DIE FRAU OHNE SCHATTEN, R.STRAUSS - METROPOLITAN OPERA HOUSE, NEW YORK , 12 novembre 2013



STIMME DES FALKEN 
klagend
Wie soll ich denn nicht weinen?
Wie soll ich denn nicht weinen?
Die Frau wirft keinen Schatten,
der Kaiser muss versteinen! 

Il Met sembra abbia voluto anticipare di un anno le celebrazioni per il 150o anniversario dalla nascita di Richard Strauss, proponendo questa stagione Die Frau ohne Schatten, Rosenkavalier ed Arabella, a poca distanza tra loro.

La produzione di Frau ohne Schatten è una ripresa dell'allestimento del 2001 firmato per regia, scene e costumi da Herbert Wernicke, del quale mantiene intatto il fascino e la magia.
L'idea del regista tedesco è abbastanza tradizionale, ma quanta intelligenza nel proporcela!
Egli divide il mondo degli spiriti eletti e quello dei mortali in due set distinti tra loro, grazie alle meraviglie tecnologiche del teatro newyorchese.

Il mondo dell'imperatrice e di Keikobad scintilla nell'illusione di sogni irrealizzati, pareti di specchi circondano i personaggi celesti dell'Imperatrice e dell'Imperatore, le luci si spostano in continuazione sui cantanti in maniera quasi nevrotica a simboleggiare i loro stati mentali cangianti e i pensieri occulti della Nutrice mentre sullo sfondo si proiettano immaginiicone della fertilità.
La calata nel regno degli umani della Nutrice e dell'Imperatrice è spettacolare! L'intero palcoscenico si solleva mostrandoci con l'illusione della prospettiva e senza soluzione di continuità, un mondo industriale ma non truce: la bottega del tintore.

Qui il simbolismo e il contrasto tra i due mondi è sorprendente. Dove il piano superiore è accecante e raggiante di buio ma fisicamente libero, il piano inferiore è ingombro di un trovarobato industriale e malamente illuminato da luci di fabbrica, quanto di più perfetto per un libretto che Hofmanstal concepì durante gli orrori della prima guerra mondiale.

Trionfatrici della serata sono state Christine Goerke nei panni della moglie del tintore e Ildiko Komlosi in quelli della Nutrice.
La Goerkepossiede una voce immane, di grande potenza, ma che sa usare con estrema precisione, dove l'attenzione al testo unita ad una sensibilità espressiva, le conferiscono una genuina umanità. Una voce duttile nel più ampio senso della parola, difficilmente inquadrabile negli schemi di soprano lirico o lirico spinto, giacché la sua versatilità è impressionante, riuscendo a scavalcare senza problema alcuno l'immensa orchestra straussiana e il grande auditorium.

Ildiko Komlosi è stata ciò che deve essere una Nutrice. Una nutrice scura, nera, vocalmente e scenicamente impressionante per la tensione che è riuscita a regalarci dall'inizio alla fine, con punte di vera emozione nella scena di fronte alla porta di Keikobad, quando vede sgretolarsi miseramente il suo piano cercando freneticamente una via di uscita. Anche per lei un trionfo meritatissimo.

Nel ruolo dell'Imperatrice Anne Schwanewilms ci è parsa un po’ fuori luogo, pur cantando nella sua lingua madre, nessun accento drammatico vibrava nella sua voce, interpretando un'Imperatrice spenta e in qualche punto in affanno vocale. Nonostante gli sforzi del direttore Jurowski la sua voce spesso risultava coperta in toto dall'immensa orchestra straussiana.

Personaggio centrale di quest'opera e di questa produzione è il Falco interpretato vocalmente da una brillante Jennifer Check e scenicamente dal mimo Scott Weber, il quale, coperto da un vestito rosso sangue, con i suoi sbandamenti, giravolte e ricadute, suggerisce un patetico e costante tentativo di prendere un volo che mai ci sarà.

Torsten Kerl ha cantato il ruolo dell'Imperatore con una voce bellissima, ricca di armonici e sfumature passionali, meraviglioso il monologo del secondo atto, riuscito con una tensione drammatica e una dolcezza espressiva da manuale.
Barak il tintore era Johan Reuter, baritono dalla voce molto calda, ha disegnato un marito premuroso con voce sicura. Molto ben riuscita la prima scena del secondo atto quando riunisce attorno al suo tavolo mendicanti e fratelli.

Nei numerosi ruoli minori si è distinto Richard Paul Fink come messaggero di Keikobad, particolarmente convincente nelle sue declamazioni di volontà del suo signore.

Vladimir Jurowski dirige l'orchestra del Met con una tensione d'acciaio spingendo continuamente verso il limite le capacità di amalgama bucapalcoscenico. Se il primo atto è stato caratterizzato da una asciuttezza agogica un poco troppo spinta a discapito dell'interpretazione dei cantanti, il secondo e il terzo atto sono parsi più convincenti per un certo allentamento della mano direttoriale, quasi che la tensione e la paura si fossero sciolti lasciando spazio ad un suono preciso, utilizzato per trasmettere le emozioni al centro di questa stupefacente partitura, con sorprendente immediatezza e calore.

Successo calorosissimo per tutti da parte di un teatro attentissimo e particolarmente festoso per Christine Goerke e Ildikò Komlosi.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra            Vladimir Jurowski
Regia scene e costumi           Herbert Wernicke

GLI INTERPRETI

La nutrice                              Ildikò Komlosi
Il messaggero di Keikobad  Richard Paul Fink
l'Imperatore                          Torsten Kerl
L'Imperatrice                       Anne Schwanewilms
Il Falco                                  Jennifer Check
l'Uomo con un occhio solo   Daniel Sutin
L'uomo con un braccio solo  Nathan Stark
Il gobbo                                 Allan Glassman
La moglie di Barak              Christine Goerke
Barak                                    Johan Reuter
Servitori                                Haeran Hong, Disella Larusdottir, Edyta Kulczak
L'apparizione
di un giovane                        Anatholy Kalil
Le voci di sei bambini non nati
                                               A. Bird, A. Emerson, M. Yunus,
M.Marino, R.Tatum.D. Talamantes
Le voci di tre guardiani della città
                                               D. Won, J. Cha, B.Cedel
Una voce dall'alto                 Maria Zifchak
Il guardiano della soglia       Andrey Nemzer

Orchestra  Metropolitan Opera House di New York








SECONDO CONCERTO DI VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 17 novembre 2013


Seconda puntata della stagione 2013/14 per l’Associazione veronese che vanta un pubblico costantemente numeroso, tale da riempire il Teatro Filarmonico quasi come ad una prima d’Opera. Il concerto di Verona Lirica, presentato come sempre da Davide da Como, è stato introdotto dal consueto saluto da parte del presidente Giuseppe Tuppini, accompagnato questa volta da due esimi rappresentanti dell’Airc di Verona, che hanno anticipato e spiegato lo scopo benefico del prossimo concerto che sarà tenuto  in atmosfera natalizia, ove l’incasso delle offerte verrà completamente devoluto all’Associazione italiana per la ricerca volta a sconfiggere il cancro. Sul palco, accompagnati come sempre dal piano di Patrizia Quarta, quattro giovani: il soprano Pervin Chakar, il mezzosoprano Annunziata Vestri, il tenore Domenico Menini, il baritono George Andguladze, e dopo il grande successo dello scorso mese, il violinista Giovanni Andrea Zanon, tornato con sua sorella Beatrice Zanon, anch’essa violinista, col Maestro Pierluigi Piran al pianoforte.

Un concerto lungo e molto articolato che ha visto tutti i protagonisti impegnarsi al massimo, come sempre accade in occasioni così festose.

Il soprano Pervin Chakar ha eseguito dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti la splendida ‘Regnava nel silenzio’; subito dopo il duetto d’amore dalla stessa opera con il collega tenore, ed infine dal Rigoletto di Verdi ‘Caro nome’. Per quanto difficili siano le arie proposte, con le ben note ed impervie agilità, filati, scale, ecc, possiamo dire che il soprano se l'è cavata, mostrando una voce uniforme e particolarmente squillante sull’acuto, pur non mostrando molta disinvoltura sul palco. Sicuramente ha cantato con impegno e generosità.

Altrettanto generoso è stato il tenore Domenico Menini, che ha mostrato invece una grande scioltezza nel muoversi e possiede uno strumento vocale forte e dal bel colore. Con cuore ha eseguito anche ‘Tombe degli avi miei’ sempre dalla Lucia, il duetto ‘T’amo..E' il sol dell'anima’ con il soprano, ancora da Rigoletto, e da Un ballo in Maschera di Verdi, la romanza di Riccardo ‘Forse la soglia attinse’. La sua voce, che  ha convinto il pubblico caloroso, è adatta a ricoprire ruoli drammatici, e sicuramente il bravo Menini può ottenere un suono ancora più naturale cantando maggiormente sul fiato.

George Andguladze dal Tannhäuser di Wagner ha offerto l’aria ‘O du mein holder Abendstern’ e successivamente dai Puritani di Bellini ‘Ah per sempre io ti perdei’. Queste due arie sono di una bellezza incredibile e richiedono una dolcezza interpretativa che forse il baritono non ha ancora profondamente colto. La sua voce può essere interessante anche se non ha un volume particolarmente incisivo.

Il mezzosoprano Annunziata Vestri, diversamente, ha il palcoscenico in pugno: si muove molto a suo agio, fa sfoggia della sua fisicità e conquista facilmente il pubblico con la sua voce tornita che si fa più particolare nel registro centrale, grazie alle celeberrime Habanera di Bizet e ‘O mio Fernando’ da La Favorita di Donizetti, nonché ‘Esser madre è un inferno’ dall’Arlesiana di Cilea.

Tutti insieme sul palco per il famosissimo quartetto dal Rigoletto: ‘Bella figlia dell’amore’, con Menini e Chakar in evidenza.

Chiamati a sostituire in extremis gli Arena Brass Quintet impegnati con l’orchestra areniana, dopo il successo ottenuto nello scorso appuntamento, come suddetto, il violinista Giovanni Andrea Zanon, questa volta con sua sorella  Beatrice Zanon, ha riempito lo spazio dedicato alla musica strumentale. Per Beatrice una fantasia su Carmen di Bizet firmata  Sarasate, accompagnata al pianoforte dal Maestro Pierluigi Piran, e per il giovane Giovanni, il primo movimento del quinto concerto di Vieuxtemps, e la riproposta del Capricho Basco di Sarasate, sempre con al piano Piran.

Premio a tutti gli interpreti come di consueto e tanti applausi, con punte di ovazioni per i giovani Zanon ed il tenore Menini.

MTG




OTELLO, GIUSEPPE VERDI, RAVENNA FESTIVAL – TEATRO ALIGHIERI, mercoledì 13 novembre 2013




Trilogia d’autunno “Verdi & Shakespeare”
per il Bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi (1813-2013)

Anche quest’anno il Teatro Alighieri di Ravenna mette in programma una impresa molto interessante e coraggiosa. La trilogia che conclude l’anno verdiano infatti, si riferisce alle tre opere che il Maestro d‘Italia ha tratto dall’immenso William Shakespeare. Dopo il Macbeth, è la volta di Otello, il dramma dei drammi della gelosia, che Cristina Mazzavillani Muti ha realizzato avvalendosi di giovani artisti in gamba, per uno spettacolo intenso e  di grande effetto.
Innanzitutto va sottolineata l’intelligenza nell’utilizzo dei materiali a disposizione, che servono a rendere l’idea degli ambienti posti in essere. Le pedane o scalini utilizzati sono volutamente scuri per essere ‘colorati’ di volta in volta da luci e proiezioni diverse, a seconda degli ambienti. Inoltre, viene fatto uso anche di qualche elemento aggiuntivo come teli o paraventi, candele, ecc. La scena risulta dunque semplicemente accennata e lasciata volutamente in una sorta di penombra, così da concentrare l'attenzione sui personaggi stessi, sulle loro passioni e tormenti, resi difatti da una regia molto attenta ai dettagli, in cui ogni gesto ha una sua funzione narrativa specifica. Tutti gli artisti sono impegnati per l’intera narrazione senza tregua. I magnifici costumi di Alessandro Lai sono il completamento di una messa in scena di qualità e buon gusto.
I giovani che si sono cimentati nell’impresa sono tutti dotati di ottime qualità attoriali, con punte di eccellenza nella resa canora.

Yusif Eyvazov è un Otello di cuore e azione; la sua interpretazione è decisamente molto votata alla scena. Oltre ad essere fisicamente credibile nel ruolo, utilizza il suo strumento vocale in tutta la gamma con grande generosità, senza mai risparmiarsi, ottenendo un bel successo personale.

La sua dolce compagna è una splendida Diana Mian. Il soprano possiede una voce molto particolare, il cui bel timbro corposo si fa spazio nella sala dell’Alighieri con sicurezza e precisione. L’interpretazione è accurata: la sua Desdemona è sì la dolce ed innocente vittima del carnefice geloso, ma anche donna dal carattere forte e fiero.

Jago è il sudamericano Matias Tosi. Il basso/baritono offre una voce che si esprime al meglio nella zona più squisitamente grave ed il colore è molto interessante. Quando però si lancia verso la gamma baritonale il suono perde un po’ di quella purezza che tanto lo caratterizza nelle note gravi.

Il mezzo per attuare i suoi piani è il Cassio di Giordano Lucà. Una voce leggera e molto musicale unitamente ad una interpretazione accorata decretano il livello discreto della sua performance.

Buona anche la prova di Antonella Carpenito come Emilia, partecipe ed espressiva.

Infine, completano il cast, con buona partecipazione, il Roderigo di David Ferri Durà, il Lodovico di Claudio Levantino, il Montano di Carlos García-Ruiz e l’araldo di Ruggiero Popolo.

L’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini è condotta per l’intera trilogia da Nicola Paszkowski. Se forza e carattere sono evidenti sul palco, la buca non è da meno. Senza mai perdere il contatto con la scena, ha accompagnato l’intera vicenda privilegiando soprattutto la drammaticità della partitura verdiana, un po’ a discapito di certe finezze espressive attese nei momenti più commuoventi.

Ottima la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati. Bravissimi, oltre che deliziosi, i piccoli cantori del Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis di Elisabetta Agostini.

Il pubblico che ha gremito la sala del teatro ravennate ha entusiasticamente applaudito ed omaggiato tutti i protagonisti, con ovazioni per il direttore d’orchestra e la coppia di punta.

MTG


LA PRODUZIONE
Direttore        Nicola Paszkowski
Regia e ideazione
scenica            Cristina Mazzavillani Muti
Light design   Vincent Longuemare
Set design       Ezio Antonelli
Costumi         Alessandro Lai

GLI INTERPRETI

Otello              Yusif Eyvazov
Jago                Matias Tosi
Cassio             Giordano Lucà
Roderigo         David Ferri Durà
Lodovico         Claudio Levantino
Montano         Carlos García-Ruiz
Un araldo        Ruggiero Popolo
Desdemona    Diana Mian
Emilia             Antonella Carpenito



Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
maestro del coro
 Corrado Casati

Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis
maestro del coro
 Elisabetta Agostini

“DanzActori” Trilogia d’autunno
Marta Capaccioli, Michael D’Adamio, Francesca De Lorenzi, Carlo Gambaro, Mirko Guerrini,
Alberto Mario Lazzarini, Giorgia Massaro, Michela Minguzzi, Chiara Nicastro, Fabrizio Petrachi

assistente alla regia e direzione di scena Maria Grazia Martelli
maestri di sala 
Davide Cavalli, Elisa Cerri
maestro collaboratore 
Rossana Ruello  maestro di spada Francesco Matteucci
service audio 
BH Audio  sovratitoli Prescott Studio Firenze


nuovo allestimento
coproduzione Ravenna Festival, Teatro Alighieri Ravenna










I CAPULETI E I MONTECCHI, BELLINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, giovedì 7 novembre 2013.






Nella città degli amanti più famosi della storia, con il Festival areniano ormai alle spalle, la Fondazione Arena di Verona ha voluto regalare al suo pubblico ‘invernale’ ancora una volta la storia dei due giovani sfortunati, questa volta con Vincenzo Bellini ed il suo ‘I Capuleti e Montecchi’.
L’opera fu realizzata con materiale già in possesso del compositore, principalmente parti della sfortunata Zaira dell’anno prima, qui riadattate e quasi rivoluzionate per l’occasione. Fu messa in scena alla Fenice di Venezia l’11 marzo del 1830 per il Carnevale e si avvale del libretto di Felice Romani, che a sua volta rielaborò suo materiale sullo stesso soggetto musicato da Nicola Vaccaj.
Qui gli eventi si svolgono nel tredicesimo secolo, sulla scia di una larga parte della novellistica italiana che ispirò musicisti ed altri scrittori nei secoli a venire.
Una nuova produzione questa di Verona, in collaborazione con il Gran Teatro La Fenice di Venezia ed il Greek National Opera, che vede la regia di Arnaud Bernard, coadiuvato dalle scene realizzate da Alessandro Camera. Un allestimento piuttosto gradevole, che cerca di unire la tradizione, per scene e costumi, con la modernità, per l’idea di fondo che ne è il motore.

Ci troviamo infatti in una pinacoteca in allestimento, con tanto di operai che vanno e vengono ad ogni cambio scena (non sempre è chiaro cosa facciano effettivamente), in cui i personaggi si muovono e vivono le loro storie tormentate. Il regista ha voluto incorniciare gli avvenimenti, circondando gli interpreti di tele, come se essi stessi ne facessero parte, tanto che un’enorme cornice illuminata li avvolge al termine, come a congelare un finale eterno ed immutabile.  Bellissimi sono i costumi di Carla Ricotti, ed in generale l’ambientazione museale è sembrata di bella foggia, con le eleganti pareti dai colori caldi.

Dal punto di vista musicale, belle conferme e qualche perplessità.

Giulietta è interpretata dalla bravissima Mihaela Marcu. Convincente scenicamente, ha uno strumento uniforme in tutta la gamma, caldo e consistente, che sa modulare per offrire tanto degli acuti possenti e decisi, quanto dei precisi pianissimo, sempre ben cantando sul fiato.

A tanta grazia avrebbe dovuto corrispondere un attivo e battagliero Tebaldo, ma purtroppo il suo promesso sposo non ha convinto molto per esecuzione canora. Giacomo Pattiha una voce molto delicata e nel primo atto è sembrato parecchio in difficoltà, forzando nell’acuto e stimbrando il suono in più punti. Meglio si è comportato nel secondo atto, in cui certe difficoltà sono sembrate appianate.

Buono il Romeo di Daniela Pini. Il mezzosoprano canta con voce vellutata e pastosa, che si esalta soprattutto nella gamma centrale. Diventa particolarmente squillante nell’acuto. Il suo personaggio è ben interpretato, con intensità e convinzione.

Bella voce offre Dario Russo, il cui ruolo è consapevolmente reso. Il colore bruno della sua voce regala delle sfumature interessanti che gli consentono di aprire il suono ed arricchirlo.

A chiudere il cast Paolo Battaglianelle vesti di Capellio. Il suo timbro è sempre molto affascinante, e dona comunque alla sua interpretazione un piglio austero ed efficace di genitore inflessibile e crudele.

Il coro di Armando Tasso ha realizzato una buona prestazione come sempre, nonostante qualche piccolo problemino di tempo con l’orchestra ad inizio rappresentazione, perfettamente superato in seguito.

L’orchestra, con alla testa Fabrizio Maria Carminati,ha accompagnato gli interpreti con sicurezza e partecipazione, dando alla narrazione un giusto sottofondo, senza strafare, ma restando ben presente agli eventi in corso.

Spettacolo piacevole, un’altra bella serata che il pubblico non numerosissimo, probabilmente data la recita infrasettimanale, ha mostrato di gradire molto, con punte di apprezzamento per la protagonista Marcu.
MTG

LA PRODUZIONE
Direttore
Fabrizio Maria Carminati
Regia
Arnaud Bernard
Scene
Alessandro Camera
Costumi 
Maestro del coro
Direttore allest. scenici
Carla Ricotti
Armando Tasso
Giuseppe De Filippi Venezia


     
GLI INTERPRETI

Capellio
Paolo Battaglia
Giulietta
Mihaela Marcu
Romeo
Daniela Pini
Tebaldo
Giacomo Patti
Lorenzo
Dario Russo

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA










FOTO ENNEVI

OTELLO, G. VERDI – MILANO, TEATRO ARCIMBOLDI, 29 Ottobre 2013




Dramma lirico in quattro atti. Musica di  Giuseppe Verdi. Libretto di Arrigo Boito, da William Shakespeare.
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 5 febbraio 1887


Mettere in scena un “gigante” come Otello è sempre una sfida culturale, musicale ed intellettuale; il Circuito Lirico Lombardo, con il Teatro Sociale di Como capofila, ha scommesso quest’anno su uno dei titoli più difficili dell’intero repertorio operistico. Sfida, a nostro giudizio, vinta sotto quasi tutti i punti di vista.

Lo spettacolo approdato al Teatro Arcimboldi, ultima tappa del Circuito Lirico Lombardo, è firmato da Stefano De Luca; ne cura una regia asciutta, attenta al testo di riferimento e priva di sovrastrutture.

I personaggi si muovono all’interno di una sorta di “scatola” visiva costituita da una pedana girevole e da tendaggi che identificano ora il vento che sferza il mare, ora il cielo tempestoso, ora l’impatto della morte della protagonista imminente. Belli i costumi di Leila Fteita.

Otello era Walter Fraccaro, tenore dotato di voce lirica molto ampia ed emessa in tutta la gamma con tecnica robusta e sicura.
La sua è stata un’interpretazione generosa del temibile ruolo del Moro; alcuni acuti ghermiti in modo poco ortodosso si perdonano in virtù di una complessiva resa del personaggio affrontato con grinta, partecipazione e pertinenza.

Jago, il vero deus ex machina della vicenda, era uno straordinario Alberto Gazale; baritono dotato di voce scura, sonora e molto ben proiettata, canta la parte senza alcuna apparente difficoltà; l’interprete è eccezionale nel rendere le molteplici sfumature del suo personaggio. Vive la scena, la cavalca, la domina, ne risulta il perno incessante in un via vai di masse e comprimari.
Un Artista dal valore aggiunto; un vero cantante – attore come occorre per affrontare questo tipo di ruoli.

Daria Masiero donava a Desdemona una voce pastosa e luminosa nel settore medio – acuto con suoni torniti e filati pregevolissimi; si sarebbe desiderata un po’ di maggiore “polpa” nel registro centro – grave ma il soprano, intelligentemente, non forza mai il suo strumento, lasciando le risonanze naturali e non rendendole mai artificiosamente costruite o intubate.
L’interprete è un po’ assente nei momenti di maggiore pathos ed in quelli in cui il dramma si consuma in modo più “sanguigno” che metafisico (il duetto del 3 atto). Cesella un quarto atto di grande stile e di sublime musicalità.

Tra i ruoli di fianco vanno segnalate le eccellenti prove di Saverio Pugliese quale Roderigo, di Raffaella Lupinacci come Emilia, di Antonio Barbagallo come Montano.

Sugli scudi il Lodovico di Alessandro Spina, voce di grande interesse e da riascoltare in un repertorio più importante mentre completamente scialbo, intubato e poco incisivo, sia vocalmente che scenicamente, è stato il Cassio di Giulio Pelligra.

La parte musicale brilla di luce meravigliosa grazie alla concertazione di Giampaolo Bisanti.
Il giovane direttore milanese ci ha regalato un Otello pieno di sfumature, di giochi di colori, di attenzione costante al palcoscenico ed al delicato equilibrio tra la buca e le voci che era praticamente perfetto.
Il suo gesto è molto elegante, chiaro, fatto di movimenti precisi ed armoniosi;  la sua direzione è tesa, viva, vibrante e l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali suona in modo talmente meraviglioso da essere quasi irriconoscibile rispetto ad altre prove operistiche fornite negli ultimi anni.
Molto bene il Coro diretto da Antonio Greco.

Al termine della rappresentazione applausi scroscianti per tutti i principali protagonisti con vere e proprie ovazioni per Gazale e Bisanti.
Monica Lukacs

LA PRODUZIONE

Direttore                    Giampaolo Bisanti

Regia                          Stefano de Luca
Scene                          Leila Fteita
e costumi
Light designer           Claudo De Pace
Maestro del coro       Antonio Greco


GLI INTERPRETI

Otello                          Walter   Fraccaro
Jago                            Alberto Gazale
Cassio                         Giulio    Pelligra
Roderigo                    Saverio Pugliese
Lodovico                    Alessandro Spina
Montano                    Antonio Barbagallo
Desdemona                Daria Masiero
Emilia                         Raffaella Lupinacci


Coro del Circuito Lirico Lombardo
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano

Maestro del coro voci bianche Michelangelo Gabrielli
Coro voci bianche del Teatro Sociale di Como
Coro voci bianche del Conservatorio di Como

Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo
Nuovo allestimento
Opera rappresentata con sovratitoli









I MASNADIERI, GIUSEPPE VERDI - FESTIVAL VERDI, TEATRO REGIO DI PARMA, 25 ottobre 2013




  Ah, potessi il mar, la terra,
sollevar con un ruggito,
contro l'uomo unirli in guerra!”

Ultima opera programmata al Festival Verdi di Parma 2013, i Masnadieri è l'opera degli “anni di galera”al quale Verdi ha dedicato più cura nella gestazione e nella messa in scena rispetto alle precedenti, pretendendo cantanti da lui scelti e curandone addirittura la direzione d'orchestra e l'allestimento, cosa assai rara all'epoca.
Si pensi che finché non fu sicuro della presenza di Jenny Lind, (soprano svedese per la quale pensò la scrittura della parte di Amelia) alla messa in scena, si rifiutò di lasciare la Francia alla volta di Londra con lo spartito pronto; spartito che era completo solo della parte vocale, giacché la strumentazione fu completata da Verdi durante le prove dello spettacolo!
A Parma abbiamo visto uno spettacolo nel complesso riuscito tenendo ben presente ahimè la rarità con cui viene proposto questo titolo.

Il regista Leo Muscato adotta per Parma un'ambientazione non definita. I costumi tardo settecenteschi di Silvia Aymonino e le scene senza alcun riferimento storico di Federica Parolini non ci aiutano a calarci nell'atmosfera Schilleriana tardo cinquecentesca richiesta dalla didascalia del libretto, ma anzi spesso confondono lo spettatore,  senza tuttavia disturbare con elementi inutili.
Gli oggetti in scena sono pochi, essenziali, riconducibili all'azione in divenire nel momento stesso della scena: un letto per il padre morente, il trono ambito per il perfido Francesco, le lapidi sepolcrali per la povera Amalia.

Essenziale e routinier il lavoro di regia sui personaggi come pure sulle masse corali, nonostante in quest'opera non manchino, pur nel suo libretto assurdo, spunti per un lavoro di scavo e interpretazione sui protagonisti.

Roberto Aronica(Carlo) possiede fin dagli inizi della sua luminosa carriera un timbro bellissimo e generoso al quale però non sempre corrisponde una gestione oculata di tanto tesoro.
Il canto è sempre forte e nasale a discapito di colori e accenti che nella scrittura della sua parte certo non mancano. Il suo Carlo risulta così un baldanzoso malfattore al quale fa difetto il trasporto amoroso e l'affetto filiale.

Aurelia Florian(Amelia) ci regala un' interpretazione più che corretta del suo terribile personaggio, propendendo più per il versante lirico che per quello del canto fiorito e di agilità. La Florian ha tecnica e fiato sicuri al quale però non sempre corrispondono un'intonazione perfetta.

La voce di Damiano Salerno (Francesco) è quella di un baritono molto chiaro, dal volume non ampio, che però sa risolvere con tecnica e una preparazione precisa l'interpretazione del suo personaggio, regalandoci un Francesco credibile anche scenicamente.

Mika Kares(Massimiliano) ha bella voce, scura e profonda che sa arrivare anche alla parte più alta del rigo senza difficoltà. Buone le prove di Giovanni Battista Parodi(Moser)  di Antonio Corianò (Arminio) ed Enrico Cossutta (Rolla).

Notevole la preparazione del coro del Teatro Regio di Parma istruito dal bravissimo Martino Faggiani, dove la sezione maschile ha veramente dato prova di alta professionalità e competenza scenica.

Francesco Ivan Ciampa a capo della Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, ha saputo dirigere con piglio preciso e sicuro, imprimendo il  giusto colore verdiano ad un lavoro tipico degli “anni di galera” del maestro delle Roncole, pur sacrificando colore e dinamiche agogiche che avrebbero reso il suo lavoro perfetto.

Successo di pubblico cordiale e sincero per tutti.

Pierluigi Guadagni


Edizione critica a cura di Roberta Montemorra Marvin,
the University of Chicago Press, Chicago e Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano

LA PRODUZIONE
Maestro Concertatore e Direttore  Francesco Ivan Ciampa
Regia                                                 Leo Muscato
Scene                                                 Federica Parolini
Costumi                                             Silvia Aymonino
Luci                                                   Alessandro Verazzi
Maestro Del Coro                            Martino Faggiani

GLI INTERPRETI

Massimiliano, Conte Di Moor,       Mika Kares
Reggente
Carlo, Figlio Di Lui                          Roberto Aronica
Francesco, Figlio Di Lui                   Damiano Salerno
Amalia, Orfana,                                Aurelia Florian
Nipote del Conte  
Arminio, Camerlengo                       Antonio Corianò
della Famiglia Reggente
Moser, Pastore                                Giovanni Battista Parodi
Rolla, Compagno di Carlo Moor     Enrico Cossutta

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli 






MUSICA E COMMOZIONE NEL RICORDO DI LUCIA VALENTINI TERRANI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, mercoledì 24 ottobre 2013, ore 20,45


Quando musica vuol dire festa, emozioni forti, amicizia. Ci sono degli appuntamenti particolarmente speciali che non si risolvono in una semplice ‘serata a teatro’. Serate in cui una magia incredibile pervade il pubblico e le pareti del teatro stesso trasudano energia. Il motivo è certamente la grande forza degli artisti che animano questi eventi, ed il pubblico che, rapito dall’atmosfera, risponde con altrettanta vitalità e calore. A rendere speciale lo spettacolo che si è svolto al Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso è stato il ricordo della meravigliosa  e compianta Lucia Valentini Terrani, mezzosoprano padovano scomparso nel 1998, amato ed applaudito in tutto il mondo.
Questa splendida cantante era capace di esaltare il pubblico ad ogni sua esibizione con i fuochi d’artificio della sua voce, ed alla sua memoria è stato dedicato il bellissimo concerto che si è tenuto a Treviso, con la partecipazione di tante star del mondo della lirica, che hanno voluto ricordarla con la musica che amava tanto. Un'artista che sarà sempre nei cuori di chi la conosceva e di chi avrà la gioia di conoscerla attraverso le testimonianze dei suoi cari e delle sue incisioni.

Si deve allo sforzo organizzativo di Giuseppe Aiello, ideatore e direttore artistico dello spettacolo, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le attività Culturali ed in collaborazione col Comune di Treviso, l’evento che il teatro della deliziosa città veneta ha ospitato registrando il tutto esaurito in ogni ordine di palco e in platea, da un pubblico visibilmente entusiasta e soddisfatto per quanto è stato offerto.  

I proventi della serata sono stati devoluti alla Fondazione Lucia Valentini Terrani Onlus, tra i cui soci fondatori vi è il suo affezionatissimo marito Alberto Terrani. L’associazione è attivissima in iniziative benefiche volte a trovare fondi per aiutare persone colte da mali incurabili, con particolare attenzione ai bambini.

Questi i protagonisti del concerto: Jessica Pratt, Giovanna Lanza, Riccardo Gatto, Alessandro Scotto di Luzio, Giovanni Parodi, Antonio Barbagallo, Filippo Polinelli.

Arie d’opere dei grandi Verdi, Donizetti, Puccini, Bizet e Bellini, con l’accompagnamento dell’Orchestra Filarmonia Veneta ed il Coro Lirico Amadeus, sono stati l’anima della serata.

Il Maestro Ivan Ciampa ha aperto la serata con la sinfonia da La Forza del Destino di Verdi, che con la sua energia ha in un certo senso richiamato alla mente quanto abbia lottato contro il destino la grande Lucia Valentini, che non si è mai arresa alla sorte fino all’ultimo momento. Con grinta e decisione ed un suono asciutto la direzione del maestro è stata attenta e partecipe per tutta la serata.

Un ricordo della grande artista da parte di Giuseppe Aiello, e poi gli interpreti si sono alternati sul palco dopo brevi presentazioni.

Splendida interprete dell’opera donizettiana, il soprano  Jessica Pratt ha cantato la bellissima ‘O luce di quest’anima’ dalla Linda di Chamounix. La sua voce arriva in alto in sala luminosa, agile e soave. Diventa poi intensa e passionale con il duetto dal Rigoletto verdiano ‘Sì, vendetta, tremenda vendetta’ , con un altrettanto intenso Filippo Polinelli, la cui voce robusta e austera si sposa col ruolo del vecchio genitore afflitto nell’animo. Da questo capolavoro anche il quartetto ‘Bella figlia dell’amore’ . Per l’occasione alla Signora Pratt  si sono aggiunti il tenore Alessandro Scotto di Luzio , il mezzosoprano Giovanna Lanza ed il baritono Antonio Barbagallo, applauditissimi. Dalla Sonnambula di Bellini il soprano ha infine eseguito ‘Ah! Non credea mirarti’, cantata con dolcezza incantatrice.

Fantastica sia vocalmente che per interpretazione Giovanna Lanza. La sua Habanera da Carmen è stata disinvolta, convinta, ammaliatrice, grazie anche al colore ambrato e corposo della sua voce perfetta per un ruolo del genere. Il Coro Amadeusha accompagnato con viva partecipazione questa esecuzione.  A sottolineare le sue doti interpretative, in compagnia di Antonio Barbagallo ed il coro, Traviata e la festa a casa di Flora con ‘Noi siamo zingarelle’. Barbagallo ha un timbro  particolarmente musicale, unitamente ad un volume non indifferente che ne fanno un interprete molto apprezzato dal pubblico. Con il collega Polinelli il baritono ha poi eseguito da I Puritani di Bellini ‘Suoni la tromba’, entrambi incisivi e molto accorati. Chicca di Polinelli ‘Di Provenza il mare, il suol’ da Traviata.

Alessandro Scotto di Luzio ha regalato la dolcissima ‘Una furtiva lagrima’ di Donizetti, forte di una voce melodiosa e delicata. Vespri Siciliani per il basso Giovanni Battista Parodi con ‘O tu Palermo’, eseguita con il suo timbro particolarmente cavernoso, che trova la sua massima espressività proprio nei toni maggiormente gravi. Conclusione d’effetto con Barbagalloed il Coro Amadeus nel ‘Te Deum’ dalla Tosca, con il breve intervento di Riccardo Gatto.

Dopo un incessante scroscio di applausi, bis tutti insieme col sestetto dalla Lucia di Lammermoor, esso stesso bissato.
Serata veramente piacevole, in cui pubblico, artisti, e certamente anche la grande Lucia Valentini Terrani con il suo spirito, sono stati veramente felici. Un bravo agli organizzatori, a tutti gli artisti, per averci ricordato che la musica vuol dire soprattutto emozione e gioia, che arriva dritta al cuore.

MTG 


BERND ALOIS ZIMMERMANN, DIE SOLDATEN - OPERNHAUS ZURICH, 19 ottobre 2013, ore 20,00




“Muss denn ein Kind seiner Mutter bis ins Grab Schmerzen schaffen?”
Die graefin de la Roche

Quando nel 1957 l' Opera di Colonia commissiono' a Zimmermann un lavoro operistico, questi pensò a Die Soldaten, una dramma settecentesco di Jacob Lenz suddiviso in 35 scene, apologo della vita militare e dell'esistenza umana in generale, dove appunto gli uomini sono soldati condannati a fare eternamente sempre e solo i soldati, in guerra come in pace, contro i loro simili, specialmente quelli più deboli e indifesi, come le donne appunto.

Il compositore, autore anche del libretto, pensò a dodici palcoscenici che dovevano circondare l'uditore in teatro sui quali in contemporanea, avrebbe dovuto svilupparsi l'azione, condotta da sette direttori d'orchestra, talmente vasto e impegnativo era lo sforzo richiesto.
Per tale motivo l'opera fu giudicata ineseguibile dall'allora direttore musicale del teatro di Colonia, Wolfgang Sawallisch, il quale dopo un lungo rimaneggiamento e ridimensionamento coatto della partitura ad opera di Zimmermann, accettò finalmente la messa in scena nel 1965.

Mettere in scena un'opera come Die Soldaten oggi , è un'impresa che al solo pensiero dovrebbe far tremare i polsi anche al più navigato Sovrintendente di teatro.
A Zurigo invece non si sono intimoriti e hanno pensato bene di aprire addirittura la nuova stagione operistica, affidando la messa in scena ad uno dei più controversi registi del momento, Callixto Bieito, il quale ha fissato l'azione nel periodo della composizione dell'opera, gli anni sessanta.

E' il tempo della guerra fredda, della guerra in Vietnam e a tale periodo si rifanno i costumi di Ingo Kruegler.  La sterminata orchestra, anch'essa composta da musicistisoldati, non è in buca ma occupa l'intero palcoscenico ed oltre, accomodata su ponti metallici mobili ideati da Rebecca Ringst.
L'intera azione si svolge quindi principalmente sul golfo mistico portato al livello palcoscenico, praticamente in sala, dove su dei pannelli cinematografici vengono proiettati i video di Sarah Derendinger o l'azione stessa filmata dai cantanti con telecamere portatili.
Bieito richiede moltissimo dai cantanti, i quali oltre a cantare appunto le loro parti  già di per se impegnative spesso al limite delle capacità umane,  si trovano spesso costretti ad uno sforzo interpretativo veramente sovrumano. La ferocia dei soldati è qui veritiera, niente simulazioni, il sangue e la violenza non sono mascherati, come pure lo stupro di Marie e la sua miserrima fine. Esemplari la prima scena del secondo atto e la scena seconda del quarto atto.
Le ridotte dimensioni del teatro zurighese hanno solo probabilmente limitato le intenzioni registiche di Bieito e sacrificato quella dimensione corale e la sensazione di contemporaneità intrinseca alla partitura di Zimmermann.

March Albrecht a capo della filarmonica zurighese integrata da numerosi percussionisti e da un'orchestra jazz, conduce in porto la monumentale scrittura  con mano ferma e precisissima, dando la sensazione di avere nel repertorio più routinier una partitura che solo al vederla, terrorizza per monumentalità e cambi repentini di metro e colore al limite veramente dell'eseguibile.

Impossibile citare tutti i numerosissimi interpreti, tutti precisi e formidabili, tutti inseriti in un cast che ha brillato per affiatamento e coinvolgimento emotivo.

Da menzionare la bravissima ma forse vocalmente un po' troppo leggera  Marie di Susanne Elmark, la musicalissima Noemi Nadelmann nel ruolo ingrato e impervio di Graefin de la Roche, l'incredibile Desportes di Peter Hoare per la vocalità spaventosa richiesta da Zimmermann per il suo ruolo e lo Stolzius ispiratissimo di Michael Kraus. Hanna Schwarz nel ruolo della madre di Stolzius, nonostante sia alla soglia delle 70 primavere, ha saputo regalarci anche questa volta un'interpretazione da manuale. 

Successo travolgente di pubblico con numerosissime chiamate al proscenio.
Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE
Direttore d'orchestra
Marc Albrecht
Regia
Calixto Bieito
Scene
Rebecca Ringst
Costumi
Ingo Krügler
Luci
Franck Evin
Video-Design
Sarah Derendinger
Coreografie
Beate Vollack
Drammaturgia
Beate Breidenbach

GLI INTERPRETI

Wesener
Pavel Daniluk
Marie, sua figlia
Susanne Elmark
Charlotte, sua figlia
Julia Riley
Madre di Wesener 
Cornelia Kallisch
Stolzius
Michael Kraus
Madre anziana di Stolzius'   
Hanna Schwarz
Obrist
Reinhard Mayr
Desportes
Peter Hoare
Pirzel
Michael Laurenz
Eisenhardt
Cheyne Davidson
Haudy
Yuriy Tsiple
Mary
Oliver Widmer
1. giovane uff.
Sunnyboy Dladla
2. giovane uff.
William Lombardi
3. giovane uff.
Carlos Nogueira
Cont.ssa de la Roche
Noemi Nadelmann
Giovane Graf
Dmitry Ivanchey
Andalusina / Madame Roux
Beate Vollack
3 Ufficiali
Karl-Heinz Waidele
Benjamin Mathis
Gerhard Nennemann

Uff. ubriaco
Elias Reichert
Servo di Gräfin
Wolfram Schneider-Lastin
Giovane  Fähnrich

Benjamin Mathis
Coproduzione con
Komischen Oper Berlin


 ORCHESTRA PHILHARMONIA ZÜRICH






RIGOLETTO, GIUSEPPE VERDI – TEATRO VERDI DI PADOVA, venerdì 18 ottobre 2013, ore 20,45







Dopo tre anni dal primo esperimento, il teatro Verdi di Padova, in collaborazione con il Comune di Bassano del Grappa, riprende questa produzione di Rigoletto registrando un bel successo di pubblico. Con un allestimento quanto mai controverso, questo spettacolo vede la firma di Stefano Poda, il quale ha curato non solo la regia, ma anche le scene, i costumi e le luci. Non immaginiamoci le belle sale sfarzose del palazzo del Duca di Mantova, o i ricchi costumi dei nobili che abbagliano gli occhi di chi osserva. Siamo di fronte ad un terrificante viaggio verso le più remote inquietudini dell’animo umano, i vizi dell’uomo, le virtù schiacciate dal male che incombe, insomma un’opera ancor più cupa di quanto solitamente si immagina quando si pensa ai temi affrontati dal Rigoletto verdiano. Qui i contenuti sono sotto gli occhi di tutti, nella loro crudità: l’amore è solo una illusione, l’uomo è infedele, proteggere troppo i figli può condurre alla loro stessa rovina, fidarsi del prossimo può portare a delusione e disperazione, il tutto proprio sottolineato da ambienti molto astratti, inquietanti e a tratti onirici.

Innanzitutto è quasi sempre buio in scena, la luce compare solo a fasci ed immediatamente un senso di oppressione stringe il petto dell’osservatore. Un insieme di ambientazioni singolari si sussegue per le varie azioni. La sala del palazzo ducale sembra più un laboratorio di scultura, con oggetti d’arte sparsi in giro per il palco; inoltre, imponenti ed inquietanti, pendono sopra le teste degli interpreti delle sculture maschili menomate sorrette da una impalcatura che li infilza. Ed ancora, è presente una parete costituita da soli volti astratti che spuntano in rilievo, di nuovo scuri e minacciosi.

Una parete bianca  fitta di finestre murate ed un semplice materasso in tinta è per contrasto ciò che accenna alla stanza di Gilda. Le finestre, che dovrebbero simboleggiare l’aria vitale e la libertà, sono in realtà finte e murate, a testimonianza che la vita della fanciulla è purtroppo una prigionia, se pur a fin di bene. Sembra dunque non esserci alcuno spiraglio di redenzione o salvezza per costoro, nera è la notte, fitta è la pioggia che poi irrompe realmente sul palco.

Altro elemento che contraddistingue questa messa in scena, spesso coinvolto nelle azioni oppure in disparte sul palco, è la figura del mimo, anch’egli scuro quasi a mimetizzarsi con gli altri, che con le sue movenze sembra esplicitare di volta in volta tutti i moti dell’animo dei personaggi: una coscienza che attraversa le loro vite, le sfiora, ci aiuta a 'sentire'. Ovviamente anche i costumi sono in tema con questa particolare atmosfera: molte tuniche lunghe, largo uso di pelle scura. Non stupisce che la scena della seduzione tra il Duca e Maddalena sia circondata da nudità, e che la stessa Maddalena sia una specie di dark lady sadomaso.  

In tutto questo turbinio di emozioni e sensazioni emerge una figura angelica che contrasta con tutto ciò che la circonda. Vestita di bianco è una intensa Gilda di Jessica Pratt. Volutamente senza trucco, come ad indicare l’assoluta purezza del suo personaggio, il ruolo della ingenua fanciulla che spera e dispera nel più nobile dei sentimenti è decisamente centrato per interpretazione, brillantezza nel canto ed emozioni che ha suscitato. Il soprano possiede una voce ricca e variegata, che l’artista riesce a dosare nella sua potenza naturale in favore di un suono angelico, mai trattenuto e sempre con splendido fraseggio. 

Il duca di Mantova è Paolo Fanale. Giustamente sbruffone e sicuro di sé, il tenore è sembrato a suo agio nella parte, mostrando una buona padronanza anche della sua voce, che unitamente al bellissimo colore di cui è dotato, ne coronano una bella performance.

Dispiace che invece il ruolo centrale di Rigoletto non abbia regalato le emozioni che ci si aspettava. Ionut Pascu non è stato sempre preciso nell’intonazione e talvolta l’emissione della voce stessa non è stata sicura, risultando in un suono troppo infossato e di conseguenza non pulito. Dal punto di vista interpretativo c’è da dire che il baritono ha dato il massimo per rendere al meglio i tormenti del povero padre/buffone.

Splendidi e molto apprezzati i due perfidi fratelli Sparafucile e Maddalena. Il primo, impersonato da Mirco Palazzi, ha ancora una volta mostrato quanto il bellissimo colore della sua voce bruna ed intensa, unitamente ad una interpretazione convinta di cattiveria e freddezza possano essere indice di una prestazione senz’altro positiva. Così anche il mezzosoprano Daniela Innamorati, è riuscita a cogliere il giusto spirito che Poda ha inteso per il ruolo della sorella del sicario: il suo ingresso in abito di pelle nera con scudiscio alla mano esplicita già il suo personaggio. La sua incredibile voce possente, scura ed emessa con precisione, nonché il suo modo di incedere sulla scena, ne fanno una Maddalena sensuale e volitiva, centrando così un’ottima interpretazione.

Risultano corretti e partecipi completando il cast la Giovanna di Milena Josipovic, Il bravo conte di Monterone Abramo Rosalen, il Marullo di William Corrò, Matteo Borsa di Orfeo Zanetti, Il Conte di Ceprano Francesco Milanese, La Contessa di Ceprano Alessandra Caruccio, Un paggio della Duchessa Caterina Sartori, ed Un Usciere di corte Luigi Varotto.

Grande linfa vitale della serata la direzione del Maestro Giampaolo Bisanti alla testa dell’Orchestra di Padova e del Veneto. Con il giusto volume e brillantezza, mai pesante e sempre coerente nella gestione del rapporto tra palco e buca, con una attenzione massima ai dettagli, è riuscito a donare all’orchestra il suono appropriato a seconda dei momenti, rendendo giustizia all’opera nel suo insieme.
Il coro di Dino Zambello ha offerto una prestazione di buon livello anche interpretativo.

Applausi scroscianti con chiamate sul palco hanno premiato questa particolarissima produzione, che dunque il pubblico ha mostrato di gradire, con punte di ovazioni per i protagonisti principali ed il direttore d’orchestra.
MTG

LA PRODUZIONE

Maestro Concertatore          Giampaolo Bisanti
e Direttore d’orchestra 
Regia, Scene, Costumi,        Stefano Poda
Luci    

GLI INTERPRETI

Rigoletto, Buffone                 Ionut Pascu
Di Corte
Gilda, Figlia Di Rigoletto     Jessica Pratt
Il Duca Di Mantova             Paolo Fanale
Sparafucile Sicario               Mirco Palazzi
Maddalena                            Daniela Innamorati
Sorella di Sparafucile
Giovanna                              Milena Josipovic
Conte di Monterone             Abramo Rosalen
Marullo                                  William Corrò
Matteo Borsa                        Orfeo Zanetti
Il Conte di Ceprano              Francesco Milanese
La Contessa di Ceprano      Alessandra Caruccio
Un paggio della Duchessa    Caterina Sartori
Un Usciere di corte               Luigi Varotto

Coro Città Di Padova Diretto Da Dino Zambello
Orchestra Di Padova E Del Veneto
Coproduzione Tra i Teatri di Padova e Bassano

FOTO GIULIANO GHIRALDINI










APERTURA DI VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO – VERONA, domenica 13 ottobre 2013, ore 16,30



Si è aperta ieri pomeriggio la terza stagione dell’associazione lirica veronese intitolata alla sua città, con un piacevole concerto, che ha offerto ai suoi sempre più numerosi iscritti, bella musica e straordinari talenti.
Protagonista del bel canto internazionale la coppia tenore/soprano costituita da John Osborne Lynette Tapia.
Con arie tratte dalle più popolari opere di Donizetti e Gounod ed una incursione verso il celebratissimo Verdi, hanno offerto quasi tre ore di emozioni e passione, intervallate dalla performance del giovane talento veneto, il violinista Giovanni Andrea Zanon.

Dopo il consueto saluto di benvenuto del presidente Giuseppe Tuppini, il concerto si è aperto con L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti ed il duetto ‘Caro elisir! Sei mio!’, seguito da ‘Una furtiva lagrima, aria immancabile nel repertorio di un tenore. A seguire da Roméo et Juliette di Charles Gounod ‘Je veux vivre per la Signora Tapia e ‘Ah! Leve toi soleil per il compagno Osborn, ed il duetto d’amore che li vede impegnati entrambi. Di nuovo Donizetti con Don Pasquale, per chiudere la prima parte del concerto: ‘Tornami a dir che m’ami’, ancora in duetto.

Nella seconda parte Verdi e Traviata: la celeberrima ‘E’ strano..sempre libera’ e ‘Dei miei bollenti spiriti’; mentre per chiudere il concerto, un altro duetto d’amore, tratto questa volta da La fille du régiment di Donizetti.

Colpisce la delicatezza dell’impasto vocale della coppia, molto affiatata tanto nel canto quanto nell’ interpretazione.
Il tenore Osborn torna a Verona dopo il successo areniano delle ultime due stagioni. La sua voce è di morbida pasta acuta che si esprime correttamente anche nel registro centrale. Da' il meglio di sé nel repertorio belcantistico, ma regala anche una buona esecuzione dell’aria ‘Dei miei bollenti spiriti’ dalla Traviata, pur se non perfetta nel finale. Dona molto all’interpretazione e si muove sul palco con la disinvoltura che mostra sempre quando è in scena.

La Signora Tapia  è dotata di una freschezza vocale che accarezza l’udito con suoni leggeri e delicati pianissimo. Gli acuti sono abilmente giostrati tra suoni sottili e più ampi, e le agilità sono eseguite in gran scioltezza. Trattandosi di una occasione festosa, come tra amici, la coppia si è concessa anche qualche azzardo, come il bis da Lakme per il soprano, con la cosiddetta ‘Aria dei campanelli’, difficilissimo gioco di vocalizzi e scale acrobatiche con la voce quasi sempre impegnata nel registro più acuto. Il tenore invece ha regalato la famosa aria dei nove do di petto da La fille du regiment, 'Ah, mes amis, .... Pour mon âme', che alla fine di un concerto così lungo è davvero indice di gran generosità. Ha accompagnato la coppia la sempre ineccepibile Patrizia Quarta al pianoforte.

La grande e bella sorpresa della serata è stata l’esibizione del violinista Giovanni Andrea Zanon, appena quindicenne, che ha offerto brani molto difficili sia dal punto di vista tecnico che interpretativo: il complicatissimo pezzo noto come ‘Il trillo del diavolo’ , ossia la Sonata per violino in sol minoredi Tartini, la melanconica e sublime ‘Mèditation’, tratta da Souvenir d'un lieu cher, Op.42 di Tchaikovsky, ed infine il delizioso ‘Capricho Basco’ di Sarasate. Lo accompagna il Maestro Pierluigi Piran al piano.

Con una scioltezza sul palco pari ai divi di consumata esperienza ha conquistato i presenti, sia per perizia esecutiva che per intensità e consapevolezza di quanto è in esecuzione. Tanta passione ed energia per Tartini, il cui brano rimanda a forza tempestosa e sogno elegiaco allo stesso tempo; sentimento e commozione per Chaikovsky, e brio, allegria e leggerezza infine offrono le note di Sarasate.

Applausi entusiasti per tutti, dopo questo bell’inizio siamo sicuri che sarà una grande stagione di concerti per Verona Lirica, che davvero si impegna ogni anno per rendere felici ed orgogliosi i suoi tantissimi soci.

MTG






IL FURIOSO ALL’ISOLA DI SANTO DOMINGO, GAETANO DONIZETTI – TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, venerdì 11 ottobre 2013, ore 20,30






Continua il pregevole lavoro della Fondazione Donizetti di Bergamo, nel manifestare la volontà di far riscoprire quanto di prezioso offre la nostra cultura musicale e che talvolta viene messo da parte, in favore di titoli più blasonati e di sicuro riscontro nel pubblico. In questo caso, la scommessa è stata ancora vincente, con la messa in scena de ‘Il Furioso all’isola di Santo Domingo’, soprattutto per l’importante recupero di un bozzetto che il grande e compianto illustratore e scenografo Emanuele Luzzati aveva ideato anni addietro, per un progetto operistico pensato proprio per l’isola dominicana, e poi in seguito accantonato.

La storia di per sé non ha nulla di particolarmente originale: un uomo abbandonato dalla sua donna che poi fa di tutto per riconquistarlo, e fondamentalmente il tutto si svolge attorno a questo fatto. Ma è come questo viene posto in essere dal regista Francesco Esposito che sancisce la riuscita di questa produzione. Infatti, l’ambientazione creata per essa ci porta in una dimensione fiabesca, come se i personaggi fossero usciti da un libro incantato dai colori vivaci e splendenti. Le scenografie sono opera di Michele Olcese, che ha avuto il compito di concretizzare quanto a suo tempo Luzzati aveva ipotizzato con il suo bozzetto. I fantasiosi scenari ispirati al pittore francese Henri Rousseau, insieme ai costumi di Santuzza Calì e Paola Tosti, fanno sì che le vicende prendano vita in mezzo a bellissimi paesaggi naturali e fondali marini animati meccanicamente. 


La vicenda di quest’opera che ispirò il librettista Jacopo Ferretti, debuttò al teatro Valle di Roma nel 1833, e trae origine da un lavoro teatrale napoletano anonimo di poco precedente, nonché da episodi del celeberrimo Don Chisciotte della Mancia di Cervantes, risalente al 1605.  
Non pazzo furioso è il nostro protagonista; è un malato d’amore, con tutte le conseguenze del caso: rabbia mista a dolore, malinconia, sprazzi di follia omicida poi rientrati in lampi di lucidità. Cardenio è impazzito per la troppa sofferenza, per la delusione amorosa: il suo angelo lo ha tradito e ciò lo conduce ad una follia che però talvolta è persino ironia, tanto assurde sono certe sue azioni, di volta in volta subite da chi gli sta intorno e prontamente sventate.

Per quanto il libretto rechi il sottotitolo ‘melodramma in due atti’, oggi l’opera è in realtà definita ‘semiseria’ per quel velo di leggera ironia che appunto pervade tutta la narrazione. Ogni azione che prelude ad un momento tragico infatti, è in realtà seguita da una contro azione che annulla in un lampo la precedente, così che man mano chi assiste alla rappresentazione acquista la quasi consapevolezza che in ogni caso il lieto fine sia dietro l’angolo. Si pensi all’iniziale tentativo di suicidio da parte di Cardenio, trattenuto da Bartolomeo e Marcella; oppure più avanti al suo tentativo di infierire nuovamente sul povero moro Kaidamà, sempre fermato dalla comparsa di Bartolomeo; ed ancora il gesto di voler colpire a morte Eleonora nel secondo atto, nuovamente arrestato, stavolta dal fratello Fernando; ed infine al termine, la scellerata proposta di doppio suicidio con l’amata da parte del Furioso, ancora una volta impedito da Bartolomeo e Fernando. Infine, dopo l’ennesima prova d’amore da parte della bella Eleonora disposta a morire essa sola, i due amanti si ritrovano insieme felici per sempre come nelle più classiche delle storie narrate.

Il cast della prima ha visto come protagonisti interpreti raffinati che con il giusto spirito hanno saputo esemplificare tutte queste sensazioni,  dando valore alla parola, al suo significato, in perfetta fusione con la musica per essa creata dal compositore.

Il Furioso della serata è Simone Alberghini. Grazie anche ad una regia efficace che sottolinea soprattutto il lato malinconico del personaggio (si pensi a quel suo contemplare costantemente l’effige della fedifraga, ma che allo stesso tempo egli colpisce per sfogare la sua rabbia), il baritono può esaltare le sue doti attoriali, unitamente ad un canto al servizio della parola che conquista scena dopo scena.

In grande spolvero è stato di sicuro Filippo Morace nei panni di Kaidamà. Il suo comparire in scena in barella attaccato ad una flebo e mezzo ingessato mette già lo spettatore in animo favorevole nei confronti del personaggio, che subisce suo malgrado gli sbalzi di umore e lucidità del disperato Cardenio. Un canto ben eseguito dalla sua voce corretta e voluminosa e una evidente propensione alla recitazione, ne fanno il beniamino della serata.  

Cinzia Forte è stata davvero spiritosa nel cogliere tutte le sfaccettature del suo personaggio: colpevole pentita, esprime con sicurezza la vena ironicamente drammatica del suo personaggio, sottolineando i suoi stati d’animo grazie e soprattutto alle variazioni della sua voce duttile ed agile, che si fa robusta nel centro, per poi volare come piuma nella gamma più acuta.

Gradevolissima l’interpretazione della brava Marianna Vinci come Marcella. Possiede un timbro di voce rotondo e di corpo soprattutto nella gamma centrale, spigliata e disinvolta, ha cantato con gran carattere il suo personaggio. Altrettanto dicasi di  Leonardo Galeazzi, un simpaticissimo Bartolomeo dal timbro chiaro e piacevolissimo, anch’egli a suo agio sul palco.

Leggermente meno sciolto ma molto concentrato nel suo canto, si fa man mano più disinvolto il tenore Francesco Marsiglia nelle vesti del fratello Fernando. Anche per lui diversi sono gli spunti atti a suscitare l’ilarità dell’audience, che coglie sottolineandoli con una voce delicata che si piega al volere della scena in corso.

Il coro è parte integrante e viva della storia: i coloni ed i marinai sono coloratissimi nei costumi di Calì e completano armoniosamente le azioni in atto con la correttezza del loro canto.  

L’orchestra del Bergamo Musica Festival ha visto infine come suo condottiero il Maestro Giovanni Di Stefano. Gli artisti non sono mai stati coperti dal suono dei professori e la musica ha fatto più che altro da corretto accompagnamento alle voci in scena, senza donare particolare guizzo ad una rappresentazione che in alcuni punti avrebbe richiesto qualcosa in più.

Pubblico folto ed entusiasta, ha salutato tutti con notevoli applausi di soddisfazione per la piacevole serata trascorsa.

MTG

LA PRODUZIONE

Da un progetto inedito di Emanuele Luzzati

Maestro concertatore           Giovanni Di Stefano
e Direttore d’orchestra
Regia                                     Francesco Esposito
Coreografa e
Assistente alla regia              Maria Cerveira
Scene                                     Michele Olcese
Costumi                                 Santuzza Calì
Assistente ai costumi            Paola Tosti
Tempesta animata                Luigi Berio
Luci                                       Bruno Ciulli
Direttore del coro                 Fabio Tartari

GLI INTERPRETI

Cardenio                               Simone Alberghini
Eleonora                               Cinzia Forte
Fernando                              Francesco Marsiglia
Bartolomeo                          Leonardo Galeazzi
Marcella                              Marianna Vinci
Kaidamà                              Filippo Morace

Nuova coproduzione:
Fondazione Donizetti, Teatro dell’Opera Giocosa di Savona,
Fondazione Teatro Comunale di Modena,
Teatro Sociale di Rovigo, Fondazione Teatri di Piacenza,
Fondazione Teatro Alighieri di Ravenna
Prima esecuzione della nuova edizione Fondazione Donizetti
Sopratitoli in italiano e inglese

Orchestra e Coro del Bergamo Musica Festival












PHOTO STUDIOU.V.

SIEGFRIED, RICHARD WAGNER - AMSTERDAM MUZIEKTHEATER: ZWEITER TAG DES BÜHNENFESTSPIELS "DER RING DES NIBELUNGEN" 21 settembre 2013, ore 17,30



Prosegue al teatro dell'opera di Amsterdam l'allestimento dell Anello del Nibelungo di Richard Wagner concepito da Pierre Audi, con la seconda giornata: Siegfried.


Nell ' insieme della tetralogia wagneriana, Siegfried appare come una specie di racconto a sé, legato sì agli avvenimenti precedenti e futuri, ma che gode di una autonomia narrativa unica nella vicenda del Ring.
Si pensi alla unità conchiusa della narrazione, alla continuità del clima musicale e poetico, alla coerenza delle strutture musicali tutte luminosissime e gaudenti.
Siegfried è quindi il centro nevralgico della tetralogia, dove tutto converge e riparte.
Siegfried è l'attimo dell'ottimismo, della felicità, quando prima Walkure è stato il momento della sconfitta e Gotterdaemmerung sarà il momento della capitolazione.

L'allestimento visto al Muziektheater, è decisamente tradizionale, nel senso buono del termine.
Pierre Audi, con la drammaturgia di Klaus Bertisch, ci regala (finalmente!!) un Siegfried dove non si ci deve scervellare per comprendere le remote intenzioni del regista (e ultimamente abbiamo visto cose raccapriccianti) ma semplicemente godere del dettato musicale e poetico wagneriano in un contesto  sì innovativo ma non dissacratorio, supportato dalle splendide scene di George Tsypin e dai costumi di Eiko Ishioka.
Unico vezzo la scelta di condividere l'immenso  palcoscenico di Amsterdam con l'orchestra, qui più che mai coprotagonista e interprete; ecco quindi che il golfo mistico (non più necessario) viene coperto e utilizzato come appendice della scena, i cantanti condividono con i professori d'orchestra e il direttore la ribalta, risultando all'auditorio coinvolgenti nel vero senso della parola. E ovviamente ne guadagna anche l'amalgama musicale: l'immensa orchestra wagneriana non copre più le voci e i cantanti possono finalmente permettersi finezze vocali e performance superiori a qualsiasi altra rappresentazione in altri teatri (Bayreuth escluso).

Il cast scelto per questo Siegfried è quanto di meglio ci sia sulla piazza in termini qualitativi.
Siegfried è Stephen Gould, cantante generosissimo che non si risparmia per tutta la recita.
Il suo è un Sigfried dai tratti scuri nella voce, ma che sale senza alcun problema alle parti più alte del rigo musicale per tutte le 5 ore dello spettacolo. Tratteggia un personaggio spavaldo ma non stupido, ingenuo ma non idiota, come spesso ci capita di vedere. Il suo fraseggio è esemplare anche se spesso la dizione non risulta perfetta. Il cantante statunitense possiede una tecnica formidabile che gli permette di farci apprezzare appieno un ruolo vocale tra i più impervi senza trovarci di fronte, come spesso capita purtroppo,  ad urlatori scalmanati o sguaiati, che quasi nulla hanno a che fare con la giovane bellezza pensata da Wagner per il ruolo di Siegfried.
Mime era Wolfgang Ablinger-Sperracke, uno specialista nel ruolo che anche questa volta non ha perso occasione per regalarci una interpretazione del fabbro nano, esemplare.
Ablingher-Sperracke si muove sulla scena completamente a suo agio, sicuro nella parte cantata, ma ancora di più (e non è particolare da poco per questo ruolo) in quella recitata. La sua malvagità è saccenza e inganno, la sua paura è terrore vero, la sua astuzia un'antologia di lassismo e perfidia senza pari. Un grande artista che speriamo di risentire presto.
Der Wanderer era Thomas Johannes MayerIl basso/baritono olandese possiede una voce molto chiara che, pur non spaventandoci per questo ruolo, potrebbe non risultare in linea con il dettato musicale wagneriano. In effetti la sua voce è risultata poco incisiva in alcune scene, come il duetto con Erda oppure in quello con Alberich. Qui ci saremmo aspettati un personaggio più ieratico e solenne, cose che mancano alla voce bella ma troppo baritonale di Mayer.
Werner van Mechelen era Alberich. Il baritono belga, specialista nel ruolo, canta la breve ma importantissima parte di Alberich tratteggiando un nano completamente terrorizzato dal futuro e dal presente, teso e avido esclusivamente dell'oro che Fafner custodisce gelosamente nella caverna.
Fafner appunto, il basso olandese Jan-Hendrik Rootering, ci è parso un poco spento, forse già consono della fine che lo aspetta.
Splendida la Erda di Marina Prudenskaja. Il mezzosporano russo è una cantante esemplare, il suo “soliloquio” del terzo atto ha un esito di sconvolgente portata. Veramente qui ci è parso di udire la sua voce provenire da un sottosuolo reale, da un inconscio pieno di tormenti e dubbi.
Brunnhilde era Catherine Naglestad.
Tra la composizione del terzo atto di Walkure e il terzo atto di Siegfried passano la bellezza di tredici anni. Tredici anni fecondissimi per Wagner. Il risveglio di Brunnhilde qui assume quindi un significato anche musicale.
Tutto qui è contrappuntisticamente e armonicamente più maturo, il cromatismo la fa da padrone e spesso le cantanti chiamate ad interpretare il ruolo della Walkiria in Siegfried spesso se lo dimenticano.
La Naglestad invece è tutta un fiorire nella voce di delicatezze umane e compassionevoli, mai un accento sbagliato, mai una nota buttata lì a caso. La sua Brunnhilde in Siegfried è umana e delicatissima, già non più  divina, ma semplice donna tra le donne.
In questa produzione si è scelto di far interpretare il ruolo del Waldvogel ad una voce bianca solista dei Knabenchor del Chorakademie di Dortmund, per la precisione il giovanissimo  Jules Serger.
Mai scelta fu più azzeccata a mio avviso anche se a più di un purista ha fatto storcere il naso
La voce infantile di un bambino si è sposata benissimo e senza problemi alla scrittura wagneriana, dando al personaggio quell' aura sovrumana e “piccola” che un uccellino misterioso dovrebbe avere.

Hartmut Haenchen ha diretto la rodatissima Nederlands Philarmonisch Orkest con piglio sicuro ma non precisissimo. Ci saremmo aspettati una maggiore concentrazione complessiva, che spesso è mancata, ma non per questo la prova ne ha risentito nel complesso.

Trionfo meritatissimo di un teatro strapieno in ogni ordine, con ovazioni da stadio per Gould e la Naglestad.
Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra   Hartmut Haenchen

Regia
Pierre Audi
Scene
George Tsypin
Luci
Wolfgang Göbbel e Cor van den Brink
Costumi
Eiko Ishioka e Robby Duiveman
Drammaturgia
Klaus Bertisch
Video
Maarten van der Put

GLI INTERPRETI

Siegfried
Stephen Gould
Mime
Wolfgang Ablinger-Sperrhacke
Der Wanderer
Thomas Johannes Mayer
Alberich
Werner Van Mechelen
Brünnhilde
Catherine Naglestad
Fafner
Jan-Hendrik Rootering
Erda
Marina Prudenskaja
Brünnhilde
Catherine Naglestad
Waldvogel
Jules Serger

Nederlands Philharmonisch Orkest








LUCREZIA BORGIA, Gaetano Donizetti, Teatro Verdi di Padova, domenica 22 settembre 2013, ore 16,00







La stagione lirica al Teatro Verdi di Padova prosegue il suo cammino con la sezione autunnale, presentando un titolo tanto importante quanto imponente, sia musicalmente parlando che per contenuti esposti. Che Donizetti amasse le grandi personalità femminili lo si evince dai numerosi titoli ad esse dedicati, si pensi ad Anna Bolena, Maria Stuarda, Maria de Rudenz, Maria de Rohan, per citarne alcune. Qui siamo innanzi ad uno dei personaggi più affascinanti e controversi della storia italiana del Rinascimento: Lucrezia Borgia, la cui storia personale è da secoli fonte di ispirazione per drammi scritti o musicati, fino alle moderne serie televisive, in cui liberamente vengono narrati gli intrecci privati e le trame politiche che si dipanano intorno a questa figura.

Tratta infatti dal dramma dall’omonimo Lucrèce Borgia di Victor Hugo, datato 1833,  l’opera di Gaetano Donizetti fu messa in scena nello stesso anno, ed espone la figura della famosa figlia illegittima di Papa Alessandro VI, che fu nota alle cronache rinascimentali per la sua burrascosa vita sentimentale, protagonista di matrimoni legati alla politica ed ai conseguenti giochi di alleanze della sua famiglia, come in uso all’epoca (e come è noto anche in seguito). Nel corso dei secoli la figura di questa donna ha assunto connotazioni sempre più negative, per raggiungere l’apoteosi in quanto a notorietà grazie proprio al dramma di Hugo, che ebbe grandissimo successo sin dalla sua prima rappresentazione a Parigi. Troppo succulento come materiale per non attirare l’attenzione di Gaetano Donizetti, che ne fece un’opera straordinaria, grazie anche al libretto di Felice Romani, e che pur non ottenendo allora il successo sperato da subito, oggi rappresenta un gioiello da mettere in scena con orgoglio, come è stato per questa produzione patavina.

La Borgia del compositore bergamasco è però soprattutto una madre, il cui sentimento nobilissimo verso il figlio in qualche modo può edulcorare i delitti compiuti precedentemente. Diversamente dalla versione dell’autore francese, infatti, non è la protagonista a morire, ma il suo adorato figlio, per mano involontaria del veleno che essa stessa aveva predisposto per i suoi compari, lasciandola nello sgomento più totale sino a svenire. La punizione per la sua vita delittuosa, dunque, non tarda comunque ad arrivare, più tremenda della morte.
Rimaneggiata più volte fino al 1840, cercando di mettere d’accordo tutti tra artisti, censura, e persino Hugo, che non amò particolarmente il ‘saccheggio’ della sue opera da parte del musicista, da quella data offre una variante nel finale: anziché la cabaletta della protagonista in lacrime per la morte del figlio avvelenato, ‘Era desso’, il figlio stesso con ‘Madre, se ognor lontano’, saluta morente la ritrovata genitrice. 

Il regista Giulio Ciabatti, coadiuvato da Roberta Volpe, ha lasciato che l’intensità dei colpi di scena e dei sentimenti fossero espressi soprattutto dalla bellissima musica scritta da Donizetti, lasciando molto all’immaginazione del pubblico, data l’estrema essenzialità della scenografia. In effetti non si può parlare di vera e propria scenografia, poiché gli unici elementi presenti sul palco sono delle colonne color argento e rosso in mezzo alle quali si muovono i protagonisti, con la semplice aggiunta di blocchi in stile marmoreo poggiati sul suolo, ad indicare le profetiche cinque tombe per gli avvelenati, nell’ultimo atto.  Le luci di Bruno Ciulli aiutano a sottolineare i momenti più intensi della narrazione, ma senza arricchire particolarmente lo sfondo. L’intera rappresentazione è stata dunque realizzata quasi in forma di concerto, con gli interpreti molto spesso rivolti al pubblico, piuttosto che all’interlocutore di turno. A rendere l’idea del lusso e dello sfarzo dell’epoca Borgia ci hanno pensato i meravigliosi costumi della Sartoria Tirelli ripresi da Lorena Marin. Sontuosi, ricchi, hanno costituito l’elemento di forza di questa messa in scena.

Tutta giovane la compagnia di canto.
Il ruolo di Lucrezia Borgia è uno dei più difficili da interpretare, che richiede grande esperienza e duttilità vocale. La giovane Francesca Dotto ha mostrato molto coraggio nel mettersi in gioco, anche perché dotata di un bel materiale vocale dalle grosse potenzialità. Non ha però ancora ‘le physique du rôle’ che questo personaggio così impegnativo richiederebbe. Sicuramente la regia non è stata molto di aiuto nel sottolineare la forza e la passione di questo ruolo, ma anche l’interpretazione del soprano è stata sì corretta, però ancora piuttosto scolastica.  
La voce di Mirco Palazzi ha da sé offerto un Alfonso I D’este di carattere e ‘mestiere’. Il basso è riuscito ad imprimere personalità al suo ruolo, soprattutto grazie alla sua voce ricca e robusta, che non teme il volume dell’orchestra e spicca fiera in sala.
Gennaro è stato interpretato da Paolo Fanale. Il tenore è sembrato leggermente sotto tono. Non ha dato all’interpretazione l’intensità che ci si aspetterebbe, dando l’impressione di cantare un po’ trattenuto e monocorde, risultando talvolta coperto dalla musica in sala.
Straordinaria sorpresa Teresa Iervolino nel ruolo en travesti di Maffio Orsini. Come il collega Palazzi, nonostante la regia non offrisse spunti particolari, ha impresso carattere deciso al suo personaggio ed ha veramente colpito per il bellissimo colore della sua voce forte con corpose  sfumature ambrate. 

Positiva la prova dei comprimari che in realtà sono molto più, data l’importanza delle loro azioni nella storia: Vittorio Zambon, nel ruolo di Jeppo Liverotto,  Wiliam Corrò, un discreto Don Apostolo Gazella, Ascanio Petrucci, un Gabriele Nani dal bel timbro, Oloferno Vitellozzo, alias Orfeo Zanetti, e Rustighello, un corretto Matteo Mezzaro. Molto bene l’Astolfo di Massimiliano Catellani e veramente molto bravo Andrea Zaupa, che ha nobilitato il  ruolo del fido Gubetta con la sua bellissima voce bruna.

Il coro Città di Padova preparato da Dino Zambello ha offerto una prova positiva, tralasciando qualche piccolo problemino di tempo ad inizio del secondo atto, ma in generale corretto e con un bell’impasto di voci.

L’orchestra di Padova e del Veneto, guidata da Tiziano Severini, risulta talvolta predominante nella sala non grandissima del gioiello padovano. Il Maestro ha comunque stabilito un buon contatto con il palcoscenico, sottolineando con buona impronta drammatica i momenti più intensi della narrazione.

Lo spettacolo è stato applaudito da un pubblico visibilmente soddisfatto ed inneggiante ai protagonisti principali.

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore                Tiziano Severini
e direttore
Regia                                          Giulio Ciabatti
idea scenografica                       Roberta Volpe
costumi                                       Sartoria Tirelli ripresi da Lorena Marin
luci                                              Bruno Ciulli
Direttore del coro                      Dino Zambello

GLI   INTERPRETI

Lucrezia Borgia                         Francesca Dotto
Gennaro                                     
Paolo Fanale 
Alfonso I D’Este                        
Mirco Palazzi
Maffio Orsini                             Teresa Iervolino
Jeppo Liverotto                         Vittorio Zambon
Don Apostolo Gazella               Wiliam Corrò
Ascanio Petrucci                       
 Gabriele Nani 
Oloferno Vitellozzo                    Orfeo Zanetti
Gubetta                                      
Andrea Zaupa
Rustighello                                 
Matteo Mezzaro 
Astolfo                                        
Massimiliano Catellani 

Coro Città di Padova,
Orchestra di Padova e del Veneto














Foto  Giuliano Ghiraldini per concessione Studio PierrePi Padova

MARIA DE RUDENZ, GAETANO DONIZETTI, TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, venerdì 20 settembre 2013, ore 20,30






Revisione dell’autografo a cura di Alberto Sonzogni
Fondazione Donizetti, Bergamo

Serata decisamente particolare quella che ieri sera si è svolta nell’ambito del Bergamo Musica Festival, con un debutto operistico quanto mai atteso, nel teatro intitolato al compositore di casa. Per la prima volta infatti, in scena al Teatro Donizetti, Maria de Rudenz ha fatto il suo ingresso a teatro uscendo dall’oblio che per troppi anni ha avvolto la sua partitura. Soltanto il teatro La Fenice di Venezia in tempi relativamente recenti ne aveva proposto una edizione completamente allestita nel 1981, con Leo Nucci e Katia Ricciarelli come protagonisti, ed ora, grazie alla Fondazione Donizetti in collaborazione con Alberto Sonzogni, visto il recente ritrovamento dell’autografo, si ha la fortuna di ascoltare e vedere l’opera nella sua completezza. Un attento lavoro di studio ed analisi del 'reperto' conservato presso il Conservatorio Giuseppe Verdi di Milano, in comparazione con la copia manoscritta custodita al Conservatorio Pietro a Majella di Napoli, ha sancito la rinascita in teatro di questo capolavoro, che già a suo tempo, nel 1838 (anno della prima rappresentazione), aveva suscitato non poche perplessità per la crudezza dei suoi contenuti, tristemente attuali ancor oggi.

Il compositore si ispirò infatti al dramma ‘La nonne sanglante’ di A. de BourgeoisJ Mallian del 1835, di chiara matrice dark stile Walpole, autore del celebre romanzo gotico ‘The Castle of Otranto’. La protagonista Maria uccide crudelmente la cugina Matilde, promessa sposa al suo amato Corrado. Questi, in realtà figlio di un assassino, uccide in duello colui che credeva essere suo fratello. Maria a sua volta viene colpita e muore dissanguata per mano del suo adorato amante. Una serie di omicidi era materia troppo forte per essere apprezzata dai borghesi di inizio ottocento, e pare che persino il librettista Cammarano non fosse pienamente d’accordo nel comporre versi per un soggetto tanto violento.

Oscurità e mistero sono gli ingredienti che il regista Francesco Bellotto, grazie alle scene di Angelo Sala e soprattutto agli effetti di luce di Claudio Schmid, mette visibilmente in scena, come in un vero e proprio film noir. Protagonisti sono i tormenti dei personaggi e soprattutto le loro contraddizioni interiori: amare i propri cari, ma a tal punto da divenire terribili assassini, per riconquistare ciò che essi credono spetti loro di diritto. Il regista vuole che sulla scena ci siano queste introspezioni, non soltanto la storia in sé, dipanata man mano dagli atti in essere. Al pubblico deve restare la sensazione di aver compiuto un viaggio nelle menti degli ‘attori’stessi, quasi come in un incubo oscuro, domandandosi costantemente se il tutto sia realtà o finzione. Questo viaggio prende così le mosse dalla mente di quel Corrado che resta unico sopravvissuto alle stragi narrate, e dalla sua stanza che ricorda di fatto quella di un manicomio, aggirandosi sul palco con lo sguardo perso, e sfogliando le pagine del suo dramma, riportandolo in atto.

Sul palcoscenico è visibile una scalinata che sale e scende senza una precisa logica,che viene arricchita dalle proiezioni sullo sfondo che delineano gli ambienti salienti della storia, sempre con tinte fosche e luci in chiaro-scuro. In sintesi, la visione d’insieme che Bellotto vuole ottenere è un angoscioso percorso psicologico che inizia e finisce nella testa di Corrado, l'artefice di tutto.

Un piccolo incidente di percorso ha gioco – forza condizionato l’interpretazione di parte del cast.
Costretto su di una sedia a rotelle per un malore pervenuto nei giorni precedenti la rappresentazione, il tenore Ivan Magrì, nei panni di Enrico, ha cantato quasi immobile e visibilmente sofferente tutta l’opera. Nonostante ciò, ha comunque dato prova di grande forza di volontà, esprimendo come meglio ha potuto ciò che la sua voce armoniosa può offrire, soprattutto nell’ultima parte, vissuta con sentimento. La scena del duello è stata mimata dall’assistente di regia Luigi Barilone, per dare comunque al pubblico l’idea dell’azione.

Grande prova per Maria Billeri, interprete di una straordinaria Maria de Rudenz. Il soprano è riuscito a dar vita al suo personaggio con il vigore di una leonessa in attacco. Lo sguardo deciso, l’incedere sicuro e temibile, la sua voce ampia e potente, che sa farsi anche dolce e gentile quando serve, sono gli ingredienti della sua prova applauditissima.

Il suo amato/odiato Corrado Waldorf è stato Dario Solari. Nonostante qualche incertezza ad inizio del primo atto, grazie alla sua voce tornita e calda, ha saputo entrare nel ruolo del terribile assassino con il giusto slancio, esaltandolo anche col voluto atteggiamento di colui che agisce quasi inconsapevole del suo operato.

Gilda Fiume è la dolce Matilde di Wolf. In opposizione al ruolo di Maria, la sua interpretazione è aggraziata e composta; è l’unica che non nuoce a nessuno, vittima della ferocia altrui. Molto espressiva, è dotata di una voce pastosa e morbida, soprattutto nella gamma più acuta.

Bene anche il Rambaldo di Gabriele Sagona, il cui timbro di voce è profondo e rotondo. Il basso è sinceramente calato nel suo ruolo di parente preoccupato da tanti tumulti.
Corretto e discreto anche Francesco Cortinovis come cancelliere.
Ottima la prova del coro del Bergamo Musica Festival di Fabio Tartari, omogeneo nelle voci e preciso negli attacchi.

Infine l’Orchestra del Bergamo Musica Festival è guidata ancora una volta dal giovane Sebastiano Rolli. Il Maestro sembra dirigere una compagine di amici, tanto è il suo feeling con i musicisti. Molto attento anche al palco, ha una visione a trecentosessanta gradi della conduzione, non prepotente, ma come giusto contesto in cui le voci si esprimono, gestendo la partitura con energia ed entusiasmo, cosa molto gradita dal pubblico.

Una autentica ovazione e consensi per tutti gli artisti ha salutato questa prima, con pubblico letteralmente urlante di gioia, che ha applaudito per diversi minuti questa bellissima opera finalmente tornata in cartellone in Italia.
MTG

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Sebastiano Rolli
e Direttore d’Orchestra
Regia                                     Francesco Bellotto
Scene e costumi                     Angelo Sala
Luci                                       Claudio Schmid
Direttore del coro                 Fabio Tartari

GLI INTERPRETI

Maria de Rudenz                 Maria Billeri
Matilde di Wolf                    Gilda Fiume
Corrado Waldorf                  Dario Solari
Enrico                                    Ivan Magrì
Rambaldo                             Gabriele Sagona
Un cancelliere                       Francesco Cortinovis

Orchestra e Coro del Bergamo Musica Festival

Nuova produzione
Bergamo Musica Festival
Prima esecuzione della nuova edizione Fondazione Donizetti
Sopratitoli in italiano e in inglese












Fotografie  PHOTO STUDIOU.V.

CARMEN, GEORGES BIZET, VENEZIA – GRAN TEATRO LA FENICE, domenica 15 settembre 2013, ore 15,30



Con una lodevole iniziativa legata ai contenuti ed alle tematiche affrontate, il Teatro La Fenice di Venezia riprende questa produzione di Carmen, collegandola alla campagna per la libertà delle donne ed alla lotta contro il femminicidio. In un' ambientazione tutt’altro che tradizionale, questo allestimento, privo di fronzoli e di tipici riferimenti al folclore spagnolo, si colloca tra l’epoca del Franchismo e più o meno i giorni nostri. La storia si svolge in quartieri malfamati, e vi è un accenno alla Spagna dai costumi che le amiche di Carmen, Frasquita e Mercedes, indossano nel secondo atto, in quella che dovrebbe essere la taverna di Lillas Pastia, nonché da una enorme effige di toro che è posta troneggiante a sfondo del palco, lasciata poi cadere giù per svuotare del tutto la scena in preparazione del finale. In realtà sul palcoscenico non c’è mai praticamente nulla, salvo una cabina telefonica e delle Mercedes su cui i nostri personaggi saltano e corrono come dei ragazzacci di quartiere.

Come spesso avviene, se scarna fino all’osso è la scenografia, è nelle intenzioni di regista e scenografo il sottolineare il dramma interiore dei personaggi in scena e far risaltare su tutto le loro azioni/reazioni, il loro sentire, le passioni ed il conseguente dolore; in sintesi l’interpretazione stessa degli artisti.
Purtroppo le cronache sono piene di donne uccise da ex fidanzati gelosi, e qui Calixto Bieito ed Alfons Flores, regia e scene, hanno voluto proprio attualizzare la vicenda portandoci in un atto di cronaca vissuto nel suo compimento. Non solo dramma, ma molta sensualità nelle azioni narrate, con presenza di nudità e scene piuttosto esplicite, come a voler sottolineare la carnalità del racconto posto in essere, scevro delle delicatezze di tante altre edizioni dell’opera.

Su tutti la sensualità di Carmen, che domina prepotentemente sugli uomini che la circondano senza dare loro la minima importanza: donna forte, volitiva, che insegue la libertà così cara agli spiriti bohémien. La stessa Micaëla è qui un’innamorata che non perde occasione per ‘provarci’ col suo Don José, e addirittura regala il gesto ‘dell’ombrello’ alla sua rivale Carmen quando ottiene di essere seguita  dall’amato, per l’estremo saluto alla madre morente. Forse un po’ stereotipata l’immagine della donna che conquista e al tempo stesso distrugge tutto quello che tocca, assalita da uomini che le girano intorno, disposti persino ad arrampicarsi sulla cabina telefonica mentre è impegnata in una telefonata; e anche l’attirare a sé e poi respingere con uno spintone il pretendente di turno è cosa già vista, ma nell’insieme questa messa in scena ha il merito di svecchiare un’opera che risulta già attualissima nei contenuti.

Brillante il cast in scena e buono dal punto di vista musicale.   
Spicca la figura di Veronica Simeoni. La sua Carmen risponde all’appello del regista con una interpretazione asciutta,  che esprime fascino e potere al femminile, senza troppo esagerare, forte di una voce importante dalle tinte brune.
Il suo spasimante è una accorato Stefano Secco. Pur con un vibrato molto accentuato sull’acuto, il colore chiaro e brillante della sua voce lo rendono degno compagno di scena per la sua Carmen.

Interprete di certa eleganza e stile è Alexander Vinogradov. Il basso interpreta un toreador quasi in opposizione agli altri interpreti debosciati, come se la sua attività di matador di tori lo nobilitasse per assurdo rispetto ai comuni mortali che lo circondano. E’ talvolta infatti posto più in alto dei suoi compagni in scena, da cui può slanciare la sua voce molto scura.

Come detto una Micaëla affatto bambolina indifesa è Ekaterina Bakanova, il cui ruolo è interpretato con scioltezza e dinamicità. Pur se di maggior carattere è il suo personaggio rispetto al solito, qualche mezza voce in più lo avrebbe reso ancora più espressivo e valorizzato maggiormente la bella voce di cui dispone.
Corretti nell’insieme Dario Ciotoli e Matteo Ferrara, di cui si apprezzano soprattutto le doti attoriali nei ruoli di Moralès e Zuniga.

Cesare Baroni  ‘veglia’ sulle sue creature in scena con il suo ben recitato ruolo di Lillas Pastia, mentre simpatiche e di spirito le compagne di avventura Frasquita e Mercedes, Sonia Ciani e Chiara Fracasso, che con gli spavaldi Francis Dudziak e Rodolphe Briand, nei ruoli di Le Dancaïre e Le Remendado, completano il folto cast.
Bravo ancora una volta il coro preparato da Claudio Marino Moretti con i Piccoli Cantori Veneziani di Diana D’Alessio.

Diego Matheuz, alla guida dell'orchestra veneziana, apre la serata con una incalzante ouverture, per poi concedere tempi più allungati soprattutto nelle arie principali, quasi a voler sottolineare con le note ogni parola e farne risaltare il significato.
Il pubblico che ha visto una discreta partecipazione di cugini francesi ha sinceramente applaudito e salutato con affetto tutti i protagonisti, premiando dunque questa produzione davvero particolare.

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore  Diego Matheuz
Regia                                               Calixto Bieito 
Scene                                               Alfons Flores
Costumi                                           Mercè Paloma 
Light designer                                 Alberto Rodriguez Vega

GLI INTERPRETI

Don José                                           Stefano Secco
Escamillo                                           Alexander Vinogradov

Le Dancaïre                                      Francis Dudziak
Le Remendado                                 Rodolphe Briand
Moralès                                             Dario Ciotoli
Zuniga                                               Matteo Ferrara
Lillas Pastia                                      Cesare Baroni
Carmen                                             Veronica Simeoni
Micaëla                                             Ekaterina Bakanova
Frasquita                                          Sonia Ciani
Mercédès                                         Chiara Fracasso 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti
Piccoli Cantori Veneziani
Maestro del Coro Diana D’Alessio

in lingua originale con sopratitoli in italiano e in inglese

coproduzione Gran Teatre de Liceu di Barcellona, Fondazione Teatro Massimo di Palermo, 
Fondazione Teatro Regio di Torino e Fondazione Teatro La Fenice di Venezia









CONCERTO DI GALA/ FINALE CONCORSO LIRICO OTTAVIO ZIINO, Sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia, Roma, martedì 10 settembre 2013, ore 19,30


Nella splendida sala Accademica del Conservatorio di Santa Cecilia in Roma, si è tenuto il concerto dei finalisti del Concorso Lirico Internazionale “Ottavio Ziino”, organizzato dall’associazione  Il Villaggio della Musica,  giunto alla sua dodicesima edizione, ed intitolato al direttore d’orchestra e compositore scomparso nel 1995, Ottavio Ziino, molto caro all’Accademia stessa, e che tanto si è sempre prodigato per appoggiare la carriera dei giovani talenti musicali. Grande merito del successo di questo evento va alla sua ideatrice e Direttore Artistico  Wally Santarcangelo, che ha seguito ogni dettaglio della competizione, sino a questa serata conclusiva, grazie alla quale le sue ‘creature’ potranno incamminarsi in un proficuo viaggio verso il loro futuro artistico.

Questa competizione canora si è rivelata sin dalla sua prima edizione una vetrina importantissima per il futuro di artisti che oggi possono già vantare ingaggi importanti in tutto il mondo. Ogni anno il presidente di giuria è stato una persona notabile del mondo musicale, da Bruno Cagli, Presidente dell’Accademia di S.Cecilia, ai meravigliosi artisti Anita Cerquetti, Renata Scotto, Luciana Serra, Gabriella Tucci, Luis Alva, Giuseppe Sabbatini, Claudio Desderi, Antonietta Stella , Mariella Devia lo scorso anno, ed in questa edizione ha ricoperto tale ruolo il grande soprano Fiorenza Cedolins. Con lei, come sempre per queste occasioni, una valente squadra di giurati provenienti dai teatri più illustri nostrani ed esteri. Inoltre, nello specifico per la serata di gala, si è insidiata anche la giuria critica, presieduta da Maria Adele Ziino, figlia di Ottavio, ed accompagnata da importanti critici musicali, direttori di testate e riviste musicali, ed operatori dello spettacolo.

Uno dei punti di forza di questo concorso è sicuramente il dare la possibilità ai candidati, talvolta anche non finalisti, di effettuare delle audizioni nei prestigiosi teatri rappresentati in giuria, avendo così la possibilità di debuttare già nella stagione successiva in concerti, oppure produzioni operistiche. Così è stato anche quest’anno: molti giovani sono stati già individuati per iniziare già da subito la loro carriera musicale.
La piacevole serata è stata scandita da due momenti significativi: l'esibizione dei concorrenti nella prima parte ed il miniconcerto del pianista Alessandro Marino, nella seconda parte, seguito dalla esibizione della vincitrice della scorsa edizione Angela Nisi.
Non solo Verdi, come ci si potrebbe aspettare per quest’anno, ma anche spazio a Rossini, Händel, Massenet, Gounod, Mozart, Bizet, Puccini, Bellini e Donizetti.

Ad aprire la competizione il ‘Giuseppe nazionale’ con Nabucco, e l’ esecuzione del soprano Lee Yun Jung dell’aria’Anch’io dischiuso un giorno’. Certo il personaggio di Abigaille è forte, deciso e volitivo, e la sud coreana lo ha ben presente, enfatizzando in maniera molto marcata tali caratteristiche. Interessante è il colore della sua voce che gode anche di buon volume, e che sicuramente imparerà a gestire ancor meglio in futuro.
Subito dopo è la volta della voce ambrata di Shin Sunghee , sempre dalla Corea del Sud, che ha eseguito la bellissima ‘Condotta ell' era in ceppi’ dal verdiano Trovatore. Il mezzosoprano interpreta con ragguardevole intensità l’ aria della zingara Azucena.
Dall’Italia il simpatico basso/baritono Giuseppe Esposito gioca molto sull’ interpretazione del dottor Bartolo con ‘A un dottor della mia sorte’.
Commozione in sala per l’esecuzione da parte del giovanissimo Paolo Anziliero dell’aria handeliana ‘Lascia ch'io pianga’ dal Rinaldo. Soavemente fa risuonare la sua voce da controtenore in modo espressivo e convincente.
Bene nella francese aria ‘Il est doux, il est bon’ dall’Herodiade di Massenet, la rumena Bianca Margean. La sua voce importante e ricca ha conquistato grazie anche alle doti interpretative del soprano.
Anche se un po’ emozionato, si è ben espresso il tenore italiano Riccardo Gatto con Gounod e ‘Salut demeure chaste e pure’ da Faust. Di pasta morbida la sua voce melodiosa gli permette di esibirsi con sentimento.
Il mezzosoprano Anna Pennisi ci porta nell’Antica Roma con la Clemenza di Tito di Mozart e l’aria ‘Parto, ma tu ben mio’. Lineare la sua esecuzione grazie all’uniformità della sua voce ben corposa, soprattutto nei toni medi, e che sa offrire anche begli slanci nella gamma più acuta del registro.
Ancora Corea col tenore Oh Youngmin e ‘La fleur que tu m avais jetée’ dalla Carmen di Bizet.  L’artista è dotato di una voce dal bel colore e buon volume che gli consente di dare forza alla sua interpretazione.
Un classico per eccellenza con ‘Sì, mi chiamano Mimì' dalla Boheme pucciniana per il soprano Federica Lombardi . La giovane cantante ha donato molte emozioni ai presenti cantando con leggerezza quest’aria delicata. Possiede un vibrato molto stretto e un timbro acuto e delicato.
Si torna al festeggiato dell’anno con Rigoletto e la deliziosa ‘Questa o quella’ eseguita da GiuseppeRuggero. Il tenore ha un timbro bellissimo e molto particolare. E’ spigliato e molto espressivo. Davvero un peccato che l’emozione gli abbia inflitto un piccolo cedimento verso il finale.
O zittre nicht’ da Die Zauberflote di Mozart è una delle difficili arie che il grande salisburghese scrisse per la tessitura sopranile, ed il soprano Sarah Baratta ne ha offerto una buona esecuzione.  Agile e corposa, la sua voce offre anche dei bei pianissimo e l’artista non manca in interpretazione.
Sempre incantevole ascoltare ‘Una furtiva lagrima’ di Donizetti dal suo Elisir, questa volta grazie alla bella voce rotonda ed acuta del bravo Marco Ciaponi.
Veramente particolare il bellissimo colore scuro quasi contraltile del mezzosoprano Adriana Di Paola. Spigliata e disinvolta canta ‘Cruda sorte’ dall’Italiana in Algeri di Rossini, conquistando diversi consensi.
Infine, una intensa Shoushik Barsoumian dagli USA spinge la sua gradevole voce verso i voli pindarici dell’ aria ‘Qui la voce’ da I Puritani di Bellini. Ha incantato con la purezza del suono cristallino ed i filati sottili e precisi.
Ad accompagnare al piano gli artisti, l’ottimo Stefano Giannini.

La seconda parte, mentre i giurati si sono riuniti per decretare i vincitori, è stata caratterizzata dalla performance del pianista Alessandro Marino. Il giovane musicista ha mostrato le sue doti tecniche e virtuosistiche sulla tastiera, grazie ai brani che ha scelto per la serata. Innanzitutto una ‘Fantasia su Nabucodonosor di G. Verdi’di Ignaz Moscheles, poi di Charles Valentin Alkan la ‘Sinfonia per pianoforte solo op. 39 nn.4-5-6-7’, ed infine la ‘Fantasia trionfale sull’inno brasiliano’ di Louis Moreau Gottschalk. Tutti pezzi molto particolari che hanno potuto far emergere la verve esecutiva dell’artista.
Finale con la splendida Angela Nisi, con l’aria di Micaela dalla Carmen. Grinta, carattere, sicurezza nell’emissione vocale, oltre al noto bellissimo timbro, sono la dimostrazione che il soprano ha mantenuto le aspettative poste su di lei un anno fa, attribuendole la vittoria della competizione, che le è valsa anche un ottimo avvio di carriera.

Dopo aver elencato il folto numero di partecipanti che avranno la possibilità di svolgere audizioni nei teatri rappresentati dai giurati presenti, la serata si è conclusa con la consegna dei premi da parte degli stessi, con dulcis in fundo la Signora Cedolinsper il primo premio, nella sua veste di Presidente.
Dunque, terzo riconoscimento per Adriana Di Paola, secondo per Bianca Margean e primo per Anna Pennisi. Premio del pubblico a Federica Lombardi, a cui è stata offerta anche la borsa di studio intitolata ad Angelica Tuccari. Il Premio della critica è andato a Shoushik Barsoumian. A nessun concorrente è stato attribuito il premio per la voce verdiana.

Aria di festa, serata piacevolissima, pubblico attento e partecipe. Una bella soddisfazione per organizzatori e partecipanti, e che la musica abbia inizio, con un grande in bocca al lupo a tutti ed appuntamento alla tredicesima edizione!
MTG




ROMEO ET JULIETTE, GOUNOD, ARENA DI VERONA, SABATO 31 AGOSTO 2013, ORE 21,00






L’ultimo titolo in cartellone per il Festival areniano di quest’anno, Roméo et Juliette di Charles Gounod, completa la stagione estiva della lirica veronese con uno spettacolo già collaudato nelle due precedenti stagioni e di sicuro impatto sul pubblico.
Una serata di grandi emozioni, non solo per la storia in sé dell’opera, simbolo di Verona e degli innamorati di tutto il mondo, resa celebre dal capolavoro Shakespeariano, ma anche perché lo spettacolo è stato dedicato alle popolazioni di Emilia, Lombardia e Veneto, colpite dal terremoto nel maggio 2012. Sono stati acquistati infatti dal Consorzio Tutela Grana Padano cinquemila biglietti ed offerti ad altrettanti residenti dei comuni più colpiti, per regalare loro una serata diversa e sicuramente indimenticabile. Un minuto di silenzio è stato osservato da pubblico e musicisti in piedi, prima dell’inizio del primo atto, in ricordo delle vittime del terremoto, seguito poi dall’inno italiano cantato da tutti i presenti insieme al coro, con alcuni rappresentanti della Protezione Civile locale, a chiudere questo momento di commemorazione. Poi, cambio di atmosfera e lo spettacolo ha avuto inizio.

Nonostante quella di Shakespeare sia una tragedia, lo spettacolo pensato da Francesco Micheliha in sé una leggerezza e spontaneità che pervadono per tutto il suo svolgimento. Del resto giovani e spensierati sono, almeno all’inizio, i nostri protagonisti. Ed anche alla fine della rappresentazione, non è la morte a vincere su tutto, ma il sentimento d’amore che legherà in eterno i due amanti, i quali non cadono esanimi sul palco, ma corrono via passando in mezzo al pubblico verso un’unione felice nell’aldilà. Le luci di Paolo Mazzon sono forti e sgargianti, ma vedono come protagonista principale soprattutto il colore rosso, simbolo di passione e odio al contempo. Inoltre, il conflitto tra le due famiglie vede opposti i colori giallo e blu dello stemma veronese. Non mancano teli dipinti in stile murales sulle gradinate dietro il palco, ed elementi stupefacenti come fuochi sparati da uno pseudo cannone ad elica con ali da pipistrello, oppure romantiche colombe lanciate in volo da Juliette che dichiara il suo amore a Roméo dal suo balcone di metallo decorato.

Insomma potremmo dire che il ciclo iniziato a giugno con la nuova produzione ‘tecnologica’ di Aida si chiude con questa messa in scena altrettanto avveniristica, e se vogliamo un po’ kitsch, che vede le scene di  Edoardo Sanchied i costumi di  Silvia Aymoninointrecciarsi in un misto tra reminescenze rinascimentali per fogge, ed uno sguardo al futuro per i materiali ed i colori estremamente vividi. Difatti, il tutto è sostanzialmente incentrato su di una impalcatura cilindrica di metallo, che si apre all’occorrenza, sulle cui scale interne salgono e scendono le comparse ed il coro, così come in salita e poi in caduta libera sono i destini delle famiglie dei Montecchi e dei Capuleti.

I tanti personaggi che popolano l’opera francese hanno conquistato e convinto, su tutti la bella prova dei due amanti per eccellenza.

Juliette è la frizzante Marina Rebeka. Il suo personaggio è leggiadro come si conviene ad una giovane nel fiore degli anni, che con la sua voce fresca ed armonica, dolcemente acuta e rotonda, si muove sul palco con sicurezza e convinzione.

L'altro grande protagonista, Francesco Demuro, appartiene a quella categoria di tenori che conquistano alla prima emissione vocale. Il suo porsi con semplicità e partecipazione viva agli eventi, l’espressività nel volto che ne consegue, e la delicatezza del suo canto, grazie alla setosità del suo timbro vocale, ne fanno un Romeo centrato ed incisivo.

Sanya Anastasiaè una Gertrude autoritaria, forte anche di un timbro vocale scuro e di corpo, così come il baritono Enrico Marruccisvolge autorevolmente il ruolo del genitore Capulet, austero e decisionista, sottolineato da una voce piena e di spessore.

Il trio di compagni che contorna e complica la storia di Romèo e Juliette con le sue brighe non è da meno: bene per interpretazione e discreta esecuzione canora, rispettivamente Paolo Antognettinelle vesti di Tybalt, Michael  Bachtadze, ossia Mercutio, e Francesco Pittari, alias Benvolio.

Nel ruolo di Stèphano è il mezzosoprano Nino Surguladze.Se ben caratterizza il ruolo del paggio dal bel caratterino, tende ad offuscare il bel colore della sua voce, cantando un po’ troppo in gola le note gravi.  Ben figurano Giorgio Giuseppini, come Frère Laurent e Deyan Vatchkov, un corretto Duc de Vérone.
Completano il ricco cast il Pârisdi Nicolo' Cerianied il buon Grégorio diDario Giorgelè.

L’opera di Gounod è stata degnamente diretta dal Maestro Marko Letonja, che torna dopo diversi anni dal debutto alla testa dell’orchestra dell’Arena. La sua direzione è puntuale, concreta, in armonia con i cantanti e perfettamente in complicità con la buca. Legge la partitura con sensibilità, sottolineando con la giusta enfasi le poesia insita nelle note stesse.
Bene il coro diretto da Armando Tasso, che nella particolare disposizione raggruppata sull’impalcatura, trova corpo e volume esaltati dal feeling con l’orchestra. Come sempre bravi anche i ballerini preparati da Maria Grazia Garofoli.

Autentiche grida di apprezzamento alla coppia protagonista ed al direttore d’orchestra hanno aggiunto ulteriore approvazione agli applausi per tutto il cast. Una bella serata davvero per tutti, che speriamo abbia allietato anche gli animi degli ospiti delle zone terremotate, come sempre la musica può fare.
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LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Marko Letonja
Regia
Francesco Micheli
Scene
Edoardo Sanchi
Costumi
Silvia Aymonino
Lighting designer
Paolo Mazzon
Coreografia
Nikos  Lagousakos

Direttore del coro                    Armando Tasso
Direttore del corpo di ballo    Maria Grazia Garofoli

GLI  INTERPRETI
Juliette
Marina Rebeka
Stèphano
Nino Surguladze
Gertrude
Sanya Anastasia
Roméo
Francesco Demuro
Tybalt
Paolo Antognetti
Benvolio
Francesco Pittari
Mercutio
Michael  Bachtadze
Pâris
Nicolo' Ceriani
Grégorio
Dario Giorgelè
Capulet
Enrico Marrucci
Frère Laurent
Giorgio Giuseppini
Le duc de Vérone
Deyan Vatchkov

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA








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AIDA – GIUSEPPE VERDI, RIEVOCAZIONE 1913 – ARENA DI VERONA, giovedì 29 agosto 2013, ore 21,00




In cento anni di onorata storia la città di Verona si è guadagnata un posto di primissimo piano nel panorama musicale internazionale. Cantanti, registi e direttori d’orchestra da tutto il mondo hanno dato il loro apporto a far sì che il Festival Lirico dell' Arena  divenisse quel  grande orgoglio nazionale che è oggi e che ci auguriamo sarà ancora per tantissimi anni. Sono tanti i modi in cui la Fondazione Arena sta festeggiando questo importante traguardo temporale. Molteplici le manifestazioni, le mostre e le serate speciali dedicate alle celebrazioni di questo longevo appuntamento musicale, che quest’anno si sposa perfettamente con le ormai avviatissime celebrazioni in onore di Verdi e Wagner.


Sarà per l’enormità del suo palcoscenico e la conseguente possibilità di sbizzarrirsi con idee registiche e sceniche, o per l’atmosfera suggestiva che si viene a creare di notte all’aperto, consone alle ambientazioni della storia narrata; fatto sta che l'Aida di Giuseppe Verdi inaugurò una lunga avventura quel lontano 1913 grazie alla felice intuizione del tenore Giovanni Zenatello, ed ormai è un punto saldo nel calendario del Festival di cui è divenuto il  simbolo per eccellenza. 

Le sfingi tratte dalle scene fanno spesso da cornice ai concerti lirici eseguiti nell'anfiteatro, e l’opera ambientata nell’antico Egitto è stata applaudita in Arena per ben 53 volte, seguita soltanto da Carmen e Nabucco. Così, ad affiancare la nuova produzione de La Fura dels Baus siglata 2013, non poteva mancare l' edizione assolutamente tradizionale del colosso verdiano, quella che rievoca la prima assoluta e che già è nota al pubblico di melomani areniani da diversi anni.

Allestimento possente quello della rievocazione del 1913, targato Gianfranco de Bosio, che risponde a pieno a ciò che ci si aspetta di vedere per una storia ambientata nell' Egitto dei Faraoni. Il palazzo reale, le sfingi,  i palmizi, i costumi opulenti e perfettamente in stile. Tutto così suggestivo da suscitare, ancora oggi, gli applausi del pubblico ad ogni cambio di scena. Non mancano animali veri sul palco e tutto ciò che rende spettacolare e sempre apprezzato uno spettacolo di livello cinematografico, come spesso è stato sottolineato.

Tanta qualità visiva è stata premiata anche da altrettanto valore artistico e musicale offerto dagli interpreti della serata.

Se Aida è una principessa/schiava nella storia, la sua interprete è una Regina, tanto per interpretazione quanto per esecuzione vocale. Un ruolo che la straordinaria Fiorenza Cedolinsha fatto suo al cento per cento: in ottima forma, il soprano può contare su una pienezza timbrica unita ad una celestialità nel canto, che forte di un incedere autorevole ed elegante, nobilita uno dei personaggi più amati nella storia delle opere verdiane.

Carlo Ventreè un Radames di cuore e passione. Il suo ruolo è sviluppato con molto carattere ed impetuosità, il che si riflette anche nell’irruente esecuzione canora, molto apprezzabile per la potenza del suo strumento, pur se in qualche passaggio il suono si sporca leggermente.

Molto brava e ‘nel ruolo’ Violeta Urmana. La sua Amneris è forte, espressiva, e con la sua voce imponente e sicura offre una figlia del faraone di spessore e qualità.
Il re etiope Amonasro è un grande Alberto Mastromarino. L'interprete impersona con sensibilità e vera sofferenza il ruolo di genitore e re di un popolo afflitto, coadiuvato da notevole presenza scenica e voce rotonda da baritono pieno.

Discreti senza troppo colpire il Re egiziano di Carlo Cigni, e Orlin Anastassov, un Ramfis non troppo convincente, la cui voce tende a scomparire nei toni più squisitamente gravi.
Completano il cast la brava sacerdotessa, Antonella Trevisan e un messaggero, Antonello Ceron.

Deliziosi i balletti del corpo di ballo areniano con i bravissimi primi ballerini Alessia Gelmetti, Evghenij Kurtsev, Antonio Russo,  Amaya Ugarteche esaltati dalle coreografie di Susanna Egri. Buona la prestazione del Coro dell’Arena di Verona preparato da Armando Tasso.

L’orchestra dell’Arena di Verona è stata diretta ancora una volta dal Maestro Daniel Oren. Il binomio Aida – Oren è ormai un evergreen del Festival, tante sono le volte che il direttore ha condotto dal podio l'opera, sempre con la sua particolare verve: saltando su se stesso, quasi ‘ballando’ sulla sua postazione, con gesti molto ampi, perfino incitando oralmente i musicisti nei passaggi più complessi.

Applausi copiosi per tutti i protagonisti, con ovazioni per la Signora Cedolins ed il Maestro Oren.
Un altro successo pieno per la Fondazione Arena nel centenario dalla nascita del suo splendido Festival.

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LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Daniel Oren
Regia
Gianfranco de Bosio
Coreografia
Susanna Egri
Direttore del coro                    Armando Tasso

GLI INTERPRETI

Il Re
Carlo Cigni
Amneris
Violeta Urmana
Aida
Fiorenza Cedolins
Radames
Carlo Ventre
Ramfis
Orlin Anastassov
Amonasro
Alberto Mastromarino
Sacerdotessa
Antonella Trevisan
Un messaggero
Antonello Ceron
Prima ballerina                        Alessia Gelmetti     
Primi ballerini                          Evghenij Kurtsev, Antonio Russo
Prima ballerina                        Amaya Ugarteche


ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA




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FINALE OPERALIA CON PLACIDO DOMINGO - TEATRO FILARMONICO DI VERONA- domenica 25 agosto 2013, ore 20,00


Era il lontano 1993 quando il tenore Placido Domingo ideò il concorso lirico Operalia, the World Opera Competition.Lo scopo del Maestro fu quello di sostenere giovani colleghi talentuosi ed appoggiare le loro carriere nel difficile mondo della lirica internazionale. Oggi questa competizione è considerata una delle più importanti al mondo e sin dalla sua prima edizione ha sfornato artisti che hanno cantato e cantano nei teatri più prestigiosi del nostro pianeta. Quest’anno, per festeggiare il suo ventennale, le eliminatorie si sono svolte a Verona, in concomitanza col centenario dalla nascita del Festival areniano, con il conclusivo concerto dei finalisti al Teatro Filarmonico, presentato da Domingo stesso, che poi è sceso in buca per porsi a capo dell’orchestra dell’Arena di Verona,  in una serata emozionante e piena di adrenalina e di qualità molto alta.

La giuria è stata composta, tra gli altri, dalla signora Marta Domingo, dal Direttore Artistico della Fondazione Arena di Verona Paolo Gavazzeni e da direttori e consulenti artistici di teatri di levatura internazionale, sia europei che d'oltreoceano.

Quattordici i protagonisti in finale che hanno eseguito arie dei compositori più noti ed apprezzati da pubblico e critica.

Primo sul palco il bravissimo tenore bielorusso Vladimir Dmitruk, che ha cantato la splendida aria ‘Kuda, kuda udalilis’ dall’Onegin di Čajkovskij. La sua voce piena e calda corre benissimo in sala, dal bel colore e con buon fraseggio. Sicuro nell’interpretazione, è concentratissimo e molto partecipe.  
Il soprano rumeno Mirella Bunoaica ha cantato con la sua voce sottile e setosa l’aria ‘Qui la voce’ da I puritani di Bellini. La giovane emozionata ha acquistato sicurezza man mano sul palco mostrando un buon materiale vocale.
A suo agio e molto espressiva, di gran carattere e personalità, il soprano francese Julie Fuchs. Con l’acrobatica aria rossiniana ‘En proie à la tristesse’ da Le Comte Ory, ha messo in mostra l’agilità della sua voce con grande slancio esecutivo.
Voce tanto rara quanto bella per il contralto britannico Claudia Huckle. Col suo velluto tornito e ambrato unito ad espressività interpretativa, ha emozionato con l’aria ‘Weiche, Wotan, weiche’ dal wagneriano Das Rheingold.
Dalla Russia una consistente Irina Churilova ha eseguito ‘Pace, pace’ dal verdiano La Forza del Destino, anche se purtroppo ha accusato qualche segno di emozione in un paio di passaggi.
Lo statunitense tenore Zach Borichevsky con ‘Rachel, quand du Seigneur’ da La Juive di Halévy, ha cantato con voce sì corposa da consentirgli di abbracciare un repertorio piuttosto vasto. Si sfoga molto bene in potenza anche nella gamma più acuta. Ha interpretato con personalità ed eseguito anche per la sezione Zarzuela un’aria dall’operetta La picara Molinera di P. Luna.
Dalla Cina il soprano Hae Ji Chang ha mostrato una voce piuttosto squillante dal vibrato molto stretto. Ha cantato dal Rigoletto l’aria di Gilda con espressività e delicatezza, e per la sezione Zarzuelail brano ‘Me llaman la primorosa’ da El barbero de Sevilla.
Ancora Russia con il soprano Aida Garifullina, con la  lenta e malinconica aria da I Capuleti e i Montecchi ‘Oh, quante volte ti chiedo’,  che ha evidenziato una linea di canto lineare ed una interpretazione molto accorata.
Il veronese Simone Piazzola ha eseguito uno dei brani più intensi del repertorio baritonale: la morte di Rodrigo dal verdiano Don Carlo. Ha commosso fin quasi alle lacrime grazie alle sue doti interpretative ad al calore della sua voce precisa e possente.
Interprete di sicuro impatto emotivo la statunitense Kathriyn Lewek. Il soprano ha caricato moltissimo il personaggio nella struggente ‘Regnava nel silenzio’ dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti.  Usa muoversi e gesticolare molto durante l’esibizione, ed ha arricchito l’esecuzione con una serie di difficili variazioni.
Drammatica e calda la voce della russa Tracy Cox, ottimamente assestata nel medio registro per poi esaltarsi nella gamma acuta con slancio e potenza.
Ao Li, basso-baritono cinese, ha colpito nel segno con Rachmaninov e la sua ‘Ves Tabor spit’ dall’Aleko. Dotato di voce riccamente scura e dal piglio molto espressivo, l’interprete è sicuro di sé e centra una esecuzione precisa ed appassionata.

Per la sezione Zarzuela si sono esibiti inoltre il bravo Banjamin Bliss, tenore americano dal canto leggero ed armonico, con l’operetta Los gavilanes, e l’altrettanto bravo Diego Silva, messicano, che ha offerto una splendida esecuzione della celebre ‘No puede ser’, intensa e convincente.

Infine, tutti i partecipanti alle eliminatorie di questi giorni hanno salutato i presenti con l’inno di Operalia scritto e musicato da Placido Domingo Jr.

A dirigere l’orchestra dell’Arena di Verona, il ‘papà’ artistico di questi giovani, che ha offerto una esecuzione orchestrale dai tempi ampi ed in funzione delle giovani voci.

Dopo una consultazione di circa un’ora, sono stati assegnati i premi alle migliori voci femminili e maschili, nonché i consueti premi collaterali. Primo premio al basso Ao Li ed al soprano Aida Garifullina; secondi classificati il baritono Simone Piazzola ed il soprano Julie Fuchs; terzi il tenore Zach Borichevsky ed il soprano Kathriyn Lewek.

Il premio CulturArte (offerto da Bertita & Guillermo Martinez dall’Associazione CulturArte di Porto Rico) è stato assegnato al tenore Vladimir Dmitruk; il premio Zarzuela (in ricordo dei genitori di Domingo stesso, per il repertorio di operetta spagnola in cui erano grandi star) è andato al soprano Hae Ji Chang, ed al tenore Banjamin Bliss; ed il premio speciale intitolato a Birgit Nilsson (il grande soprano svedese scomparso nel 2005) per attitudini vocali specifiche atte al repertorio wagneriano, al contralto Claudia Huckle ed al soprano Tracy Cox.
Infine, il premio del pubblico offerto da Rolex ha visto vincitori il baritono Simone Piazzola ed il soprano Kathriyn Lewek.      
     
Applausi per tutti e grandi manifestazioni di affetto per il tenore Placido Domingo, splendido padrone di casa che si è accomiatato dal pubblico con un accenno dall’Otello di Verdi, tra gli applausi scroscianti di tutti.

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GALA DOMINGO – OPERALIA, ARENA DI VERONA, martedì 20 agosto 2013, ore 22,00












Ultimo appuntamento con le serate speciali in Arena che vedono nelle vesti di cantante il beniamino del pubblico Placido Domingo. Il gala di ieri sera è stato completamente dedicato al concorso lirico internazionale che il Maestro ha creato nel 1993 e che quest’anno festeggia i suoi primi vent’anni: Operalia, the World Opera Competition. Da questa competizione, un folto numero di stelle è stato lanciato nel firmamento del panorama lirico mondiale ed oggi questi straordinari artisti si esibiscono nei più importanti teatri al mondo.

Così, in un anno colmo di celebrazioni, per omaggiare la Fondazione Arena che festeggia il suo centenario, la competizione si sta svolgendo in questi giorni al teatro Filarmonico di Verona, e vedrà salire sul palco dello stesso teatro i finalisti di questa edizione il prossimo 25 agosto per il gran finale.  Non poteva dunque mancare un concerto che vedesse come protagonisti alcuni dei vincitori degli scorsi anni, accolti sul palcoscenico con la complicità e la famigliarità di un ospite che riceve i suoi amici ad una grande festa.

Questi i protagonisti della serata: Inva Mula (1°cl. 1993), Pretty Yende (1°cl. 2011), Irina Lungu (Premio CulturArte 2004), Ana María Martínez (Premio Zarzuela 1995), Giuseppe Filianoti (2°cl. 1999), Stefan Pop (1°cl. 2010), Orlin Anastassov (1°cl. 1999), Carmen Giannattasio (1°cl. 2002 e Premio del Pubblico), Vitalij Kowaljow (1999 Premio CulturArte).

Nonostante queste lusinghiere premesse, lo spettacolo è apparso un po’ sotto tono in generale, ma con note positive  per alcuni interpreti. 

Ad aprire le ‘danze’ naturalmente Placido Domingo con il ruolo di Gérard per l’aria “Nemico della patria?!” dall’Andrea Chénier di Giordano; successivamente, sempre come baritono, il lungo duetto “Madamigella Valéry” in cui ha interpretato Giorgio Germont, insieme alla Violetta Valéry di Ana María Martínez.
Nella seconda parte ha duettato con Stefan Pop in “C’était le soir!... Au fond du temple saint” da Les Pêcheurs de perles di Bizet, ed ancora è stato Marcello per la Bohéme di Puccini nel duetto “In un coupé?... O Mimì, tu più non torni” col Rodolfo di Giuseppe Filianoti . Infine, l’aria “Udiste? Come albeggi” dalTrovatore di Verdi come Conte di Luna insieme a Carmen Giannattasio nei panni di Leonora. Il grande Maestro si muove con stile in una tessitura più 'agevole' per così dire, ed ogni pezzo è eseguito sempre con la stessa passione, energia e padronanza scenica di sempre.

Per il soprano Pretty Yende, l’aria “Ah! Tardai troppo… O luce di quest’anima”, dalla Linda di Chamounix di Donizetti, che la vede elegante interprete dotata di una interessante agilità vocale e discreta presenza scenica.

Il tenore Giuseppe Filianoti, oltre a duettare con il padrone di casa, ha eseguito l’aria di Federico “È la solita storia del pastore” dall’Arlesiana di Cilea. Il tenore possiede un timbro vocale  morbido e setoso. Tende un po’ a spingere sull’ottava acuta, ma non manca di espressività esecutiva.

Una delle migliori della serata, la splendente Irina Lungu è stata una appassionata Juliette dalla famosa opera shakespeariana musicata da Gounod con “Dieu!... Amour, ranime mon courage” , nonché una intima e sofisticata Violetta nella celebre aria della Traviata di Verdi “È strano!... Sempre libera”. Dotata di una voce possente e ben salda anche nel registro acuto, è apparsa in ottima forma figurando ottimamente sulla scena.

Meno incisivo il basso Orlin Anastassov, che ha eseguito dal verdiano Macbeth l’aria di Banco “Studia il passo, o mio figlio!… Come dal ciel precipita”. Fatica nella zona più grave e talvolta il suono risulta leggermente intubato e coperto dall’orchestra.

Corretta nella sua interpretazione del duetto dalla Traviata con Germond/Domingo il soprano Ana María Martínez . La sua voce è di bella pasta acuta e pur non emozionando come l’aria richiederebbe, l’interprete è partecipe ed in buona intesa col collega sul palco.

Interessante la voce di Stefan Pop, che da solo ha eseguito l’aria di Rodolfo dal primo atto di Bohéme. Corretto nell’insieme, è giunto al termine leggermente affaticato. Più a suo agio nel duetto col Maestro Domingo.

Dal Faust di Gounod, Inva Mula è stata Marguerite con “Ô Dieu! que de bijoux!” , delicata e soave come la sua voce.

Il bravo Vitalij Kowaljow ritorna con successo dopo il gala di qualche giorno fa, con l’aria del Duca dalla Lucrezia Borgia di Donizetti “Vieni: la mia vendetta… Qualunque sia l’evento”, cantata agilmente con la sua voce bruna e di classe.

Trovatore per Carmen Giannattasio, altra interprete di spicco del concerto, con “Tacea la notte placida…”, cantata con espressività, ottimo fraseggio e grande carisma, confermando poi la sua splendida prova con Domingo nel duetto dalla stessa opera “Udiste? Come albeggi..” .

Dalla buca e non sul palco, l’orchestra della Fondazione Arena di Verona è stata diretta dall’ormai di casa Maestro Daniel Oren. Pur avendo dato molto in partecipazione ed enfasi nel condurre come suo solito, il direttore non ha dato alla compagine musicale la brillantezza a cui ci ha abituati in altre serate, facendo percepire anche diversi problemini di imprecisione qua e là, che hanno quindi compromesso il feeling col palcoscenico.

Bis con Ana María Martínez ed il Maestro Domingo, con un duetto tratto dall’opera spagnola El gato Montès, rispolverata dal tenore di recente, e poi tutti insieme ancora con Lucia di Lammermoor.

La serata è stata premiata calorosamente dal pubblico non numeroso, ma contento e plaudente.

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