERT – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 24 LUGLIO 2015






Dopo Roberto Bolle & Friends salutato con un grandissimo successo di pubblico qualche giorno fa, anche il secondo appuntamento speciale all’Arena di Verona ha registrato un buon numero di presenze in una serata decisamente più sopportabile dal punto di vista climatico. L’occasione è stata il Carmen Gala Concert, un omaggio all’opera di Bizet che da tanti anni arricchisce il cartellone del Festival e di cui sono stati proposti i momenti salienti alternati agli interventi del giovanissimo violinista Giovanni Andrea Zanon e del noto mandolinista Jacob Reuven.

Protagonista assoluta della serata, Anita Rachvelishvili è parsa decisamente a suo agio in un ruolo che ormai la identifica in ogni parte del mondo. La sua Carmen è quasi un alter ego per la cantante georgiana che gioca con il personaggio non solo scenicamente ma anche vocalmente, mostrando che la sua possente voce può permettersi anche dei meravigliosi pianissimo che rendono ancora più sensuale l’esecuzione, e dosando gli acuti con intelligenza: una artista decisamente di classe.
Già apprezzata nel ruolo anche la Micaela di Irina Lungu la cui vocalità le consente di coniugare una particolare dolcezza espressiva con la linearità del canto morbido e uniforme in tutta la gamma del suo registro.
Carlo Ventre si mostra più a suo agio in questa serata rispetto a quanto abbiamo ascoltato nell’Aida del mese scorso, complice forse il minor carico esecutivo; il suo è un Don José virale e molto spinto che però non nasconde ancora qualche intemperanza sull’acuto.
Escamillo è un Dalibor Jenis intenso e sanguigno nell’aria Votre toast, je peux vous le rendre, mentre completano il cast di questa suite operistica le gagliarde amiche di Carmen, Alice Marini e Francesca Micarelli (Mercedes e Frasquita) con Nicolò Ceriani e Victor Garcia Sierra come Morales e Zuniga.

Con la Carmen Fantasy, per violino e orchestra di Sarasate Giovanni Andrea Zanon ha creato un giusto ponte tra la prima e la seconda parte dello spettacolo; l’esecuzione notoriamente molto tecnica ed eseguita con incredibile sicurezza dal violinista veneto è stata salutata da un autentico trionfo con diverse chiamate alla ribalta.
Altrettanto suggestiva ed apprezzata l’esecuzione di Jacob Reuven del brano di AlbénizAsturias, per mandolino e Orchestra, un’oasi di fascino, sentimento e perizia esecutiva mai fine a se stessa.

Ad incorniciare l’esecuzione degli artisti e dell’orchestra il corpo di ballo preparato da Renato Zanella nei classici costumi tradizionali con coreografie ispirate naturalmente alla cultura andalusa.

Decisamente in vena di festa il Maestro Omer Meir Wellber ha condotto l’orchestra posta in scena con grande entusiasmo accompagnando passo passo gli interpreti ed i solisti, senza cadere nella banalità di ritmi accelerati o clangori eccessivi; l’orchestra ha saputo anche creare atmosfere delicate e sottolineare le diverse atmosfere delle arie eseguite. Intensa la fusione con i solisti ospiti con cui il direttore ha creato un’ottima complicità.

Lo spettacolo come detto si è rivelato un bel successo di pubblico che ha applaudito tutti i protagonisti con entusiasmo gioioso.


Maria Teresa Giovagnoli

ALLESTIMENTO

Direttore d'Orchestra           Omer Meir Wellber
Maestro del Coro                  Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di Ballo Renato Zanella
Coreografia                           Renato Zanella

GLI INTERPRETI

Violino Solista                       Giovanni Andrea Zanon
Mandolino Solista                 Jacob Reuven
Carmen                                  Anita Rachvelishvili
Don José                                Carlo Ventre
Micaela                                  Irina Lungu
Escamillo                               Dalibor Jenis
Morales                                 Nicolò Ceriani
Zuniga                                   Victor Garcia Sierra
Mercedes                              Alice Marini
Frasquita                               Francesca Micarelli


IL PROGRAMMA

Prima parte

Georges Bizet - Carmen:
- Preludio
- La cloche a sonné (Coro)
- L’amour est un oiseau rebelle (Carmen, Coro)
- Parle-moi de ma mère!
(Micaela, Don José)
- Près des remparts de Séville (Carmen, Don José)

Pablo de Sarasate
Carmen Fantasy
, per violino e orchestra

Seconda parte

Georges Bizet - Carmen:
- Les tringles des sistres tintaient (Carmen, Frasquita, Mercédès)
- Votre toast, je peux vous le rendre (Escamillo)

Isaac Albéniz
Asturias, per mandolino e Orchestra

Georges Bizet - Carmen:

- La fleure que tu m’avais jetée (Don José)
- Entr'acte atto III
- C’est des contrebandiers (Micaela)
- Entr'acte atto IV
- A deux cuartos (Coro)
- Les voici! Les voici! (Coro)
- C’est toi, c’est moi (Carmen, Don José, Coro)



Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona 








FOTO ENNEVI FONDAZIONE ARENA DI VERONA



MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – OPERA DI FIRENZE, MARTEDI’ 21 LUGLIO 2015


Per questa produzione estiva di Madama Butterfly in scena all’Opera di Firenze Fabio Ceresa sceglie di costruire l’intero spettacolo principalmente intorno ai personaggi ed alle loro emozioni, giocando molto sulla loro caratterizzazione, pur lasciando una certa libertà nelle piccole azioni. L’impatto visivo è difatti è assai sobrio grazie ai pochissimi dettagli che lasciano più immaginare che vedere. Le scene di Tiziano Santi prevedono semplicemente dei pannelli che scorrono lungo il palcoscenico per richiamare  la casetta di Cio-Cio-San. Talvolta l’azione si svolge proprio dietro di essi lasciando appunto immaginare o intravedere l’azione in corso. Solo al centro compare l’elemento principale di questo allestimento: una passerella semi sospesa immersa in un paesaggio sottolineato più che altro dalle luci di Fiammetta Baldiserri, ove la sventurata giapponese compare all’inizio con le sue amiche, vi si reca successivamente a scorger l’orizzonte in attesa dell’agognato amore e dove infine si compie il suo destino di morte; un simbolo dunque di attesa, di passaggio e dello scorrere del tempo implacabile.

Diversamente sono molto vistosi e colorati i costumi di Tommaso Lagattolla che aiutano a sottolineare appunto le diverse peculiarità dei protagonisti: tanto colore e cura nei dettagli per abbigliare la fresca e dolce Butterfly, semplicità per una davvero anziana Suzuki che sembra quasi una divinità giapponese, una classica divisa per Pinkerton, costumi tradizionali per Goro e Bonzo (cui si sottolinea l’aspetto molto rozzo) e tinte forti per l’abito del Principe Yamadori, evidentemente visto come un inopportuno pagliaccio. Insomma soprattutto uno spettacolo di caratteri, di emozioni e di vibrazioni.

Con una impostazione del genere non poteva che emergere l’interpretazione di Amarilli Nizza. I piccoli gesti, gli sguardi ingenui e l’incedere lieve si coniugano con la forza e l’orgoglio di chi è costretto a crescere di colpo e scontrarsi con la realtà e la disillusione. Fulgido esempio di canto sulla parola, il soprano conosce ormai ogni sfaccettatura del personaggio che grazie alla sua voce potente e corposa vibra e palpita in lei  arrivando dritto al cuore di chi ascolta.

Lontano dalle attese Giuseppe Gipali nel ruolo di Pinkerton. Il tenente della marina qui non brilla né per colore vocale né per volume: troppo indietro è la voce per uscire dall’immenso palco ed il suono appare impastato risultando talvolta quasi fastidioso.

Ormai inossidabile nel ruolo di Suzuki Manuela Custer ha potuto offrire anche qui una sua versione molto spirituale: una donna avanti negli anni che con la saggezza acquisita guida passo passo la povera padroncina verso il suo destino, forte di una voce sicura cui aggiunge in questo caso una particolare severità espressiva.

Uno Sharpless di classe è quello interpretato da Dario Solari dal piglio austero ma compassionevole, espresso da una voce calda e brunita.
Roberto Covatta è un ottimo Goro di cui abbiamo apprezzato particolarmente il colore chiaro ed acuto.
Ttra gli innumerevoli ruoli di contorno si sono distinti Alessandro Calamai che si cala con spirito nei panni di un principe Yamadori quasi caricaturale nei gesti e soprattutto nel vestire; Abramo Rosalen interpreta uno zio Bonzo parecchio espressivo, mentre la signora Pinkerton è una discreta Milena Josipović. Completano il cast le parenti di Cio-Cio-San: Sabina Beani, Katja De Sarlo e Laura Lensi, mentre il commissario imperiale, l’ufficiale del registro e Yakuside sono rispettivamente Ivan Marino, Vito Luciano Roberti e Diego Barretta.

L’approccio del Maestro Giampaolo Bisanti nel condurre l’orchestra del Maggio in questo spettacolo è pressoché perfetto. Il suono segue l’evoluzione degli eventi e si arricchisce di nuovi colori man mano che le emozioni crescono; intimo all’inizio, quasi a voler sottolineare le romantiche illusioni della giovinetta, diventa sempre più drammatico e profondo fino all’apoteosi dell’harakiri. Come sempre massima è l’attenzione del Maestro al palcoscenico ponendo sempre i cantanti a proprio agio permettendo loro di esprimere al meglio le qualità vocali ed interpretative.  
Il coro  molto partecipe è preparato da Leonardo Andreotti.

Autentico trionfo per la protagonista al termine e soddisfazione generale per lo spettacolo con pubblico festante in piedi. Siamo contenti per il Maggio Musicale Fiorentino che ha visto finalmente quasi riempito questo immenso teatro dell’Opera.  

Maria Teresa Giovagnoli


LAPRODUZIONE

Direttore                    Giampaolo Bisanti
Regia                          Fabio Ceresa
Scene                          Tiziano Santi
Costumi                     Tommaso Lagattolla
Luci                            Fiammetta Baldiserri
Maestro del Coro      Leonardo Andreotti

GLI INTERPRETI

Cio Cio San               Amarilli Nizza
Pinkerton                  Giuseppe Gipali
Sharpless                   Dario Solari
Suzuki                       Manuela Custer
Goro                          Roberto Covatta
Lo zio Bonzo             Abramo Rosalen
Il Principe
Yamadori                  Alessandro Calamai
Kate Pinkerton         Milena Josipović

Il Commissario
Imperiale                   Ivan Marino
Yakuside                   Diego Barretta
L’ufficiale
del registro                Vito Luciano Roberti

Madre                       Sabina Beani
Cugina                       Katja De Sarlo
Zia                              Laura Lensi

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Nuovo allestimento in coproduzione con la Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari

                                      
                                         Fotografia di Carlo Cofano dal Petruzzelli di Bari

LA BOHÈME, G. PUCCINI – TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI, MARTEDI’ 14 LUGLIO 2015



Secondo titolo della Stagione Estiva del Teatro San Carlo, La Boheme di Giacomo Puccini.
Lo spettacolo efficace e pieno di poesia di Francesco Saponaro, seppur una ripresa di una Boheme in decentramento del 2012, mostra, nello spazio del San Carlo, una luce tutta fresca e nuova, piena di aderenze stilistiche al libretto ma con delle suggestioni d’altri tempi; bellissimo il fondale di Parigi innevata in una atmosfera quasi rarefatta sullo sfondo del secondo atto. Le scene e i costumi di Lino Fiorito si inseriscono anch’essi nel solco di una tradizionale visione del capolavoro pucciniano, molto belle e curate le luci di Pasquale Mari


La direzione d’orchestra di Stefano Ranzani è di bella qualità.
Molto attento agli equilibri con il palcoscenico ed alla creazione di una lettura tesa ed incalzante con momenti di sospensione e pathos nel terzo e nel quarto atto.
Ottimi gli interventi del Coro diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate splendidamente.

Erika Grimaldi nel ruolo di Mimì offre una lettura del personaggio emotivamente interessante e densa di passione. La sua prima aria è cantata con un sostegno dei fiati mirabile ed un legato da manuale. Splendida nel duetto conclusivo del primo atto. Tocca tinte forti e tragiche nel terzo e si abbandona con ottima tecnica e voce molto ben proiettata nel quarto.

Splendido il Rodolfo di Gianluca Terranova; la voce è di qualità superiore, il fraseggio sempre infiammato e pieno di ardore (sempre un giovane innamorato è Rodolfo!), la proiezione di tutti i registri è omogenea, priva di forzature e il legato è davvero notevolissimo. Un grande tenore che il pubblico ha giustamente apprezzato ed acclamato a gran voce!

Di rilievo il Marcello di Alessandro Luongo dalla voce tornita e sicura come pure l’ottimo Biagio Pizzuti che ha disegnato un perfetto Schaunard.

Nota di lusso il Colline di Andrea Concetti che presta la sua eleganza e la sua sensibilità di Artista ad un ruolo che rende in modo impeccabile. Raramente mi sono emozionata così tanto per l’Aria “Vecchia zimarra”.

Più di un gradino sotto la Musetta di Anna Maria Sarra che, pur disinvolta e “civettuola” quanto basta ha una voce ruvida, priva di armonici nell’ottava centrale e con gli acuti tirati e poco rifiniti.

Ottime tutte le parti di fianco con Matteo Ferrara nel doppio ruolo di Benoit/Alcindoro, Luigi Strazzullo in quello di Parpignol, Antonio De Liso in quello del Sergente e Mario Thomas in quello del Venditore Ambulante.

Al temine caloroso successo per l’intera compagnia con punte di entusiasmo per Terranova.

Rosy Simeone

LA  PRODUZIONE

Direttore                     Stefano Ranzani
Regia                             Francesco Saponaro
Scene e costumi         Lino Fiorito
Luci                               Pasquale Mari

Maestro del Coro      Marco Faelli
Direttore del Coro
di Voci Bianche          Stefania Rinaldi



GLI INTERPRETI

Interpreti
Mimì                           Erika Grimaldi
Musetta                      Anna Mar

ia Sarra
Rodolfo                       Gianluca Terranova 
Marcello                     Alessandro Luongo
Benoît                          Matteo Ferrara

Schaunard                  Biagio Pizzuti
Colline                        Andrea Concetti
Alcindoro                    Matteo Ferrara
Parpignol                       Luigi Strazzullo
Sergente dei 
Doganieri                     Antonio De Liso
Venditore
Ambulante                    Mario Thomas

Orchestra, Coro e Coro di Voci Bianche del Teatro di San Carlo





Foto Teatro San Carlo

NORMA, V. BELLINI – TEATRO REGIO DI TORINO, VENERDI’ 17 LUGLIO 2015





Un peasaggio sospeso nel tempo svelato da pareti rocciose che scorrono sul palcoscenico illuminato soltanto da riflessi lunari, in lontananza poche nuvole offuscano un cielo dalle sfumature brunite che rimane pressocché tale per tutto il tempo; pochi accenni al tempio che è casa e prigione della grande sacerdotessa gallica ci rimandano ad una gloria decaduta ma che ancora persiste nei suoi resti, con statue monche e colonne spezzate come fossimo tra rovine archeologiche in cui un sogno dalle tinte fosche rivive ancora una volta sul palcoscenico. 

Questa la Norma di Bellini creata nel lontano 2002 da Alberto Fassini e ripresa quest'anno da Vittorio Borrelli nell'ambito del progetto The best of Italian opera per l'Expo 2015, visualizzata dalle scene di William Orlandi che cura anche i costumi, mentre la magia delle luci di Andrea Anfossi contribuisce ad arricchire di languore e per certi versi nostalgico mistero l'operato degli interpreti.
Il capolavoro belliniano si avvale di un cast molto amato dal pubblico che difatti si è mostrato generoso e partecipe.

Nel ruolo eponimo troviamo la meravigliosa Maria Agresta. Da donna immersa nei ricordi amorosi e pericolosamente affini a quelli dell'amica novizia Adalgisa si tramuta in sacerdotessa ferita e straziata dal tradimento. Il soprano offre il suo miglior canto nei corposi centri mostrando sempre un fraseggio morbido con punte di diamante i suoi dolci pianissimo. Ma è nel secondo atto che la sua voce trova terreno ancor più fertile aggiungendo alla solennità della parola note di carattere e drammaticità. 

Pollione è un temerario e bellicoso Roberto Aronica. Il tenore prova ogni volta forti emozioni e chiaramente sente molto il ruolo in scena, ma dal punto di vista vocale si mostra anche altalenante come in  questo caso, in cui tanta compartecipazione corrisponde qua e là a qualche sofferenza in acuto il cui suono si avvicina al nasale.

Veronica Simeoni conferma le impressioni recentemente registrate nel ruolo di Adalgisa. Il suo canto è ampio ed uniforme, riuscendo anche a svettare in acuto con energia e slancio. L' interprete è incisiva e risolve con nobiltà il dilemma impostole dal destino nello scegliere tra fede ed amore.

Il grande druido Oroveso è un ottimo Riccardo Zanellato dalla voce quasi graffiante che conferisce autorevolezza al personaggio austero ed impeccabile. 
Chiudono il cast un buon Flavio di Andrea Giovannini e Samantha Korbey che fa il suo dovere di confidente pur con una voce un pò piccola per la grande sala del Regio.

Ad accompagnare e sottolineare gli stati d'animo dei protagonisti ancora una bella prova del coro preparato da Claudio Fenoglio.

In ottima forma è parsa l'orchestra del Tetro Regio condotta da Roberto Abbado. Sin dall'apertura con la notissima sinfonia sono chiari la ricchezza di colori e la quantità di accenti atti a sottolineare ogni nota della partitura,  con un'attenzione squisita alle dinamiche che favoriscono un suono ampio, ricco e sempre vario, sì da toccare anche le corde di chi ascolta.

Come detto il pubblico davvero entusiasta ha salutato tutto il cast con gioia quasi da stadio, con ovazioni per Aronica, Agresta, Simeoni.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Roberto Abbado
Regia
Alberto Fassini
ripresa da
Vittorio Borrelli
Scene e costumi
William Orlandi
Luci
Andrea Anfossi
Maestro del coro
Claudio Fenoglio

 GLI INTERPRETI
Norma, druidessa,
figlia di Oroveso 
Maria Agresta
Pollione, proconsole di Roma
nelle Gallie 
Roberto Aronica
Oroveso, capo dei Druidi 
Riccardo Zanellato 
Adalgisa, giovane ministra
nel tempio d'Irminsul 
Veronica Simeoni
Flavio, amico di Pollione tenore
Andrea Giovannini
Clotilde, confidente di Norma

Samantha Korbey

Orchestra e Coro del Teatro Regio

Allestimento Teatro Regio
in coproduzione con Opera Scene Europa di Roma



                                         Foto Ramella&Giannese

ANTONIO CALDARA, DAFNE - PALAZZO DUCALE DI VENEZIA: SALA DELLO SCRUTINIO, lunedì 13 luglio 2015



Nell’ambito del festival ‘Lo spirito della musica di Venezia’ edizione 2015, la Fondazione Teatro La Fenice sceglie di recuperare con una produzione nuova ed uno sforzo logistico non indifferente il dramma pastorale ‘Dafne’ del musicista Antonio Caldara, che fu allestita per la prima volta a Salisburgo nel 1719 in onore dell’arcivescovo della città austriaca, Monsignor Francesco Antonio principe di Harrach, di cui si celebrava l’onomastico, su testo del poeta Giovanni Biavi, attivo presso la corte di Monaco. La storia della ninfa trasformata in alloro per conservare la propria virtù sfuggendo ai suoi innamorati doveva essere un ottimo tema per impressionare il nobile festeggiato. 

Con questo esperimento il regista  Bepi Morassi cerca di ricreare quella che doveva essere l’atmosfera fastosa della corte salisburghese agli inizi del diciottesimo secolo, pensando di utilizzare la meravigliosa Sala dello scrutinio del Palazzo Ducale di Venezia in piazza San Marco per il suo allestimento. Forse l’opera fu creata a suo tempo per spazi ben più ampi atti ad ospitare anche le danze che di fatto sono previste dal libretto alla fine del primo e secondo atto, ma dobbiamo dire che la sala prescelta da Morassi è stata degna ospite di questo divertissement, per il quale sono state utilizzate delle strumentazioni che ricordano molto, o fanno immaginare come potevano essere all’epoca, quelle utilizzate per spettacoli del genere nel millesettecento. Al centro della scena una semplice impalcatura lignea con diverse scale per accedervi e sviluppare l’azione anche intorno ad essa, viene sormontata da pochi macchinari mossi manualmente dai mimi, con carrucole e pedane attivate di volta in volta. 
Ci siamo immaginati lo stupore che avrebbero provato i nobili ospiti dell’arcivescovo nel vedere Febo ascendere letteralmente al cielo declamando i suoi versi grazie ad una pedana sollevata meccanicamente, oppure spalancare gli occhi davanti al marchingegno che avvolgendo del tessuto azzurro simula la trasformazione dell’affranto Peleo in fiume dopo la perdita dell’amata figlia. Per non parlare degli opulenti costumi d’epoca a cura di Stefano Nicolao, cui è affidato proprio l’aspetto più stupefacente dell’intera rappresentazione, che diversamente risulterebbe nel complesso alquanto semplice. 
In questo ambiente i protagonisti si muovono attivamente grazie ad una regia molto dinamica e ci trasportano per qualche ora nella vita di un tempo passato che offre ancora una miriade di lavori da scoprire e che certamente questo Festival ha in serbo per gli anni a venire.

Interessante anche il versante musicale, cui fa testa il sempre più sorprendente Stefano Montanari, ancora una volta nella duplice veste di direttore e strumentista, ormai una certezza nel panorama della musica del settecento, qui alla testa dell’ Orchestra Barocca del Festival. Costituita soltanto dai consueti archi (violini, viola, violoncello e contrabbasso), oboi, un fagotto, corni, una tiorba e naturalmente il clavicembalo, il piccolo ensemble costituisce il sostegno ideale per i versi musicati da Caldara: il Maestro sceglie tempi stretti e sempre coinvolgenti, accoglie e sostiene l’azione in scena accompagnando ogni singolo episodio con attenzione ed emozione.

Buona la compagnia di canto che vede come protagonista vocale il controtenore Carlo Vistoli. Nonostante l’opera sia intitolata alla ninfa Dafne è certamente Febo quello maggiormente impegnato musicalmente parlando: i lunghi e trasognati recitativi e soprattutto le difficilissime arie che immaginiamo abbiano fatto svenire diverse fanciulle a suo tempo, pregne di agilità funamboliche a ritmi sostenuti, sono risolte dall’interprete con sicurezza unitamente ad un’ottima recitazione.

Delicata ed acuta ma ben proiettata in avanti la voce del soprano Francesca Aspromonte, nel doppio ruolo di Venere (nell’introduzione e nel finale) e della vezzosa Dafne, un po’ civettuola ma che ben si guarda dal cedere ai voluttuosi amanti Febo ed Aminta. Buona presenza scenica anche per Renato Dolcini, anch’egli impegnato su due fronti nei panni di Giove e di Peneo, padre attento e protettivo dalla voce scura e sufficientemente corposa per un simile repertorio. Aminta e Mercurio sono impersonati da  Kevin Skelton la cui parte scende spesso in tono grave non permettendogli di esaltare il colore della sua voce, che difetta talvolta nella pronuncia italiana, fermo restando una partecipazione accorata sia come innamorato che come dio Mercurio.
In una sala piena di pubblico davvero attento e concentrato, moltissimi tributi di soddisfazione sono stati dati al termine dello spettacolo.  
   
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                   Stefano Montanari
Regia
                           Bepi Morassi
Costumi a cura di       Stefano Nicolao
Impianto scenico
a cura de                     Gli Impresari

GLI INTERPRETI


Dafne/Venere             Francesca Aspromonte
Febo
                            Carlo Vistoli
Aminta/Mercurio
       Kevin Skelton
Peneo/Giove               Renato Dolcini


Orchestra Barocca del Festival


nuovo allestimento Fonazione Teatro La Fenice
in collaborazione con Fondazione Musei Civici di Venezia




Foto Michele Crosera

ORFEO ED EURIDICE, C. W. GLUCK - TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, sabato 11 luglio 2015




Orfeo e la sua amata sposa, il dolore per la perdita, l’intimismo dei propri sentimenti racchiusi in un cuore di disperazione continuamente alternata alla speranza di un ricongiungimento. Certo per intrattenere la corte viennese non poteva finire in tragedia la favola di Orfeo, ma grazie a Gluck essa conserva tutta la poesia, il pathos e la ricchezza racchiusa in una musica celestiale resa eterna dai versi di Ranieri de’Calzabigi. Così il Teatro Olimpico di Vicenza si rivela uno scrigno in cui Andrea Castello, al debutto registico in collaborazione col Maestro Francesco Erle, sceglie di utilizzare sostanzialmente ciò che la scena fissa offre, in accordo con una quasi tacita tradizione perpetuata nel teatro vicentino, permettendo quindi alle interpreti ad al coro di passare tra la galleria del pubblico ed anche accanto all’orchestra. Al centro della scena si pone il giaciglio di Euridice dalle fattezze lapidee i cui estremi vanno a comporre con un semplice gesto un cuore gigante. 

Allo stesso modo i costumi atemporali di Roberta Sattin vantano un immediato riconoscimento visivo nel nero luttuoso del coro alternato al pallore delle tuniche monacali, nel bianco innocente di Euridice, nelle vesti maschili dai richiami ellenici di Orfeo e naturalmente nel rosso di Amore, i cui grandi manicotti formano anch’essi l’effige di un cuore. Sono soprattutto le luci a comporre il mosaico di sensazioni ottiche in questo spettacolo raccolto e sostenuto da un’orchestra che evita ogni eccesso o spropositati languori: il suono degli strumenti risulta molto asciutto ed il Maestro Francesco Erle guida l’orchestra composta da sole parti reali, uno strumento per classe, sottolineando con forza il fraseggio delle interpreti ed avvolgendo lo spettacolo con un incalzare secco che richiama costantemente agli eventi, facendosi solenne ove occorre. Ottimamente si inserisce Alberto Maron che arricchisce di espressività i recitativi con i suoi interventi al clavicembalo.
Dispiace non aver potuto assistere alle danze delle Furie e neanche udirle, certo non inserite per motivi di spazio disponibile.

Qualche considerazione sulle tre protagoniste. La versione andata in scena è quella di Vienna del 1762 che prevede un Orfeo contralto. Innanzitutto va lodata la partecipazione sulla scena che le tre protagoniste hanno sicuramente mostrato a chiare lettere. 
Lo struggente Orfeo è stata  Francesca Biliotti che ha saputo trasmettere il trasporto amoroso anche grazie ad un buon fraseggio ed ad una presenza scenica forte, anche se il timbro non sembra esaltare perfettamente la zona più grave che le permetterebbe di rendere più omogenea la linea di canto.  
Mina Yang è una delicata Euridice, trasognata tra la realtà degli inferi ed il sogno di poter riabbracciare il suo amato che non può però degnarla di uno sguardo; minuta tanto nell’aspetto quanto nella voce sottile ed eterea.
Benedetta Corti ben si disimpegna nel ruolo risolutore di Amore: morbido il fraseggio, interessante è il colore della sua voce acuta ed armoniosa.
Molto compartecipe il coro della Schola San Rocco che ha cantato con vigore e passione.

Teatro Olimpico gremito con nostro grande piacere nonostante fosse un sabato sera ed un’opera non appartenente al grande repertorio. Applausi trionfali per tutti.

Maria Teresa Giovagnoli
        

LA PRODUZIONE

Maestro direttore
e concertatore                       Francesco Erle
Demi stage                             Francesco Erle, Andrea Castello
Consulente musicale             Sara Mingardo
Assistente musicale               Caterina Galiotto
Costumi                                 Roberta Sattin, 
            StilistArtista per Sartoria il Monello, Vicenza
Immagine                              Decor Center Immagineria

GLI INTERPRERTI

Orfeo                                      Francesca Biliotti
Euridice                                  Mina Yang
Amore                                    Benedetta Corti

Coro e orchestra Schola San Rocco
Una produzione Concetto Armonico




Foto Angelo Nicoletti - FIAF


TOSCA DI G. PUCCINI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI – SABATO 11 LUGLIO 2015




Titolo tra i più popolari ed amati nel mondo, Tosca al San Carlo di Napoli si inserisce nel solco delle belle iniziative culturali previste per l’Estate in città.
Molto interessante la Regia di Jean Kalman che “trasporta” la vicenda nel periodo della seconda guerra mondiale e ne costruisce su misura gesti e interazioni tipici di quei periodi. Le scene di Raffaele Di Florio sono un richiamo continuo ad un equilibrio tra lo sfarzo che è proprio della città di Roma ed il clima di decadenza proprio del periodo della guerra. Affascinante l’interno di una Chiesa che sembra quasi “bombardata” ed in ristrutturazione. Come pure il fastoso Palazzo Farnese cede il passo ad una sala di stampo “fascista” con elementi di art decò essenziali e asciutti proprio come era tipico di quel periodo. Molto suggestiva anche la terrazza dell’esecuzione da cui, con un gioco di luci accattivante, si intravede una Roma ancora dormiente sotto il coprifuoco fascista.
Davvero interessante e molto ben curato questo spettacolo.
I costumi di Giusi Giustino poi erano la degna coronazione di questo affresco degli anni ’40… il tailleur del primo atto di Tosca era delizioso come pure la sobria eleganza del costume rosso del secondo atto. 

La direzione d’orchestra di Jordi Berancer è stata nel solco di una lettura tradizionale.
Ottimi gli equilibri con il palcoscenico e le dinamiche orchestrali in tutte le sezioni.
Una Tosca non innovativa, senza particolari “guizzi” ma godibile e guidata con attenzione.
Ottimi gli interventi Corali del primo atto e dell’interno del secondo. Ottimo davvero questo Coro partenopeo diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate parzialmente bene.

Fiorenza Cedolinsnel ruolo di Tosca era molto attesa. Sicuramente le caratteristiche del soprano friulano sono molto adatte al ruolo della grande cantatrice romana e la Cedolins ne conosce appieno ogni singola sfumatura ed ogni tratto; anche le pause ed i silenzi nel suo canto si gonfiano di significati e si inseriscono in una precisa lettura del personaggio.
La voce non è però altrettanto morbida come le parti liriche necessiterebbero e il centro, che negli anni si è fatto robusto, mostra però il fianco a degli acuti ghermiti con fatica e con suono poco rotondo.

Ottimo il Cavaradossi di Stefano La Colla; voce ampia, potente e ben sostenuta. L’interprete è molto interessante e fa vibrare il suo personaggio di una luce accattivante sin dal suo ingresso.

Ottimo pure il Barone Scarpia di Sergey Muzarev, che certamente coglie e sottolinea l’aspetto più marcatamente “truce” del suo ruolo ma che lo esalta con una voce imponente e ben usata in tutta la gamma.

Di rilievo le parti di contorno affidate ad un ottimo Donato di Gioia, nel ruolo del Sagrestano, un efficace Gianluca Lentini in quello di Angelotti, e Francesco Pittari che interpretava molto bene il ruolo di Spoletta.

Al temine buon successo per l’intera compagnia di canto e gli artefici dello spettacolo.

Rosy Simeone


LA PRODUZIONE

Direttore                    Jordi Bernacer
Regia e luci                Jean Kalman
Scene                          Raffaele Di Florio
Costumi                     Giusi Giustino
Maestro del Coro      Marco Faelli
Direttore del Coro di Voci Bianche: Stefania Rinaldi


GLI  INTERPRETI

Floria Tosca              Fiorenza Cedolins
Mario Cavaradossi    Stefano La Colla
Il Barone Scarpia      SergeyMurzaev
Cesare Angelotti       Gianluca Lentini
Il sagrestano              Donato Di Gioia
Spoletta                      Francesco Pittari

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli




Foto Teatro San Carlo di Napoli

DON GIOVANNI, W. A. MOZART – ARENA DI VERONA, sabato 4 luglio 2015






Con la ripresa della produzione  del Don Giovanni risalente soltanto a tre anni fa la Fondazione Arena di Verona ripropone l’allestimento legato al nome di Franco Zeffirelli che come sempre cura regia e scene, mentre gli spettacolari costumi sono opera di Maurizio Millenotti. Tutta giocata sugli effetti creati dalle luci di Paolo Mazzon, la mastodontica struttura sostanzialmente acromatica fatta di arcate cui si antepone una imponente scalinata vede in aggiunta altri elementi architettonici ai lati che si arricchiscono o mutano aspetto per creare i vari ambienti necessari. Come sempre il Maestro Zeffirelli ama giocare con lo stupore, ottenendo l’effetto colossal che le sue celebri scenografie suscitano ogni volta, restando fedele all’epoca storica ed al libretto. Ciò che si potrebbe obiettare a tanta opulenza è forse una esagerazione nel volere sorprendere riempiendo il palcoscenico con quanti più elementi si possa immaginare, rendendo talvolta molto sottile il filo che unisce lo sfondo ove agire con la narrazione e la coerenza stessa dell’azione drammatica. Anche in questa produzione non mancano i prediletti animali sul palco, tanto che il protagonista fa il suo ingresso spavaldo in scena a cavallo. Ma la bellezza dei costumi, la raffinatezza di taluni dettagli e la sensazione di viaggiare ancora una volta nel tempo fanno sì che chi assista al capolavoro mozartiano possa comunque tornare a casa con la consapevolezza che sognare a teatro è ancora lecito ed a buon diritto.

Se poi la parte musicale è quella delle grandi occasioni con un in testa un direttore d’orchestra abilissimo a far quadrare tutto come si deve allora la qualità e il successo sono assicurati. 

Don Giovanni è un Carlos Álvarez prepotente nella sua incredibile sicurezza, a dir poco ruspante come un galletto in mezzo al pollaio delle donne a lui devote. D’altra parte se il suo fascino colpisce tutte perché non approfittarne! Aiutato certo dalla celebre voce profonda ed accattivante l’interprete si dimostra in forma centrando una serata molto positiva.

La più battagliera delle dame all’appello è donna Elvira nel cui ruolo ha debuttato  Maria José Siri. Il soprano trova come chiave di lettura del personaggio una personale interpretazione di donna sì ferita ma anche un po’ rompiscatole, che gioca tra rabbia, incredulità ed un pizzico di ironia, cui fa chiaramente gioco la sua voce pastosa ed avvolgente che ben si sposa con questa idea della tradita Elvira.

Compita e quasi solenne invece la donna Anna di Irina Lungu. L’interprete tratteggia una nobile quasi spenta nel cuore dopo la morte del padre, donando quasi una aura regale al suo personaggio, forte anche di una bella vocalità che le agevola un canto uniforme e sentito.

Spumeggiante, guascone, per certi versi grottesco ed anche a tratti bambinone l’incredibile Alex Esposito nei panni di Leporello. Canto ed interpretazione fusi a dovere per incantare, stupire e convincere pienamente.    
Saimir Pirgu è interprete delicato ed attento; se pur non in serata impeccabile, la voce dolce e setosa consente di donare al ruolo di Don Ottavio compostezza e buona credibilità.

Zerlina è una letteralmente spassosa Natalia Roman, l’unica che sa giocare con il sesso opposto senza subire soltanto il ruolo di preda amorosa, mostrando anche un timbro vocale delicato e dal suono dolce. Molto bene Christian Senn come Masetto, mentre cupo ed austero quanto basta  Rafal Siwek come Commendatore.

Punto di forza di questa produzione l’aver affidato ad uno specialista come Stefano Montanari la direzione dell’orchestra areniana, impegnato anche a suonare il clavicembalo elettrico qui adoperato per ragioni acustiche e logistiche. Il maestro trova un perfetto equilibrio tra le sezioni ottenendo un suono limpido e profondo, adoperando efficacemente le indicazioni agogiche in funzione del palcoscenico così creando una varietà di suoni ricchi e multi sfaccettati.
Puntuali gli interventi del coro preparato da Salvo Sgrò.

Arena non pienissima purtroppo ma con pubblico comunque visibilmente appagato che ha premiato tutti gli interpreti ed il direttore.  


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra                      Stefano Montanari
Regia e scene                                    Franco Zeffirelli
Costumi                                             Maurizio Millenotti
Coreografia                                      Maria Grazia Garofoli
Luci                                                   Paolo Mazzon
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di Ballo           Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici           Giuseppe De Filippi Venezia

IL CAST

Don Giovanni                                   Carlos Álvarez 
Il Commendatore                             Rafal Siwek 
Donna Anna                                     Irina Lungu 

Don Ottavio                                      Saimir Pirgu 
Donna Elvira                                    Maria José Siri 
Leporello                                           Alex Esposito 
Masetto                                             Christian Senn




Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona










FOTO ENNEVI per gentile concessione fondazione Arena di Verona

PREMIO GIUSEPPE LUGO EDIZIONE 2015 – PARCO VILLA VENTO, CUSTOZA (VR)



Nello splendido parco di Villa Vento a Custoza ed alla presenza delle autorità locali si è tenuta la ventiduesima edizione del premio intitolato al grande tenore Giuseppe Lugo, in una serata calda e piacevolmente ricca di pubblico affezionato e festante. Questo ormai storico riconoscimento istituito nel 1994 dal Comm. Giuseppe Pezzini e che fino all’anno scorso vedeva come presidente del comitato la compianta Magda Olivero ha assegnato la preziosa targa al tenore Ramón Vargas, il grande interprete belcantista dalla lunga carriera internazionale che è arrivato proprio ieri direttamente dal Messico e che per via del lungo viaggio non ha potuto cantare per il suo pubblico. Ha tenuto comunque a precisare di essere molto onorato del riconoscimento ottenuto e promesso che tornerà per  esibirsi alla prima occasione.
A dedicare note ed mozioni al tenore ed al pubblico presente nello splendido giardino della villa sono stati suoi cari colleghi che, accompagnati dalla sempre perfetta Patrizia Quarta al piano, sono attualmente impegnati nella stagione areniana a Verona, più una giovane promessa.

Partiamo proprio dal basso Alberto Bonifazio, chiamato al volo in sostituzione dell’indisposto Carlo Colombara, è il vincitore della ventiduesima edizione del concorso internazionale Riccardo Zandonai di Riva del Garda ed è stato una piacevole sorpresa della serata, mostrando del buon materiale su cui continuare a studiare e a lavorare. Dopo ‘Vecchia zimarra’ del filosofo  Colline dalla Bohème di Puccini, ha saputo offrire una buona interpretazione de ‘La calunnia’ del furbo don Basilio dal rossiniano Barbiere di Siviglia. La sua voce è certamente ancora acerba, ma considerando la giovanissima età e la buona capacità interpretativa ci auguriamo tante belle soddisfazioni per il giovane basso.

Grande esperienza e maturità vocale invece per il soprano Susanna Branchini. L’elegantissima interprete si è cimentata in due ruoli molto differenti tra loro: Abigaille del Nabucco e la dolce Leonora del Trovatore di Verdi, ma dando un forte carattere ad entrambi i ruoli, mostrando una voce piena nel corpo ed uniforme nell’ emissione. La sua Abigaille è austera e passionale nella celebre ‘Ben io t’invenni o fatal scritto’, così come affatto tenera appare la Leonora nel lungo e coinvolgente duetto del quarto atto con Federico Longhi, che abbiamo potuto apprezzare in due ruoli di rilievo: il conte di Luna per l'appunto ed il meraviglioso Falstaff, in cui ci ha particolarmente colpito per come ha saputo sfruttare la voce in funzione dell’espressività del personaggio, pur trattandosi di una esecuzione in  concerto, nell’aria ‘E’ sogno? O realtà?’.

Il mezzosoprano Sanja Anastasia è stata per noi la principessa di Bouillon dalla Adriana Lecouvreur di Cilea con ‘Acerba voluttà’, un’altra aria spessissimo eseguita in concerto, come anche ‘O don fatale’ della principessa Eboli dal Don Carlos di Verdi. La cantante mostra una voce forte di un registro medo pieno e voluminoso, anche se talvolta i suoni sono un po’ duri in acuto. L’interpretazione è sentita e ricca di passionalità.

Successo pieno per tutti a conclusione di un’altra splendida serata di musica, bellezza e amicizia.

Maria Teresa Giovagnoli




TOSCA, G. PUCCINI – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 26 GIUGNO 2015





Con il terzo appuntamento in cartellone la Fondazione Arena di Verona ripropone uno degli spettacoli più impressionanti e di successo allestiti negli ultimi anni, la Tosca che il regista Hugo de Ana ideò nel 2006 curandone anche le scene, i costumi e gli effetti di luce. Nonostante siano passati quasi dieci anni dalla sua prima messa in scena, conserva ancora tutta la forza ed il fascino della novità, anche per gli habitué delle stagioni areniane. Con qualche minuscola modifica abbiamo potuto ancora una volta seguire il dramma del talentuoso pittore e della famosa cantante perseguitati dalla legge e dalla sorte. Vi è un diretto filo che unisce le passioni dei protagonisti a tutto ciò che lo spettatore è invitato ad osservare. I meravigliosi costumi dai colori accesi del giallo, rosso ed azzurro richiamano alla passione carnale, le luci soffuse in chiaro scuro avvolgono il dramma man mano che esso si sviluppa, e la mastodontica testa d’angelo del castello romano che sovrasta le scene sembra quasi ammonire i presenti per le colpe di cui si macchiano: il fuggiasco Angelotti, l’implacabile Scarpia per la sua crudeltà, Cavaradossi per aver sfidato il governo vigente, e su tutti la volitiva Tosca, prima assassina e poi suicida. Al colpo di cannone che illumina a giorno l’anfiteatro il pubblico resta come sempre stupito, per poi commuoversi ancora per gli effetti scenografici del Te deum, effettivamente il pezzo forte di questo allestimento ormai diventato storico.


Non possiamo che definire stoica la direzione orchestrale di Riccardo Frizza, chiamato davvero all’ultimissimo momento a sostituire il Maestro Julian Kovatchev assente per gravi motivi di salute, e che ha preso in mano la situazione permettendo allo spettacolo di andare in scena. Il direttore sceglie una direzione per così dire prudente, staccando tempi morbidi e delicati, perdendo talvolta il ritmo degli eventi, ma stimolando continuamente i musicisti per mantenere con successo il contatto con gli interpreti.  

Trionfatrice della serata una fantastica Hui He che unisce una dolcezza particolare alla passionalità del personaggio, grazie anche alla musicalità della sua voce pastosa. La linea di canto è perfetta, l’esecuzione è sicura in ogni sua parte, da’ vita ad una Tosca sensibile e meravigliosamente verace; il suo Vissi d’arte toglie quasi il fiato.

Certo il Cavaradossi di Marco Berti è sanguigno e pieno di spirito combattivo. Il tenore dona tantissimo al ruolo del sovversivo che mette tanta passione nell’arte e nell’amore per la sua donna, pur presentando difficoltà nelle note di passaggio con qualche portamento di troppo.
Aspro per voce e carattere lo Scarpia di Marco Vratogna che offre un barone cupo, molto caricato sia vocalmente che dal punto di vista interpretativo.

Ben cantato ed impersonato con efficacia il sagrestano di Federico Longhi, come pure il turbolento Angelotti di Deyan Vatchkov. Spoletta e Sciarrone sono rispettivamente Paolo Antognetti e Nicolò Ceriani, mentre Romano Dal Zovo è il carceriere. Sempre difficile trovare un buon pastorello che qui è interpretato da un emozionato Federico Fiorio.
Il coro areniano è ancora una volta preparato da Salvo Sgrò, che offre una buona e come noto coreografica esecuzione assieme al coro di voci bianche A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini.

Successo da parte di un pubblico pienamente soddisfatto, che ha tributato applausi ed ovazioni soprattutto alla coppia protagonista ed al direttore.


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra                      Riccardo Frizza
Regia, scene,
costumi e luci                                    Hugo de Ana
Maestro del Coro
                             Salvo Sgrò
Direttore allestimenti s
cenici                                                 Giuseppe De Filippi Venezia
Coro di Voci bianche                      
A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini

Gli Interpreti

Tosca                                                 Hui He 
Cavaradossi                                      Marco Berti 
Scarpia                                              Marco Vratogna 
Angelotti                                            Deyan Vatchkov
Sagrestano                                        Federico Longhi
Spoletta                                             Paolo Antognetti
Sciarrone                                           Nicolò Ceriani
Un Carceriere                                   Romano Dal Zovo
Un Pastorello                                     Federico Fiorio



Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona







Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

JUDITHA TRIUMPHANS, devicta Holofernis barbarie; A. VIVALDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 25 giugno 2015




Mettere in scena un oratorio del diciottesimo secolo è certamente una operazione molto coraggiosa ma allo stesso tempo una sfida interessante che La Fenice di Venezia ha raccolto con entusiasmo e dobbiamo dire con ottimi risultati, visto lo spettacolo ben costruito che la regista Elena Barbalich ha ideato per questa non facile partitura composta da Antonio Vivaldi all’epoca in cui la Serenissima Repubblica Veneziana trionfò dopo strenue resistenze contro i Turchi nell’isola di Corfù, nel 1716. Con un parallelismo tra la cultura ellenica pregna di personaggi femminili mitologici e l’episodio biblico della nobile Juditha che la vince sul nemico per liberare la sua città, la regista permea lo spettacolo più che sulla scena materiale sugli effetti dati da una giusta atmosfera e una intelligente impostazione drammaturgica. Esempio ne è la centralità del coro femminile che quasi condivide le stesse emozioni della protagonista, giungendo anche a circondare l’orchestra posta giustamente sul palco fuori scena, per una maggior fusione con gli eventi in essere.
Così con un gioco di luci che dall’intensità dei gialli o dei rubini passano alla penombra o all’oscurità definitiva, volti, azioni, espressioni e movenze sono costantemente esaltati in una ambientazione di per sé essenziale ma funzionale ai movimenti scenici, opera di Massimo Checchetto . Anche i costumi di Tommaso Lagattolla sono pensati specificamente in base alla funzione di ciascun personaggio, con un occhio rivolto alla chiesa della Pietà della prima rappresentazione assoluta ed al modo in cui pare fossero abbigliate le fanciulle che al tempo popolarono quella prima esecuzione.

 A dar vita ad uno spettacolo così particolare un cast di artiste davvero azzeccato per caratteristiche vocali e capacità interpretative.
Ottima la Juditha di Manuela Custer, che unisce al temperamento da eroina anche le movenze e la sensualità di una donna seduttiva che con distacco sa fondere rabbia e passione per ottenere ciò che la patria le richiede. La monumentale parte vocale cui è sottoposto il ruolo è risolta dall’interprete con grande intensità e precisione tra balzi di ottava, suoni dissonanti e continui saliscendi sul rigo.

Holofernes è una strepitosa Teresa Iervolino la cui voce dal timbro squisitamente contraltile le permette di entrare nel ruolo del condottiero in modo credibile per stile e tecnica.
Bravissima anche  Paola Gardinanel ruolo di Vagaus, la cui famosissima e funambolica ‘Armatae face et anguibus’ non fa che coronare una intera serata di grazia per la sua voce agilissima e ricca dal colore leggermente ambrato.  Per lei ovazioni dal pubblico.

Molto bene l’Abra di Giulia Semenzato che offre una voce dal buono squillo e ben proiettata in avanti nonostante il volume non gigantesco.
Scura ed austera sia per portamento che per caratteristiche vocali Francesca Ascioti nel ruolo del Sommo sacerdote Ozias.
Ottime le coriste del teatro La Fenice preparate da Claudio Marino Moretti, come detto parte integrante della messa in scena per esigenze registiche.

L’orchestra di questo oratorio si arricchisce del suono di strumenti molto particolari come, tra gli altri, le tiorbe, il mandolino, lo chalumeau, e naturalmente il clavicembalo. Guidata dallo specialista Alessandro De Marchi offre una ricchezza di suoni a sfumature che esaltano la partitura di Vivaldi, per nulla di facile interpretazione e che prevede parecchi interventi solistici; il Maestro sceglie tempi non eccessivamente stretti che seguono le interpreti agevolando sempre la parola cantata nel suo significato, aggiungendo poi un giusto brio nei momenti più concitati.

Applausi copiosi e meritati per tutti gli interpreti e l’orchestra al termine della rappresentazione.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

direttore         Alessandro De Marchi
regia               Elena Barbalich
scene               Massimo Checchetto
costumi           Tommaso Lagattolla


GLI  INTERPRETI

Juditha            Manuela Custer
Vagaus           Paola Gardina
Holofernes     Teresa Iervolino
Abra               Giulia Semenzato
Ozias              Francesca Ascioti

Orchestra e Coro del Teatro la Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nell’ambito del festival «Lo spirito della musica di Venezia» 2015







Foto Michele Crosera

AIDA, G. VERDI – ARENA DI VERONA, SABATO 20 GIUGNO 2015






Dopo il Nabucco inaugurale la Fondazione Arena di Verona prosegue il viaggio nella storia degli allestimenti più illustri andati in scena negli anni passati con l’emblema del Festival stesso, l’ Aida di Giuseppe Verdi, il cui spettacolo concepito da Franco Zeffirelli nel lontano 2002 resta uno dei più spettacolari ed apprezzati di sempre. L’imponente piramide meccanica che troneggia al centro del palco con i suoi gradoni dorati che aprendosi completano i vari ambienti, è il perno attorno a cui agiscono gli interpreti principali insieme alle numerose comparse ed il coro. Come sempre il regista fiorentino riporta in scala le ambientazioni effettivamente richieste dando così a chi osserva l’impressione di trovarsi calato nei luoghi e nel tempo della storia. Così tra sfingi, arredi raffinati e simboli sacri prende vita e si riempie un palco certo parecchio affollato, ma che siamo sicuri per tanti resta scolpito nella mente come simbolo di bellezza e grande prestigio.  
I maestosi costumi che mettono in risalto il fasto egizio in opposizione alla semplicità etiope sono opera di Anna Anni. Nuova è la coreografia dei ballabili a cura di Renato Zanella.

Svettano sull’intero cast le due interpreti femminili nei ruoli principali delle antagoniste Aida ed Amneris.
Maria José Siri torna ad interpretare la principessa etiope con ancora maggiore partecipazione rispetto a quanto abbiamo ascoltato in precedenza sempre su questo palcoscenico. Il soprano offre una voce veramente meravigliosa che incanta per la sua musicalità e per la dolcezza con cui affronta il personaggio che ama e soffre per sé e la sua patria. Perfetta in ogni registro, la sempre temibile ‘O cieli azzurri’ con tanto di do squillante è davvero commovente, per non parlare dell’ultima scena nella tomba, quasi da lacrime. Una prova maiuscola.  

Degna rivale è la grande Amneris di Anita Rachvelishvili. Anche il mezzosoprano conferma l’ottima prova dello scorso anno grazie al suo strumento incredibilmente potente, forte e dal colore particolarissimo, brunito ed accattivante. La sua è davvero una voce areniana che svetta e raggiunge brillantemente ogni angolo dell’anfiteatro, in aggiunta ad una interpretazione di carattere, sensualità e regalità; una vera gioia ascoltarla.

Non all’altezza delle colleghe il tenore Carlo Ventre nel ruolo di un Radames cui cuore e passione non sono supportati da una voce ampia e sicura che difatti sembra arrivare al termine della recita con parecchie difficoltà.  
Di Leonardo López Linares apprezziamo soprattutto le doti attoriali che gli hanno consentito di sviluppare un Amonasro autoritario cui fa sostegno una voce robusta.
Giorgio Giuseppini conferma la sua particolare propensione per ruoli di uomo maturo ed austero con un ben cantato Re d’Egitto, così come Raymond Aceto ben figura come Gran sacerdote Ramfis.
Molto buona la sacerdotessa Stella Zhang, completa il cast il messaggero di Francesco Pittari.

A tenere saldamente le redini dell’orchestra il giovane Andrea Battistoni imprime ritmi favorevoli ad uno scorrimento ideale degli eventi, con un caleidoscopio di colori e sfumature che esaltano le dinamiche della partitura ed una direzione sempre in perfetta coesione con il palco. In tale simbiosi anche il coro di Salvo Sgrò ha potuto esprimersi positivamente nei suoi interventi.

Il pubblico si è espresso favorevolmente con tutti gli interpreti ed il direttore in maniera festante e rumorosamente gioiosa.


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra            Andrea Battistoni
Regia e scene                         Franco Zeffirelli
Costumi                                  Anna Anni
Coreografia                            Renato Zanella
Maestro del Coro                  Salvo Sgrò
Direttore
del Corpo di Ballo                  Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Il Re                                       Giorgio Giuseppini 
Amneris                                 Anita Rachvelishvili 
Aida                                       Maria José Siri 
Radamès                               Carlo Ventre 
Ramfis                                   Raymond Aceto 
Amonasro                              Leonardo López Linares 
Un Messaggero                    Francesco Pittari 
Sacerdotessa                         Stella Zhang 

Primi Ballerini                      Annalisa Bardo, Teresa Strisciulli, Alessia Gelmetti,
                                              Evghenij Kurtsev, Antonio Russo


Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona







  Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

NABUCCO, G. VERDI – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 19 GIUGNO 2015




Nell’anno dell’Expo milanese la Fondazione Arena di Verona ha scelto di non investire in nuove ed esose produzioni visti anche i tempi che corrono, recuperando quindi gli allestimenti ritenuti più significativi degli ultimi anni e che possano rappresentare il nostro paese come fonte di arte e bellezza a livello mondiale. Così per la serata inaugurale è stato scelto uno dei simboli del Festival che assieme all’Aida costituisce il patrimonio dei ricordi e dei successi della storia musicale veronese, il Nabucco di Giuseppe Verdi con la regia dell’inossidabile Gianfranco de Bosio.
Come già sottolineato in altre occasioni si tratta di uno dei più classici spettacoli cui si possa assistere, ove tutto è in funzione degli eventi e sono effettivamente visibili al meglio gli ambienti necessari affinché la storia sia rispettata nella sua essenza. Abbiamo così ritrovato la città di Gerusalemme e la reggia di Babilonia con le notissime strutture architettoniche di Rinaldo Olivieri che utilizzano gli spazi sterminati del palcoscenico. Ribadiamo che i movimenti scenici di questa regia risultano un po’ appesantiti ed in generale lo spettacolo necessiterebbe di un rimodernamento.

La compagnia di canto si è distinta soprattutto per le voci maschili.
Ancora una volta ci troviamo a sottolineare quanto Luca Salsi sia spirito trainante in scena, forte di una voce importante ed imponente, dalla linea di canto uniforme in tutta la gamma, il cui Nabucco si sviluppa in un crescendo di pathos e carisma.
Piero Pretti è un Ismaele quasi perfetto: timbro setoso con l’ottava acuta squillante che unita ad una grande scioltezza interpretativa lo conduce saldo verso una serata assolutamente positiva.    
Dmitry Beloselsky è uno Zaccaria composto ed altero dalla voce robusta e ben proiettata anche nell’ampio spazio areniano.

Martina Serafin nel ruolo di Abigaille non ci ha convinto pienamente per come si è approcciata al personaggio, che talvolta è sembrato meno incisivo, anche dal punto di vista vocale, di quanto ci aspettavamo da una interprete del suo calibro.
Fenena è una discreta Nino Surguladze dalla voce vellutata e dal carattere forte ma dolce e compito.  
Il gran sacerdote è un discreto Alessandro Guerzoni, mentre Anna e Abdallo sono rispettivamente Madina Karbeli  e Francesco Pittari.

L’ orchestra guidata da Riccardo Frizza  si pone su un duplice piano nel condurre l’opera verdiana: alternando tempi larghi per i momenti più elegiaci a guizzi di brillantezza e vigore, accompagna gli interpreti con attenzione, equilibrio e compattezza armonica.

Come ormai di prassi il coro preparato da Salvo Sgrò ha offerto il bis del ‘Va pensiero’ richiesto a gran voce e suon di applausi, coronando la buona prova della serata.

Applausi scroscianti per tutti da parte di una anfiteatro gremito nonostante il freddo autunnale, che però ci ha risparmiato la pioggia, con qualche maleducato che ha lasciato l’Arena subito dopo il bis del coro.


Maria Teresa Giovagnoli 

LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra           Riccardo Frizza 
Regia                                     Gianfranco de Bosio
Scene                                     Rinaldo Olivieri 
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Direttore
allestimenti scenici               Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Nabucco                                 Luca Salsi 
Abigaille                                Martina Serafin 
Zaccaria                                 Dmitry Beloselsky 
Fenena                                   Nino Surguladze 
Ismaele                                  Piero Pretti 
Gran Sacerdote Di Belo       Alessandro Guerzoni 
Abdallo                                  Francesco Pittari 
Anna                                      Madina Karbeli 


Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona





Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

CENERENTOLA DI G. ROSSINI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI – GIOVEDÌ 18 GIUGNO2015




Bella occasione per riascoltare uno dei capolavori rossiniani al Teatro San Carlo di Napoli. Collaudata la bella e tradizionale regia di Paul Curranqui ripresa da Oscar Cecchi. Segue il libretto, la favola e complici i bellissimi costumi di Zaira De Vincentiise le fiabesche scene di Pasquale Grossi, non disturba e lascia che il pubblico si goda la vicenda senza alcun tipo di “travisamento”. Una regia di tradizione per la più tradizionale delle favole. Molto efficace e ben pensata!

La direzione d’orchestra di Gabriele Ferro è stato il vero grande limite di questa produzione.
Pesante, privo di brio, privo di tempo teatrale, ha reso piatta anche una favola di gusto e di umore come Cenerentola. Innumerevoli gli sfasamenti con il palcoscenico e la mancanza di “collante” tra la buca e gli Artisti più volte costretti a tempi antimusicali ed a cercare di “spingere” avanti alcuni tempi invero letargici.
L’Orchestra è stata grigia, priva di colori, di verve e di quella malizia che è necessario ricercare nel suono per questo tipo di repertorio.

Buono il Coro maschile diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate decisamente meglio anche se con la difficoltà di una “guida” in Orchestra tanto deficitaria.

Serena Malfinel ruolo di Cenerentola ha mostrato grandi qualità. La giovane mezzosoprano, quasi sconosciuta ai più è un elemento da tenere d’occhio. La voce è pulita, timbrata, ampia; le risonanze gravi sono molto naturali e l’estensione importante. Sgrana ogni agilità con la dovuta tecnica di emissione e non sbaglia un solo passaggio virtuosistico. La voce è di qualità e viene utilizzata nel migliore dei modi; l’interprete poi è accattivante, sempre presente nelle scene di Assieme e mai caricata fuori misura.

Ottimo il Don Ramiro di Maxim Mironov; voce acuta, estesa, pulita e sicura in tutti i registri. Il timbro è molto bello ed è un cantante di grande sicurezza tecnica che risolve, nonostante un podio che rema contro, in modo esemplare le tante asperità del suo ruolo.

Semplicemente perfetto il Dandini di Simone Alberghini, forte di una voce squillante e di bello smalto. Interpreta il ruolo divertendosi e divertendo, è scaltro, sicuro, un attore consumato e vocalmente impeccabile.

Di rilievo anche l’Alidoro di Luca Tittoto che ha esibito una voce ampia, scura e sicura su tutta la gamma. Ha reso il suo personaggio non un mero “contorno” della vicenda ma una presenza costante e importante.

Un pochino al di sotto degli altri il basso Carlo Lepore nel ruolo di Don Magnifico; la voce è sonora, di bellissimo colore, timbratissima; il fraseggio nelle parti di canto più “spiegate” è di altissima qualità e l’interprete è decisamente di gusto e di livello. Il problema, a mio avviso, è nel canto sillabato e nella scansione del declamato “veloce” dove, per cantare ogni singola nota, il timbro si perde e la voce, di per sé magnifica, lascia per strada molte delle sue qualità. Forse sarebbe stato meglio ascoltarlo in Alidoro dove le sue qualità non avrebbero ceduto il passo ad un canto che si sente poco vicino alla natura di questa stupenda voce.

Discreti gli interventi di Caterina di Tonnoe Candida Guida, rispettivamente Clorinda e Tisbe; la prima perfetta nel suo ruolo ma con una voce un pochino vetrosa, la seconda decisamente poco a fuoco come vocalista ma di ottima presenza scenica.

Al temine buon successo per l’intera compagnia di canto con un pubblico un pochino stanco e distratto.

 Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                   Gabriele Ferro
Regia                          Paul Curran ripresa da Oscar Cecchi
Maestro del Coro    Marco Faelli
Scene                          Pasquale Grossi
Costumi                     Zaira De Vincentiis


GLI INTERPRETI

Don Ramiro              Maxim Mironov
Dandini                      Simone Alberghini
Don Magnifico          Carlo Lepore
Angelina,
 sotto il nome
di Cenerentola          Serena Malfi
Clorinda                      Caterina di Tonno
Tisbe                            Candida Guida
Alidoro                        Luca Tittoto

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli





Foto Teatro San Carlo di Napoli

IL SUONO GIALLO, A. SOLBIATI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, MARTEDI’ 16 GIUGNO 2015




C’era molta attesa per la presentazione al Comunale di Bologna dell’opera di Alessandro Solbiati ‘Il suono giallo’, ispirata liberamente alla composizione Der gelbe Klang di V. Kandinskij ed in prima esecuzione assoluta. Un lavoro certo molto particolare per palati forti che possiede in sé la dirompente disperazione, angoscia e precarietà dei tempi nostri, sia dal punto di vista scenico che musicale. Della durata di circa un’ora e venti, si compone di sei quadri preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo, intercalati da sette intermezzi musicali. Gli interpreti qui sono più attori che cantanti, definiti ‘giganti’, ed il coro che commenta le loro azioni è diviso in grande, seduto fuori scena, e piccolo, che agisce sul palco.
Ciò che costituisce il libretto dello stesso compositore si avvale dei versi del grande pittore russo per l’occasione affiancati da alcune note scritte da lui per il saggio Über die Mauer, che nelle intenzioni di Solbiati servono ad esplicare meglio i contenuti del componimento in funzione della messa in scena. Qui gli esseri viventi si uniscono e si allontanano, soffrono e si disperano, un senso di inadeguatezza espresso con forza pervade nell’atmosfera, in quello che vuole essere un percorso che parte dall’oscurità per poi aspirare alla luce, alla calma ed alla speranza di andare avanti. 
Le parole che ascoltiamo sono però piuttosto confuse e sostanzialmente fini a se stesse nel descrivere questa sorta di stato allucinato da parte di chi le pronuncia, come in preda a un delirio. Vi è un ampio uso di sinestesie ed ossimori con la descrizione di rocce parlanti, nerissime lotte, tenebrosa luce, ma compaiono qua e là anche bestemmie, preghiere, sogni, lacrime, risa, e così via. In estrema sintesi una serie di visualizzazioni senza un particolare filo conduttore, che vengono lamentosamente cantate dagli interpreti in un generale e profondo senso di sconforto.

In questo contesto si inserisce la regia di Franco Ripa di Meana coadiuvata da Marco Gnaccolini per la specifica drammaturgia:un susseguirsi di azioni sconclusionate, che rimarcano l’indefinitezza del testo enunciato.  I volti sono espressione di inquietudine, vi è chi corre avanti e indietro o salta con una immaginaria corda, chi si fa la barba coprendo di schiuma tutta la testa in un video proiettato, insomma tutta una serie di atti senza senso compiuti in mezzo al mucchio da coristi, cantanti e comparse, che sembrano a loro volta terrorizzati da qualcosa che li disturba, fuggendo spesso di corsa dalla sala e ricomparendo poi sul palco. Non mancano passeggiate intorno al pubblico che obiettivamente viene investito da una sorta di inquietudine, evidente fin dalle prime battute. Classica spruzzatina di liquido sanguigno a macchiare le sottovesti in cui restano le coriste, nonché di liquame giallo per richiamare il titolo dell’opera.

Ovviamente molto sui generis è la scena di Gianni Dessì in cui il colore giallo torna nella tinta di una stanza rovesciata e che man mano si riduce al solo pavimento; compaiono gigantesche maschere mostruose pendenti dall’alto come a schiacciare gli interpreti, e passiamo continuamente dal nulla più totale all’utilizzo di elementi alquanto assurdi. Dulcis in fundo infatti, un enorme pugno alzato alla maniera comunista che regge la sagoma di una lampada gialla a forma di casetta, è l’ultimo elemento di questa che più che una scenografia sembra frutto di una tremenda allucinazione.

Studiati ad hoc sono quindi gli effetti luminosi di Daniele Naldi, che sottolineano i momenti topici con luce a giorno verso la sala o con profonda oscurità come richiesto spesso dal testo.

La musica di Solbiati non può che essere un adeguamento profondamente viscerale a tutto questo caos e senso di incompiuto: non potevamo certo aspettarci una melodia uniforme che risollevasse lo spirito del libretto, ed infatti il compositore ha concepito una serie di suoni enigmatici che accompagnano descrivendoli gli episodi piuttosto assurdi che si succedono sul palcoscenico ed in sala. Dunque un largo uso delle percussioni, delle pause, di suoni smorzati e poi ampliati, per un ascolto complessivamente visionario che mette in risalto attese e sospiri, fino alle paure più inconsce. Il Maestro Marco Angius ha guidato l’orchestra del Comunale in risposta a quanto richiesto con precisione e secondo noi con stoico entusiasmo. In questo senso il direttore è riuscito a rendere in pieno il senso di sospensione astratta di Kandinskij.  Le voci chiamate a sostenere tale peso sono presenti in tutti e cinque i registri: Paolo Antognetti tenore, Alda Caiello soprano, Maurizio Leoni baritono, Laura Catrani mezzosoprano ed il basso Nicholas Isherwood. Come detto sono sono stati soprattutto attori in questo contesto e molto concentrati nell’eseguire le certo non semplici frasi cantate. Fondamentale il contributo delle comparse Viviana Filippello, Deborah Frittelli, Valeria Miserandino, Lorenzo Garufo, coinvolti in questo incubo visivo nell’interagire con i cantanti.

Sparuti dissensi tra un pubblico non molto folto che ha applaudito principalmente Solbiati ed il direttore Angius. Qualcuno ha lasciato la sala anche prima del termine.

Maria Teresa Giovagnoli

LA  PRODUZIONE

Direttore
Marco Angius
Regia
Franco Ripa di Meana
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Scene e costumi
Gianni Dessì
Luci
Daniele Naldi
Drammaturgia
Marco Gnaccolini

GLI   INTERPRETI

Soprano
Alda Caiello
Mezzosoprano
Laura Catrani
Tenore
Paolo Antognetti
Baritono
Maurizio Leoni
Basso
Nicholas Isherwood


Progetto scenico di Franco Ripa di Meana e Gianni Dessì

Realizzazione dei contributi video di Carlo Cifarelli
Attori: Maria Viviana Filippello, Deborah Frittelli, Valeria Miserandino, Lorenzo Garufo.

Nuova produzione Teatro Comunale di Bologna
Commissione Teatro Comunale di Bologna
Prima rappresentazione assoluta

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna




Foto Rocco Casaluci

FAUST, C. GOUNOD - TEATRO REGIO DI TORINO, DOMENICA 14 GIUGNO 2015





Se è vero che la filosofia si occupa spesso di analizzare dicotomie quali il bene verso il male, l’innocenza verso il peccato, l'oscurità verso la luce.., un’opera filosofica come Faust di Gounod si presta tout court a rappresentare tutto ciò che queste ed infinite altre antinomie rappresentano. Da qui parte lo spettacolo interamente concepito da Stefano Poda andato in scena in questi giorni al Teatro Regio di Torino. Il poema di Goethe da cui deriva l’opera è qui rappresentato nel suo significato più squisitamente filosofico e psicologico: la paura di invecchiare ma allo stesso tempo il voler conservare l'esperienza e la saggezza che ne derivano, lasciarsi tentare dalle gioie della giovinezza pur conoscendone le conseguenze per l'anima, scegliere i piaceri dell'amore rischiando grandi sofferenze. 

Ecco dunque che il buio si miscela alla penombra, con lampi di chiarore misto a fumo denso in una ambientazione che sembra uscire dalle viscere della terra, con le pareti sceniche ruvide, squadrate, dai colori smorzati che tendono al terriccio e dalle quali sembra spuntare come da una voragine l’enorme cerchio che incombe, abbraccia ed accoglie i personaggi che vivono intorno, sopra ed in esso. Poda ci ha abituati a queste ambientazioni visionarie e in questo caso sono molto accentuate visti i temi trattati. Con pochi dettagli le scene sono servite, ed ecco che una montagna di libri accatastati ci porta nello studio di Faust, il giardino di Marguerite è incastonato nell’anello gigante ed è costituito solo da due forme arboree bianche,  pure come la fanciulla all’inizio dell’opera; la sua stessa prigione è un insieme di catene che partono sempre dal cerchio roccioso, da cui sono trattenute anche le anime di sventurati che si muovono e saltellano quasi come insetti. Infine, l’anello misterioso nell’apoteosi definitiva sembra proprio squarciare lo sfondo e moltiplicarsi all’infinito, come a tornare dal punto di partenza.

In tale visione anche i costumi, per la verità molto ben forgiati e concepiti dallo stesso regista, si dividono tra colori prevalentemente scuri con dettagli ornamentali in risalto ed il bianco panna della sola Marguerite (che però appare in stato interessante in un abbastanza scontato rosso). Non manca il rosso fuoco anche nelle scene conviviali ove Méphistophélès rappresenta la summa di tutte le tentazioni. Tutto ha un senso, una funzione ed un significato in questo allestimento dalle atmosfere cupe, misteriose e ricche di simbologie, in cui probabilmente ognuno di noi può immergersi con risvolti sempre diversi.

Interessante la compagnia di canto che ha dovuto offrire oltre ad un ottimo canto anche energia e doti interpretative efficaci, come accade sovente nelle regie odierne, sempre più movimentate e diremmo ‘attive’.
Il tormentato ed insaziabile Faust è interpretato da Charles Castronovo che ha al suo forte una vocalità piuttosto vellutata nel centro, pur raggiungendo le vette tenorili senza problemi, il che lo aiuta a tratteggiare un professore dalle tinte aspre e forti.
Ildar Abdrazakov è il vero vincitore sulla scena. Non c’è nulla che l’interprete sembri non poter fare dal punto di vista interpretativo: a tal punto si è immedesimato nel suo Méphistophélès, la cui voce, pur non essendo secondo noi esageratamente profonda, si giova del suo timbro particolare per gestire la parte con versatilità oltre che sicurezza.
Alla dolcezza di Irina Lungu si unisce anche un pizzico di ingenuità mista a quel tanto di malizia che fa cadere in tentazioni, pur restando in fondo fedele alla propria natura. Con un canto uniforme e ben cesellato il soprano fa vivere una Marguerite convincente e ricca di sentimento.
Non male il Valentin del baritono Vasilij Ladjuk che presenta una vocalità che tende al chiaro quando si spinge nella zona alta del suo registro, aggiungendo molta umanità al ruolo del combattivo fratello e soldato.
Ketevan Kemoklidze intesse un Siebel delicato per linea di canto ed interpretazione, come giustamente una interprete femminile è chiamata a fare in questo ruolo: una presenza gentile e fedele su cui Marguerite può sempre contare.
Chiudono il cast il Wagner di un non particolarmente significativo Paolo Maria Orecchia e la Marthe di Samantha Korbey, qui provocante e disinibita.

L’orchestra guidata da Gianandrea Noseda è asciutta ma imponente, avvolgendo tutta l’opera di  sonorità ampie e multi sfaccettate, che seguono gli eventi e vi si adattano. Il maestro cura il contatto col palcoscenico con attenzione e rigore, gestisce l’orchestra con la padronanza di chi conosce i suoi musicisti.
Ottimi la compagnia di ballo ed il coro del Teatro Regio preparato da Claudio Fenoglio.

Successo pieno per tutti con ovazioni per gli interpreti principali, il regista ed il direttore.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE
Direttore d'orchestra
Gianandrea Noseda
Regia, scene, costumi,
coreografia e luci

Stefano Poda
Assistente
Paolo Giani Cei
Maestro del coro
Claudio Fenoglio

GLI INTERPRETI
Il dottor Faust, filosofo 
Charles Castronovo
Méphistophélès 
Ildar Abdrazakov
Valentin, soldato,
fratello di Marguerite 

Vasilij Ladjuk
Marguerite 
Irina Lungu
Siebel, studente, allievo di Faust

Ketevan Kemoklidze
Marthe, custode di Marguerite

Samantha Korbey
Wagner, amico di Valentin

Paolo Maria Orecchia

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Nuovo allestimento 
in coproduzione con Israeli Opera (Tel Aviv)
e con Opéra de Lausanne







Foto Ramella &Giannese

CHANSONS DA HAYDN A RAVEL CON LAURA POLVERELLI – TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, MARTEDI’ 9 GIUGNO 2015



Continua il percorso delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza che ha ospitato per una sera il mezzosoprano Laura Polverelli ed il Trio Albrizzi costituito da Andrea Dainese al flauto, Giuseppe Barutti al violoncello ed Elisabetta Bocchese al pianoforte.

Il programma molto ricco ed impegnativo comprendeva pezzi composti in un arco di tempo piuttosto ampio che va dalla seconda metà del diciottesimo alla prima metà del ventesimo secolo. Spicca nella prima parte del concerto la lunghissima e toccante cantata Arianna a Naxos composta da Haydn tra il 1789 ed il 1790 per solo voce e fortepiano e come noto orchestrata in un secondo momento. La forza drammatica della composizione è sottolineata già nei recitativi che precedono le due arie, pregni della disperazione che la principessa Arianna prova all’abbandono del suo amato Teseo. Sembra quasi di sentire la sofferenza e la relativa rabbia che fa mancare il fiato nell’accorgersi di essersi fatti illudere da un lusinghiero sogno fallace… La melodia stessa tratteggiata e poi trasognata si riflette nell’emissione vocale che da quasi accennata si fa sempre più intensa, fino ad esplodere nelle arie con energia e sentimento. Laura Polverelli è stata straordinaria nel sottolineare il testo e a dare realmente ‘voce’ alla parola affinché a noi arrivassero i lamenti della sfortunata principessa. Con i due Lieder completati nel 1884 da Brahms, Gestillte Sehnsucht e Geistliches Wiegenlied, vi è il passaggio dalla tempesta precedente all’elegia nostalgica e cullante di questi canti meditativi, che però nascondono eco di desideri non placati nel cuore, carichi di immagini e suoni naturalistici e lievi come il sonno di un neonato.

Il flauto è il protagonista evocato nel testo di Hugo da cui Saint Saёns e Caplet trassero rispettivamente la meravigliosa Une Flûte invisibile, breve e delicata come il soffio di una brezza inaspettata, e Viens! Une Flûte invisibile soupire.. a cui si aggiunge una sottile vela melanconica.
Della piccola sezione dedicata a Massenet molto gradevoli sono i due canti per voce e piano dedicati alla terra spagnola, ove il tocco dei tasti pare esaltare la sensualità dei versi in essi contenuti.
Infine un ritorno al sogno e all’idealizzazione con le Chansons Madécasses di Ravel del 1925. Una lunga dedica al Madagascar in cui torna il mito della Natura e della sua bontà contrapposta alla malvagità dell’uomo, in questo caso inteso come il colonizzatore invasore che tutto pretende e prende senza ritegno.

Se per ciascuno dei pezzi eseguiti Laura Polverelli è riuscita a porre il canto e la sua voce vellutata  al servizio della parola, della melodia e del gusto delle diverse epoche compositive, meno convincente è a noi parso il trio Albrizzi, non molto coinvolgente sia in formazione completa che con i singoli elementi per quanto concerne l’ accompagnamento alla voce del mezzosoprano, ove ci è parso talvolta appesantire il suono più che coglierne il carattere e il sentimento. Meglio invece nei pezzi squisitamente strumentali, il Trio in Sol maggiore Hob XV:15 per pianoforte, flauto e violoncello di Haydn e l’élégie Op. 24 pour violoncello et piano di Fauré, ove forse una più aperta esposizione ha permesso di esprimere maggiormente la linfa vitale dei contenuti esposti.

In un teatro piuttosto pieno il pubblico attento e coinvolto ha mostrato di gradire l’intero programma con applausi convinti e prolungati.

Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA

Franz Joseph Haydn (1732-1809)
• “Arianna a Naxos”Cantata a voce sola con accompagnamento del fortepiano
Hob XXVIb:2

• Trio in Sol maggiore Hob XV:15 per pianoforte, flauto e violoncello

Johannes Brahms (1833-1897)
• Zwei Geistliche Lieder op. 91 per contralto, viola (o violoncello) e pianoforte

Camille Saint–Saëns (1835-1921) 
• “Une Flûte invisibile” (Victor Hugo) pour chant, flûte et piano

André Caplet (1878-1925)
• “Viens! Une Flûte invisibile soupire...”

Gabriel Fauré (1845-1924)
• élégie Op. 24 pour violoncello et piano

Jules Massenet (1842-1912)
• élégie pour mezzosoprano, violoncelle et piano
• “Chanson andalouse” pour chant et piano
• “Nuit d’Espagne” pour chant et piano

Maurice Ravel (1875-1937)
• “Chansons Madécasses” pour chant, flûte, violoncelle et piano


Foto Teatro Olimpico Vicenza