CONCERTO PER FESTEGGIARE IL NUOVO ANNO AL COMUNALE DI VICENZA, martedì 31 dicembre 2013, ore 22,00





Se c’è qualcosa di cui la gente ha bisogno in certe occasioni è un momento per rilassarsi, divertirsi, e passare quindi delle ore serene all’insegna del buon umore. Tutto ciò può la musica, ed alla fine di un anno difficile per tutto il Paese è quel che ci vuole per augurarsi che il successivo sia quanto meno più sereno. Così il concerto di fine anno al Comunale di Vicenza ha voluto essere all’insegna della danza e della leggerezza, con la bellezza delle note delle sinfonie operistiche di Rossini e Mozart,  delle melodie di Verdi, a concludere l’anno a lui dedicato, la delicatezza di Lehar e qualche incursione negli immancabili pezzi degli Strauss per approdare con più ottimismo al 2014.

L’Orchestra del Teatro Olimpico ha offerto due tra le più celebri ed ascoltate ouverture delle opere di Gioachino Rossini: quella del Barbiere di Siviglia e della Gazza Ladra. A seguire W.A. Mozart e la sua ouverture da ‘Le nozze di Figaro’, il valzer ‘Fruehlingsstimmen’ di J.Strauss junior, e non poteva mancare il suo ‘An der schoenen blauen Donau’.
Ancora una volta la OTO ha mostrato di sentirsi particolarmente a suo agio col proprio direttore musicale. Il Maestro Giampaolo Bisanti con la sua solita energia ha ormai un ottimo feeling con i ‘suoi ragazzi’, e trae dai loro strumenti la giusta espressività, adattandosi allo stile proposto. Così per questa serata spensierata, evitando di staccare ritmi troppo serrati e donando una certa delicatezza di insieme, l’orchestra è stata equilibrata e mai sopra le righe e soprattutto mai sopra i solisti, pur ponendosi con gran personalità.

Per una indisposizione dell’ultimo minuto, l'annunciata Monica Tarone non ha potuto essere presente alla serata. Al suo posto una elegantissima Gladys Rossi ha interpretato dalla Traviata di Giuseppe Verdi ‘E’ strano…sempre libera’, con grinta e disinvoltura, che le sono valsi applausi molto convinti, ed inoltre la Canzone di Vilja da La Vedova allegra di Franz Lehar, ed il romantico duetto ‘Tace il labbro’ col baritono Emilio Marcucci. Quest’ultimo ha voce sicura ed ampia, è un interprete molto espressivo e davvero spigliato anche nelle arie che ha eseguito da solo: lo scioglilingua rossiniano  del mitico Figaro: ‘Largo al factotum’ da Il Barbiere di Siviglia, e la simpaticissima ‘Udite, o rustici’, del furbo Dulcamara dell’ Elisir d’amore di Gaetano Donizetti.

Nella fase centrale della serata, l’adolescente del momento, il violinista Giovanni Andrea Zanon,
ha eseguito quello che può già essere considerato un suo cavallo di battaglia, il ‘Capriccio Basco’ per Violino ed Orchestra di Pablo de Sarasate. Il giovane virtuoso ha ormai saldo in repertorio il pezzo, e con la sua asticella fa vibrare le corde del violino accarezzandole ora con dolcezza, ora con vigore, con l’orchestra a seguirlo in simbiosi, col suono che si mescola e si fonde in maniera straordinaria. Ma è il bis che suscita incanto e commozione: la splendida e celeberrima Romanza per Violino e Orchestra n.2, op. 50 di L.V. Beethoven. Il momento più intenso della serata, lasciando in apnea la platea fino all’ultima nota, ed al conseguente scroscio di applausi al termine.

Dopo il brindisi di mezzanotte, chiusura di forza energica con la ‘Marcia di Radetzky’di Johann Strauss senior, che non può mancare in un concerto del genere, ed un improbabile e gradevole duetto soprano/baritono, in cui Rossi e Marcucci hanno improvvisato il ‘Brindisi’ della Traviata, con grande divertimento del pubblico.
La serata, in diretta sulle tv venete TVA Vicenza e TeleChiara, presentata con grazia e competenza da Elisa Santucci, ha registrato una folta presenza e molto entusiasmo tra il pubblico.

MTG













DON PASQUALE, GAETANO DONIZETTI - TIROLER LANDES THEATER, INNSBRUCK, domenica 29 dicembre 2013




Per questo Don Pasquale di Donizetti in programmazione al Tiroler Landes Theater di Innsbruck, facciamo un salto nel mondo della Commedia dell’Arte che ebbe origine nel sedicesimo secolo nel nostro paese, con i suoi personaggi tipici, le sue maschere, le sue storie. Il regista Stefan Tilchha immaginato infatti che i protagonisti della vicenda fossero lo specchio dei personaggi di quel tipo di teatro, le cui celebri maschere sono ben note al pubblico di ogni dove e quindi con le loro particolarità caratteriali possono immediatamente caratterizzare i diversi personaggi dell’opera. Come in costante veglia sui loro alter ego, queste figure mascherate si muovono con perizia, persino atletica, inosservati dai nostri ‘eroi’, esagerando le loro movenze come ad esasperare certi atteggiamenti.

Ecco che dunque l’anziano Don Pasquale ha come ‘ombra’ la celebre maschera veneziana di Pantalone, il vecchio burbero ed avaro, che ama ancora guardare le belle figliole che girano per la città. Così come il povero Ernesto è accompagnato costantemente dalla figura di un giovane definito genericamente ‘Innamorato’, altro personaggio tipico della Commedia dell’Arte, che a suo tempo aveva di volta in volta nomi differenti. L’artefice di tutto, colui che muove le fila dei giochi, è il Dottor Malatesta, che infatti qui ha per controfigura proprio la maschera teatrale del Dottore, ossia di colui che sapeva di tutto un po’. Un tocco kitsch e francamente superfluo è costituito da un piatto di spaghetti fumanti che continua ad essere portato in scena, come se ci fosse bisogno di un ulteriore elemento che esemplificasse l’italianità, per così dire, della faccenda.  A cornice di tutto ciò le scene tradizionali di Karlheinz Beerche rappresentano con coerente gusto la casa del protagonista ed il paese in cui si svolge la storia. Viene introdotto anche un cinema , in cui Norina si reca per gustare un film in allegria e sognante canta’Quel guardo il cavaliere’, come rivolta ad un divo del cinema sullo schermo. I costumi moderni ma in stile col resto di Iris Jedamski completano l’allestimento.

Per mettere in scena tanta vitalità all’italiana, per così dire, è stato chiamato un cast molto affiatato ed omogeneo per qualità canore.

Annunciato come indisposto, nei panni del personaggio chiave della vicenda, il Don Pasquale di Johannes Wimmernon ha offerto difatti una prestazione all’altezza di ciò che la sua voce dal timbro scuro avrebbe potuto esprimere. Così il suono della voce tende a restare indietro e ad incupirsi nell’emissione, mancando di slancio ed anche del volume necessario a sovrastare l’orchestra. Dal punto di vista interpretativo, invece, il basso ha tratteggiato un personaggio che immediatamente conquista il favore dell’audience, con quella ingenua illusione di poter cambiare la sua vita in tarda età; e ce la mette veramente tutta per apparire all’altezza della sua giovane compagna. Suscita persino tenerezza la trovata registica di fargli tingere i capelli prima dell’incontro con Norina, e quel suo guardarsi allo specchio con aria speranzosa e sognante nei riguardi di un futuro che sappiamo si rivelerà un inferno.

Norina è la simpatica e deliziosa Susanne Langbein. Tilch la accomuna al personaggio di Colombina, acuta e furba, capace di cavarsela in ogni situazione. Ma non è prevista per lei una 'controfigura' muta, perché in più occasioni è lei stessa ad interagire con le altre maschere, come ad esempio nel preparare insieme a Malatesta la parte che appunto dovrà recitare con il futuro consorte, come se stesse provando uno spettacolo. In questo caso è perfino una femme fatale, che non riesce neanche ad andare al cinema senza che una schiera di spasimanti le si ponga innanzi pronta a lasciarle il numero di telefono. Le doti attoriali non mancano al soprano, che aggiunte alla voce leggera ed armoniosa che ben si adatta ad interpretare ruoli di questo tipo, le consentono di registrare un bel successo in questa produzione.

L’astuto, saputello e tuttofare Dottor Malatesta è  Davide Fersini. Si destreggia abilmente nel ruolo, dotato anch’egli di una voce non prepotente, ma ben gestita soprattutto nella zona più acuta, tanto da giocare letteralmente con la sua parte e mostrando un’ottima intesa con l’orchestra, pronta a cogliere le sue ‘intemperanze’ in senso buono per un risultato più che soddisfacente ed un meritato consenso generale.

Visto come un eterno bambinone è invece Ernesto. Compare in scena addormentato sul divano con in braccio un orsetto di peluche ed avvolto ad una coperta da cui sembra inseparabile, come il celebre Linus del fumetto di Schultz, e che appunto lo zio cerca di strappargli via ad ogni costo, come fosse il simbolo di un certo attaccamento al’età adolescenziale.  Questo nipote un po’ naif è interpretato da Jesús León, tenore leggero ma generoso, con un timbro delicato e molto melodico, che riesce a generare certa emozione e compartecipazione nella celebre ‘Com’è gentil’.
Chiude il cast il Notaio di Peter Thorn.

Menzione particolare va fatta ai bravissimi mimi che hanno interpretato le tre maschere di Pantalone, il Dottore e l’Innamorato: rispettivamente David Labanca(per lui ovazioni), Florian Stohre Samuel Müller. Bene il coro del Tiroler Theater preparato da Michel Roberge.

Alla testa dell’orchestra tirolese il giovane calabrese Vito Cristofaro. L’orchestra talvolta è risultata preponderante con il suono degli ottoni e di conseguenza non omogenea nell’insieme.  Al Maestro  Cristofaro va comunque il merito di aver assecondato gli avvenimenti in essere con particolare attenzione al palcoscenico e cercando di offrire una lettura coerente della partitura.

Il pubblico folto di giovani ed anche giovanissimi, oltre che dei consueti aficionados, ha applaudito con fervente calore tutti i protagonisti, ridendo di gusto anche a scena aperta, grazie soprattutto alle gag offerte sullo sfondo dai tre bravissimi mimi, decretando un successo pieno per lo spettacolo.
MTG

Direttore d’orchestra              Vito Cristofaro
Regia                                       Stefan Tilch
Scene                                       Karlheinz Beer
Costumi                                    Iris Jedamski

Don Pasquale                         Johannes Wimmer
Dr. Malatesta                        Davide Fersini 
Ernesto                                  Jesús León
Norina                                    Susanne Langbein 
Notaio                                    Peter Thorn

Pantalone                               David Labanca
Dottore                                  Florian Stohr
L’innamorato                        Samuel Müller

Trombe soli  Markus Ettlinger / Heinz Weichselberger / Rupert Darnhofer

Coro del TLT
Tiroler Symphonieorchester Innsbruck






FOTOGRAFIE DEL TIROLER LANDES THEATER


DON PASQUALE, GAETANO DONIZETTI - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, venerdì 13 dicembre 2013







Inaugurazione della stagione d’opera 2013/2014 al Teatro Filarmonico di Verona con un titolo molto popolare ed amato, il Don Pasquale di Gaetano Donizetti, che con il Natale oramai velocemente alle porte, si inserisce piacevolmente nell’atmosfera gioiosa e giocosa che investe la città di Verona in questo periodo di festività.
Sicuramente sull’allegria ha voluto giocare Antonio Albanese chiamato a curare la parte registica della produzione, coadiuvato dalle scene di Leila Fteitaed i costumi di Elisabetta Gabbioneta. Quello che si nota in generale è certamente la volontà di fornire allo spettacolo freschezza e modernità, aggiungendo qualche particolare spunto che vuole essere innovativo, ma che purtroppo non sempre si rivela utile alla rappresentazione.  Trovandosi in terra veneta il dramma buffo in questione è ambientato nei vigneti della provincia veronese e dunque il vecchio Don Pasquale è il proprietario di una azienda agricola che ha fatto fortuna producendo i suoi vini.

In apertura, nel primo atto, ci troviamo di fronte ad una immensa scaffalatura a parete ove sono stipate centinaia di bottiglie vuote innanzi alla quale il vecchio celibe ed il suo amico, il dottor Malatesta, discutono della fanciulla destinata a diventare la sua signora. Oltre ai consueti domestici è stato introdotto il personaggio muto della fedele governante, che si rivela essere la sorpresa del finale. Successivamente la scena in casa di Norina è stata spostata proprio tra le vigne ove sta lavorando la ragazza insieme ad altri braccianti, i quali si producono in improbabili movimenti ad imitazione dei gesti della fanciulla, quando essa accetta il piano di gabbare il padrone di casa ordito dal furbo dottore. 
Tale piano astuto viene stipulato davanti a delle file di alberi di vite riprodotti sul palco e perfettamente allineati uno dietro l’altro. 
Nel secondo atto siamo finalmente a casa di Don Pasquale, dove, come frequentemente in uso attualmente, operai in azione si apprestano a completare l’arredamento della sala in cui avviene l’incontro tra i due promessi sposi. Il notaio dal ciuffo ribelle, occhialini e completo a quadri è perfettamente in tono con gli altri uomini in scena, abbigliati in simil fattura. Si torna tra gli alberi nel terzo atto, che per ricordare il giardino del protagonista, sono stati ricoperti di fiori di vario tipo. 
Il povero Ernesto, per non essere scorto dal vecchio geloso, qui indossa un mantello ornato di fiori cuciti ad esso per mimetizzarsi all’arrivo dell’uomo. Infine, dopo il disvelamento del matrimonio burla ed il perdono, con conseguente fidanzamento dei due giovani, la fedele governante si dirige verso il suo ‘vecchietto’ abbracciandolo e lasciando intendere che, secondo il regista, sarà lei la prescelta di Don Pasquale, forse più adatta alla sua età ed alle sue forze.

Possiamo  dire in conclusione che non manca di brio e leggerezza tutto lo spettacolo e che l’idea di base sembra buona. Forse però alla fine della rappresentazione la sensazione che resta è quella per cui ci si sarebbe aspettati quel quid che la caratterizzasse e che poi non è più arrivato.

Sul fronte canoro una compagnia affiatata, che si è impegnata soprattutto sul fronte recitativo.

La furba Norina/Sofronia è il soprano Irina Lungu, che sviluppa molto bene il personaggio con la giusta vena comica che pervade in tutto lo spettacolo. Le sue mossette ed espressioni facciali sono avvalorate da una emissione canora sicura, facilità nel fraseggio e buon volume.

Il gabbato Don Pasquale, Simone Alaimo, ha curato soprattutto il fronte attoriale della sua prestazione, dando al suo personaggio una verve spiritosa e forza d’animo, come si confà ad un uomo orgoglioso che pur se preso in giro, trova il modo di uscirne comunque vincitore in qualche modo.

L’Ernesto di Francesco Demuro non è stato all’altezza delle aspettative. Il tenore ha una voce molto bella: pastosa e melodiosa. Ma tende a forzare sull’acuto ove non occorre, sicché il suono non risulta morbido e pecca di alcune stimbrature.

Bene il Malatesta di Mario Cassi, che unitamente ad una spiccata propensione  attoriale, ha un bel colore di voce corposo, che tende però talvolta a colpire sugli attacchi. Dignitoso il notaio Antonio Feltracco, simpatico e spigliato.

Il coro della fondazione Arena ha un bell’impasto vocale, ma vi sono stati diversi problemini di tempo, soprattutto durante la non originalissima incursione in platea nel terzo atto.

Con brio e molta partecipazione Omer Meir Wellber è alla testa dell’orchestra dell’Arena di Verona, che trova bei colori e sicuramente forza espressiva, peccando leggermente nei volumi che tendono a sovrastare i cantanti impegnati in scena. Inoltre, superando certi sfasamenti verificatisi tra buca e palco, l’esecuzione risulterebbe maggiormente degna delle doti di questo giovane artista talentuoso.

Il pubblico presente ha mostrato di gradire molto lo spettacolo, omaggiando con ovazioni tutti i protagonisti ed il Maestro Wellber.

MTG


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
     Omer Meir Wellber
Regia
     Antonio Albanese
Scene
     Leila Fteita
Costumi
     Elisabetta Gabbioneta
Maestro del coro                      Armando Tasso
Direttore
Allestim.scenici                         Giuseppe
                                                   De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI
Don Pasquale
Simone Alaimo
Malatesta
Mario Cassi
Norina
Irina Lungu
Ernesto
Francesco Demuro
Un notaro
Antonio Feltracco

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA


NUOVA PRODUZIONE FONDAZIONE ARENA DI VERONA








CON SILVIA CHIESA PROSEGUE IL VIAGGIO MUSICALE DELL’ORCHESTRA DEL TEATRO OLIMPICO DI VICENZA – TEATRO COMUNALE CITTA’ DI VICENZA, GIOVEDI’ 12 DICEMBRE 2013.




Secondo appuntamento per la stagione sinfonica dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza, che dalla Russia della scorsa volta approda in Boemia, omaggiata grazie alle composizioni di autori del calibro di Antonin Dvořák e Bedřich  Smetana.  Quest’ultimo ebbe il grande merito di far scoprire ed apprezzare le tradizioni legate al suo paese, la Boemia appunto, essendo nato nella Repubblica Ceca. Fu amico di Liszt, da cui trasse spunto per le sue composizioni. La più famosa ed eseguita di queste è soprattutto il poema sinfonico proposto in questa occasione, ossia ‘Vltava’ (La Moldava), tratto dal ciclo di sei poemi dedicati proprio alla sua patria, completato tra il 1874 ed il 1879. Questi sei lavori sono tutti ispirati ai paesaggi, alla storia, o alle leggende di terra boema. Il filo conduttore che lega i brani è il tema del castello, che si riascolta per l’appunto nella Moldava.
L’orchestra del Teatro Olimpico affidata al suo direttore artistico, il M° Giampaolo Bisanti, ci immerge immediatamente in queste atmosfere  con l’incipit affidato ai legni, che esemplifica la nascita del fiume, quasi riuscissimo a vedere e sentire le gocce d’acqua che sgorgano dalla sorgente, per poi divenire fluente e forte nella sua massima espansione, con gli archi che la fanno da padroni sulla partitura, con suono caldo, pieno ed armonico. Ma si distinguono anche le attività campestri, con gli immancabili corni ed ottoni a richiamare il lavoro e le feste dei contadini, e la maestosità del finale con tutta l’orchestra impegnata nello spingere il fiume a gettarsi nell’ ancor più maestoso fiume Elba. Il Maestro coinvolge i musicisti dell’orchestra con passione ed energia, accompagnandoli come se le sue braccia fossero gli argini tra cui scorre il fiume di note proveniente da ogni singolo strumento.

Dvořák invece strizza notevolmente l’occhio alle influenze più spiccatamente germaniche, a cui comunque aggiunge motivi ed atmosfere tipiche della Boemia, con la Sinfonia n.8 in Sol minore op. 88. Siamo nell’ anno 1890, composta a Praga, e dedicata all’imperatore Francesco Giuseppe per il suo vivo interessamento nell’arte boema, tanto da crearne una accademia coinvolgendone proprio il compositore. Siamo ancora una volta in ambiente pastorale, che con archi e fiati sin dall’inizio ci immerge nella festosità delle melodie gioiose che richiamano anche qui alle attività dei contadini nel primo movimento, per poi proseguire con momenti di elegia profonda nel secondo, come a contemplazione del proprio lavoro, una volta completato, quindi lasciarsi andare alla festa ed alle danze, col delizioso terzo movimento, che è un chiaro invito alla danza. Finale in crescendo in cui l’amore per la propria terra si fa più evidente e trionfale che in precedenza, grazie al copioso uso di ottoni in festa  ad inneggiare alla patria. Anche in questo caso l’orchestra è morbida, fluida, le sezioni interagiscono in pieno accordo esprimendo volumi e dinamiche coerenti. 

Splendente la protagonista solista della serata, la violoncellista Silvia Chiesa. Ha eseguito il bellissimo concerto per Violoncello ed orchestra op.104, sempre di Dvořák, eseguito in primis nel 1896 e diretto dall’autore stesso, come del resto anche la precedente  sinfonia.
Concerto maestoso, nei suoi quattro movimenti, che con estrema grazia la musicista esegue con il suo magnifico strumento, un Grancino del 1697, dal suono ampio,  rotondo e puro, regalando sensazioni di grandezza e forza, melanconia, leggerezza ed infine solennità, man mano che si susseguono le parti del concerto. Totalmente immersa nel suo operato, la signora Chiesa suona come se il violoncello fosse una parte di sé da sempre. Dotata di grande sicurezza esecutiva e di una forte personalità, che non sfocia mai nel gesto scenico in sé per sé, risolve i virtuosismi che la partitura richiede con scioltezza e passionalità che trasmette in sala così come tra i professori d’orchestra, con cui l’intesa è ottimale. Non sono mancati ampi consensi da parte del pubblico, sì da venir premiato con una languido e sentito bis tratto dall’ampio repertorio di Johann Sebastian Bach.  

Applausi convinti durante ed al termine della serata, appuntamento al 31 dicembre con il tutto esaurito concerto di fine anno.

MTG





silvia_chiesa

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a … SILVIA CHIESA

Oggi conosciamo meglio una grandissima musicista, la violoncellista milanese Silvia Chiesa, il cui strumento sembra quasi magico tra le sue mani, capace di emanare emozioni incredibili tra il pubblico di tutto il mondo, che accorre sempre numerosissimo quando in cartellone figura un suo concerto. Si è esibita in Francia con l’orchestra del Teatro di Rouen, in Inghilterra alla Barbican Hall e Cadogan Hall con la Royal Philarmonic Orchestra, in Russia con i Solisti di San Pietroburgo, in Polonia con la Filarmonica di Cracovia, in Italia con l'Orchestra della Rai, I Pomeriggi Musicali, l'Orchestra Verdi el'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Ha collaborato con grandissimi direttori d’orchestra e ha al suo attivo incisioni di CD quali i due concerti per violoncello di Nino Rota, le sonate per violoncello di Brahms e Schubert, di Camille Saint Saens le Sonate per violoncello e piano e lo Chant saphique, per citarne solo alcuni. Artista sensibilissima dal curriculum interminabile di traguardi ottenuto con tanta dedizione e rispetto per il suo lavoro, riesce a trovare un momento del suo tempo da condividere con me con tanta cordialità e serenità, rispondendo con molto garbo alle domande che le pongo.

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CONCERTO DELL'IMMACOLATA DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA, VERONA, TEATRO FILARMONICO, 8 DICEMBRE 2013


In un teatro Filarmonico gremitissimo di pubblico, si è tenuto il concerto conclusivo per l'anno 2013 dell'associazione Verona Lirica con ospiti Elena Gabouri, Maria Josè Siri, Luciano Ganci, Vladimir Stoyanov e il Quartetto d'archi dell'Arena di Verona.

A causa della defezione dell'immancabile Davide da Como, il presidente Tuppini si è cimentato nella veste di presentatore, introducendo le varie performance degli artisti con fare competente e preciso.
 
Il mezzo Elena Gabouri, felicissima “scoperta” in Arena nel 2012 quando sostituì in extremis l'indisposta Dolora Zajick in una recita di Aida e da allora ospite fissa del Festival Veronese, pur annunciando una leggera indisposizione, non si è risparmiata al pubblico veronese inanellando via via una serie di successi in duetti verdiani (prima scena secondo atto di Aida con M.J.Siri, prima scena, secondo atto del Trovatore con L.Ganci) e interpretazioni solistiche quali il  “Liber scriptus dalla Messa da Requiem di Verdi, e “Oh don fatale” dal Don Carlo, sempre di Verdi.
Voce ampia, fraseggio curato e fiato da vendere sono gli assi nella manica di questa cantante, uniti ad una costante ricerca di un'interpretazione mai banale.
Qualche problema nel passaggio di registro dovuto probabilmente all'annunciata indisposizione non ha inficiato un'interpretazione centrata completamente. Il suo “Oh don fatale” dal Don Carlo è stato da manuale.

Maria Josè Siri, soprano uruguayano ma veronese di adozione, ormai è una stella dei teatri lirici internazionali, soprattutto di quello areniano dove è stata una incredibile Aida nel recente festival del centenario.
Anche lei non si è risparmiata regalando al caloroso pubblico, duetti verdiani ( prima scena, secondo atto di Aida con E. Gabouri, scena seconda, quarto atto del Trovatore con V.Stoyanov) e parti solistiche da Andrea Chenier di U.Giordano  (“La mamma morta”) in coppia con la violoncellista Sara Airoldi del Quartetto Arena e da La Forza del Destino di Verdi (“Pace mio dio”).
Dotata di una voce di lirico pieno che non teme affatto le impennate alla parte alta del rigo, la Siri possiede una proprietà di canto e una tecnica tale che le permettono di sorreggere il fiato con una cura non indifferente, risolvendo le agilità (nel Trovatore ad esempio) e  le indicazioni agogiche della partitura, con precisione e dovizia, uniti ad un temperamento interpretativo notevole.

Il baritono Vladimir Stoyanov, altra stella dei teatri di mezzo mondo, ha regalato al pubblico del Filarmonico il duetto del primo atto (versione in 4 atti) dal Don Carlo di Verdi in coppia con L.Ganci, “Di Provenza” dalla Traviata di Verdi,  “Eri tu” da Ballo in maschera di Verdi e la scena seconda del quarto atto  dal Trovatore di Verdi in coppia con M.J.Siri.
Dotato di una voce non voluminosa, Vladimir Stoyanov è baritono e personaggio di indole lirica e cantabile, paterna e riflessiva piuttosto che  proterva e imperiosa; ci auguriamo vivamente di ascoltarlo presto nei teatri della nostra città.

Al tenore Luciano Ganci va il merito di possedere una facilità all'acuto e una voce generosissima e squillante che sa accattivare il pubblico con la giusta dose di interpretazione e gusto. Un'attenzione più precisa al fraseggio e al controllo dell'organo vocale renderebbero le sue performance superlative.
Ha regalato al pubblico veronese brani da Don Carlo di Verdi (duetto del primo atto, versione in 4 atti, in coppia con V.Stoyanov), da Trovatore ( prima scena, secondo atto con E.Gabouri), dal Corsaro ( “Tutto parea sorridere” e “Di corsari il fulmine”) e dall'operetta Il  paese del sorriso di Lehar (“Tu che m'hai preso il cuor).

Degna cornice alla serata, gli interventi felicissimi del Quartetto Arena di Verona che hanno eseguito con maestria la riduzione dalla sinfonia di Norma di V.Bellini, lo scherzo dal quartetto in mi minore di G.Verdi e una fantasia dal Trovatore sempre di G.Verdi.

La pianista Patrizia Quarta ha accompagnato gli artisti impegnati e il quartetto con la consueta competenza e precisione.

Con la premiazione agli artisti premiati per la loro presenza, si è chiuso anche questo festoso concerto domenicale, e un arrivederci al concerto del 26 Gennaio 2014.

Pierluigi Guadagni





TOSCA, GIACOMO PUCCINI – PALABASSANO, BASSANO DEL GRAPPA, venerdì 6 dicembre 2013




Il Bassano OperaFestival dedica la conclusione della stagione lirica 2013 allo Scarpia italiano per eccellenza, Tito Gobbi, i cui natali sono proprio ascrivibili alla città di Bassano del Grappa, che vestì i panni dell’inflessibile capo di polizia per ben novecento volte, e di cui ricorrono i cento anni dalla nascita proprio in quest’anno di grandi celebrazioni che ormai volge al termine.

Lo spettacolo vede l’intero pacchetto di regia luci e costumi ad opera di Hugo de Ana, ripresa per l’occasione da Giulio Ciabatti, per una messa in scena dalle tinte così fosche che è quasi difficile definirle. Il gioco di chiaro scuro rende l’atmosfera costantemente sospesa, come se i fin troppo noti eventi potessero cambiare con qualche colpo di scena diverso ed improvviso. Gli stessi protagonisti sono illuminati a risaltare sul resto, e tutto ciò che ruota attorno è in ombra, come per esempio i gendarmi che accompagnano Cavaradossi all’esecuzione, completamente al buio mentre il pubblico vede solo il condannato, affinché l’attenzione sia concentrata su di lui ed il suo tormento. A contorno di tali idee una bellissima scenografia in cui gli ambienti sono riprodotti grazie agli sfondi che rappresentano la chiesa di Sant'Andrea della Valle, la sala in cui cena Scarpia, ed infine il tetto di Castel Sant’Angelo, che con l’aggiunta di dettagli fondamentali hanno reso possibile una ambientazione del tutto realistica dei luoghi.

L’oscurità delle scene non è altro che il buio dell’animo umano quando si lascia sopraffare dalle passioni senza controllo. Scura è l’anima dell’ossessivo Scarpia, crudele fino al punto di inscenare una via di salvezza per la donna oggetto del suo desiderio, mentre predispone subdolamente la morte di colui che lei ama. Scura è l’anima di Floria Tosca, quando sopraffatta dagli eventi non trova altra soluzione che assassinare il suo nemico e deriderlo nell’ammirare il cadavere ai suoi piedi (è bravissima Tiziana Caruso nell’esprimere tutta la sua soddisfazione pronunciando la celebre ‘E avanti a lui tremava tutta Roma!). Scuro è certamente l'animo del povero Mario finché si appresta al fatal traguardo ritenuto complice del ricercato Angelotti. Ancora, scura e cupa è l’anima di tutti coloro che eseguono gli infausti ordini del terribile Barone. Insomma non c’è luce per questi tragici personaggi, e De Hana lo esprime a chiare lettere, grazie certo alla musica di Puccini che è l’humus incommensurabile che alimenta ed esalta tutte queste incredibili sensazioni.

La giovane Tiziana Caruso  è interprete di Floria Tosca, un ruolo che metterebbe paura a chiunque, ma che invece affronta con grande classe ed ottima padronanza della scena, forte di una voce particolarmente calda e potente che trasmette tutta la passione di questa donna fiera, ribelle ed inarrestabile.

Tantissimo impegno e cuore per il Cavaradossi di Francesco Anile, che senza alcun risparmio si presta ad affrontare il suo destino segnato sin dall’inizio con coraggio e sparando tutte le cartucce che la sua bella voce sa sempre scagliare.

Sorprende il Barone Scarpia di Elia Fabbian. Molto misurato nel primo atto, rende ovviamente il meglio di sé nel secondo, ma senza calcare troppo sul personaggio e riuscendo a bilanciare canto ed interpretazione attoriale in maniera molto apprezzabile.

Christian Starinieri è un buon e simpatico Sagrestano, ed il resto del cast è completato discretamente dallo Spoletta di  Orfeo Zanetti, dall'Angelotti di Paolo Battaglia, da Andrea Zanin  nei panni di Sciarrone, e dal carceriere di Victor Sierra . Concentratissimo ed intonato il piccolo Simone Stocchero nei panni del pastorello.

Bene il coro Lirico Veneto Li.Ve di  Dino Zambelloe bravi e corretti i piccoli Cantori di San Bortolo diretti da Giorgio Mazzucato.

Giampaolo Bisanti dirige la Filarmonia Veneta con la consueta attenzione ai dettagli e sensibilità musicale, riuscendo a sottolineare l’operato dei cantanti, che nella pur infelice acustica del palazzetto sportivo, si esaltano in perfetta simbiosi con la musica, la quale è servita da un fine conoscitore della partitura che si mette ancora una volta al suo servizio, sottolineando ogni passaggio di volta in volta con la forza, la passione, o la delicatezza necessari.

Pubblico plaudente e caloroso per tutti gli interpreti, spettacolo molto gradito.

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore                       Giampaolo Bisanti
e direttore 
Regia, scene, costumi e luci             Hugo de Ana (ripresa da Giulio Ciabatti)
Light designer                                  Sandro Dal Prà
Maestro del coro                              Dino Zambello

GLI INTERPRETI

Floria Tosca,                                     Tiziana Caruso                                                 
Mario Cavaradossi,                         Francesco Anile
Il Barone Scarpia,                            Elia Fabbian
capo della polizia
Cesare Angelotti                               Paolo Battaglia
Il Sagrestano                                     Christian Starinieri
Spoletta, agente di polizia                Orfeo Zanetti
Sciarrone, gendarme                        Andrea Zanin                     
Un carceriere                                   Victor  Sierra
Un pastorello                                    Simone Stocchero

ORCHESTRA FILARMONIA VENETA

Coro Lirico Veneto Li.Ve
Coro Voci bianche Piccoli Cantori di San Bortolo diretti da Giorgio Mazzucato

Nuova produzione LI.Ve.  teatri di Bassano, Padova e Rovigo 










FOTO GIANCARLO CECCON

LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI - TEATRO MASSIMO VINCENZO BELLINI DI CATANIA, giovedì 5 dicembre 2013



LUCIA
La pietade è tarda omai!...
Il mio fin di già s’appressa.

Una nuova produzione di Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti ha concluso la  stagione 201213 del Teatro Massimo V.Bellini di Catania. La drammatica situazione finanziaria in cui versa il teatro catanese ha fatto temere per la cancellazione delle recite fino a poche ore dalla messa in scena, ma il buon senso delle maestranze tutte, che hanno optato per un comunicato di protesta e un ritardo di 30 minuti sull'orario di inizio piuttosto che per uno sciopero selvaggio e  inconcludente ha permesso che le recite fossero salve.

Allestimento di tradizione quello pensato da Guglielmo Ferro in compagnia dello scenografo Stefano Pace e del costumista  Françoise Raybaud. Allestimento a tinte cupe, fosche, in perfetto gotico inglese, aiutato dalle immancabili proiezioni a fondo scena; proiezioni “meteorologiche”, oppure metafisiche, financo architettoniche dove alte vetrate archiacute fanno da sfondo alla scena della pazzia.

Insomma, la più classica delle atmosfere alla Scott, la notte, il buio, le tombe abbandonate.
Il regista ha fatto il minimo indispensabile, fin troppo poco forse, lasciando i cantanti fermi al centro della scena nei momenti topici senza aggiungere null'altro, ma del resto Lucia non è opera che si presti moltissimo ad una regia particolarmente audace...

Sul versante musicale, nel ruolo di Lucia troviamo una Rosanna Savoia in splendida forma.
Avvantaggiata da una regia che l'ha lasciata libera di preoccuparsi praticamente solo del canto anziché perdere energie in inutilità senza esito, la Savoia ha offerto una bella prova. La voce è stata quasi sempre nitida, gli acuti facili e incisivi come pure le agilità richieste dalla parte, permettendosi il lusso di  pianissimi alla scena della pazzia e nel duetto con Edgardo e cercando sempre di fraseggiare con dinamiche coerenti alla parte.
Ad interpretare Edgardo è stato chiamato in extremis Emanuele D'Aguanno a sostituire l'indisposto Alessandro Liberatore. Pur avendo cantato la parte la sera precedente, D'Aguanno è parso subito in perfetta forma. Il suo Edgardo è giovane, virile, innamorato e ben presente in scena. Specialmente nella grande aria e nel finale, inoltre, l’artista ha trovato un accento coinvolgente che ha emozionato il pubblico. Il tenore veneto possiede una voce omogenea e timbratissima, delle mezzevoci suggestive e sempre “sul fiato”, fraseggio vario ed elegante, sempre nobilissimo senza scivolare mai in accenti fuori luogo.

Enrico era Piero Terranova il quale non è certo un baritono donizettiano tout court e tende a cantare sempre forte e con pochi colori e quei pochi sono sempre orientati al concetto di baritono “truculento”. Fortunatamente evita di cadere nel “verismo”, e porta a casa una performance tutto sommato positiva.

Il Raimondo di Francesco Palmieri è risultato alquanto in affanno a causa di un'emissione stentorea nella parte acuta del rigo e per qualche problema nell'intonazione, ma canta con gusto e proprietà di stile ed essendo un personaggio “buono” mostra quelle che dovrebbero essere anche le sue caratteristiche.

Buona la prestazione di Giuseppe Costanzo nella breve ma non facile parte di Arturo, come pure le prestazioni di Loredana Megna (Alisa) e Salvatore D'Agata (Normanno).

A capo dell'orchestra catanese, Emmanuel Plasson si è reso responsabile di una concertazione alquanto discutibile nella quale spesso sono emersi clangori e sonorità più adatte ad un Verdi degli anni di galera in un'opera che fa della delicatezza e dell'abbandono la cifra identificativa.

Corretto il coro del teatro catanese, diretto da Tiziana Carlini.
Successo cordiale per tutti da parte di un teatro attento, e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                                 Emmanuel Plasson 
Regia                                      Guglielmo Ferro
Scene                                      Stefano Pace
Costumi                                  Françoise Raybaud
Luci                                         Bruno Ciulli
Maestro del coro                   Tiziana Carlini

GLI INTERPRETI

Lord Enrico                          Piero Terranova
Lucia                                     Rosanna Savoia 
Sir Edgardo                          Emanuele D'Aguanno
Lord Arturo                          Giuseppe Costanzo
Raimondo                             Francesco Palmieri
Alisa                                      Loredana Rita Megna
Normanno                             Salvatore D'Agata

Nuovo allestimento dell'E.A.R. Teatro Massimo Bellini


ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL'E.A.R. TEATRO MASSIMO BELLINI






Foto Giacomo Orlando 



L’OLANDESE VOLANTE (DER FLIEGENDE HOLLÄNDER). RICHARD WAGNER – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, venerdì 29 novembre 2013.



Opera romantica in tre atti.

Staccarsi dalla vita reale e sognare avventure in terre sconosciute solcando i mari su di una nave leggendaria. Possibile? È quello che la dolce eroina Senta si chiede certamente, quando sogna ad occhi aperti sul ritratto del misterioso Fliegende Holländer, anima in pena costretta a percorrere per una maledizione vie infinite per i mari di ogni dove, ogni volta per sette lunghi anni,  per poi ricominciare ancora l’errante viaggio del supplizio. Soltanto un cuore puro e fedele può spezzare l’incantesimo e far guadagnare la salvezza al nostro protagonista, rendendogli finalmente una compagna di vita, senza più esser costretto a vagare senza meta,  trovando finalmente riparo in una dimora famigliare ed accogliente. Ed il nostro riesce finalmente a trovare il suo angelo, la figlia del marinaio Daland; ma quanto è vero che la felicità spesso è troppo bella per essere vera, così l’uomo misterioso si lascia cogliere da dubbi ed incertezze verso la sua dolce promessa, spingendola a sacrificarsi per salvare se stessa e l’anima del suo amore impossibile.

Opera questa che debuttò a Dresda nel 1843 in un unico atto, poi suddivisa successivamente negli attuali tre, che segna l’inizio del percorso in cui Richard Wagner analizza a fondo i sentimenti umani di amore e redenzione dalle colpe passate, concetti su cui fonderà come noto i suoi grandissimi capolavori successivi.

Nella produzione del Circuito Lirico Lombardo, che si avvale della regia del giovane Federico Grazzini, la storia si svolge più o meno ai giorni nostri, così la protagonista non si getta nelle acque per inseguire l’Olandese che fugge via sulla sua nave come nel libretto, ma si spara un colpo di pistola in testa, raggiungendo così l’anima del suo amato che si accascia al suolo con lei. Un finale che non disturba e che non travisa affatto ciò che il libretto dello stesso compositore prescrive. 

Anche le ambientazioni scenografiche di Andrea Belli sono attualizzate, così come i costumi di Valeria Bettella, ma con intelligenza, atte in ogni caso ad esemplificare ciò che effettivamente la narrazione richiede. Così il secondo atto si apre in un laboratorio ove lavorano Senta e le sue colleghe/amiche che allegramente stirano camicie fresche di bucato, mentre la fanciulla contempla non un quadro, ma una fotografia del misterioso navigatore errante, e dunque la nutrice di Senta è la responsabile di questo luogo in cui lavora anche il povero disilluso Erik. 
A contorno di ciò, le luci, gli effetti sonori e tutti i piccoli dettagli scenografici, pur semplici ed essenziali, sono talmente suggestivi da portare comunque lo spettatore in un’atmosfera fiabesca. Si pensi soprattutto al primo atto, in cui uno schermo enorme a sfondo del palco reca suggestive  proiezioni di un mare in tempesta in una nebbia che fittamente pervade la scena, il tutto condito da colori molto scuri ed effetti di penombra. La stessa nave volante è ovviamente proiettata nelle immagini video, tra lo stupore dei marinai che la osservano attoniti. In sintesi uno spettacolo equilibrato, il che si può affermare anche dal punto di vista canoro e musicale.

L’olandese è un intenso e cupo Thomas Hall, in grado di donare al suo personaggio quell’aura di austerità e mistero che, unitamente ad una voce che viaggia sicura anche nella zona più scura, nonché grazie al suo incedere imperioso, coronano una performance ben centrata.

Altrettanto bene si può dire di Elena Nebera nel ruolo di Senta. La sua vocalità è piuttosto corposa, che a tratti si avvicina alla corda del mezzosoprano, ma poi si apre bene in avanti anche nei suoni più acuti, senza esitare.
Buono  anche il Daland di  Patrick Simper. Ottima la mimica facciale, estroso e diremmo simpatico padre se pur po’ opportunista. Così simpatico e spigliato il suo timoniere Gabriele Mangione, che pur non dotato di grande estensione vocale, insieme al suo capitano ci regala i momenti più leggeri dell’opera.

Il povero e respinto Erik è Tomislav Muzek, anch’egli molto in vena, supera discretamente la prova grazie alla sua voce non potentissima ma corretta.

Nadiya Petrenko completa dignitosamente il cast con il ruolo della nutrice Mary.

Buona la prova del coro Circuito Lirico Lombardo preparato da Antonio Greco attivissimo nella narrazione e molto disinvolto.

In fine, l’orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano  ha offerto una lettura asciutta ed equilibrata della non semplice partitura grazie al Maestro Roman Brogli-Sacher, evitando appesantimenti e tenendo sempre saldo il legame tra palco e buca.

Molti gli applausi al termine, con punte di intensità per Hall e Brogli-Sacher, in un teatro strapieno sia in platea che in ogni ordine di palco.

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e Direttore                 Roman Brogli-Sacher
Regia                          Federico Grazzini
Scene                          Andrea Belli
Costumi                     Valeria Bettella
Maestro del coro       Antonio Greco

GLI INTERPRETI 

Daland                       Patrick Simper
Senta                          Elena Nebera
Holländer                  Thomas Hall
Erik                            Tomislav Muzek
Mary                          Nadiya Petrenko
Steuermann               Gabriele Mangione


Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro del Circuito Lirico Lombardo


Nuovo allestimento
Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo
Teatro Ponchielli di Cremona
Teatro Sociale di Como
Teatro Grande di Brescia


Teatro Fraschini di Pavia



I VESPRI SICILIANI, GIUSEPPE VERDI - TEATRO COMUNALE "LUCIANO PAVAROTTI" DI MODENA, domenica 24 novembre 2013


Libretto di Eugène Scribe e Charles Duveyrier.
Versione italiana di Arnaldo Fusinato


La storia de I Vespri Siciliani affonda le sue radici nel lontano periodo medioevale, a quando il Regno di Sicilia era sotto il dominio dei Francesi guidati da Carlo d’Angiò, nel tredicesimo secolo.  Neanche a dirlo quanto a Giuseppe Verdi fosse caro il tema e quanto fosse attuale ai suoi tempi un argomento del genere; e tali temi trattati fecero scattare la censura italiana, che costrinse l’autore a cambiare ambientazione e titolo per poter essere rappresentata nel nostro paese. Scritta per i francesi e rappresentata nel 1855, debuttò in Italia tradotta da Fusinato nello stesso anno, qualche mese dopo la prima d’oltralpe. Finalmente, grazie all’unificazione del Paese poté essere pubblicata da Ricordi col suo titolo originale.
Ed infatti il regista  Davide Livermore ideò questa messa in scena nel 2011 in occasione del centocinquantesimo dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, pensando di rendere tutti gli avvenimenti attuali ed ambientandoli ai giorni nostri. Non solo: c’è un riferimento specifico ad uno degli eventi tragici che hanno maggiormente scosso l’opinione pubblica in tempi recenti: la strage di Capaci, in cui persero la vita come è noto il giudice Giovanni Falcone, sua moglie ed i tre agenti della scorta. L’intento del regista era quello di realizzare una messa in scena che richiamasse alla mente non solo quel fatto tragico, ma anche una sorta di excursus della vita italiana in tutti i campi, come mostrano le immagini che si susseguono velocemente sullo schermo posto sul fondo del palcoscenico, ove intravvediamo show televisivi, avvenimenti sportivi, volti noti del mondo politico, ecc.

Diversi i momenti caratterizzanti questa ambientazione contemporanea. Innanzitutto l’apertura, con il funerale di Federico d’Austria, giustiziato dai francesi, la cui morte spinge sua sorella Elena al desiderio di vendetta. Ma ci troviamo in una piazza pubblica, con la folla stipata dietro le transenne che spinge ed urla, una reporter con tanto di operatore video che descrive i fatti accaduti in una diretta televisiva, esattamente come si vede oggi nei nostri TG. Ancora, la festa al palazzo del governatore di Sicilia Monforte, viene introdotta da un ‘red carpet’ in stile hollywoodiano su cui sfilano gli ospiti, con la reporter di cui sopra che, tra un balletto e l’altro, cerca di intervistare le donne di rosso vestite con pennacchio al capo che pavoneggiandosi vi si recano. Il ballo delle stagioni che anima il terzo atto assomiglia molto alla festa a casa di Flora in Traviata, per movenze e situazioni messe in atto dagli invitati. Ma il palazzo di Monforte qui è un’aula di tribunale e gli invitati sono accomodati tra i banchi dell’auditorio. Ancora, il finale quarto atto si trasforma in una specie di comizio elettorale, ove Monforte parla ai suoi probabili elettori dall’alto del suo pulpito raffigurante il simbolo del suo partito. Ma ciò che sicuramente ha suscitato più scalpore è il riferimento esplicito nel secondo atto, alla tragedia di Capaci, con i protagonisti che cantano davanti alle macerie delle auto straziate dalle bombe, dietro un cartello stradale del luogo, ormai distrutto in mezzo ai detriti .

Luci ed ombre nella compagine canora. La duchessa Elena era Sofia Soloviy, dal timbro omogeneo e piuttosto scuro, che si esprime maggiormente nel centro, e che ha avuto il suo bel daffare con la regia che le ha imposto ritmi piuttosto serrati. Per la celebre ‘Mercé dilette amiche’ la si vede uscire da una vecchia Lancia Thema in abito rosso brillante, e correre avanti ed indietro per il palco mentre si trascina nel suo abito da cerimonia.

Arrigo è stato Michal Lehotský che non verrà certo ricordato per la sua esecuzione canora, ma purtroppo per le sue evidenti difficoltà di pronuncia relativamente alle consonanti fricative dentali, causa di un suono spesso fastidioso che rende anche le parole incomprensibili. Inoltre, non sempre l’emissione vocale è gestita agevolmente nell’ottava acuta. Ha comunque interpretato il suo personaggio con vigore ed impegno.

Successo pieno invece per il giovane Mansoo Kim nei panni di Monforte. Autoritario quanto basta ed incredibilmente espressivo (persino con la maschera indosso), la sua voce bruna corre ampia in sala con un volume tale che conquista, soprattutto dopo la splendida interpretazione di ‘Sì, m'abborriva ed a ragion!’ e l’impeto nel pronunciare le parole ’Mio figlio!’Veramente ben fatto!

Bellissimo è anche il colore profondamente basso della voce di Roberto Scandiuzzi, alias Giovanni da Procida. Perfettamente calato nel ruolo, ha dato corpo e volume ad un personaggio forte ed autoritario, pur mostrando qua e là un suono leggermente schiacciato nelle note di slancio.

Per il resto del cast registriamo il Vaudemont di Cristian Saitta, che carica molto il suo ruolo, il sire di Bethume del corposo e fiero Alessandro Busi,  il Danieli del corretto Oreste Cosimo, la discreta Ninetta di Elisa Barbero, il molto buono Costantino Finucci nei panni di Roberto, ed infine Jenis Ysmanov come Tebaldo e Riccardo Gatto come  Manfredo.

L’orchestra era diretta da un ispiratissimo e partecipe Stefano Ranzani, che ha gestito buca e palco senza mai far prevalere l’uno o l’altra, con giusto equilibrio, e richiamando all’ordine con gesti precisi laddove il ritmo ha rischiato di sfasarsi. Ben si è comportato il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia di Martino Faggiani.
Molti gli applausi per gli interpreti al termine, con ovazioni per Kim, e qualche contestazione per Lehotský, nonché leggero dissenso per la regia dopo il primo blocco di due atti.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore                            Stefano Ranzani

Regia                                  Davide Livermore

Scene                                  Santi Centineo

Costumi                              Giusi Giustino

Luci                                    Vladi Spigarolo

Coreografie                        Luisa Baldinetti, Cristina Banchetti, Davide Livermore 

Maestro del coro               Martino Faggiani

GLI INTERPRETI

Guido di Monforte          Mansoo Kim
Il sire di Béthune            Alessandro Busi
Il conte Vaudemont        Cristian Saitta
Arrigo                               Michal Lehotský 
Giovanni da Procida       Roberto Scandiuzzi
La duchessa Elena          Sofia Soloviy
Ninetta sua cameriera    Elisa Barbero
Danieli                              Oreste Cosimo
Tebaldo                            Jenis Ysmanov
Roberto                            Costantino Finucci
Manfredo                         Riccardo Gatto

Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna
Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia

Coproduzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatri di Piacenza
Fondazione Teatro Comunale di Modena

Dall'allestimento del Teatro Regio di Torino, OLBE-ABAO Asociacion Bilbaina de Amigos de la Opera Bilbao, Teatro Nacional de Sao Carlos de Lisboa

Foto Ramella&Giannese

L'AFRICAINE, G. MEYERBEER - GRAN TEATRO LA FENICE, 23 novembre 2013, ore 18.00



Il teatro la Fenice di Venezia decide di anticipare le celebrazioni per il 150° anniversario dalla morte di Meyerbeer con una nuova produzione dell'opera musicalmente più controversa del compositore berlinese.
L 'Africaine è opera complessa fin dalla sua gestazione che ha impiegato il compositore, mai soddisfatto del suo lavoro e un fiume in piena compositivo, per più di 27 anni giungendo infine a non completarla a causa della sua morte avvenuta prima della conclusione e del riordino dei numerosissimi pezzi musicali già pronti.
Opera complessa dunque, dove è inutile cercare compattezza e coerenza.

Il libretto di Scribe è quanto di più sgangherato e incoerente abbia scritto nella sua carriera, egli mescola con alcuni dati storici un intrigo di rivalità amorosa ricalcata sul modello dell'infelice amore di Didone.
Già di per sé il titolo di quest'opera è un ossimoro: chiamare Africana una vicenda che si svolge con personaggi e ambientazioni indiane, dice molto.

Ma il teatro veneziano non si è spaventato di fronte a tanta complessità e ha scelto di portare in scena una versione tutto sommato accettabile della sterminata partitura.
I tagli sono pesanti e in alcuni casi incomprensibili (più di un'ora di musica scompare) come il duetto tra Ines e Selika all'inizio del 5° atto rendendo la già intricatissima trama ancora più assurda, giacché non si comprende come mai Ines venga allontanata causando il suicidio di Selika.

Leo Muscato, chiamato a gestire la complessa messa in scena, sceglie un' ambientazione tradizionale ma non tradizionalistica nell'allestimento, tutto teso all'esaltazione dell'aspetto scenico ed esotico di cui quest'opera  ne è capolavoro.
Del suo lavoro ricordiamo con piacere l'attenzione al gesto, ai movimenti e alla recitazione, cosa assai rara nel teatro lirico di questi anni.
A tanta precisione si affiancano i meravigliosi costumi di Carlos Tieppo con una punta di meraviglia per quelli di ambientazione indiana, curati con precisione maniacale di rara memoria.
Le scene di Massimo Cecchettosono essenziali, il taglio rinascimentale degli atti di Lisbona e il taglio esotico degli atti indiani sono resi con una pulizia ed una semplicità encomiabili, come pure le proiezioni a video a sipario chiuso negli entre'act.
Nel ruolo eponimo cantava Veronica Simeoni.
La scrittura della parte di Selika è indubbiamente per soprano drammatico  mentre la Simeoni è un mezzosoprano, dalla voce bellissima e ambrata, ma che spende una fatica immane nella gestione dei fiati nella parte alta del rigo.
La sua voce è ideale nelle parte drammatiche e d'affetto del testo musicale, ma risulta spesso in affanno nei momenti  spiccatamente belcantistici come l'aria “Sur mes genoux” o il duetto “O longue souffrance”.
Ines era Jessica Pratt, che ha cantato con la consueta precisione e meraviglia di accento e timbro una parte in questa produzione purtroppo tagliatissima.

Che dire del Vasco de Gama di Gregory Kunde? Alla soglia dei sessant'anni il cantante americano ci regala sorprese canore impensabili. Kunde possiede una impressionante varietà di timbro, lo scavo della parola e la precisione nell'accento sono quanto di più bello ci sia dato da ascoltare negli ultimi anni. Il suo Vasco de Gama è credibile anche nella recitazione che si lega a doppio filo alla precisione e alla coerenza del dettato vocale.

Il Nelusko di Angelo Vecciapossiede una presenza scenica non comune, unita ad una capacità vocale di alto valore, il suo personaggio risulta credibile in toto, molto buona la sua “Adamastor, roi des vagues”.

Luca dall'Amico è un Don Pedro che si distingue per correttezza di canto e un giusto livello di cattiveria, senza mai cadere nel rischio di creare un personaggio esageratamente trucido.

Ruben Amoretti da' corpo al personaggio del Grand-Pretre de Brahma con voce calda e pulita nell'emissione.
Corretti il Don Diego di Davide Ruberti, il Grand Inquisiteur de Lisbonne di Mattia Denti e l'Anna di Anna Bordignon, il Don Alvar di  Emanuele Giannino.
Emanuel Villaume a capo dell'orchestra della Fenice, dirige con piglio asciutto una partitura dove Meyerbeer alla grande arcata sinfonica, preferisce melodie di breve respiro. Villaume sa che la sorvegliatissima arte del compositore tedesco raggiunge uno straordinario splendore orchestrale e ne approfitta seguito da un'orchestra in splendida forma.
Notevoli il finale primo, la scena della tempesta e l'assalto degli indiani al terzo atto. Bravo come sempre il coro preparato da Claudio Marino Moretti.
Successo caloroso per tutti con punte di ovazioni per Kunde.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore      Emmanuel Villaume
e direttore                   
regia                               Leo Muscato

scene                             Massimo Checchetto
costumi                          Carlos Tieppo
light designer                Alessandro Verazzi
video designer              Fabio Iaquone, Luca Attilii


IL CAST

Inès                              Jessica Pratt
Sélika                           Veronica Simeoni
Vasco de Gama             Gregory Kunde
Don Alvar                     Emanuele Giannino
Nélusko                       Angelo Veccia
Don Pédro                   Luca dall’Amico
Don Diego                   Davide Ruberti
Le grand inquisiteur
de Lisbonne                  Mattia Denti
Le grand-prêtre
de Brahma                   Ruben Amoretti
Anna                           Anna Bordignon



Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

in lingua originale con sopratitoli in italiano e in francese

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nel 150° anniversario della morte di Giacomo Meyerbeer




DIE FRAU OHNE SCHATTEN, R.STRAUSS - METROPOLITAN OPERA HOUSE, NEW YORK , 12 novembre 2013



STIMME DES FALKEN 
klagend
Wie soll ich denn nicht weinen?
Wie soll ich denn nicht weinen?
Die Frau wirft keinen Schatten,
der Kaiser muss versteinen! 

Il Met sembra abbia voluto anticipare di un anno le celebrazioni per il 150o anniversario dalla nascita di Richard Strauss, proponendo questa stagione Die Frau ohne Schatten, Rosenkavalier ed Arabella, a poca distanza tra loro.

La produzione di Frau ohne Schatten è una ripresa dell'allestimento del 2001 firmato per regia, scene e costumi da Herbert Wernicke, del quale mantiene intatto il fascino e la magia.
L'idea del regista tedesco è abbastanza tradizionale, ma quanta intelligenza nel proporcela!
Egli divide il mondo degli spiriti eletti e quello dei mortali in due set distinti tra loro, grazie alle meraviglie tecnologiche del teatro newyorchese.

Il mondo dell'imperatrice e di Keikobad scintilla nell'illusione di sogni irrealizzati, pareti di specchi circondano i personaggi celesti dell'Imperatrice e dell'Imperatore, le luci si spostano in continuazione sui cantanti in maniera quasi nevrotica a simboleggiare i loro stati mentali cangianti e i pensieri occulti della Nutrice mentre sullo sfondo si proiettano immaginiicone della fertilità.
La calata nel regno degli umani della Nutrice e dell'Imperatrice è spettacolare! L'intero palcoscenico si solleva mostrandoci con l'illusione della prospettiva e senza soluzione di continuità, un mondo industriale ma non truce: la bottega del tintore.

Qui il simbolismo e il contrasto tra i due mondi è sorprendente. Dove il piano superiore è accecante e raggiante di buio ma fisicamente libero, il piano inferiore è ingombro di un trovarobato industriale e malamente illuminato da luci di fabbrica, quanto di più perfetto per un libretto che Hofmanstal concepì durante gli orrori della prima guerra mondiale.

Trionfatrici della serata sono state Christine Goerke nei panni della moglie del tintore e Ildiko Komlosi in quelli della Nutrice.
La Goerkepossiede una voce immane, di grande potenza, ma che sa usare con estrema precisione, dove l'attenzione al testo unita ad una sensibilità espressiva, le conferiscono una genuina umanità. Una voce duttile nel più ampio senso della parola, difficilmente inquadrabile negli schemi di soprano lirico o lirico spinto, giacché la sua versatilità è impressionante, riuscendo a scavalcare senza problema alcuno l'immensa orchestra straussiana e il grande auditorium.

Ildiko Komlosi è stata ciò che deve essere una Nutrice. Una nutrice scura, nera, vocalmente e scenicamente impressionante per la tensione che è riuscita a regalarci dall'inizio alla fine, con punte di vera emozione nella scena di fronte alla porta di Keikobad, quando vede sgretolarsi miseramente il suo piano cercando freneticamente una via di uscita. Anche per lei un trionfo meritatissimo.

Nel ruolo dell'Imperatrice Anne Schwanewilms ci è parsa un po’ fuori luogo, pur cantando nella sua lingua madre, nessun accento drammatico vibrava nella sua voce, interpretando un'Imperatrice spenta e in qualche punto in affanno vocale. Nonostante gli sforzi del direttore Jurowski la sua voce spesso risultava coperta in toto dall'immensa orchestra straussiana.

Personaggio centrale di quest'opera e di questa produzione è il Falco interpretato vocalmente da una brillante Jennifer Check e scenicamente dal mimo Scott Weber, il quale, coperto da un vestito rosso sangue, con i suoi sbandamenti, giravolte e ricadute, suggerisce un patetico e costante tentativo di prendere un volo che mai ci sarà.

Torsten Kerl ha cantato il ruolo dell'Imperatore con una voce bellissima, ricca di armonici e sfumature passionali, meraviglioso il monologo del secondo atto, riuscito con una tensione drammatica e una dolcezza espressiva da manuale.
Barak il tintore era Johan Reuter, baritono dalla voce molto calda, ha disegnato un marito premuroso con voce sicura. Molto ben riuscita la prima scena del secondo atto quando riunisce attorno al suo tavolo mendicanti e fratelli.

Nei numerosi ruoli minori si è distinto Richard Paul Fink come messaggero di Keikobad, particolarmente convincente nelle sue declamazioni di volontà del suo signore.

Vladimir Jurowski dirige l'orchestra del Met con una tensione d'acciaio spingendo continuamente verso il limite le capacità di amalgama bucapalcoscenico. Se il primo atto è stato caratterizzato da una asciuttezza agogica un poco troppo spinta a discapito dell'interpretazione dei cantanti, il secondo e il terzo atto sono parsi più convincenti per un certo allentamento della mano direttoriale, quasi che la tensione e la paura si fossero sciolti lasciando spazio ad un suono preciso, utilizzato per trasmettere le emozioni al centro di questa stupefacente partitura, con sorprendente immediatezza e calore.

Successo calorosissimo per tutti da parte di un teatro attentissimo e particolarmente festoso per Christine Goerke e Ildikò Komlosi.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra            Vladimir Jurowski
Regia scene e costumi           Herbert Wernicke

GLI INTERPRETI

La nutrice                              Ildikò Komlosi
Il messaggero di Keikobad  Richard Paul Fink
l'Imperatore                          Torsten Kerl
L'Imperatrice                       Anne Schwanewilms
Il Falco                                  Jennifer Check
l'Uomo con un occhio solo   Daniel Sutin
L'uomo con un braccio solo  Nathan Stark
Il gobbo                                 Allan Glassman
La moglie di Barak              Christine Goerke
Barak                                    Johan Reuter
Servitori                                Haeran Hong, Disella Larusdottir, Edyta Kulczak
L'apparizione
di un giovane                        Anatholy Kalil
Le voci di sei bambini non nati
                                               A. Bird, A. Emerson, M. Yunus,
M.Marino, R.Tatum.D. Talamantes
Le voci di tre guardiani della città
                                               D. Won, J. Cha, B.Cedel
Una voce dall'alto                 Maria Zifchak
Il guardiano della soglia       Andrey Nemzer

Orchestra  Metropolitan Opera House di New York








SECONDO CONCERTO DI VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 17 novembre 2013


Seconda puntata della stagione 2013/14 per l’Associazione veronese che vanta un pubblico costantemente numeroso, tale da riempire il Teatro Filarmonico quasi come ad una prima d’Opera. Il concerto di Verona Lirica, presentato come sempre da Davide da Como, è stato introdotto dal consueto saluto da parte del presidente Giuseppe Tuppini, accompagnato questa volta da due esimi rappresentanti dell’Airc di Verona, che hanno anticipato e spiegato lo scopo benefico del prossimo concerto che sarà tenuto  in atmosfera natalizia, ove l’incasso delle offerte verrà completamente devoluto all’Associazione italiana per la ricerca volta a sconfiggere il cancro. Sul palco, accompagnati come sempre dal piano di Patrizia Quarta, quattro giovani: il soprano Pervin Chakar, il mezzosoprano Annunziata Vestri, il tenore Domenico Menini, il baritono George Andguladze, e dopo il grande successo dello scorso mese, il violinista Giovanni Andrea Zanon, tornato con sua sorella Beatrice Zanon, anch’essa violinista, col Maestro Pierluigi Piran al pianoforte.

Un concerto lungo e molto articolato che ha visto tutti i protagonisti impegnarsi al massimo, come sempre accade in occasioni così festose.

Il soprano Pervin Chakar ha eseguito dalla Lucia di Lammermoor di Donizetti la splendida ‘Regnava nel silenzio’; subito dopo il duetto d’amore dalla stessa opera con il collega tenore, ed infine dal Rigoletto di Verdi ‘Caro nome’. Per quanto difficili siano le arie proposte, con le ben note ed impervie agilità, filati, scale, ecc, possiamo dire che il soprano se l'è cavata, mostrando una voce uniforme e particolarmente squillante sull’acuto, pur non mostrando molta disinvoltura sul palco. Sicuramente ha cantato con impegno e generosità.

Altrettanto generoso è stato il tenore Domenico Menini, che ha mostrato invece una grande scioltezza nel muoversi e possiede uno strumento vocale forte e dal bel colore. Con cuore ha eseguito anche ‘Tombe degli avi miei’ sempre dalla Lucia, il duetto ‘T’amo..E' il sol dell'anima’ con il soprano, ancora da Rigoletto, e da Un ballo in Maschera di Verdi, la romanza di Riccardo ‘Forse la soglia attinse’. La sua voce, che  ha convinto il pubblico caloroso, è adatta a ricoprire ruoli drammatici, e sicuramente il bravo Menini può ottenere un suono ancora più naturale cantando maggiormente sul fiato.

George Andguladze dal Tannhäuser di Wagner ha offerto l’aria ‘O du mein holder Abendstern’ e successivamente dai Puritani di Bellini ‘Ah per sempre io ti perdei’. Queste due arie sono di una bellezza incredibile e richiedono una dolcezza interpretativa che forse il baritono non ha ancora profondamente colto. La sua voce può essere interessante anche se non ha un volume particolarmente incisivo.

Il mezzosoprano Annunziata Vestri, diversamente, ha il palcoscenico in pugno: si muove molto a suo agio, fa sfoggia della sua fisicità e conquista facilmente il pubblico con la sua voce tornita che si fa più particolare nel registro centrale, grazie alle celeberrime Habanera di Bizet e ‘O mio Fernando’ da La Favorita di Donizetti, nonché ‘Esser madre è un inferno’ dall’Arlesiana di Cilea.

Tutti insieme sul palco per il famosissimo quartetto dal Rigoletto: ‘Bella figlia dell’amore’, con Menini e Chakar in evidenza.

Chiamati a sostituire in extremis gli Arena Brass Quintet impegnati con l’orchestra areniana, dopo il successo ottenuto nello scorso appuntamento, come suddetto, il violinista Giovanni Andrea Zanon, questa volta con sua sorella  Beatrice Zanon, ha riempito lo spazio dedicato alla musica strumentale. Per Beatrice una fantasia su Carmen di Bizet firmata  Sarasate, accompagnata al pianoforte dal Maestro Pierluigi Piran, e per il giovane Giovanni, il primo movimento del quinto concerto di Vieuxtemps, e la riproposta del Capricho Basco di Sarasate, sempre con al piano Piran.

Premio a tutti gli interpreti come di consueto e tanti applausi, con punte di ovazioni per i giovani Zanon ed il tenore Menini.

MTG




OTELLO, GIUSEPPE VERDI, RAVENNA FESTIVAL – TEATRO ALIGHIERI, mercoledì 13 novembre 2013




Trilogia d’autunno “Verdi & Shakespeare”
per il Bicentenario della nascita di Giuseppe Verdi (1813-2013)

Anche quest’anno il Teatro Alighieri di Ravenna mette in programma una impresa molto interessante e coraggiosa. La trilogia che conclude l’anno verdiano infatti, si riferisce alle tre opere che il Maestro d‘Italia ha tratto dall’immenso William Shakespeare. Dopo il Macbeth, è la volta di Otello, il dramma dei drammi della gelosia, che Cristina Mazzavillani Muti ha realizzato avvalendosi di giovani artisti in gamba, per uno spettacolo intenso e  di grande effetto.
Innanzitutto va sottolineata l’intelligenza nell’utilizzo dei materiali a disposizione, che servono a rendere l’idea degli ambienti posti in essere. Le pedane o scalini utilizzati sono volutamente scuri per essere ‘colorati’ di volta in volta da luci e proiezioni diverse, a seconda degli ambienti. Inoltre, viene fatto uso anche di qualche elemento aggiuntivo come teli o paraventi, candele, ecc. La scena risulta dunque semplicemente accennata e lasciata volutamente in una sorta di penombra, così da concentrare l'attenzione sui personaggi stessi, sulle loro passioni e tormenti, resi difatti da una regia molto attenta ai dettagli, in cui ogni gesto ha una sua funzione narrativa specifica. Tutti gli artisti sono impegnati per l’intera narrazione senza tregua. I magnifici costumi di Alessandro Lai sono il completamento di una messa in scena di qualità e buon gusto.
I giovani che si sono cimentati nell’impresa sono tutti dotati di ottime qualità attoriali, con punte di eccellenza nella resa canora.

Yusif Eyvazov è un Otello di cuore e azione; la sua interpretazione è decisamente molto votata alla scena. Oltre ad essere fisicamente credibile nel ruolo, utilizza il suo strumento vocale in tutta la gamma con grande generosità, senza mai risparmiarsi, ottenendo un bel successo personale.

La sua dolce compagna è una splendida Diana Mian. Il soprano possiede una voce molto particolare, il cui bel timbro corposo si fa spazio nella sala dell’Alighieri con sicurezza e precisione. L’interpretazione è accurata: la sua Desdemona è sì la dolce ed innocente vittima del carnefice geloso, ma anche donna dal carattere forte e fiero.

Jago è il sudamericano Matias Tosi. Il basso/baritono offre una voce che si esprime al meglio nella zona più squisitamente grave ed il colore è molto interessante. Quando però si lancia verso la gamma baritonale il suono perde un po’ di quella purezza che tanto lo caratterizza nelle note gravi.

Il mezzo per attuare i suoi piani è il Cassio di Giordano Lucà. Una voce leggera e molto musicale unitamente ad una interpretazione accorata decretano il livello discreto della sua performance.

Buona anche la prova di Antonella Carpenito come Emilia, partecipe ed espressiva.

Infine, completano il cast, con buona partecipazione, il Roderigo di David Ferri Durà, il Lodovico di Claudio Levantino, il Montano di Carlos García-Ruiz e l’araldo di Ruggiero Popolo.

L’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini è condotta per l’intera trilogia da Nicola Paszkowski. Se forza e carattere sono evidenti sul palco, la buca non è da meno. Senza mai perdere il contatto con la scena, ha accompagnato l’intera vicenda privilegiando soprattutto la drammaticità della partitura verdiana, un po’ a discapito di certe finezze espressive attese nei momenti più commuoventi.

Ottima la prova del Coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati. Bravissimi, oltre che deliziosi, i piccoli cantori del Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis di Elisabetta Agostini.

Il pubblico che ha gremito la sala del teatro ravennate ha entusiasticamente applaudito ed omaggiato tutti i protagonisti, con ovazioni per il direttore d’orchestra e la coppia di punta.

MTG


LA PRODUZIONE
Direttore        Nicola Paszkowski
Regia e ideazione
scenica            Cristina Mazzavillani Muti
Light design   Vincent Longuemare
Set design       Ezio Antonelli
Costumi         Alessandro Lai

GLI INTERPRETI

Otello              Yusif Eyvazov
Jago                Matias Tosi
Cassio             Giordano Lucà
Roderigo         David Ferri Durà
Lodovico         Claudio Levantino
Montano         Carlos García-Ruiz
Un araldo        Ruggiero Popolo
Desdemona    Diana Mian
Emilia             Antonella Carpenito



Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
maestro del coro
 Corrado Casati

Coro di Voci Bianche Ludus Vocalis
maestro del coro
 Elisabetta Agostini

“DanzActori” Trilogia d’autunno
Marta Capaccioli, Michael D’Adamio, Francesca De Lorenzi, Carlo Gambaro, Mirko Guerrini,
Alberto Mario Lazzarini, Giorgia Massaro, Michela Minguzzi, Chiara Nicastro, Fabrizio Petrachi

assistente alla regia e direzione di scena Maria Grazia Martelli
maestri di sala 
Davide Cavalli, Elisa Cerri
maestro collaboratore 
Rossana Ruello  maestro di spada Francesco Matteucci
service audio 
BH Audio  sovratitoli Prescott Studio Firenze


nuovo allestimento
coproduzione Ravenna Festival, Teatro Alighieri Ravenna










mirco_palazzi

DO RE MI …. PRESENTO – intervista a MIRCO PALAZZI

Oggi approfondiamo la conoscenza di un Artista riminese simpatico e schietto, dall'indubbio talento musicale, la cui bellissima voce è dotata di un timbro molto particolare: vellutato, corposo ed austero, che indubbiamente cattura al primo ascolto. La persona in questione è il basso Mirco Palazzi, altro orgoglio del nostro paese, che sta collezionando successi su successi nei teatri d’opera più prestigiosi del pianeta. Qualche esempio? Titoli come ‘Don Giovanni’, ‘Lucia di Lammermoor’, 'Linda di Chamounix', ‘Maria Stuarda’, ‘Guglielmo Tell’, ‘Trovatore’, ‘Lucrezia Borgia’, ecc. per cui ha ottenuto larghi consensi in teatri quali il Teatro Alla Scala di Milano, il Teatro Regio di Torino, l’Opera di Dallas, il Liceu di Barcellona, il Carlo Felice di Genova, l’Opera di Washington, la Fenice di Venezia, il Barbican Centre di Londra, nonché il Rossini Opera Festival, ecc. Diretto dalle più importanti bacchette di fama internazionale, non ha perso di vista l’amore per la famiglia, per la vita semplice, e si mostra veramente molto generoso e propositivo nel rispondere alle mie domande, con ricchezza di dettagli, spontaneità e tanta schiettezza.

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I CAPULETI E I MONTECCHI, BELLINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, giovedì 7 novembre 2013.






Nella città degli amanti più famosi della storia, con il Festival areniano ormai alle spalle, la Fondazione Arena di Verona ha voluto regalare al suo pubblico ‘invernale’ ancora una volta la storia dei due giovani sfortunati, questa volta con Vincenzo Bellini ed il suo ‘I Capuleti e Montecchi’.
L’opera fu realizzata con materiale già in possesso del compositore, principalmente parti della sfortunata Zaira dell’anno prima, qui riadattate e quasi rivoluzionate per l’occasione. Fu messa in scena alla Fenice di Venezia l’11 marzo del 1830 per il Carnevale e si avvale del libretto di Felice Romani, che a sua volta rielaborò suo materiale sullo stesso soggetto musicato da Nicola Vaccaj.
Qui gli eventi si svolgono nel tredicesimo secolo, sulla scia di una larga parte della novellistica italiana che ispirò musicisti ed altri scrittori nei secoli a venire.
Una nuova produzione questa di Verona, in collaborazione con il Gran Teatro La Fenice di Venezia ed il Greek National Opera, che vede la regia di Arnaud Bernard, coadiuvato dalle scene realizzate da Alessandro Camera. Un allestimento piuttosto gradevole, che cerca di unire la tradizione, per scene e costumi, con la modernità, per l’idea di fondo che ne è il motore.

Ci troviamo infatti in una pinacoteca in allestimento, con tanto di operai che vanno e vengono ad ogni cambio scena (non sempre è chiaro cosa facciano effettivamente), in cui i personaggi si muovono e vivono le loro storie tormentate. Il regista ha voluto incorniciare gli avvenimenti, circondando gli interpreti di tele, come se essi stessi ne facessero parte, tanto che un’enorme cornice illuminata li avvolge al termine, come a congelare un finale eterno ed immutabile.  Bellissimi sono i costumi di Carla Ricotti, ed in generale l’ambientazione museale è sembrata di bella foggia, con le eleganti pareti dai colori caldi.

Dal punto di vista musicale, belle conferme e qualche perplessità.

Giulietta è interpretata dalla bravissima Mihaela Marcu. Convincente scenicamente, ha uno strumento uniforme in tutta la gamma, caldo e consistente, che sa modulare per offrire tanto degli acuti possenti e decisi, quanto dei precisi pianissimo, sempre ben cantando sul fiato.

A tanta grazia avrebbe dovuto corrispondere un attivo e battagliero Tebaldo, ma purtroppo il suo promesso sposo non ha convinto molto per esecuzione canora. Giacomo Pattiha una voce molto delicata e nel primo atto è sembrato parecchio in difficoltà, forzando nell’acuto e stimbrando il suono in più punti. Meglio si è comportato nel secondo atto, in cui certe difficoltà sono sembrate appianate.

Buono il Romeo di Daniela Pini. Il mezzosoprano canta con voce vellutata e pastosa, che si esalta soprattutto nella gamma centrale. Diventa particolarmente squillante nell’acuto. Il suo personaggio è ben interpretato, con intensità e convinzione.

Bella voce offre Dario Russo, il cui ruolo è consapevolmente reso. Il colore bruno della sua voce regala delle sfumature interessanti che gli consentono di aprire il suono ed arricchirlo.

A chiudere il cast Paolo Battaglianelle vesti di Capellio. Il suo timbro è sempre molto affascinante, e dona comunque alla sua interpretazione un piglio austero ed efficace di genitore inflessibile e crudele.

Il coro di Armando Tasso ha realizzato una buona prestazione come sempre, nonostante qualche piccolo problemino di tempo con l’orchestra ad inizio rappresentazione, perfettamente superato in seguito.

L’orchestra, con alla testa Fabrizio Maria Carminati,ha accompagnato gli interpreti con sicurezza e partecipazione, dando alla narrazione un giusto sottofondo, senza strafare, ma restando ben presente agli eventi in corso.

Spettacolo piacevole, un’altra bella serata che il pubblico non numerosissimo, probabilmente data la recita infrasettimanale, ha mostrato di gradire molto, con punte di apprezzamento per la protagonista Marcu.
MTG

LA PRODUZIONE
Direttore
Fabrizio Maria Carminati
Regia
Arnaud Bernard
Scene
Alessandro Camera
Costumi 
Maestro del coro
Direttore allest. scenici
Carla Ricotti
Armando Tasso
Giuseppe De Filippi Venezia


     
GLI INTERPRETI

Capellio
Paolo Battaglia
Giulietta
Mihaela Marcu
Romeo
Daniela Pini
Tebaldo
Giacomo Patti
Lorenzo
Dario Russo

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA










FOTO ENNEVI

LA MUSICA CLASSICA IN ITALIA: I TENORI











Ecco la voce che nasce dal cuore, capace di esprime la gioia, l’amore, la forza dei sentimenti, oppure la grinta in battaglia, nonché l’odio della gelosia. Concludiamo infatti il nostro viaggio nelle giovani eccellenze vocali italiane, con il timbro maschile che nell’immaginario collettivo identifica generalmente il cantante d’opera, che con le sue arie conquista il pubblico di ogni teatro, che attento, aspetta sempre quella nota, quel passaggio specifico, che colpisce dritto al cuore e fa sognare: il tenore. Indimenticabili sono infatti personaggi quali il passionale Cavaradossi, il coraggioso Calaf, i battaglieri Don Carlo o Radames, il tenero e povero Rodolfo, il sanguigno Don José, il perfido e geloso Otello …; oppure i delicati Nemorino, Lindoro, Ernesto, e così via.  
Naturalmente il nostro paese è foriero di artisti dalle voci affascinanti che stanno conquistando le platee di tutto il mondo, sono presenti nei cartelloni dei teatri più prestigiosi, e contribuiscono ad arricchire il patrimonio culturale italiano, così che la nostra fama artistica cresca sempre più grazie alle loro performance. Sempre considerando gli interpreti intorno ai quarant’anni ed assolutamente in ordine alfabetico, ecco dieci tra i nomi che ci rendono e ci renderanno orgogliosi in lungo e in largo per molto tempo.

Interprete di sicuro successo è il laziale Roberto Aronica. La sua carriera internazionale è già avviatissima e continua a riscuotere consensi ovunque egli si esibisca. Si muove in un repertorio tanto ampio quanto le possibilità della sua voce poderosa e dal canto sempre generoso ed appassionato.


Interprete straordinario dal crescente consenso di pubblico e critica, nato nella capitale, il tenore Luciano GanciForza e carattere in una voce corposa, potente e dal bellissimo colore. Le sue interpretazioni sono vibranti e gli consentono di caratterizzare i personaggi in modo personalissimo e sempre convincente.
  



Sempre dal Lazio, il romano Alessandro Liberatore. Cantante di cuore dotato di uno strumento forte e chiaro, si pone sul palcoscenico con la grinta di un leone che lo sta facendo decollare verso una bella carriera internazionale.



Ivan Magrì. Questo giovane catanese sta cominciando a farsi notare per la sua voce melodiosa, il suo accorato modo di interpretare i personaggi, distinguendosi soprattutto per il repertorio donizettiano, assolutamente perfetto per il suo timbro di voce.


Protagonista di sicuro impatto sul pubblico è il genovese Francesco Meli. La sua voce setosa da tenore lirico, dal fraseggio fluido e consapevole, unita ad interpretazione e sentimento, lo stanno portando verso una grande ed intensa carriera.



Dalla Sardegna arriva il giovane Piero Pretti. Dotato di una voce limpida emelodiosa, questo giovane artista sa interpretare in modo espressivo i suoi personaggi con presenza scenica e buon carattere. Comincia a mietere successi nel panorama nazionale ed internazionale della lirica e sicuramente farà parlare molto di sé in futuro.



Giovanissimo anche il napoletano Alessandro Scotto di Luzio. Questo simpatico e brillante interprete offre sempre interpretazioni molto sentite, forti di un colore vocale delicato e pastoso, che ne fanno un artista sempre più apprezzato soprattutto per il repertorio belcantistico.



Da Roma con passione, il poco più che quarantenne  Gianluca Terranova. Protagonista acclamato già da tempo nei teatri di tutto il mondo, e di recente anche in produzioni televisive, il tenore romano si distingue soprattutto per la particolare verve interpretativa che imprime ai suoi personaggi, tra tutti il ruolo del Duca di Mantova, per cui è richiesto ovunque con crescenti consensi.  



Altra voce lirica dalla pasta morbida è quella del ragusano Enea Scala. Con particolare propensione per il belcanto di Rossini, Bellini e Donizetti, è anche apprezzato interprete mozartiano e del repertorio barocco.



E chiudiamo la nostra rassegna con il tenore Giuseppe Varano. Particolarmente apprezzato per la sua interpretazione del ruolo di Rodolfo in Bohéme a livello internazionale, si pone sulla scena con espressività e calore, forte di un timbro deciso e passionale che ricorda i tenori di una volta.



Come sempre alla fine di un percorso tra le meraviglie del nostro paese, il mio augurio di trionfi sempre più grandi e di un avvenire stellare per questi brillanti uomini di talento e grande personalità artistica.
MTG


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OTELLO, G. VERDI – MILANO, TEATRO ARCIMBOLDI, 29 Ottobre 2013




Dramma lirico in quattro atti. Musica di  Giuseppe Verdi. Libretto di Arrigo Boito, da William Shakespeare.
Prima rappresentazione: Milano, Teatro alla Scala, 5 febbraio 1887


Mettere in scena un “gigante” come Otello è sempre una sfida culturale, musicale ed intellettuale; il Circuito Lirico Lombardo, con il Teatro Sociale di Como capofila, ha scommesso quest’anno su uno dei titoli più difficili dell’intero repertorio operistico. Sfida, a nostro giudizio, vinta sotto quasi tutti i punti di vista.

Lo spettacolo approdato al Teatro Arcimboldi, ultima tappa del Circuito Lirico Lombardo, è firmato da Stefano De Luca; ne cura una regia asciutta, attenta al testo di riferimento e priva di sovrastrutture.

I personaggi si muovono all’interno di una sorta di “scatola” visiva costituita da una pedana girevole e da tendaggi che identificano ora il vento che sferza il mare, ora il cielo tempestoso, ora l’impatto della morte della protagonista imminente. Belli i costumi di Leila Fteita.

Otello era Walter Fraccaro, tenore dotato di voce lirica molto ampia ed emessa in tutta la gamma con tecnica robusta e sicura.
La sua è stata un’interpretazione generosa del temibile ruolo del Moro; alcuni acuti ghermiti in modo poco ortodosso si perdonano in virtù di una complessiva resa del personaggio affrontato con grinta, partecipazione e pertinenza.

Jago, il vero deus ex machina della vicenda, era uno straordinario Alberto Gazale; baritono dotato di voce scura, sonora e molto ben proiettata, canta la parte senza alcuna apparente difficoltà; l’interprete è eccezionale nel rendere le molteplici sfumature del suo personaggio. Vive la scena, la cavalca, la domina, ne risulta il perno incessante in un via vai di masse e comprimari.
Un Artista dal valore aggiunto; un vero cantante – attore come occorre per affrontare questo tipo di ruoli.

Daria Masiero donava a Desdemona una voce pastosa e luminosa nel settore medio – acuto con suoni torniti e filati pregevolissimi; si sarebbe desiderata un po’ di maggiore “polpa” nel registro centro – grave ma il soprano, intelligentemente, non forza mai il suo strumento, lasciando le risonanze naturali e non rendendole mai artificiosamente costruite o intubate.
L’interprete è un po’ assente nei momenti di maggiore pathos ed in quelli in cui il dramma si consuma in modo più “sanguigno” che metafisico (il duetto del 3 atto). Cesella un quarto atto di grande stile e di sublime musicalità.

Tra i ruoli di fianco vanno segnalate le eccellenti prove di Saverio Pugliese quale Roderigo, di Raffaella Lupinacci come Emilia, di Antonio Barbagallo come Montano.

Sugli scudi il Lodovico di Alessandro Spina, voce di grande interesse e da riascoltare in un repertorio più importante mentre completamente scialbo, intubato e poco incisivo, sia vocalmente che scenicamente, è stato il Cassio di Giulio Pelligra.

La parte musicale brilla di luce meravigliosa grazie alla concertazione di Giampaolo Bisanti.
Il giovane direttore milanese ci ha regalato un Otello pieno di sfumature, di giochi di colori, di attenzione costante al palcoscenico ed al delicato equilibrio tra la buca e le voci che era praticamente perfetto.
Il suo gesto è molto elegante, chiaro, fatto di movimenti precisi ed armoniosi;  la sua direzione è tesa, viva, vibrante e l’Orchestra dei Pomeriggi Musicali suona in modo talmente meraviglioso da essere quasi irriconoscibile rispetto ad altre prove operistiche fornite negli ultimi anni.
Molto bene il Coro diretto da Antonio Greco.

Al termine della rappresentazione applausi scroscianti per tutti i principali protagonisti con vere e proprie ovazioni per Gazale e Bisanti.
Monica Lukacs

LA PRODUZIONE

Direttore                    Giampaolo Bisanti

Regia                          Stefano de Luca
Scene                          Leila Fteita
e costumi
Light designer           Claudo De Pace
Maestro del coro       Antonio Greco


GLI INTERPRETI

Otello                          Walter   Fraccaro
Jago                            Alberto Gazale
Cassio                         Giulio    Pelligra
Roderigo                    Saverio Pugliese
Lodovico                    Alessandro Spina
Montano                    Antonio Barbagallo
Desdemona                Daria Masiero
Emilia                         Raffaella Lupinacci


Coro del Circuito Lirico Lombardo
Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano

Maestro del coro voci bianche Michelangelo Gabrielli
Coro voci bianche del Teatro Sociale di Como
Coro voci bianche del Conservatorio di Como

Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo
Nuovo allestimento
Opera rappresentata con sovratitoli









I MASNADIERI, GIUSEPPE VERDI - FESTIVAL VERDI, TEATRO REGIO DI PARMA, 25 ottobre 2013




  Ah, potessi il mar, la terra,
sollevar con un ruggito,
contro l'uomo unirli in guerra!”

Ultima opera programmata al Festival Verdi di Parma 2013, i Masnadieri è l'opera degli “anni di galera”al quale Verdi ha dedicato più cura nella gestazione e nella messa in scena rispetto alle precedenti, pretendendo cantanti da lui scelti e curandone addirittura la direzione d'orchestra e l'allestimento, cosa assai rara all'epoca.
Si pensi che finché non fu sicuro della presenza di Jenny Lind, (soprano svedese per la quale pensò la scrittura della parte di Amelia) alla messa in scena, si rifiutò di lasciare la Francia alla volta di Londra con lo spartito pronto; spartito che era completo solo della parte vocale, giacché la strumentazione fu completata da Verdi durante le prove dello spettacolo!
A Parma abbiamo visto uno spettacolo nel complesso riuscito tenendo ben presente ahimè la rarità con cui viene proposto questo titolo.

Il regista Leo Muscato adotta per Parma un'ambientazione non definita. I costumi tardo settecenteschi di Silvia Aymonino e le scene senza alcun riferimento storico di Federica Parolini non ci aiutano a calarci nell'atmosfera Schilleriana tardo cinquecentesca richiesta dalla didascalia del libretto, ma anzi spesso confondono lo spettatore,  senza tuttavia disturbare con elementi inutili.
Gli oggetti in scena sono pochi, essenziali, riconducibili all'azione in divenire nel momento stesso della scena: un letto per il padre morente, il trono ambito per il perfido Francesco, le lapidi sepolcrali per la povera Amalia.

Essenziale e routinier il lavoro di regia sui personaggi come pure sulle masse corali, nonostante in quest'opera non manchino, pur nel suo libretto assurdo, spunti per un lavoro di scavo e interpretazione sui protagonisti.

Roberto Aronica(Carlo) possiede fin dagli inizi della sua luminosa carriera un timbro bellissimo e generoso al quale però non sempre corrisponde una gestione oculata di tanto tesoro.
Il canto è sempre forte e nasale a discapito di colori e accenti che nella scrittura della sua parte certo non mancano. Il suo Carlo risulta così un baldanzoso malfattore al quale fa difetto il trasporto amoroso e l'affetto filiale.

Aurelia Florian(Amelia) ci regala un' interpretazione più che corretta del suo terribile personaggio, propendendo più per il versante lirico che per quello del canto fiorito e di agilità. La Florian ha tecnica e fiato sicuri al quale però non sempre corrispondono un'intonazione perfetta.

La voce di Damiano Salerno (Francesco) è quella di un baritono molto chiaro, dal volume non ampio, che però sa risolvere con tecnica e una preparazione precisa l'interpretazione del suo personaggio, regalandoci un Francesco credibile anche scenicamente.

Mika Kares(Massimiliano) ha bella voce, scura e profonda che sa arrivare anche alla parte più alta del rigo senza difficoltà. Buone le prove di Giovanni Battista Parodi(Moser)  di Antonio Corianò (Arminio) ed Enrico Cossutta (Rolla).

Notevole la preparazione del coro del Teatro Regio di Parma istruito dal bravissimo Martino Faggiani, dove la sezione maschile ha veramente dato prova di alta professionalità e competenza scenica.

Francesco Ivan Ciampa a capo della Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini, ha saputo dirigere con piglio preciso e sicuro, imprimendo il  giusto colore verdiano ad un lavoro tipico degli “anni di galera” del maestro delle Roncole, pur sacrificando colore e dinamiche agogiche che avrebbero reso il suo lavoro perfetto.

Successo di pubblico cordiale e sincero per tutti.

Pierluigi Guadagni


Edizione critica a cura di Roberta Montemorra Marvin,
the University of Chicago Press, Chicago e Universal Music Publishing Ricordi srl, Milano

LA PRODUZIONE
Maestro Concertatore e Direttore  Francesco Ivan Ciampa
Regia                                                 Leo Muscato
Scene                                                 Federica Parolini
Costumi                                             Silvia Aymonino
Luci                                                   Alessandro Verazzi
Maestro Del Coro                            Martino Faggiani

GLI INTERPRETI

Massimiliano, Conte Di Moor,       Mika Kares
Reggente
Carlo, Figlio Di Lui                          Roberto Aronica
Francesco, Figlio Di Lui                   Damiano Salerno
Amalia, Orfana,                                Aurelia Florian
Nipote del Conte  
Arminio, Camerlengo                       Antonio Corianò
della Famiglia Reggente
Moser, Pastore                                Giovanni Battista Parodi
Rolla, Compagno di Carlo Moor     Enrico Cossutta

FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli 






MUSICA E COMMOZIONE NEL RICORDO DI LUCIA VALENTINI TERRANI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, mercoledì 24 ottobre 2013, ore 20,45


Quando musica vuol dire festa, emozioni forti, amicizia. Ci sono degli appuntamenti particolarmente speciali che non si risolvono in una semplice ‘serata a teatro’. Serate in cui una magia incredibile pervade il pubblico e le pareti del teatro stesso trasudano energia. Il motivo è certamente la grande forza degli artisti che animano questi eventi, ed il pubblico che, rapito dall’atmosfera, risponde con altrettanta vitalità e calore. A rendere speciale lo spettacolo che si è svolto al Teatro Comunale Mario del Monaco di Treviso è stato il ricordo della meravigliosa  e compianta Lucia Valentini Terrani, mezzosoprano padovano scomparso nel 1998, amato ed applaudito in tutto il mondo.
Questa splendida cantante era capace di esaltare il pubblico ad ogni sua esibizione con i fuochi d’artificio della sua voce, ed alla sua memoria è stato dedicato il bellissimo concerto che si è tenuto a Treviso, con la partecipazione di tante star del mondo della lirica, che hanno voluto ricordarla con la musica che amava tanto. Un'artista che sarà sempre nei cuori di chi la conosceva e di chi avrà la gioia di conoscerla attraverso le testimonianze dei suoi cari e delle sue incisioni.

Si deve allo sforzo organizzativo di Giuseppe Aiello, ideatore e direttore artistico dello spettacolo, con il patrocinio del Ministero per i Beni e le attività Culturali ed in collaborazione col Comune di Treviso, l’evento che il teatro della deliziosa città veneta ha ospitato registrando il tutto esaurito in ogni ordine di palco e in platea, da un pubblico visibilmente entusiasta e soddisfatto per quanto è stato offerto.  

I proventi della serata sono stati devoluti alla Fondazione Lucia Valentini Terrani Onlus, tra i cui soci fondatori vi è il suo affezionatissimo marito Alberto Terrani. L’associazione è attivissima in iniziative benefiche volte a trovare fondi per aiutare persone colte da mali incurabili, con particolare attenzione ai bambini.

Questi i protagonisti del concerto: Jessica Pratt, Giovanna Lanza, Riccardo Gatto, Alessandro Scotto di Luzio, Giovanni Parodi, Antonio Barbagallo, Filippo Polinelli.

Arie d’opere dei grandi Verdi, Donizetti, Puccini, Bizet e Bellini, con l’accompagnamento dell’Orchestra Filarmonia Veneta ed il Coro Lirico Amadeus, sono stati l’anima della serata.

Il Maestro Ivan Ciampa ha aperto la serata con la sinfonia da La Forza del Destino di Verdi, che con la sua energia ha in un certo senso richiamato alla mente quanto abbia lottato contro il destino la grande Lucia Valentini, che non si è mai arresa alla sorte fino all’ultimo momento. Con grinta e decisione ed un suono asciutto la direzione del maestro è stata attenta e partecipe per tutta la serata.

Un ricordo della grande artista da parte di Giuseppe Aiello, e poi gli interpreti si sono alternati sul palco dopo brevi presentazioni.

Splendida interprete dell’opera donizettiana, il soprano  Jessica Pratt ha cantato la bellissima ‘O luce di quest’anima’ dalla Linda di Chamounix. La sua voce arriva in alto in sala luminosa, agile e soave. Diventa poi intensa e passionale con il duetto dal Rigoletto verdiano ‘Sì, vendetta, tremenda vendetta’ , con un altrettanto intenso Filippo Polinelli, la cui voce robusta e austera si sposa col ruolo del vecchio genitore afflitto nell’animo. Da questo capolavoro anche il quartetto ‘Bella figlia dell’amore’ . Per l’occasione alla Signora Pratt  si sono aggiunti il tenore Alessandro Scotto di Luzio , il mezzosoprano Giovanna Lanza ed il baritono Antonio Barbagallo, applauditissimi. Dalla Sonnambula di Bellini il soprano ha infine eseguito ‘Ah! Non credea mirarti’, cantata con dolcezza incantatrice.

Fantastica sia vocalmente che per interpretazione Giovanna Lanza. La sua Habanera da Carmen è stata disinvolta, convinta, ammaliatrice, grazie anche al colore ambrato e corposo della sua voce perfetta per un ruolo del genere. Il Coro Amadeusha accompagnato con viva partecipazione questa esecuzione.  A sottolineare le sue doti interpretative, in compagnia di Antonio Barbagallo ed il coro, Traviata e la festa a casa di Flora con ‘Noi siamo zingarelle’. Barbagallo ha un timbro  particolarmente musicale, unitamente ad un volume non indifferente che ne fanno un interprete molto apprezzato dal pubblico. Con il collega Polinelli il baritono ha poi eseguito da I Puritani di Bellini ‘Suoni la tromba’, entrambi incisivi e molto accorati. Chicca di Polinelli ‘Di Provenza il mare, il suol’ da Traviata.

Alessandro Scotto di Luzio ha regalato la dolcissima ‘Una furtiva lagrima’ di Donizetti, forte di una voce melodiosa e delicata. Vespri Siciliani per il basso Giovanni Battista Parodi con ‘O tu Palermo’, eseguita con il suo timbro particolarmente cavernoso, che trova la sua massima espressività proprio nei toni maggiormente gravi. Conclusione d’effetto con Barbagalloed il Coro Amadeus nel ‘Te Deum’ dalla Tosca, con il breve intervento di Riccardo Gatto.

Dopo un incessante scroscio di applausi, bis tutti insieme col sestetto dalla Lucia di Lammermoor, esso stesso bissato.
Serata veramente piacevole, in cui pubblico, artisti, e certamente anche la grande Lucia Valentini Terrani con il suo spirito, sono stati veramente felici. Un bravo agli organizzatori, a tutti gli artisti, per averci ricordato che la musica vuol dire soprattutto emozione e gioia, che arriva dritta al cuore.

MTG