Torna all’Arena di Verona l’ultima commovente Traviata di Franco Zeffirelli, che come tutti ricordiamo ci ha lasciati tre anni fa a soli pochi giorni dalla Prima, senza dunque poter assistere al suo debutto di fronte al pubblico (ne abbiamo scritto approfonditamente qui). Un lavoro a più mani realizzato insieme a Carlo Centolavigna alle scene e Maurizio Millenotti ai costumi, storici collaboratori del Maestro, che con quest’ultima produzione ha potuto congedarsi dal mondo e dal teatro con il suo titolo prediletto in assoluto.
Nell’ambito del 99° Festival, questa replica cui assistiamo (la sesta su otto totali) è di particolare interesse musicale, con una fortunata combinazione di cast selezionata fra le dodici stelle internazionali coinvolte a turno nei tre ruoli principali.
Unica occasione per ascoltare quest’anno a Verona la Violetta mozzafiato di Lisette Oropesa, reduce da una recente e affascinante incisione integrale del capolavoro verdiano, con la Dresdner Philharmonie diretta in studio da Daniel Oren. Il celebre detto secondo cui per cantare Traviata servano idealmente tre soprani in uno, è felicemente risolto nella vocalità straordinariamente versatile dell’artista statunitense. La solidità dei filati, dei trilli, dei picchiettati, la precisione chirurgica nelle agilità…tutto questo non preclude lo straordinario spessore drammatico interpretativo e vocale che Oropesa sa infondere nella sua Violetta, senza perdere mai un istante intensità e corpo in qualsiasi area del registro, dal sovracuto estremo al medio-grave dove anzi sa sorprendere anche di più, offrendoci una prova tutta in ascesa: se il primo atto è più di rodaggio e comunque tecnicamente in linea con le aspettative, il secondo e il terzo le superano ampiamente. Probabilmente nel melomane medio questo Mi Bemolle in chiusura del “Sempre libera” non resterà impresso come primato assoluto di spessore, pulizia e durata. Ma quanto peso può avere una nota a fronte di quei pianissimo nel “Dite alla giovine”, degli accenti disperati nel “Morrò! La mia memoria”, delle note a fil di voce (eppure udibilissime in tutto l’anfiteatro, nel mezzo di un concertato) in “Alfredo, Alfredo di questo core”, del “Teneste la promessa” con una lettura della lettera così viscerale e scandita perfettamente a livello di dizione, di quelle tinte gravi e funeree nell’“Addio del passato”? Una prova maiuscola, sotto qualsiasi punto di vista.
Altrettanto eccellente la prova di Vittorio Grigolo, non certo da meno. Il fraseggio e la recitazione spesso sopra le righe sono notoriamente una sua cifra stilistica, ma se in alcuni ruoli questa tendenza all’eccesso può risultare disturbante, non è lo stesso nella parte di Alfredo, cui anzi il tenore aretino riesce a dare più personalità di quanta ne abbia il personaggio in sé nel libretto, proponendone un taglio più interessante ma senza travisarne i tratti essenziali. Ancor più di livello è tuttavia l’apporto musicale: la voce brunita e corposa è modulata in ogni istante con generosità d’accenti e attenzione al fraseggio, in grado di smorzarsi all’occorrenza e di sfogarsi spesso e volentieri in acuti dal volume debordante. Il perfetto equilibrio tra potenza e intelligente calibrazione del suono non possono che garantirgli l’ennesimo meritatissimo trionfo.
Se Grigolo è ormai annoverato tra i veterani dell’Arena, Ludovic Tézier è quest’anno al suo debutto veronese. Non si poteva sperare in un esordio migliore, con un Giorgio Germont innatamente elegante, sia dal punto di vista scenico sia dal punto di vista vocale. Il baritono francese non ha problemi a misurarsi per la prima volta con l’immenso palco areniano: non solo gestisce costantemente l’emissione con tecnica solida e una linea di canto sempre pulita e consistente nel volume, ma sorprende il carisma della sua presenza scenica che, pur con gesti composti e quasi impercettibili come una mano sollevata o il volgere dello sguardo altrove al momento giusto, creano qualcosa di magnetico anche in uno spazio così grande. Algido nel lungo duetto con Violetta e prepotentemente autoritario nei seguenti scambi con il figlio, Tézier si conferma un paradigma in questo ruolo anche in un contesto scenico per lui così nuovo.
Leggermente discontinuo l’apporto dei ruoli minori, tra cui tuttavia si distinguono la Flora di Valeria Girardello per il bel timbro scuro e la sicura presenza scenica, come anche il Dottor Grenvil di Francesco Leone, particolarmente coinvolto e partecipe nel terzo atto.
Marco Armiliato alla guida dell’Orchestra della Fondazione Arena propone uno stacco dei tempi piuttosto discontinuo ma sempre con cognizione di causa, oscillando tra i valzer concitati e febbrili del primo atto e un’evidente dilatazione drammatica dal duetto con Germont padre in poi, come anche nei preludi del primo e del terzo atto. L’effetto complessivo è variegato e godibile, sempre forte di un’attenta gestione della coesione tra buca e palcoscenico.
Ottimo anche l’apporto del Coro diretto da Ulisse Trabacchin.
Successo incondizionato e scroscianti applausi per tutti gli interpreti, acclamando una memorabile Traviata fortunatamente portata a termine nonostante le inquietanti minacce meteorologiche prima e durante lo spettacolo (ma una morte di Violetta con un lampo a illuminare l’Arena sull’ultima nota di “Oh, gioia!” non la dimenticheremo facilmente!).
Si replica sabato 20 agosto e giovedì 1 settembre.
Camilla Simoncini
LA PRODUZIONE
Direttore d'orchestra Marco Armiliato
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Maurizio Millenotti
Coreografia Giuseppe Picone
Luci Paolo Mazzon
Maestro del Coro Ulisse Trabacchin
Coordinatore del Ballo Gaetano Petrosino
GLI INTERPRETI
Violetta Valéry Lisette Oropesa
Flora Bervoix Valeria Girardello
Annina YaoBohui
Alfredo Germont Vittorio Grigolo
Giorgio Germont Ludovic Tézier
Gastone di Letorières Matteo Mezzaro
Barone Douphol Roberto Accurso
Marchese d’Obigny Dario Giorgelè
Dottor Grenvil Francesco Leone
Giuseppe Carlo Bosi
Domestico/Commissionario Stefano Rinaldi Miliani
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici della Fondazione Arena di Verona
FOTO ENNEVI

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