PREMIO GIUSEPPE LUGO EDIZIONE 2015 – PARCO VILLA VENTO, CUSTOZA (VR)



Nello splendido parco di Villa Vento a Custoza ed alla presenza delle autorità locali si è tenuta la ventiduesima edizione del premio intitolato al grande tenore Giuseppe Lugo, in una serata calda e piacevolmente ricca di pubblico affezionato e festante. Questo ormai storico riconoscimento istituito nel 1994 dal Comm. Giuseppe Pezzini e che fino all’anno scorso vedeva come presidente del comitato la compianta Magda Olivero ha assegnato la preziosa targa al tenore Ramón Vargas, il grande interprete belcantista dalla lunga carriera internazionale che è arrivato proprio ieri direttamente dal Messico e che per via del lungo viaggio non ha potuto cantare per il suo pubblico. Ha tenuto comunque a precisare di essere molto onorato del riconoscimento ottenuto e promesso che tornerà per  esibirsi alla prima occasione.
A dedicare note ed mozioni al tenore ed al pubblico presente nello splendido giardino della villa sono stati suoi cari colleghi che, accompagnati dalla sempre perfetta Patrizia Quarta al piano, sono attualmente impegnati nella stagione areniana a Verona, più una giovane promessa.

Partiamo proprio dal basso Alberto Bonifazio, chiamato al volo in sostituzione dell’indisposto Carlo Colombara, è il vincitore della ventiduesima edizione del concorso internazionale Riccardo Zandonai di Riva del Garda ed è stato una piacevole sorpresa della serata, mostrando del buon materiale su cui continuare a studiare e a lavorare. Dopo ‘Vecchia zimarra’ del filosofo  Colline dalla Bohème di Puccini, ha saputo offrire una buona interpretazione de ‘La calunnia’ del furbo don Basilio dal rossiniano Barbiere di Siviglia. La sua voce è certamente ancora acerba, ma considerando la giovanissima età e la buona capacità interpretativa ci auguriamo tante belle soddisfazioni per il giovane basso.

Grande esperienza e maturità vocale invece per il soprano Susanna Branchini. L’elegantissima interprete si è cimentata in due ruoli molto differenti tra loro: Abigaille del Nabucco e la dolce Leonora del Trovatore di Verdi, ma dando un forte carattere ad entrambi i ruoli, mostrando una voce piena nel corpo ed uniforme nell’ emissione. La sua Abigaille è austera e passionale nella celebre ‘Ben io t’invenni o fatal scritto’, così come affatto tenera appare la Leonora nel lungo e coinvolgente duetto del quarto atto con Federico Longhi, che abbiamo potuto apprezzare in due ruoli di rilievo: il conte di Luna per l'appunto ed il meraviglioso Falstaff, in cui ci ha particolarmente colpito per come ha saputo sfruttare la voce in funzione dell’espressività del personaggio, pur trattandosi di una esecuzione in  concerto, nell’aria ‘E’ sogno? O realtà?’.

Il mezzosoprano Sanja Anastasia è stata per noi la principessa di Bouillon dalla Adriana Lecouvreur di Cilea con ‘Acerba voluttà’, un’altra aria spessissimo eseguita in concerto, come anche ‘O don fatale’ della principessa Eboli dal Don Carlos di Verdi. La cantante mostra una voce forte di un registro medo pieno e voluminoso, anche se talvolta i suoni sono un po’ duri in acuto. L’interpretazione è sentita e ricca di passionalità.

Successo pieno per tutti a conclusione di un’altra splendida serata di musica, bellezza e amicizia.

Maria Teresa Giovagnoli




TOSCA, G. PUCCINI – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 26 GIUGNO 2015





Con il terzo appuntamento in cartellone la Fondazione Arena di Verona ripropone uno degli spettacoli più impressionanti e di successo allestiti negli ultimi anni, la Tosca che il regista Hugo de Ana ideò nel 2006 curandone anche le scene, i costumi e gli effetti di luce. Nonostante siano passati quasi dieci anni dalla sua prima messa in scena, conserva ancora tutta la forza ed il fascino della novità, anche per gli habitué delle stagioni areniane. Con qualche minuscola modifica abbiamo potuto ancora una volta seguire il dramma del talentuoso pittore e della famosa cantante perseguitati dalla legge e dalla sorte. Vi è un diretto filo che unisce le passioni dei protagonisti a tutto ciò che lo spettatore è invitato ad osservare. I meravigliosi costumi dai colori accesi del giallo, rosso ed azzurro richiamano alla passione carnale, le luci soffuse in chiaro scuro avvolgono il dramma man mano che esso si sviluppa, e la mastodontica testa d’angelo del castello romano che sovrasta le scene sembra quasi ammonire i presenti per le colpe di cui si macchiano: il fuggiasco Angelotti, l’implacabile Scarpia per la sua crudeltà, Cavaradossi per aver sfidato il governo vigente, e su tutti la volitiva Tosca, prima assassina e poi suicida. Al colpo di cannone che illumina a giorno l’anfiteatro il pubblico resta come sempre stupito, per poi commuoversi ancora per gli effetti scenografici del Te deum, effettivamente il pezzo forte di questo allestimento ormai diventato storico.


Non possiamo che definire stoica la direzione orchestrale di Riccardo Frizza, chiamato davvero all’ultimissimo momento a sostituire il Maestro Julian Kovatchev assente per gravi motivi di salute, e che ha preso in mano la situazione permettendo allo spettacolo di andare in scena. Il direttore sceglie una direzione per così dire prudente, staccando tempi morbidi e delicati, perdendo talvolta il ritmo degli eventi, ma stimolando continuamente i musicisti per mantenere con successo il contatto con gli interpreti.  

Trionfatrice della serata una fantastica Hui He che unisce una dolcezza particolare alla passionalità del personaggio, grazie anche alla musicalità della sua voce pastosa. La linea di canto è perfetta, l’esecuzione è sicura in ogni sua parte, da’ vita ad una Tosca sensibile e meravigliosamente verace; il suo Vissi d’arte toglie quasi il fiato.

Certo il Cavaradossi di Marco Berti è sanguigno e pieno di spirito combattivo. Il tenore dona tantissimo al ruolo del sovversivo che mette tanta passione nell’arte e nell’amore per la sua donna, pur presentando difficoltà nelle note di passaggio con qualche portamento di troppo.
Aspro per voce e carattere lo Scarpia di Marco Vratogna che offre un barone cupo, molto caricato sia vocalmente che dal punto di vista interpretativo.

Ben cantato ed impersonato con efficacia il sagrestano di Federico Longhi, come pure il turbolento Angelotti di Deyan Vatchkov. Spoletta e Sciarrone sono rispettivamente Paolo Antognetti e Nicolò Ceriani, mentre Romano Dal Zovo è il carceriere. Sempre difficile trovare un buon pastorello che qui è interpretato da un emozionato Federico Fiorio.
Il coro areniano è ancora una volta preparato da Salvo Sgrò, che offre una buona e come noto coreografica esecuzione assieme al coro di voci bianche A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini.

Successo da parte di un pubblico pienamente soddisfatto, che ha tributato applausi ed ovazioni soprattutto alla coppia protagonista ed al direttore.


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra                      Riccardo Frizza
Regia, scene,
costumi e luci                                    Hugo de Ana
Maestro del Coro
                             Salvo Sgrò
Direttore allestimenti s
cenici                                                 Giuseppe De Filippi Venezia
Coro di Voci bianche                      
A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini

Gli Interpreti

Tosca                                                 Hui He 
Cavaradossi                                      Marco Berti 
Scarpia                                              Marco Vratogna 
Angelotti                                            Deyan Vatchkov
Sagrestano                                        Federico Longhi
Spoletta                                             Paolo Antognetti
Sciarrone                                           Nicolò Ceriani
Un Carceriere                                   Romano Dal Zovo
Un Pastorello                                     Federico Fiorio



Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona







Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

JUDITHA TRIUMPHANS, devicta Holofernis barbarie; A. VIVALDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 25 giugno 2015




Mettere in scena un oratorio del diciottesimo secolo è certamente una operazione molto coraggiosa ma allo stesso tempo una sfida interessante che La Fenice di Venezia ha raccolto con entusiasmo e dobbiamo dire con ottimi risultati, visto lo spettacolo ben costruito che la regista Elena Barbalich ha ideato per questa non facile partitura composta da Antonio Vivaldi all’epoca in cui la Serenissima Repubblica Veneziana trionfò dopo strenue resistenze contro i Turchi nell’isola di Corfù, nel 1716. Con un parallelismo tra la cultura ellenica pregna di personaggi femminili mitologici e l’episodio biblico della nobile Juditha che la vince sul nemico per liberare la sua città, la regista permea lo spettacolo più che sulla scena materiale sugli effetti dati da una giusta atmosfera e una intelligente impostazione drammaturgica. Esempio ne è la centralità del coro femminile che quasi condivide le stesse emozioni della protagonista, giungendo anche a circondare l’orchestra posta giustamente sul palco fuori scena, per una maggior fusione con gli eventi in essere.
Così con un gioco di luci che dall’intensità dei gialli o dei rubini passano alla penombra o all’oscurità definitiva, volti, azioni, espressioni e movenze sono costantemente esaltati in una ambientazione di per sé essenziale ma funzionale ai movimenti scenici, opera di Massimo Checchetto . Anche i costumi di Tommaso Lagattolla sono pensati specificamente in base alla funzione di ciascun personaggio, con un occhio rivolto alla chiesa della Pietà della prima rappresentazione assoluta ed al modo in cui pare fossero abbigliate le fanciulle che al tempo popolarono quella prima esecuzione.

 A dar vita ad uno spettacolo così particolare un cast di artiste davvero azzeccato per caratteristiche vocali e capacità interpretative.
Ottima la Juditha di Manuela Custer, che unisce al temperamento da eroina anche le movenze e la sensualità di una donna seduttiva che con distacco sa fondere rabbia e passione per ottenere ciò che la patria le richiede. La monumentale parte vocale cui è sottoposto il ruolo è risolta dall’interprete con grande intensità e precisione tra balzi di ottava, suoni dissonanti e continui saliscendi sul rigo.

Holofernes è una strepitosa Teresa Iervolino la cui voce dal timbro squisitamente contraltile le permette di entrare nel ruolo del condottiero in modo credibile per stile e tecnica.
Bravissima anche  Paola Gardinanel ruolo di Vagaus, la cui famosissima e funambolica ‘Armatae face et anguibus’ non fa che coronare una intera serata di grazia per la sua voce agilissima e ricca dal colore leggermente ambrato.  Per lei ovazioni dal pubblico.

Molto bene l’Abra di Giulia Semenzato che offre una voce dal buono squillo e ben proiettata in avanti nonostante il volume non gigantesco.
Scura ed austera sia per portamento che per caratteristiche vocali Francesca Ascioti nel ruolo del Sommo sacerdote Ozias.
Ottime le coriste del teatro La Fenice preparate da Claudio Marino Moretti, come detto parte integrante della messa in scena per esigenze registiche.

L’orchestra di questo oratorio si arricchisce del suono di strumenti molto particolari come, tra gli altri, le tiorbe, il mandolino, lo chalumeau, e naturalmente il clavicembalo. Guidata dallo specialista Alessandro De Marchi offre una ricchezza di suoni a sfumature che esaltano la partitura di Vivaldi, per nulla di facile interpretazione e che prevede parecchi interventi solistici; il Maestro sceglie tempi non eccessivamente stretti che seguono le interpreti agevolando sempre la parola cantata nel suo significato, aggiungendo poi un giusto brio nei momenti più concitati.

Applausi copiosi e meritati per tutti gli interpreti e l’orchestra al termine della rappresentazione.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

direttore         Alessandro De Marchi
regia               Elena Barbalich
scene               Massimo Checchetto
costumi           Tommaso Lagattolla


GLI  INTERPRETI

Juditha            Manuela Custer
Vagaus           Paola Gardina
Holofernes     Teresa Iervolino
Abra               Giulia Semenzato
Ozias              Francesca Ascioti

Orchestra e Coro del Teatro la Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nell’ambito del festival «Lo spirito della musica di Venezia» 2015







Foto Michele Crosera

AIDA, G. VERDI – ARENA DI VERONA, SABATO 20 GIUGNO 2015






Dopo il Nabucco inaugurale la Fondazione Arena di Verona prosegue il viaggio nella storia degli allestimenti più illustri andati in scena negli anni passati con l’emblema del Festival stesso, l’ Aida di Giuseppe Verdi, il cui spettacolo concepito da Franco Zeffirelli nel lontano 2002 resta uno dei più spettacolari ed apprezzati di sempre. L’imponente piramide meccanica che troneggia al centro del palco con i suoi gradoni dorati che aprendosi completano i vari ambienti, è il perno attorno a cui agiscono gli interpreti principali insieme alle numerose comparse ed il coro. Come sempre il regista fiorentino riporta in scala le ambientazioni effettivamente richieste dando così a chi osserva l’impressione di trovarsi calato nei luoghi e nel tempo della storia. Così tra sfingi, arredi raffinati e simboli sacri prende vita e si riempie un palco certo parecchio affollato, ma che siamo sicuri per tanti resta scolpito nella mente come simbolo di bellezza e grande prestigio.  
I maestosi costumi che mettono in risalto il fasto egizio in opposizione alla semplicità etiope sono opera di Anna Anni. Nuova è la coreografia dei ballabili a cura di Renato Zanella.

Svettano sull’intero cast le due interpreti femminili nei ruoli principali delle antagoniste Aida ed Amneris.
Maria José Siri torna ad interpretare la principessa etiope con ancora maggiore partecipazione rispetto a quanto abbiamo ascoltato in precedenza sempre su questo palcoscenico. Il soprano offre una voce veramente meravigliosa che incanta per la sua musicalità e per la dolcezza con cui affronta il personaggio che ama e soffre per sé e la sua patria. Perfetta in ogni registro, la sempre temibile ‘O cieli azzurri’ con tanto di do squillante è davvero commovente, per non parlare dell’ultima scena nella tomba, quasi da lacrime. Una prova maiuscola.  

Degna rivale è la grande Amneris di Anita Rachvelishvili. Anche il mezzosoprano conferma l’ottima prova dello scorso anno grazie al suo strumento incredibilmente potente, forte e dal colore particolarissimo, brunito ed accattivante. La sua è davvero una voce areniana che svetta e raggiunge brillantemente ogni angolo dell’anfiteatro, in aggiunta ad una interpretazione di carattere, sensualità e regalità; una vera gioia ascoltarla.

Non all’altezza delle colleghe il tenore Carlo Ventre nel ruolo di un Radames cui cuore e passione non sono supportati da una voce ampia e sicura che difatti sembra arrivare al termine della recita con parecchie difficoltà.  
Di Leonardo López Linares apprezziamo soprattutto le doti attoriali che gli hanno consentito di sviluppare un Amonasro autoritario cui fa sostegno una voce robusta.
Giorgio Giuseppini conferma la sua particolare propensione per ruoli di uomo maturo ed austero con un ben cantato Re d’Egitto, così come Raymond Aceto ben figura come Gran sacerdote Ramfis.
Molto buona la sacerdotessa Stella Zhang, completa il cast il messaggero di Francesco Pittari.

A tenere saldamente le redini dell’orchestra il giovane Andrea Battistoni imprime ritmi favorevoli ad uno scorrimento ideale degli eventi, con un caleidoscopio di colori e sfumature che esaltano le dinamiche della partitura ed una direzione sempre in perfetta coesione con il palco. In tale simbiosi anche il coro di Salvo Sgrò ha potuto esprimersi positivamente nei suoi interventi.

Il pubblico si è espresso favorevolmente con tutti gli interpreti ed il direttore in maniera festante e rumorosamente gioiosa.


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra            Andrea Battistoni
Regia e scene                         Franco Zeffirelli
Costumi                                  Anna Anni
Coreografia                            Renato Zanella
Maestro del Coro                  Salvo Sgrò
Direttore
del Corpo di Ballo                  Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Il Re                                       Giorgio Giuseppini 
Amneris                                 Anita Rachvelishvili 
Aida                                       Maria José Siri 
Radamès                               Carlo Ventre 
Ramfis                                   Raymond Aceto 
Amonasro                              Leonardo López Linares 
Un Messaggero                    Francesco Pittari 
Sacerdotessa                         Stella Zhang 

Primi Ballerini                      Annalisa Bardo, Teresa Strisciulli, Alessia Gelmetti,
                                              Evghenij Kurtsev, Antonio Russo


Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona







  Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

NABUCCO, G. VERDI – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 19 GIUGNO 2015




Nell’anno dell’Expo milanese la Fondazione Arena di Verona ha scelto di non investire in nuove ed esose produzioni visti anche i tempi che corrono, recuperando quindi gli allestimenti ritenuti più significativi degli ultimi anni e che possano rappresentare il nostro paese come fonte di arte e bellezza a livello mondiale. Così per la serata inaugurale è stato scelto uno dei simboli del Festival che assieme all’Aida costituisce il patrimonio dei ricordi e dei successi della storia musicale veronese, il Nabucco di Giuseppe Verdi con la regia dell’inossidabile Gianfranco de Bosio.
Come già sottolineato in altre occasioni si tratta di uno dei più classici spettacoli cui si possa assistere, ove tutto è in funzione degli eventi e sono effettivamente visibili al meglio gli ambienti necessari affinché la storia sia rispettata nella sua essenza. Abbiamo così ritrovato la città di Gerusalemme e la reggia di Babilonia con le notissime strutture architettoniche di Rinaldo Olivieri che utilizzano gli spazi sterminati del palcoscenico. Ribadiamo che i movimenti scenici di questa regia risultano un po’ appesantiti ed in generale lo spettacolo necessiterebbe di un rimodernamento.

La compagnia di canto si è distinta soprattutto per le voci maschili.
Ancora una volta ci troviamo a sottolineare quanto Luca Salsi sia spirito trainante in scena, forte di una voce importante ed imponente, dalla linea di canto uniforme in tutta la gamma, il cui Nabucco si sviluppa in un crescendo di pathos e carisma.
Piero Pretti è un Ismaele quasi perfetto: timbro setoso con l’ottava acuta squillante che unita ad una grande scioltezza interpretativa lo conduce saldo verso una serata assolutamente positiva.    
Dmitry Beloselsky è uno Zaccaria composto ed altero dalla voce robusta e ben proiettata anche nell’ampio spazio areniano.

Martina Serafin nel ruolo di Abigaille non ci ha convinto pienamente per come si è approcciata al personaggio, che talvolta è sembrato meno incisivo, anche dal punto di vista vocale, di quanto ci aspettavamo da una interprete del suo calibro.
Fenena è una discreta Nino Surguladze dalla voce vellutata e dal carattere forte ma dolce e compito.  
Il gran sacerdote è un discreto Alessandro Guerzoni, mentre Anna e Abdallo sono rispettivamente Madina Karbeli  e Francesco Pittari.

L’ orchestra guidata da Riccardo Frizza  si pone su un duplice piano nel condurre l’opera verdiana: alternando tempi larghi per i momenti più elegiaci a guizzi di brillantezza e vigore, accompagna gli interpreti con attenzione, equilibrio e compattezza armonica.

Come ormai di prassi il coro preparato da Salvo Sgrò ha offerto il bis del ‘Va pensiero’ richiesto a gran voce e suon di applausi, coronando la buona prova della serata.

Applausi scroscianti per tutti da parte di una anfiteatro gremito nonostante il freddo autunnale, che però ci ha risparmiato la pioggia, con qualche maleducato che ha lasciato l’Arena subito dopo il bis del coro.


Maria Teresa Giovagnoli 

LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra           Riccardo Frizza 
Regia                                     Gianfranco de Bosio
Scene                                     Rinaldo Olivieri 
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Direttore
allestimenti scenici               Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Nabucco                                 Luca Salsi 
Abigaille                                Martina Serafin 
Zaccaria                                 Dmitry Beloselsky 
Fenena                                   Nino Surguladze 
Ismaele                                  Piero Pretti 
Gran Sacerdote Di Belo       Alessandro Guerzoni 
Abdallo                                  Francesco Pittari 
Anna                                      Madina Karbeli 


Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona





Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

CENERENTOLA DI G. ROSSINI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI – GIOVEDÌ 18 GIUGNO2015




Bella occasione per riascoltare uno dei capolavori rossiniani al Teatro San Carlo di Napoli. Collaudata la bella e tradizionale regia di Paul Curranqui ripresa da Oscar Cecchi. Segue il libretto, la favola e complici i bellissimi costumi di Zaira De Vincentiise le fiabesche scene di Pasquale Grossi, non disturba e lascia che il pubblico si goda la vicenda senza alcun tipo di “travisamento”. Una regia di tradizione per la più tradizionale delle favole. Molto efficace e ben pensata!

La direzione d’orchestra di Gabriele Ferro è stato il vero grande limite di questa produzione.
Pesante, privo di brio, privo di tempo teatrale, ha reso piatta anche una favola di gusto e di umore come Cenerentola. Innumerevoli gli sfasamenti con il palcoscenico e la mancanza di “collante” tra la buca e gli Artisti più volte costretti a tempi antimusicali ed a cercare di “spingere” avanti alcuni tempi invero letargici.
L’Orchestra è stata grigia, priva di colori, di verve e di quella malizia che è necessario ricercare nel suono per questo tipo di repertorio.

Buono il Coro maschile diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate decisamente meglio anche se con la difficoltà di una “guida” in Orchestra tanto deficitaria.

Serena Malfinel ruolo di Cenerentola ha mostrato grandi qualità. La giovane mezzosoprano, quasi sconosciuta ai più è un elemento da tenere d’occhio. La voce è pulita, timbrata, ampia; le risonanze gravi sono molto naturali e l’estensione importante. Sgrana ogni agilità con la dovuta tecnica di emissione e non sbaglia un solo passaggio virtuosistico. La voce è di qualità e viene utilizzata nel migliore dei modi; l’interprete poi è accattivante, sempre presente nelle scene di Assieme e mai caricata fuori misura.

Ottimo il Don Ramiro di Maxim Mironov; voce acuta, estesa, pulita e sicura in tutti i registri. Il timbro è molto bello ed è un cantante di grande sicurezza tecnica che risolve, nonostante un podio che rema contro, in modo esemplare le tante asperità del suo ruolo.

Semplicemente perfetto il Dandini di Simone Alberghini, forte di una voce squillante e di bello smalto. Interpreta il ruolo divertendosi e divertendo, è scaltro, sicuro, un attore consumato e vocalmente impeccabile.

Di rilievo anche l’Alidoro di Luca Tittoto che ha esibito una voce ampia, scura e sicura su tutta la gamma. Ha reso il suo personaggio non un mero “contorno” della vicenda ma una presenza costante e importante.

Un pochino al di sotto degli altri il basso Carlo Lepore nel ruolo di Don Magnifico; la voce è sonora, di bellissimo colore, timbratissima; il fraseggio nelle parti di canto più “spiegate” è di altissima qualità e l’interprete è decisamente di gusto e di livello. Il problema, a mio avviso, è nel canto sillabato e nella scansione del declamato “veloce” dove, per cantare ogni singola nota, il timbro si perde e la voce, di per sé magnifica, lascia per strada molte delle sue qualità. Forse sarebbe stato meglio ascoltarlo in Alidoro dove le sue qualità non avrebbero ceduto il passo ad un canto che si sente poco vicino alla natura di questa stupenda voce.

Discreti gli interventi di Caterina di Tonnoe Candida Guida, rispettivamente Clorinda e Tisbe; la prima perfetta nel suo ruolo ma con una voce un pochino vetrosa, la seconda decisamente poco a fuoco come vocalista ma di ottima presenza scenica.

Al temine buon successo per l’intera compagnia di canto con un pubblico un pochino stanco e distratto.

 Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                   Gabriele Ferro
Regia                          Paul Curran ripresa da Oscar Cecchi
Maestro del Coro    Marco Faelli
Scene                          Pasquale Grossi
Costumi                     Zaira De Vincentiis


GLI INTERPRETI

Don Ramiro              Maxim Mironov
Dandini                      Simone Alberghini
Don Magnifico          Carlo Lepore
Angelina,
 sotto il nome
di Cenerentola          Serena Malfi
Clorinda                      Caterina di Tonno
Tisbe                            Candida Guida
Alidoro                        Luca Tittoto

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli





Foto Teatro San Carlo di Napoli

IL SUONO GIALLO, A. SOLBIATI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, MARTEDI’ 16 GIUGNO 2015




C’era molta attesa per la presentazione al Comunale di Bologna dell’opera di Alessandro Solbiati ‘Il suono giallo’, ispirata liberamente alla composizione Der gelbe Klang di V. Kandinskij ed in prima esecuzione assoluta. Un lavoro certo molto particolare per palati forti che possiede in sé la dirompente disperazione, angoscia e precarietà dei tempi nostri, sia dal punto di vista scenico che musicale. Della durata di circa un’ora e venti, si compone di sei quadri preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo, intercalati da sette intermezzi musicali. Gli interpreti qui sono più attori che cantanti, definiti ‘giganti’, ed il coro che commenta le loro azioni è diviso in grande, seduto fuori scena, e piccolo, che agisce sul palco.
Ciò che costituisce il libretto dello stesso compositore si avvale dei versi del grande pittore russo per l’occasione affiancati da alcune note scritte da lui per il saggio Über die Mauer, che nelle intenzioni di Solbiati servono ad esplicare meglio i contenuti del componimento in funzione della messa in scena. Qui gli esseri viventi si uniscono e si allontanano, soffrono e si disperano, un senso di inadeguatezza espresso con forza pervade nell’atmosfera, in quello che vuole essere un percorso che parte dall’oscurità per poi aspirare alla luce, alla calma ed alla speranza di andare avanti. 
Le parole che ascoltiamo sono però piuttosto confuse e sostanzialmente fini a se stesse nel descrivere questa sorta di stato allucinato da parte di chi le pronuncia, come in preda a un delirio. Vi è un ampio uso di sinestesie ed ossimori con la descrizione di rocce parlanti, nerissime lotte, tenebrosa luce, ma compaiono qua e là anche bestemmie, preghiere, sogni, lacrime, risa, e così via. In estrema sintesi una serie di visualizzazioni senza un particolare filo conduttore, che vengono lamentosamente cantate dagli interpreti in un generale e profondo senso di sconforto.

In questo contesto si inserisce la regia di Franco Ripa di Meana coadiuvata da Marco Gnaccolini per la specifica drammaturgia:un susseguirsi di azioni sconclusionate, che rimarcano l’indefinitezza del testo enunciato.  I volti sono espressione di inquietudine, vi è chi corre avanti e indietro o salta con una immaginaria corda, chi si fa la barba coprendo di schiuma tutta la testa in un video proiettato, insomma tutta una serie di atti senza senso compiuti in mezzo al mucchio da coristi, cantanti e comparse, che sembrano a loro volta terrorizzati da qualcosa che li disturba, fuggendo spesso di corsa dalla sala e ricomparendo poi sul palco. Non mancano passeggiate intorno al pubblico che obiettivamente viene investito da una sorta di inquietudine, evidente fin dalle prime battute. Classica spruzzatina di liquido sanguigno a macchiare le sottovesti in cui restano le coriste, nonché di liquame giallo per richiamare il titolo dell’opera.

Ovviamente molto sui generis è la scena di Gianni Dessì in cui il colore giallo torna nella tinta di una stanza rovesciata e che man mano si riduce al solo pavimento; compaiono gigantesche maschere mostruose pendenti dall’alto come a schiacciare gli interpreti, e passiamo continuamente dal nulla più totale all’utilizzo di elementi alquanto assurdi. Dulcis in fundo infatti, un enorme pugno alzato alla maniera comunista che regge la sagoma di una lampada gialla a forma di casetta, è l’ultimo elemento di questa che più che una scenografia sembra frutto di una tremenda allucinazione.

Studiati ad hoc sono quindi gli effetti luminosi di Daniele Naldi, che sottolineano i momenti topici con luce a giorno verso la sala o con profonda oscurità come richiesto spesso dal testo.

La musica di Solbiati non può che essere un adeguamento profondamente viscerale a tutto questo caos e senso di incompiuto: non potevamo certo aspettarci una melodia uniforme che risollevasse lo spirito del libretto, ed infatti il compositore ha concepito una serie di suoni enigmatici che accompagnano descrivendoli gli episodi piuttosto assurdi che si succedono sul palcoscenico ed in sala. Dunque un largo uso delle percussioni, delle pause, di suoni smorzati e poi ampliati, per un ascolto complessivamente visionario che mette in risalto attese e sospiri, fino alle paure più inconsce. Il Maestro Marco Angius ha guidato l’orchestra del Comunale in risposta a quanto richiesto con precisione e secondo noi con stoico entusiasmo. In questo senso il direttore è riuscito a rendere in pieno il senso di sospensione astratta di Kandinskij.  Le voci chiamate a sostenere tale peso sono presenti in tutti e cinque i registri: Paolo Antognetti tenore, Alda Caiello soprano, Maurizio Leoni baritono, Laura Catrani mezzosoprano ed il basso Nicholas Isherwood. Come detto sono sono stati soprattutto attori in questo contesto e molto concentrati nell’eseguire le certo non semplici frasi cantate. Fondamentale il contributo delle comparse Viviana Filippello, Deborah Frittelli, Valeria Miserandino, Lorenzo Garufo, coinvolti in questo incubo visivo nell’interagire con i cantanti.

Sparuti dissensi tra un pubblico non molto folto che ha applaudito principalmente Solbiati ed il direttore Angius. Qualcuno ha lasciato la sala anche prima del termine.

Maria Teresa Giovagnoli

LA  PRODUZIONE

Direttore
Marco Angius
Regia
Franco Ripa di Meana
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Scene e costumi
Gianni Dessì
Luci
Daniele Naldi
Drammaturgia
Marco Gnaccolini

GLI   INTERPRETI

Soprano
Alda Caiello
Mezzosoprano
Laura Catrani
Tenore
Paolo Antognetti
Baritono
Maurizio Leoni
Basso
Nicholas Isherwood


Progetto scenico di Franco Ripa di Meana e Gianni Dessì

Realizzazione dei contributi video di Carlo Cifarelli
Attori: Maria Viviana Filippello, Deborah Frittelli, Valeria Miserandino, Lorenzo Garufo.

Nuova produzione Teatro Comunale di Bologna
Commissione Teatro Comunale di Bologna
Prima rappresentazione assoluta

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna




Foto Rocco Casaluci

FAUST, C. GOUNOD - TEATRO REGIO DI TORINO, DOMENICA 14 GIUGNO 2015





Se è vero che la filosofia si occupa spesso di analizzare dicotomie quali il bene verso il male, l’innocenza verso il peccato, l'oscurità verso la luce.., un’opera filosofica come Faust di Gounod si presta tout court a rappresentare tutto ciò che queste ed infinite altre antinomie rappresentano. Da qui parte lo spettacolo interamente concepito da Stefano Poda andato in scena in questi giorni al Teatro Regio di Torino. Il poema di Goethe da cui deriva l’opera è qui rappresentato nel suo significato più squisitamente filosofico e psicologico: la paura di invecchiare ma allo stesso tempo il voler conservare l'esperienza e la saggezza che ne derivano, lasciarsi tentare dalle gioie della giovinezza pur conoscendone le conseguenze per l'anima, scegliere i piaceri dell'amore rischiando grandi sofferenze. 

Ecco dunque che il buio si miscela alla penombra, con lampi di chiarore misto a fumo denso in una ambientazione che sembra uscire dalle viscere della terra, con le pareti sceniche ruvide, squadrate, dai colori smorzati che tendono al terriccio e dalle quali sembra spuntare come da una voragine l’enorme cerchio che incombe, abbraccia ed accoglie i personaggi che vivono intorno, sopra ed in esso. Poda ci ha abituati a queste ambientazioni visionarie e in questo caso sono molto accentuate visti i temi trattati. Con pochi dettagli le scene sono servite, ed ecco che una montagna di libri accatastati ci porta nello studio di Faust, il giardino di Marguerite è incastonato nell’anello gigante ed è costituito solo da due forme arboree bianche,  pure come la fanciulla all’inizio dell’opera; la sua stessa prigione è un insieme di catene che partono sempre dal cerchio roccioso, da cui sono trattenute anche le anime di sventurati che si muovono e saltellano quasi come insetti. Infine, l’anello misterioso nell’apoteosi definitiva sembra proprio squarciare lo sfondo e moltiplicarsi all’infinito, come a tornare dal punto di partenza.

In tale visione anche i costumi, per la verità molto ben forgiati e concepiti dallo stesso regista, si dividono tra colori prevalentemente scuri con dettagli ornamentali in risalto ed il bianco panna della sola Marguerite (che però appare in stato interessante in un abbastanza scontato rosso). Non manca il rosso fuoco anche nelle scene conviviali ove Méphistophélès rappresenta la summa di tutte le tentazioni. Tutto ha un senso, una funzione ed un significato in questo allestimento dalle atmosfere cupe, misteriose e ricche di simbologie, in cui probabilmente ognuno di noi può immergersi con risvolti sempre diversi.

Interessante la compagnia di canto che ha dovuto offrire oltre ad un ottimo canto anche energia e doti interpretative efficaci, come accade sovente nelle regie odierne, sempre più movimentate e diremmo ‘attive’.
Il tormentato ed insaziabile Faust è interpretato da Charles Castronovo che ha al suo forte una vocalità piuttosto vellutata nel centro, pur raggiungendo le vette tenorili senza problemi, il che lo aiuta a tratteggiare un professore dalle tinte aspre e forti.
Ildar Abdrazakov è il vero vincitore sulla scena. Non c’è nulla che l’interprete sembri non poter fare dal punto di vista interpretativo: a tal punto si è immedesimato nel suo Méphistophélès, la cui voce, pur non essendo secondo noi esageratamente profonda, si giova del suo timbro particolare per gestire la parte con versatilità oltre che sicurezza.
Alla dolcezza di Irina Lungu si unisce anche un pizzico di ingenuità mista a quel tanto di malizia che fa cadere in tentazioni, pur restando in fondo fedele alla propria natura. Con un canto uniforme e ben cesellato il soprano fa vivere una Marguerite convincente e ricca di sentimento.
Non male il Valentin del baritono Vasilij Ladjuk che presenta una vocalità che tende al chiaro quando si spinge nella zona alta del suo registro, aggiungendo molta umanità al ruolo del combattivo fratello e soldato.
Ketevan Kemoklidze intesse un Siebel delicato per linea di canto ed interpretazione, come giustamente una interprete femminile è chiamata a fare in questo ruolo: una presenza gentile e fedele su cui Marguerite può sempre contare.
Chiudono il cast il Wagner di un non particolarmente significativo Paolo Maria Orecchia e la Marthe di Samantha Korbey, qui provocante e disinibita.

L’orchestra guidata da Gianandrea Noseda è asciutta ma imponente, avvolgendo tutta l’opera di  sonorità ampie e multi sfaccettate, che seguono gli eventi e vi si adattano. Il maestro cura il contatto col palcoscenico con attenzione e rigore, gestisce l’orchestra con la padronanza di chi conosce i suoi musicisti.
Ottimi la compagnia di ballo ed il coro del Teatro Regio preparato da Claudio Fenoglio.

Successo pieno per tutti con ovazioni per gli interpreti principali, il regista ed il direttore.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE
Direttore d'orchestra
Gianandrea Noseda
Regia, scene, costumi,
coreografia e luci

Stefano Poda
Assistente
Paolo Giani Cei
Maestro del coro
Claudio Fenoglio

GLI INTERPRETI
Il dottor Faust, filosofo 
Charles Castronovo
Méphistophélès 
Ildar Abdrazakov
Valentin, soldato,
fratello di Marguerite 

Vasilij Ladjuk
Marguerite 
Irina Lungu
Siebel, studente, allievo di Faust

Ketevan Kemoklidze
Marthe, custode di Marguerite

Samantha Korbey
Wagner, amico di Valentin

Paolo Maria Orecchia

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Nuovo allestimento 
in coproduzione con Israeli Opera (Tel Aviv)
e con Opéra de Lausanne







Foto Ramella &Giannese

CHANSONS DA HAYDN A RAVEL CON LAURA POLVERELLI – TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, MARTEDI’ 9 GIUGNO 2015



Continua il percorso delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza che ha ospitato per una sera il mezzosoprano Laura Polverelli ed il Trio Albrizzi costituito da Andrea Dainese al flauto, Giuseppe Barutti al violoncello ed Elisabetta Bocchese al pianoforte.

Il programma molto ricco ed impegnativo comprendeva pezzi composti in un arco di tempo piuttosto ampio che va dalla seconda metà del diciottesimo alla prima metà del ventesimo secolo. Spicca nella prima parte del concerto la lunghissima e toccante cantata Arianna a Naxos composta da Haydn tra il 1789 ed il 1790 per solo voce e fortepiano e come noto orchestrata in un secondo momento. La forza drammatica della composizione è sottolineata già nei recitativi che precedono le due arie, pregni della disperazione che la principessa Arianna prova all’abbandono del suo amato Teseo. Sembra quasi di sentire la sofferenza e la relativa rabbia che fa mancare il fiato nell’accorgersi di essersi fatti illudere da un lusinghiero sogno fallace… La melodia stessa tratteggiata e poi trasognata si riflette nell’emissione vocale che da quasi accennata si fa sempre più intensa, fino ad esplodere nelle arie con energia e sentimento. Laura Polverelli è stata straordinaria nel sottolineare il testo e a dare realmente ‘voce’ alla parola affinché a noi arrivassero i lamenti della sfortunata principessa. Con i due Lieder completati nel 1884 da Brahms, Gestillte Sehnsucht e Geistliches Wiegenlied, vi è il passaggio dalla tempesta precedente all’elegia nostalgica e cullante di questi canti meditativi, che però nascondono eco di desideri non placati nel cuore, carichi di immagini e suoni naturalistici e lievi come il sonno di un neonato.

Il flauto è il protagonista evocato nel testo di Hugo da cui Saint Saёns e Caplet trassero rispettivamente la meravigliosa Une Flûte invisibile, breve e delicata come il soffio di una brezza inaspettata, e Viens! Une Flûte invisibile soupire.. a cui si aggiunge una sottile vela melanconica.
Della piccola sezione dedicata a Massenet molto gradevoli sono i due canti per voce e piano dedicati alla terra spagnola, ove il tocco dei tasti pare esaltare la sensualità dei versi in essi contenuti.
Infine un ritorno al sogno e all’idealizzazione con le Chansons Madécasses di Ravel del 1925. Una lunga dedica al Madagascar in cui torna il mito della Natura e della sua bontà contrapposta alla malvagità dell’uomo, in questo caso inteso come il colonizzatore invasore che tutto pretende e prende senza ritegno.

Se per ciascuno dei pezzi eseguiti Laura Polverelli è riuscita a porre il canto e la sua voce vellutata  al servizio della parola, della melodia e del gusto delle diverse epoche compositive, meno convincente è a noi parso il trio Albrizzi, non molto coinvolgente sia in formazione completa che con i singoli elementi per quanto concerne l’ accompagnamento alla voce del mezzosoprano, ove ci è parso talvolta appesantire il suono più che coglierne il carattere e il sentimento. Meglio invece nei pezzi squisitamente strumentali, il Trio in Sol maggiore Hob XV:15 per pianoforte, flauto e violoncello di Haydn e l’élégie Op. 24 pour violoncello et piano di Fauré, ove forse una più aperta esposizione ha permesso di esprimere maggiormente la linfa vitale dei contenuti esposti.

In un teatro piuttosto pieno il pubblico attento e coinvolto ha mostrato di gradire l’intero programma con applausi convinti e prolungati.

Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA

Franz Joseph Haydn (1732-1809)
• “Arianna a Naxos”Cantata a voce sola con accompagnamento del fortepiano
Hob XXVIb:2

• Trio in Sol maggiore Hob XV:15 per pianoforte, flauto e violoncello

Johannes Brahms (1833-1897)
• Zwei Geistliche Lieder op. 91 per contralto, viola (o violoncello) e pianoforte

Camille Saint–Saëns (1835-1921) 
• “Une Flûte invisibile” (Victor Hugo) pour chant, flûte et piano

André Caplet (1878-1925)
• “Viens! Une Flûte invisibile soupire...”

Gabriel Fauré (1845-1924)
• élégie Op. 24 pour violoncello et piano

Jules Massenet (1842-1912)
• élégie pour mezzosoprano, violoncelle et piano
• “Chanson andalouse” pour chant et piano
• “Nuit d’Espagne” pour chant et piano

Maurice Ravel (1875-1937)
• “Chansons Madécasses” pour chant, flûte, violoncelle et piano


Foto Teatro Olimpico Vicenza

IL SIGNOR BRUSCHINO, OSSIA IL FIGLIO PER AZZARDO, G. ROSSINI – TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, sabato 6 giugno 2015




Se è vero che con l’astuzia si diventa ciò che si vuole Il Signor Bruschino è uno dei più significativi e spassosi esempi di inganno riuscito, ove lo scambio di identità, grande protagonista in questo genere di rappresentazioni, fornisce motivo di riso e malintesi di ogni genere fino all’immancabile lieto fine riconciliatore. Bepi Morassi coglie in pieno questo spirito festoso nel proporre un fresco e giovane allestimento realizzato dagli allievi del laboratorio dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e prodotto in collaborazione con la Fondazione Teatro la Fenice. Integrando ed adattando i piccoli elementi scenografici curati da Erika Muraro  con lo sfondo del Teatro Olimpico vicentino, si è creato un felice gioco di interazione tra gli interpreti ed i pannelli dipinti che hanno fornito cornice ideale per la vicenda arricchendola di colore e leggerezza. I costumi di Nathan Marin risultano ben integrati nel contesto per forgia e colori vivaci.

Giovani sono anche gli interpreti che animano la compagnia di canto, ognuno capace di caratterizzare il ruolo interpretato dandone una chiave personale, frutto quindi di studio approfondito e non di mera lettura. Perfino i servitori si fanno notare con gesti, espressioni e mini gag che il regista ha voluto sottolineare sempre in primo piano a completamento della scena in corso.

Senza dubbio spicca la pasta vocale di Giulia Bolcato, che unisce alla freschezza del timbro morbido ed uniforme una garbata e altresì dinamica presenza scenica per la sua Sofia. La voce delicata si espande in avanti senza fatica e la qualità del suo fraseggio è preziosa come evidente in  ‘Ah donate il caro sposo’ 
.
Gaudenzio è il classico tutore un po’ burbero e rompiscatole che però suscita tenerezza per l’inganno subito. Ben lo sa Paolo Ingrasciotta che sì gioca in questo ruolo, forte di una vocalità scura condita con la giusta propensione al recitato.  

Altrettanto spigliato il confuso ed incredulo Bruschino padre di Francesco Toso, abilissimo nel non facile compito di apparire buffo ma mai ridicolo.

Francisco Brito tratteggia un Florville quasi guascone, furbo e disinvolto, complice anche la sua voce duttile che ben propende all’acuto,  qui al servizio delle astuzie del personaggio.

Ana Victoria Pitts è un’ottima e sciolta Marianna, dalla voce ambrata ed ampia. Ma Rui convince col suo Filiberto complice e sempre interessato ai quattrini.
Doppio ruolo per Diego Rossetto che veste i panni del commissario di polizia un po’ matto e del debosciato figlio di Bruschino.

Dimostra sempre ottima intesa con lo spartito il Maestro Giovanni Battista Rigon che con l’orchestra di Padova e del Veneto offre tempi serrati ed un suono ricco di sfumature atte a completare l’atmosfera frizzante del palco.
Bravissimo anche il maestro Pietro Semenzato al cembalo, abile nel seguire i guizzi e le finte intemperanze degli interpreti.

Applausi prolungati e convinti per tutti al termine della serata.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore    Giovanni Battista Rigon 
regia                                                  Bepi Morassi 
assistente alla regia                           Maria Selene Farinelli 
scene                                                  Erika Muraro 
costumi                                              Nathan Marin 
costruzioni                                        Marta Zen 
assistente costumi                             Maria Elena Cotti 
realizzazione scene                           Laboratorio Accademia Belle Arti di Venezia 
realizzazione costumi
ed attrezzeria                                    Laboratorio Teatro la Fenice 


GLI INTERPRETI

Gaudenzio                                        Paolo Ingrasciotta
Sofia                                                  Giulia Bolcato 
Bruschino padre                              Francesco Toso
Bruschino figlio                                Diego Rossetto
Florville                                             Francisco Brito 
Commissario di Polizia                    Diego Rossetto
Filiberto                                            Ma Rui
Marianna                                          Ana Victoria Pitts


Orchestra di Padova e del Veneto
Pietro Semenzato maestro al cembalo
Scene e costumi Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia


In collaborazione con Fondazione Teatro la Fenice



Foto Luigi De Frenza

SERSE, G. F. HÄNDEL – TEATRO GOLDONI DI VENEZIA, MARTEDI’ 2 GIUGNO 2015




Dopo l’inaugurazione ufficiale svoltasi a Milano al teatro Litta approda anche a Venezia la prima stagione targata Coin du Roi, nuova associazione musicale volta a valorizzare il repertorio operistico preromantico in contesti teatrali particolarmente adatti alla rappresentazione di  capolavori altrimenti trascurati dal nostro paese. È dunque il teatro Goldoni ad ospitare Serse, l’opera in tre atti che  Händel scrisse nel periodo londinese alla corte di re Giorgio II. Non ci troviamo certo di fronte ad un drammone storico di lotte e colpi di scena, non vi è traccia delle famosissime battaglie contro i Greci di cui sono pieni i libri di storia; siamo al centro di un modesto intreccio amoroso tra coppie insoddisfatte per non dire annoiate cui piace giocare con la sorte altrui. In tale ottica la regia di Valentino Klose vuole sottolineare quanto ad uno sfoggio apparente di benessere materiale corrispondente agli anni di massima espansione del popolo persiano, coincida una vertiginosa decadenza dal punto di vista socio-politico, decidendo anche di spostare l’azione scenica agli anni settanta del secolo scorso e quindi al periodo immediatamente precedente all’esilio dello Scià ed alla costituzione dello stato islamico. L’imperatore qui diventa un semplice dignitario e chi gli ruota attorno è parte dell’alta società locale.

Garbate le scene e davvero molto semplici i costumi, soprattutto nei primi due atti, di Alessandra Boffelli Serbolisca, che si arricchiscono nella parte finale come a sottolineare un senso di rinnovata speranza visto l’esito positivo della vicenda. Dal punto di vista drammaturgico si è scelto di lasciare che fosse la parola al centro dell’azione senza cercare una particolare caratterizzazione dei personaggi, che però sembrano talvolta lasciati a se stessi.  

Dispiace che nel passaggio da Milano a Venezia sia stato eliminato il coro di cui non abbiamo potuto apprezzare gli interventi. Così protagonista assoluta è stata dal punto di vista musicale l’ottima orchestra condotta dal Maestro Christian Frattima, capace di incontrare i dettami del regista sottolineando con giusti accenti e dinamiche appropriate quanto espresso sul palco, permettendoci anche di godere a pieno e non come semplice accompagnamento le splendide arie che hanno reso celebre questa opera, tra cui Ombra mai fu e la funambolica Crude furie.

La compagnia di canto sì è distinta per delicatezza esecutiva ed interpretativa, con qualche elemento di spicco anche nei ruoli di contorno. Arianna Stornello e Claudio Ottino nei rispettivi ruoli di Atalanta ed Elviro sono entrambi dotati di ottime capacità sia vocali che attoriali, riescono a riempire quello spazio lasciato volutamente vuoto dalla regia in favore dell’espressione personale; siamo certi che potrebbero esprimersi con successo anche in altri contesti. Non volumetrica la voce di Vilija Mikštaitė che caratterizza comunque un buon Serse convinto se pur perfettibile nelle arie più impegnative. Bella voce setosa mostra Viktorija Bakan che nelle vesti di Romilda unisce alla delicatezza timbrica una lieve ed elegante presenza scenica. Jud Perry pecca un po’ di incisività nella resa vocale ma interpreta un accorato e partecipe Arsamene. Voce interessante quella di Alessandra Visentin come Amastre ed anche intensa sulla scena. Chiude il cast un corretto Ariodate di Stefano Cianci.


Infine, complice forse il ponte festivo e la bella giornata da gita fuoriporta, il pubblico non ha riempito la platea e le gallerie del Goldoni, ma ha comunque accolto molto favorevolmente tutti gli interpreti e l’orchestra, a cui facciamo un grande in bocca al lupo per questa avventura che ci auguriamo sia foriera di successi e soddisfazioni.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

direttore                                Christian Frattima
regia                                       Valentino Klose
scene e costumi                     Alessandra Boffelli Serbolisca

GLI INTERPRETI

Amastre
Alessandra Visentin
Ariodate
Stefano Cianci
Arsamene
Jud Perry
Atalanta
Arianna Stornello
Elviro
Claudio Ottino
Romilda
Viktorija Bakan
Serse
Vilija Mikštaitė

ORCHESTRA COIN DU ROI




Fotografie Coin du Roi

ORFEO ED EURIDICE, C.W.GLUCK - TEATRO DI SAN CARLO NAPOLI, giovedì 28 maggio 2015


Orfeo ed Euridice è,  nelle intenzioni della coppia Gluck-De Calzabigi, rispettivamente compositore e librettista, un'azione teatrale per musica.
Già nella intestazione quindi, si prefigura quella rivoluzione musicale che per l'epoca doveva risultare assai dirompente. È il punto di partenza di una rivoluzione che avrà la sua tappa ulteriore nell' Alceste e che arriverà fino al raggiungimento degli anni parigini.
Orfeo ed Euridice quindi è  per Gluck una mescolatura di grande retorica teatrale e di sentimento puro ed in quest'opera  ricorre ad un chiaroscuro inventivo continuo, ad un accento di verità tragica che vuole arrivare alla scoperta della teatralità vera e della drammaturgia piu  autentica, dove colori, dinamiche e legature sono usate da Gluck per far diventare spontaneo anche quello che spontaneo non è  affatto.

Lo spettacolo visto al Teatro di San Carlo si inseriva perfettamente nell'idea  di azione teatrale.
La regista e coreografa Karole Armitage  idealizza una azione coreografica perennemente parallela alla linea del canto, a volte semplicemente coreografando i movimenti del coro e dei cantanti, a volte affiancando coppie di ballerini all' azione scenica dei personaggi creando cosi un loro doppio che ne interagisce.
Idea molto interessante ma che alla lunga risulta pericolosamente distrattiva e annoiante per il pubblico, dove il coro (se non è addirittura eliminato visivamente come nel secondo atto che canta in orchestra) e i cantanti risultano spesso delle figure immobili perse nell' immensità  dello spazio scenico del San Carlo, completamente sgombro di scenografie, per permettere appunto l 'azione coreografica. Scenografie inesistenti appunto, sostituite da fondali astratti dipinti di Brice Marden e costumi astratti semplicissimi creati da  Peter Selioupoulos che si inseriscono perfettamente nella drammaturgia creata da Stefano Paba.

Francesco Ommassini, a capo di una non  disciplinatissima orchestra del Teatro di San Carlo, predilige metronomo e dinamiche agogiche particolarmente comode, probabilmente costretto dalle azioni coreografiche in sincrono con l'azione musicale, a scapito  di una tensione drammatica che a volte stenta a decollare.
Di contro cesella con particolare cura e maestria ogni singola nota, preferendo l'aspetto elegiaco e meditativo a quello drammatico, valorizzando il lato più intimistico della partitura, regalandoci momenti veramente belli e interessanti soprattutto nella cura della concertazione del grande arioso "che puro ciel" al secondo atto. Molto curata anche la concertazione delle numerose danze anche se non filologicamente inserite nella numerazione della partitura.

Marina De Liso è  stata uno straordinario Orfeo, musicalmente e interpretativamente. Pur deficitando di una voce contraltile "tout court" la De Liso è superlativa nella cura con cui porge la voce. Ogni singola parola, ogni singolo accento risultano credibili e meditati, gli slanci vocali con cui affronta il "recitar cantando" tanto abusato nel termine quanto difficile nella realizzazione pratica, appaiono realizzati con una facilità  ed una precisione rarissimi oggi. Ci auguriamo di riascoltarla prestissimo in altri ruoli simili.

Alessandra Marianelli, e stata un'Euridice corretta e partecipe ma che non possiede nelle sue corde a nostro avviso la musicalità  richiesta per questo repertorio. La sua voce, ma soprattutto la sua interpretazione sono risultati più  spesso in sintonia con un repertorio verista che settecentesco, delineando una interpretazione fuori luogo.
Aurora Faggioli interpreta il personaggio di Amore  con professionalità e soprattutto partecipazione scenica, coreografando le sue movenze secondo il dettato di Karole Armitage, peccato che il timbro vocale risulti spesso sfibrato soprattutto nella parte alta del rigo e il fraseggio non sia esemplare.

Non perfetta per intonazione,  soprattutto nella scena dei Campi Elisi, la prova del coro del Teatro di San Carlo diretto da Marco Faelli.

Successo vivissimo per tutti con applausi convinti per Ommassini e De Liso da parte di un teatro attento e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                    Francesco Ommassini
Maestro del Coro      Marco Faelli 
Regia e Coreografia  Karole Armitage
Maitre de Ballet        Lienz Chang
Direttore della
Scuola di Ballo          Anna Razzi
Scene                         Brice Marden
Drammaturgia           Stefano Paba
Costumi                     Peter Speliopoulos
al cembalo                 Riccardo Fiorentino

GLI INTERPRETI

Orfeo                         Marina De Liso 
Euridice                     Alessandra Marianelli 
Amore                        Aurora Faggioli 

Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo
Allestimento del Teatro di San Carlo



RECITAL DI BELCANTO, TEATRO COMUNALE DI TREVISO, mercoledì 27 maggio 2015




A quarant’anni dalla sua scomparsa è sembrato più che giusto ricordare Toti dal Monte, una delle più fini interpreti belcantiste del secolo scorso e motivo d’orgoglio per la sua città, Mogliano Veneto, e la sua regione. Gli eventi a lei dedicati hanno avuto il culmine in un recital che ha visto come protagonista il soprano Jessica Pratt, affezionata alla città di Treviso in cui torna sempre volentieri soprattutto per eventi di questo genere. Accompagnata dall’Orchestra Filarmonica di Benevento e dal coro del Teatro Municipale di Piacenza, il soprano australiano ha onorato la carriera della ‘Toti nazionale’ con alcune arie ispirate alla sua folgorante carriera, tratte da opere di Rossini, Donizetti, Bellini e Verdi, per oltre tre ore di musica e buon umore.

Jessica Pratt si rivela una ospite gradevolissima e sorprendente: con una serata che l’ha vista crescere in scioltezza non costretta da specifiche briglie registiche, ha eseguito una serie di arie in cui le sue peculiarità vocali hanno potuto spiccare, soprattutto perché in una occasione così amichevole è lecito prendersi qualche libertà interpretativa. Così tra sovracuti, glissando e piccole variazioni il soprano ha indubbiamente portato a casa il ricordo di un grande successo. Come immaginavamo ha trovato la sua miglior veste nella ormai collaudatissima scena della follia di Lucia di Lammermoor, la sua voce resta salda nelle agilità ed il fraseggio perfetto completa il quadro interpretativo cui ormai siamo abituati. Con generosità e senza mostrare il minimo cedimento vocale, potremmo dire che il concerto è ricominciato addirittura con i bis, numerosi e nient’affatto leggeri, tra cui spiccano una straordinaria ed immancabile ‘E’ strano…sempre libera’, dalla Traviata, ed una davvero incantevole ‘Glitter and be Gay’ dal fantastico Candide di Bernstein, ove si denota una vena comica dell’artista che davvero non conoscevamo e che pone una corona d’alloro sull’intero concerto.

L’orchestra Filarmonica di Benevento mostra qualche limite nel reggere l’intera serata, davvero molto impegnativa per una compagine prevalentemente giovanile, ma che il Maestro Francesco Ivan Ciampa ha comunque mostrato di saper gestire e che sicuramente crescerà col tempo e con l’esperienza del direttore.

Apprezzabili gli interventi ad opera del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, tra cui ‘Norma viene’ dall’opera belliniana ed i cori dei Matadores e delle Zingarelle della Traviata di Verdi.

Sempre felici di prender parte ad eventi in cui l’arte e la bellezza siano protagonisti, come sottolineato da un soddisfatto direttore artistico Giuseppe Ajello, facciamo un in bocca al lupo alla città di Treviso, presto ancora protagonista per la quarantacinquesima edizione del celebre concorso dedicato proprio alla meravigliosa Toti dal Monte.

Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA

Gioachino Rossini: Semiramide - Overture
         Bel raggio lusinghier
         Guglielmo Tell - Overture

Vincenzo Bellini:    I puritani - Son vergin vezzosa

Giuseppe Verdi:     Traviata - Coro matadores e Coro zingarelle

Vincenzo Bellini:    Norma - Overture
                                Coro: Norma viene
                                Capuleti e Montecchi  - Oh quante volte, oh quante

Gioachino Rossini: Barbiere di Siviglia - Overture


Gaetano Donizetti: Lucia di Lammermoor - Coro D’immenso giubilo;
                                 Scena della pazzia






DON GIOVANNI, W. A. MOZART - TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, 23 MAGGIO 2015




Qualunque sia l’epoca in cui collocare il personaggio di Don Giovanni e quali siano le considerazioni moralistiche sul suo conto, esso resta un mito per tanti uomini ed un sogno per altrettante donne al cui pensiero gli animi si scaldano ed il cuore accelera il battito. Questo ragazzo giovane cui piacciono smisuratamente le donne ed ama divertirsi  non nasconde il suo stile di vita, ne fa un vanto e non vede alcun motivo per pentirsi e tornare sulla cosiddetta retta via. Per Lorenzo Regazzo che cura la regia il dissoluto potrebbe essere un ragazzo di oggigiorno un po’ sbruffoncello, rozzo, viziato e dalla ‘sniffata’ facile; un ‘tronista’ da talk show intento a scegliere tra tante candidate la vittima successiva atta ad infoltire il suo ricco catalogo di conquiste. Molto divertente e giovanile la versione di questa opera immortale di Mozart, in programma alla ventiquattresima edizione delle Settimane musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, realizzata come sempre sfruttando gli spazi della scena fissa con l’aggiunta di qualche arredo, opera di  Maria Elena Cotti, ed un gioco di luci colorate che sottolineano soprattutto le espressioni dei protagonisti, ideato da Claudio Cervelli

Regazzo sottolinea fin quasi all’esasperazione le caratteristiche dei singoli protagonisti: Donna Elvira è letteralmente una pantera furiosa quando entra in scena, Zerlina è una donna assai facile con la borsa piena di oggettini erotici con cui stuzzicare Masetto, che però si lascia distrarre soltanto da un aggeggio elettronico cui fissare il video. Si intuisce pure una relazione incestuosa tra Donna Anna e suo padre. Ma in realtà chi muove le fila della vicenda qui è un Leporello stufo del padrone opprimente e sceglie di liberarsene, guidandolo come una marionetta verso la perdizione, tanto da puntargli una pistola e sparare per sincerarsi della definitiva scomparsa nel finale.

Dal punto di vista musicale è stata scelta la versione viennese datata 1788 e quindi abbiamo ascoltato, tra l’altro, l’aria di Don Ottavio ‘Alla sua pace’ invece di ‘Il mio tesoro intanto’, la scena di Elvira ‘In quali eccessi…Mi tradì quell’alma ingrata’ (che spesso viene eseguita comunque) e l’inserimento del duetto tra Zerlina e Leporello ‘Per queste tue manine’.

Molto bene complessivamente l’esecuzione canora per i giovani protagonisti.
Il guascone davvero impenitente è stato interpretato come una seconda pelle da Luca Dall’Amico, calato nella parte in modo totalizzante, tanto nel canto quanto nella recitazione: la gestualità, le movenze ed il colore della voce ambrata si piegano al volere del personaggio che quasi agisce inconsapevolmente mosso da una forza oscura che guida i suoi passi.

Fantastico anche il Leporello di Giovanni Furlanetto, tra il malvagio ed il presuntuoso, sicuro, agile e dalla voce prorompente e ben salda in ogni passaggio. Il burattinaio  della compagnia, una volta tanto non affidata soltanto ai vizi ed alle voglie del protagonista.

Don Ottavio è il giovane Matteo Macchioni che ha una voce sottile ma molto agile e dal suono piacevole. Il suo personaggio è il meno forte del gruppo, ma il tenore regge la scena grazie alla sua precisa interpretazione vocale.

Bravissimo nel doppio ruolo di Masetto e Commendatore Abramo Rosalen che sfoggia anche una bella linea di canto grazie a voce sicura ed ampia per il suo registro.

Furiosa e vendicativa ma allo stesso tempo pragmatica la donna Elvira di Arianna Vendittelli che esordisce con una foto dell’infedele da mostrare a tutti ed esporlo al pubblico giudizio, ma poi divertita si mette a scambiare figurine con Leporello per completare l’album delle conquiste dell’infedele. Inoltre tanta energia fa il paio con una vocalità interessante ed un canto energico.

Davvero una gattina vezzosetta la Zerlina di Minni Diodati, che con voce delicata e setosa canta in modo delizioso ed uniforme con espressività e buon fraseggio. Abbiamo molto apprezzato il duettino con Leporello che raramente si ha la fortuna di sentire.

Meno convincente dal punto di vista vocale la Donna Anna di Anna Viola che ad una buona presenza scenica affianca una voce dal suono poco pulito in diversi punti.

Buoni gli interventi del Coro Iris Ensembledi Marina Malavasi .
Ormai collaudata la collaborazione con il Maestro Giovanni Battista Rigon, anche in questa produzione le sezioni dell’ Orchestra di Padova e del Veneto hanno agevolato il canto degli artisti, sottolineato i vari momenti della narrazione anche con grande personalità.
Successo pieno per tutti i protagonisti che fa ben sperare per il proseguimento del Festival.

Maria Teresa Giovagnoli

LAPRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                  Giovanni Battista Rigon 
Regia                          Lorenzo Regazzo 
assistente alla regia   Maria Selene Farinelli 
Light Designer          Claudio Cervelli 
Scene
e costumi                    Maria Elena Cotti
assistente scene
e costumi                    Matteo Paoletti Franzato 

GLI INTERPRETI

Don Giovanni            Luca Dall’Amico
Donna Anna              
Anna Viola
Don Ottavio              
Matteo Macchioni
Commendatore        
Abramo Rosalen
Donna Elvira           
Arianna Vendittelli
Leporello                  
Giovanni Furlanetto
Masetto                     Abramo Rosalen
Zerlina                      
Minni Diodati
Coro                           Iris Ensemble

Maestro del coro      
Marina Malavasi 
Orchestra di Padova e del Veneto
Stefano Gibellato maestro al cembalo





Foto Teatro Olimpico Vicenza

NORMA, V. BELLINI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, MERCOLEDÌ 20 MAGGIO 2015





Come fu per la Butterfly nel 2013 si ripete la collaborazione con l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, questa volta per l’allestimento della Norma di Bellini affidato interamente all’artista afroamericana Kara Walker. La regista al suo debutto in questo ambito cura anche i costumi e la scenografia che richiamano direttamente alle sue origini, spostando le vicende in terra africana e ad un XIX secolo dagli echi conradiani in cui si fondono colonialismo, politica e i rapporti tra razze. Norma è un’opera di amore/odio e sacrificio, di fede e tradimento: fede salda verso i propri voti ma al contempo desiderio di esserne prosciolti. Questo capolavoro offre due rivali in bilico tra la propria coscienza ed il proprio cuore, amiche/nemiche colte dalla stessa passione ma comunque sconfitte dal destino. Tuttavia cotanto fuoco che arde in queste pulsioni non arriva allo spettatore in questa produzione, nonostante le intenzioni della regista. Riconosciamo lo stile dell'artista dai disegni stilizzati naturalistici, dalle maschere della tradizione africana che si fondono e diventano paesaggio, dagli effetti luminosi in chiaro scuro. Ma tutto questo impianto non sembra seguire un chiaro filo conduttore dello spettacolo, poiché ad una innegabile bellezza visiva corrisponde un appiattimento in termini di drammaturgia che in più punti manca totalmente ed i cantanti sono quasi imprigionati in un corpo in cui sentimenti e pulsioni vengono totalmente negate. Probabilmente con qualche spunto in più e relative modifiche lo spettacolo potrebbe offrire maggior coinvolgimento e quindi aderenza al libretto.


I costumi sono ispirati ai luoghi scenici anche se non tutti ci sembrano coerenti al contesto. La compagnia di canto ha cercato così di offrire, pur con i limiti di cui sopra, i propri personaggi con quanto ciascun interprete ha del suo bagaglio di esperienza, tanto vocale quanto attoriale.

Chi ha forse maggiormente sofferto le limitazioni registiche è un fantastico Gregory Kunde il cui smalto è sempre lucido ed impeccabile: gli anni passano ma la sua voce offre sempre il colore suadente cui ci ha abituati, è fluida, stabile, gli acuti ci sono tutti ed anche se non può muoversi più di tanto in scena basta uno sguardo, una inflessione particolare della parola o qualche piccola variazione che il personaggio si sviluppa con vigore e grande energia.

L’interpretazione che invece Carmela Remigio ha di Norma è molto personale. La sua sacerdotessa è raccolta nel suo dolore tanto quanto il suo canto risulta morbido ed elegiaco, distaccandosi da quello che ci si aspetterebbe solitamente: vigore e passionalità. Il soprano crea in tal modo momenti di emotività contenuta, che però si animano nelle scene dei duetti.

Intensa ed appassionata, quasi un alter ego di Norma stessa, la splendente Veronica Simeoni. Il suo ruolo non è affatto subalterno alla protagonista, con l’intensità del suo canto potente e disinvolto, l’interprete ama, sogna, spera e desidera fino alla fine l’amore impossibile di chi è destinato a votarsi al sacrificio.

Molto ben cantato il ruolo di Oroveso interpretato dalla bella voce tenebrosa di  Dmitry Beloselskiy, come pure è interessante la voce del Flavio di Emanuele Giannino; corretta la Clotilde di Anna Bordignon che ci ha un po’ ricordato col suo fare la simpatica Mami di via col Vento.
Ben preparato come sempre il coro di Claudio Marino Moretti.

Sul podio alla testa dell’orchestra del teatro La Fenice il maestro  Gaetano d’Espinosa ci è parso voler aggiungere musicalmente ciò che in scena probabilmente si esigeva: un tocco di vitalità, una carica emotiva che queste note e queste vicende richiamano. Forse leggermente eccessivo per esempio negli interventi corali, ma la sua lettura delle partitura è dinamica, oseremmo dire fresca, come a cogliere gli intenti mancati della regia. Forse gli si potrebbe chiedere una maggiore profondità di accenti nei momenti maggiormente drammatici.

Successo pieno per tutti con punte di gradimento per Kunde e Simeoni.

Maria Teresa Giovagnoli   

LA PRODUZIONE

direttore                      Gaetano d’Espinosa
regia, scene
e costumi                    Kara Walker
maestro del coro       Claudio Marino Moretti

GLI INTERPRETI

Pollione                      Gregory Kunde
Oroveso                     Dmitry Beloselskiy
Norma                       Carmela Remigio
 Adalgisa                    Veronica Simeoni
Clotilde                      Anna Bordignon

Flavio                         Emanuele Giannino


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
progetto speciale della 56 Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia




Foto Michele Crosera

MACBETH, G. VERDI - TEATRO PETRUZZELLI DI BARI , Martedì 19 Maggio 2015




Bella ripresa di Macbeth al Petruzzelli di Bari che incornicia Luca Salsi come uno dei più grandi interpreti verdiani in circolazione.

Collaudata ed affascinante, pur senza grandi punte di novità o di clamore, la regia di Giancarlo Cobelli, qui ripresa da Lydia Biondi. L’ambiente è piuttosto asettico pur senza stravolgimenti né temporali né geografici. 
Belle le luci e il disegno di apparizioni e colori che ha trovato  Giuseppe Ruggiero; scarne le scene e belli i costumi di Carlo Diappi 

Dal punto di vista musicale le cose sono andate più che bene tranne che per la mancanza di una protagonista femminile. 
Luca Salsi nel ruolo di Macbeth è semplicemente perfetto. E’ uno di quei rarissimi esempi di puro e semplice “canto all’italiana”. Oggi rarissimo se non quasi unico. Ha una voce imponente, timbrata, sempre a fuoco in ogni passaggio. Lega i suoni con maestria e dosa il fiato in maniera mirabile. La voce si espande e si ritrae a suo piacere, fa del canto spianato un velluto divino e di quello declamato un sottile sibilo maligno. E’ un interprete di razza e dona il torvo ed il puerile e mutevole stato di Macbeth alla perfezione. E’ impossibile chiedere di più ad un artista. Somma interpretazione e grande scuola di canto! 

Ottimi i due tenori, con Salvatore Cordella impegnato nel ruolo di Macduff dove ha ben svolto il compito della sua aria. Massimiliano Chiarolla dona la sua voce timbrata e voluminosa all’eroe Malcom e viene fuori dalle parti di insieme in modo impeccabile.

Ugo Guagliardo canta il ruolo di Banco. E’ un interessante artista dotato di una voce che, pur non torrenziale, è ben emessa ed appoggiata. La sua aria ed il duetto iniziale sono cantati in modo molto corretto e ben interpretati.

Tutti gli altri svolgono al meglio il loro compito: la buona Dama di Margherita Rotondi, l’ottimo Medico e Araldo di Antonio Di Matteo, le buone apparizioni di Ivana D’Auria, Martina Pepe e Gianluca Tumino, quest’ultimo impegnato egregiamente anche nei piccoli ruoli del Domestico e del Sicario.

Unica nota davvero dolente era la Lady di Daria Masiero. Voce piccola e chioccia al centro, priva di proiezione sull’acuto e vuota nei gravi. Le agilità di forza malandate ed emesse in gola, le agilità più schiettamente belcantiste completamente glissate e spoggiate. Fatica a tenere in piedi il ruolo e lì dove cerca di arginare e forzare lo strumento che ha di natura trova dei suoni striduli e privi del giusto sostegno. L’interprete è poi alquanto manierata e priva di quella seduzione ferina e demoniaca che il personaggio richiede.

La direzione d’orchestra di Fabrizio Maria Carminati  è stata molto attenta al palcoscenico ed a creare le giuste atmosfere ed i giusti equilibri. Nulla ha potuto neanche lui con il poco volume della protagonista che spesso risultava coperta quando non proprio sovrastata dall’orchestra che pure ha suonato assai bene.
Ottimo il Coro della Fondazione Petruzzelli con una particolare menzione alla sezione delle donne impegnate nelle scene delle streghe eseguite in maniera ottimale.

Al temine applausi per tutti i protagonisti con note di trionfo per Salsi.

Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                            Fabrizio Maria Carminati
Regia                                 Giancarlo Cobelli (ripresa da Lydia Biondi)
Scene
e Costumi                           Carlo Diappi (ripresi da Valentina Dellavia)
Luci                                    Giuseppe Ruggiero
Assistente alla Regia        Pia Bitonto
Maestro del Coro              Franco Sebastiani

GLI INTERPRETI

Macbeth                              Luca Salsi
Banco                                  Ugo Guagliardo
Lady Macbeth                    Daria Masiero
Macduff                               Salvatore Cordella
Malcom                               Massimiliano Chiarolla
Dama                                   Margherita Rotondi
Medico/Araldo                    Antonio Di Matteo
Domestico/Sicario/Prima Apparizione
                                             Gianluca Tumino
Seconda Apparizione          Martina Pepe
Terza Apparizione               Ivana D’Auria

ORCHESTRA e CORO della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari








Foto Teatro Petruzzelli Bari


DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, SABATO 16 MAGGIO 2015






Con lo straordinario Flauto Magico di Mozart il Teatro Comunale di Bologna prosegue la sua stagione d’opera con una nuova produzione in collaborazione con il gruppo di ricerca Fanny & Alexander che qui esordisce nella regia operistica. Omaggiando il regista Ingmar Bergman sia per il  nome scelto dal team che per questo spettacolo, ci viene proposto un accostamento tra la sublime opera di Mozart ed il complesso tessuto psicologico del celebre film che vedeva nel 1982 i due piccoli Fanny ed Alexander guardare il mondo come fosse contenuto nel loro teatrino di marionette ed i personaggi come delle pedine da muovere a proprio piacimento. 

Questo parallelo ha cercato di esprimere Luigi De Angelis alla regia, coadiuvato per le scene e le luci da Nicola Fagnani e da Chiara Lagani  per la drammaturgia ed i costumi, ma a nostro avviso l'obiettivo non è stato raggiunto completamente.  Lo spettacolo si presentava molto atteso per l’annunciata messa in scena in 3D che presupponeva una certa dinamicità e plausibilmente un qualche coinvolgimento del pubblico. Ma in realtà l’apporto dei filmati ad opera del Zapruderfilmmakersgroupè stato tutto sommato minimo e neanche indispensabile. Così abbiamo indossato gli occhiali per osservare soltanto più da vicino i due fanciulli ed il loro giocattolo in foggia di teatro d’opera, il finto drago che spunta fuori per inseguire Tamino, il flauto in questione che pare volteggiare in platea e pochi altri elementi significativi. Infine un classico: il coro intorno alla platea qui vestito come le maschere del teatro, il che avrebbe dovuto simboleggiare l’interscambiabilità dei due mondi scenico/reale. Folta presenza di bimbi in scena, tutti piccoli ‘complici’ di Fanny ed Alexander, forse proiezioni degli stessi e del loro desiderio di far parte del mondo fantastico cui assistono. 
Il palcoscenico appare naturalmente vuoto; unico elemento pregnante è costituito dallo sfondo che tra diaframmi verdi, rossi e blu si apre per mostrare lo schermo video.  Le luci appositamente degli stessi colori riprendono gli effetti delle immagini 3D. Molto colorati e gradevoli i costumi di  Chiara Lagani  che interpretano nelle fogge e nei colori scelti gli elementi fiabeschi e naturistici dell’opera.

In questo contesto i protagonisti sono stati molto abili nell’interpretare i ruoli con davvero poco a disposizione. Dal punto di vista musicale infatti sono state tante e piacevoli le conferme.

Citiamo per primo lo straordinario Nicola Ulivieri come Papageno. Non solo ha cantato ottimamente mostrando di conservare il suo bel timbro ricco e duttile, ma si è rivelato il vero mattatore dello spettacolo, sia per il personaggio in se stesso, sia e soprattutto per la sua capacità di personalizzarlo, di interpretarlo e sentirlo davvero a tutto tondo, con il giusto mix di ironia, purezza e sbadataggine.
Aggraziata, dolce e leggiadra la Pamina di  Maria Grazia Schiavo. Perfetta per incarnare l’ideale della principessina indifesa ed innamorata che può mostrare le unghie con coraggio quando serve. Offre una voce acuta e delicata ma mai sovrastata dall’orchestra; fraseggia con espressività unendo alla giusta tecnica una interpretazione sentita e perfettamente calata nel ruolo.

Altrettanto positiva la serata per Tamino, alias Paolo Fanale, in azzurro con mantello come si conviene ad un principe. La sua voce vellutata e morbida qui è esaltata dalla giusta capacità di impersonare il giovane e coraggioso innamorato che sfida l’oscurità per la sua bella.

Un austero e molto intenso Sarastro è il basso Mika Kares. Anch’egli perfetto per il ruolo data l’imponente statura, con la sua voce profonda e cavernosa riesce ad imprimere autorevolezza e credibilità ad un ruolo particolarmente difficile che lo vede giustamente trionfare nel bene e nella luce al termine della vicenda.

Non del tutto convincente la Könegin der Nacht di Christina Poulitsi. La voce è possente e dotata di buono squillo ed affronta con successo le asperità dei famosissimi sovracuti. Ci sembra però mancare l’intensità drammatica e la doppiezza che il ruolo richiede, apparendo semplicemente una donna che gioca ad ottenere i suoi scopi principalmente con la sensualità.

Convincente invece il Monostatos di Gianluca Floris: simpatico, espressivo e per certi versi anche sensibile nel suo ruolo molto ben cantato, come pure Anna Corvino deliziosa e molto coinvolta come Papagena.

Funziona molto bene anche il trio delle dame costituito da Diletta Rizzo Marin, Diana Mian e Bettina Ranch.
Completano il folto cast i sacerdoti di  Simone Casolari, Cristiano Olivieri e Carlo Alberto Brunelli , il secondo uomo corazzato di Luca Gallo ed i piccoli fanciulli Marco Conti, Pietro Bolognini, Susanna Boninsegni cui forse la tanta emozione ha condizionato in taluni punti l’intonazione.

Il Maestro Michele Mariotti interpreta la partitura con la duttilità che le pertiene, attribuendo ora  la leggerezza dell’ingenuità infantile ora la drammaticità dell’oscurità, ora il trionfo della luce ai diversi momenti della narrazione. Sottolinea gli accenti dei cantanti, segue il palco costantemente e conferisce alle sezioni dell’orchestra una omogeneità che si traduce in ottima intesa generale.   
Bene il coro preparato come sempre da Andrea Faidutti.
Applausi smisurati per tutti i protagonisti e per i responsabili della regia al termine dello spettacolo che ha visto il pubblico festante e soddisfatto.
Maria Teresa Giovagnoli


la produzione

Direttore
Michele Mariotti
Regia
Luigi De Angelis
Scene e luci
Luigi De Angelis e Nicola Fagnani
Drammaturgia e costumi
Chiara Lagani
Aiuto regia
Gianni Marras e Giorgina Pilozzi
Assistente alla regia
Greta Benini
Assistente ai costumi
Paola Crespi
Video makers
ZAPRUDER  filmmakersgroup
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

gli interpreti

Sarastro
Mika Kares
Tamino
Paolo Fanale
Sprecher/Oratore
Andrea Patucelli
Erster Priester/Primo sacerdote
Simone Casolari
Zweiter Priester/Secondo sacerdote
Cristiano Olivieri (anche Primo armigero)
Dritter Priester/Terzo sacerdote
Carlo Alberto Brunelli
Könegin der Nacht/La regina della notte
Christina Poulitsi 
Pamina
Maria Grazia Schiavo
Erste Dame/Prima Dama
Diletta Rizzo Marin
Zweite Dame/Seconda Dama
Diana Mian
Dritte Dame/Terza Dama
Bettina Ranch
Erster Knabe/Primo fanciullo
Marco Conti
Zweiter Knabe/Secondo fanciullo
Pietro Bolognini
Dritter Knabe/Terzo fanciullo
Susanna Boninsegni
Papagena
Anna Corvino
Papageno
Nicola Ulivieri
Monostatos
Gianluca Floris
Erster geharnischter Man/Primo uomo corazzato
Cristiano Olivieri
Zweiter geharnischter Man/Secondo uomo corazzato
Luca Gallo

 Nuovo allestimento del Teatro Comunale di Bologna in collaborazione
con Fanny & Alexander
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna





Foto Rocco Casaluci 

CICLO GEORGE ONSLOW , IL PRIMO ONSLOW – PALAZZETTO BRU ZANE, VENEZIA, martedì 5 maggio 2015


È sempre un piacere tornare al palazzetto Bru Zane di Venezia per assistere alle chicche musicali offerte dal Centre de Musique Romantique Française che ivi ha sede. Dal mese di aprile e fino a fine maggio infatti viene proposto un ciclo di concerti dedicati al compositore francese George Onslow, in cui nello specifico si vuole sottolineare il parallelismo tra le composizioni da camera del musicista di Clermont-Ferrand e quelle di L.V. Beethoven, tanto da intitolare il festival ‘George Onslow, un altro Beethoven?’. Specializzato in musiche per quartetti e quintetti d’archi, ebbe anche un bel successo nel diciannovesimo secolo, per poi venire ahi noi quasi dimenticato in epoca moderna, soprattutto nel nostro paese. Ma grazie a questa iniziativa possiamo ricoprire le sue opere più interessanti e conosciute di quei tempi ed apprezzare un musicista che non ha niente da invidiare a tanti più noti e blasonati e molto più spesso eseguiti. Incredibile la sua devozione per la musica da camera, ove maggiormente poté esprimere la sua vena creativa ed ottenere il successo meritato, pur componendo anche pochissime opere liriche che difatti non ebbero molto seguito. Colpiscono i cambi di ritmo e l’intreccio perfetto delle melodie, la naturalezza di come si passi dal modo maggiore al minore ed il senso di compostezza armonica in generale. Possiamo solo immaginare come potessero essere accolte dai buongustai francesi di inizio Ottocento e come fossero gradite queste melodie splendidamente orecchiabili, ma dalle partiture ben complesse per tecnica ed interpretazione. Un gusto davvero scoprire quanto di bello ha ancora da offrire la musica del passato, come e più di allora.
A rendere merito a due quartetti è stato il Quatuor Ruggieri, composto da Gilone Gaubert Jacques  e Charlotte Grattard al violino, Delphine Grimbert alla viola e Emmanuel Jacques al violoncello.
In programma il quartetto per archi in la maggiore n.3 ed il quartetto per archi in do minore n. 1  op.8, composti intorno al 1814. 
Delizioso il quartetto n.3 in la maggiore, eseguito per primo, e che ha fatto subito capire di che pasta è fatto il Quatuor Ruggieri. Il passaggio da ritmi sostenuti a ritmi leggermente più distesi, un senso di giovialità che permea l’intero componimento intriso anche di richiami popolari sono terreno fertile per l’esecuzione dei giovani musicisti: il suono degli strumenti d’epoca è molto affascinante anche se risulta insolitamente plastico rispetto alle sonorità a cui siamo abituati con gli strumenti odierni. Profondo è comunque l’impatto sonoro e molto buona l’intesa fra i quattro esecutori. Brilla particolarmente il Minuetto che passando per  l’Allegro anticipa il bellissimo Finale strappa applausi.
Ma tra i due componimenti è il n. 1 in do minore a colpire per l’incipit elegiaco grazie al particolare Largoche ci trasporta verso una sonorità sospesa e quasi irrisolta fino a che non sopraggiunge l’Allegro agitato che invece imprime forza e carattere al movimento. L’Adagio è un colpo da maestro, che conquista sin dalle prime note e fa attendere qualcosa di ancora più impressionante, che puntualmente arriva con il Minuettoed il lieto Finale che lascia tutti stupiti con il suo concludersi quasi all’improvviso.
Applausi convinti da parte di una platea folta attenta ed entusiasta.
Maria Teresa Giovagnoli
PROGRAMMA DEL CONCERTO
George ONSLOW
Quartetto per archi in la maggiore
op. 8  n. 3

Quartetto per archi in do minore
op. 8 n. 1

INTERPRETI:  QUATUOR RUGGIERI


LUISA MILLER, G. VERDI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI , MARTEDÌ 5 MAGGIO 2015



Serata entusiasmante quella della prima di Luisa Miller al Teatro San Carlo di Napoli.

Il Massimo Partenopeo scommette in una nuova produzione di questo titolo non molto frequentato di Giuseppe Verdi e vince la sfida su quasi tutti i fronti.

Interessantissima La regia di Andrea De Rosa: è asciutta, meticolosa e fatta di piccoli gesti, sguardi e movimenti misurati e calibrati con le vicende musicali in cui si inseriscono. Luisa è una donna consapevole fin dall’inizio e si fa forza di questa sua grande capacità di autodeterminazione che la vede imporsi prima sulle paure del padre e poi sul precipitare degli eventi fino ad una lucidissima scena del veleno in cui sembra quasi essere al corrente dell’imminente fine e di ciò che il suo amato le sta somministrando. Il leit motiv di questa regia minimalista, ma non priva di suggestione e di grande bellezza, è dato dall’amore e dagli inganni che in questo libretto sono il perno della vicenda e che De Rosa ha voluto rileggere in chiave moderna come uno dei mali della nostra attuale società; un femminicidio annunciato, una tragedia inevitabile che prima di manifestarsi in tutta la sua crudezza lancia numerosi segnali.

Belle le luci di Vincent Longuemare, giustamente evocative e curate; bellissimi i costumi di Alessandro Lai che seguivano lo scorrere degli eventi in modo sempre appropriato e rispondevano perfettamente alla visione registica di questo affresco contemplativo.
Le scene firmate da Sergio Tramonti erano perfettamente in linea con le idee e l’impianto registico richiesti da De Rosa.

Anche sul versante musicale le cose sono andate decisamente al meglio.

Elena Mosuc nel ruolo di Luisa si trova perfettamente a proprio agio. La voce è morbida, sostenuta in maniera mirabile, innumerevoli sono i preziosismi vocali che regala con il suo canto a fior di labbro; la voce è limpida e penetrante ma capace di ombre e chiaroscuri notevolissimi nelle parti più drammatiche. Esce a testa alta della difficile scena solistica del secondo atto e regala commozione e grande scuola di canto nel primo e nel terzo.

Ottima l’antagonista Federica interpretata dal mezzosoprano georgiano Nino Surguladze; dona infatti la sua voce calda, pastosa, ben emessa e molto particolare nel colore ad un ruolo che è di solito marginale eppure riesce a rendere il personaggio con vivida lucidità e presenza

Ottimo anche il Rodolfo di Giorgio Berrugi, forte di una voce squillante e di bello smalto. Forse l’interprete difetta un pochino di personalità e, nel terzo atto, sembra più attento alla parte strettamente vocale che a quella interpretativa, ma esce a testa altissima dalla sua famosa romanza seguita da una cabaletta cantata in modo impeccabile.

Di rilievo il Miller di Vitaliy Bilyy che, forte di una voce ampia, scura e sicura in tutta la gamma, cerca accenti e colori per rendere il temibile ruolo verdiano in modo più che egregio.

Decisamente poco a fuoco il basso Istvan Kovacs nel ruolo di Walter; al di sopra delle possibilità di questo cantante che ha una pronuncia oscura e priva di qualsiasi capacità di articolare la parola cantata. La voce è logora al centro e sfibrata nell’acuto. Il grave poco sonoro e male appoggiato. Un vero peccato perché ha fatto scendere di parecchio il livello dello spettacolo.

Splendido, senza riserve, il basso Marco Spotti nel ruolo di Wurm. Voce imponente, timbratissima e piena, porta in scena un personaggio, di suo poco incline alle simpatie del pubblico, cantandolo in modo praticamente perfetto.

Buoni gli interventi di Michela Antenucci e Nino Mennella, rispettivamente Laura e un Contadino.

La direzione d’orchestra di Daniele Rustioni  ci ha notevolmente impressionato.
E’ stato capace di far suonare al meglio l’Orchestra del San Carlo e di dare alla recita un ritmo incalzante e infiammato. Il suono nei momenti drammatici era come un lampo nel cielo e assecondava il canto in maniera impeccabile. E’ stato una bellissima scoperta e speriamo che ritorni spesso al San Carlo dove, ultimamente, i grandi direttori latitano.

Al temine grandi applausi per tutti i protagonisti con note di trionfo personale per la Mosuc e Rustioni.

Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                   Daniele Rustioni
Regia                         Andrea De Rosa
Maestro del Coro      Marco Faelli
Scene                          Sergio Tramonti
Costumi                     Alessandro Lai
Luci                            Vincent Longuemare


GLI INTERPRETI

Il conte di Walter       Istvan Kovacs
Rodolfo                      Giorgio Berrugi
Federica                     Nino Surguladze
Wurm                         Marco Spotti
Miller                          Vitaliy Bilyy
Luisa                          Elena Mosuc
Laura                         Michela Antenucci
Un contadino             Nino Mennella

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli



Foto Teatro San Carlo di Napoli

AIDA, G. VERDI – TEATRO DELL’OPERA DI ROMA, domenica 26 aprile 2015




Aida in versione “intimista” quella andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma.
La regia del grande Micha Van Hoecke infatti è priva di orpelli, di “lustrini” e di ogni simbolo normalmente associabile alla maestosità di questo titolo. Difettano di grandiosità le scene di assieme che, nonostante il numero di persone in palcoscenico sia copioso, sembrano sempre spoglie e svuotate di quell’energia che ci si aspetterebbe.
I momenti intimistici invece sono risolti con gesti e movimenti molto misurati, quasi che i protagonisti si muovessero sempre in una “bolla” di acqua e che questo fiume Nilo non scorresse accanto a loro ma li tenesse imprigionati con le gambe nel pantano.
Belle le luci di Vinicio Cheli, unico elemento che creava un po’ di atmosfera; migliorabili i costumi di Carlo Savi che “imprigionavano” i protagonisti rendendo anche i loro movimenti troppo plastici e poco morbidi.


La parte musicale ha avuto alcune stelle ed alcune ombre.

Trionfatrice della serata è stata la magnifica Amneris di Anita Rachvelishvili.
La cantante georgiana ha tutte le frecce al suo arco per affrontare al meglio questo temibile ruolo.
Ha voce timbratissima, ampia, scura, estesa e capace di svettare al di sopra delle grandi masse corali del secondo atto. E’ un’Amneris volitiva e forte ma che sa trovare nel suo canto anche tutte le sfumature di un amore e di un animo infranti. Un canto morbido, pastoso e setoso al contempo. Una grande prova per lei e l’affermazione definitiva della sua grande maturità artistica.

Meno bene la protagonista. Csilla Boross infatti, come Aida, fatica in un ruolo in cui il registro acuto è molto sollecitato e il suo personale bagaglio tecnico le deficita la salita alle note estreme.
Se la cava come interprete ma resta fin troppo attenta ed accorta alla parte vocale in cui non brilla.

Molto bene il Radames di Fabio Sartori, da cui si ascolta il ruolo cantato in modo magnifico e interpretato in maniera egregia. Forse con un regista più attento avrebbe potuto dare anche maggiore risalto ad una parte “attoriale” un pochino più marcata.

Splendido anche l’Amonasro di Giovanni Meoni che, con il suo canto nobile e sempre calibrato, rende non solo la parte eroica del suo ruolo ma anche quella più marcatamente regale e paterna.

Ottime le voci dei due bassi italiani; Luca Dall’Amico conferisce al Re la giusta e composta autorevolezza come pure Roberto Tagliavini infonde al Ramfis la ieraticità e la corretta ferocia del ruolo.

Molto bene a fuoco nei loro interventi il Messaggero di Antonello Ceron e la Sacerdotessa di Simge Buyukedes.

La direzione d’orchestra di Jader Bignamini lascia infine un giudizio piuttosto alterno.
Se le scene del primo atto fino a dopo il terzetto, del secondo atto fino alla grande scena del trionfo, l’intero terzo atto e il duetto finale dell’opera, lasciano molto favorevolmente impressionati per la ricerca dei colori, le sfumature, la ricchezza dell’accompagnamento ai cantanti e la padronanza di idee; tutto il resto dell’opera è molto deficitario. Si parla in particolare delle grandi scene di Assieme del Primo Atto (Nume custode vindice), l’intera Scena del Trionfo e il quarto atto (la scena del giudizio) dove sono innumerevoli le sfasature con il palcoscenico, moltissime sono le mende di alcune sezioni dell’Orchestra e il volume complessivo della buca sovrastava di molto il palcoscenico.

Al temine della recita applausi per tutti i protagonisti con punte di entusiasmo per Amneris e per Radames. Qualche piccolo ed isolato dissenso per la regia.


Rosy Simeone


LA PRODUZIONE


Direttore                      Jader Bignamini
Regia e Coreografia   Micha van Hoecke
Maestro del Coro       Roberto Gabbiani
Scene e costumi          Carlo Savi
Luci                             Vinicio Cheli


GLI INTERPRETI

Il Re                           Luca Dall'Amico
Amneris                     Anita Rachvelishvili
Aida                            Csilla Boross
Radames                    Fabio Sartori
Amonasro                  Giovanni Meoni
Ramfis                        Roberto Tagliavini
Un Messaggero          Antonello Ceron
Una Sacerdotessa      SimgeBüyükedes


ORCHESTRA, CORO E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA




Foto Teatro dell'Opera di Roma