NORMA, V. BELLINI – TEATRO REGIO DI TORINO, VENERDI’ 17 LUGLIO 2015





Un peasaggio sospeso nel tempo svelato da pareti rocciose che scorrono sul palcoscenico illuminato soltanto da riflessi lunari, in lontananza poche nuvole offuscano un cielo dalle sfumature brunite che rimane pressocché tale per tutto il tempo; pochi accenni al tempio che è casa e prigione della grande sacerdotessa gallica ci rimandano ad una gloria decaduta ma che ancora persiste nei suoi resti, con statue monche e colonne spezzate come fossimo tra rovine archeologiche in cui un sogno dalle tinte fosche rivive ancora una volta sul palcoscenico. 

Questa la Norma di Bellini creata nel lontano 2002 da Alberto Fassini e ripresa quest'anno da Vittorio Borrelli nell'ambito del progetto The best of Italian opera per l'Expo 2015, visualizzata dalle scene di William Orlandi che cura anche i costumi, mentre la magia delle luci di Andrea Anfossi contribuisce ad arricchire di languore e per certi versi nostalgico mistero l'operato degli interpreti.
Il capolavoro belliniano si avvale di un cast molto amato dal pubblico che difatti si è mostrato generoso e partecipe.

Nel ruolo eponimo troviamo la meravigliosa Maria Agresta. Da donna immersa nei ricordi amorosi e pericolosamente affini a quelli dell'amica novizia Adalgisa si tramuta in sacerdotessa ferita e straziata dal tradimento. Il soprano offre il suo miglior canto nei corposi centri mostrando sempre un fraseggio morbido con punte di diamante i suoi dolci pianissimo. Ma è nel secondo atto che la sua voce trova terreno ancor più fertile aggiungendo alla solennità della parola note di carattere e drammaticità. 

Pollione è un temerario e bellicoso Roberto Aronica. Il tenore prova ogni volta forti emozioni e chiaramente sente molto il ruolo in scena, ma dal punto di vista vocale si mostra anche altalenante come in  questo caso, in cui tanta compartecipazione corrisponde qua e là a qualche sofferenza in acuto il cui suono si avvicina al nasale.

Veronica Simeoni conferma le impressioni recentemente registrate nel ruolo di Adalgisa. Il suo canto è ampio ed uniforme, riuscendo anche a svettare in acuto con energia e slancio. L' interprete è incisiva e risolve con nobiltà il dilemma impostole dal destino nello scegliere tra fede ed amore.

Il grande druido Oroveso è un ottimo Riccardo Zanellato dalla voce quasi graffiante che conferisce autorevolezza al personaggio austero ed impeccabile. 
Chiudono il cast un buon Flavio di Andrea Giovannini e Samantha Korbey che fa il suo dovere di confidente pur con una voce un pò piccola per la grande sala del Regio.

Ad accompagnare e sottolineare gli stati d'animo dei protagonisti ancora una bella prova del coro preparato da Claudio Fenoglio.

In ottima forma è parsa l'orchestra del Tetro Regio condotta da Roberto Abbado. Sin dall'apertura con la notissima sinfonia sono chiari la ricchezza di colori e la quantità di accenti atti a sottolineare ogni nota della partitura,  con un'attenzione squisita alle dinamiche che favoriscono un suono ampio, ricco e sempre vario, sì da toccare anche le corde di chi ascolta.

Come detto il pubblico davvero entusiasta ha salutato tutto il cast con gioia quasi da stadio, con ovazioni per Aronica, Agresta, Simeoni.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Roberto Abbado
Regia
Alberto Fassini
ripresa da
Vittorio Borrelli
Scene e costumi
William Orlandi
Luci
Andrea Anfossi
Maestro del coro
Claudio Fenoglio

 GLI INTERPRETI
Norma, druidessa,
figlia di Oroveso 
Maria Agresta
Pollione, proconsole di Roma
nelle Gallie 
Roberto Aronica
Oroveso, capo dei Druidi 
Riccardo Zanellato 
Adalgisa, giovane ministra
nel tempio d'Irminsul 
Veronica Simeoni
Flavio, amico di Pollione tenore
Andrea Giovannini
Clotilde, confidente di Norma

Samantha Korbey

Orchestra e Coro del Teatro Regio

Allestimento Teatro Regio
in coproduzione con Opera Scene Europa di Roma



                                         Foto Ramella&Giannese

ANTONIO CALDARA, DAFNE - PALAZZO DUCALE DI VENEZIA: SALA DELLO SCRUTINIO, lunedì 13 luglio 2015



Nell’ambito del festival ‘Lo spirito della musica di Venezia’ edizione 2015, la Fondazione Teatro La Fenice sceglie di recuperare con una produzione nuova ed uno sforzo logistico non indifferente il dramma pastorale ‘Dafne’ del musicista Antonio Caldara, che fu allestita per la prima volta a Salisburgo nel 1719 in onore dell’arcivescovo della città austriaca, Monsignor Francesco Antonio principe di Harrach, di cui si celebrava l’onomastico, su testo del poeta Giovanni Biavi, attivo presso la corte di Monaco. La storia della ninfa trasformata in alloro per conservare la propria virtù sfuggendo ai suoi innamorati doveva essere un ottimo tema per impressionare il nobile festeggiato. 

Con questo esperimento il regista  Bepi Morassi cerca di ricreare quella che doveva essere l’atmosfera fastosa della corte salisburghese agli inizi del diciottesimo secolo, pensando di utilizzare la meravigliosa Sala dello scrutinio del Palazzo Ducale di Venezia in piazza San Marco per il suo allestimento. Forse l’opera fu creata a suo tempo per spazi ben più ampi atti ad ospitare anche le danze che di fatto sono previste dal libretto alla fine del primo e secondo atto, ma dobbiamo dire che la sala prescelta da Morassi è stata degna ospite di questo divertissement, per il quale sono state utilizzate delle strumentazioni che ricordano molto, o fanno immaginare come potevano essere all’epoca, quelle utilizzate per spettacoli del genere nel millesettecento. Al centro della scena una semplice impalcatura lignea con diverse scale per accedervi e sviluppare l’azione anche intorno ad essa, viene sormontata da pochi macchinari mossi manualmente dai mimi, con carrucole e pedane attivate di volta in volta. 
Ci siamo immaginati lo stupore che avrebbero provato i nobili ospiti dell’arcivescovo nel vedere Febo ascendere letteralmente al cielo declamando i suoi versi grazie ad una pedana sollevata meccanicamente, oppure spalancare gli occhi davanti al marchingegno che avvolgendo del tessuto azzurro simula la trasformazione dell’affranto Peleo in fiume dopo la perdita dell’amata figlia. Per non parlare degli opulenti costumi d’epoca a cura di Stefano Nicolao, cui è affidato proprio l’aspetto più stupefacente dell’intera rappresentazione, che diversamente risulterebbe nel complesso alquanto semplice. 
In questo ambiente i protagonisti si muovono attivamente grazie ad una regia molto dinamica e ci trasportano per qualche ora nella vita di un tempo passato che offre ancora una miriade di lavori da scoprire e che certamente questo Festival ha in serbo per gli anni a venire.

Interessante anche il versante musicale, cui fa testa il sempre più sorprendente Stefano Montanari, ancora una volta nella duplice veste di direttore e strumentista, ormai una certezza nel panorama della musica del settecento, qui alla testa dell’ Orchestra Barocca del Festival. Costituita soltanto dai consueti archi (violini, viola, violoncello e contrabbasso), oboi, un fagotto, corni, una tiorba e naturalmente il clavicembalo, il piccolo ensemble costituisce il sostegno ideale per i versi musicati da Caldara: il Maestro sceglie tempi stretti e sempre coinvolgenti, accoglie e sostiene l’azione in scena accompagnando ogni singolo episodio con attenzione ed emozione.

Buona la compagnia di canto che vede come protagonista vocale il controtenore Carlo Vistoli. Nonostante l’opera sia intitolata alla ninfa Dafne è certamente Febo quello maggiormente impegnato musicalmente parlando: i lunghi e trasognati recitativi e soprattutto le difficilissime arie che immaginiamo abbiano fatto svenire diverse fanciulle a suo tempo, pregne di agilità funamboliche a ritmi sostenuti, sono risolte dall’interprete con sicurezza unitamente ad un’ottima recitazione.

Delicata ed acuta ma ben proiettata in avanti la voce del soprano Francesca Aspromonte, nel doppio ruolo di Venere (nell’introduzione e nel finale) e della vezzosa Dafne, un po’ civettuola ma che ben si guarda dal cedere ai voluttuosi amanti Febo ed Aminta. Buona presenza scenica anche per Renato Dolcini, anch’egli impegnato su due fronti nei panni di Giove e di Peneo, padre attento e protettivo dalla voce scura e sufficientemente corposa per un simile repertorio. Aminta e Mercurio sono impersonati da  Kevin Skelton la cui parte scende spesso in tono grave non permettendogli di esaltare il colore della sua voce, che difetta talvolta nella pronuncia italiana, fermo restando una partecipazione accorata sia come innamorato che come dio Mercurio.
In una sala piena di pubblico davvero attento e concentrato, moltissimi tributi di soddisfazione sono stati dati al termine dello spettacolo.  
   
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                   Stefano Montanari
Regia
                           Bepi Morassi
Costumi a cura di       Stefano Nicolao
Impianto scenico
a cura de                     Gli Impresari

GLI INTERPRETI


Dafne/Venere             Francesca Aspromonte
Febo
                            Carlo Vistoli
Aminta/Mercurio
       Kevin Skelton
Peneo/Giove               Renato Dolcini


Orchestra Barocca del Festival


nuovo allestimento Fonazione Teatro La Fenice
in collaborazione con Fondazione Musei Civici di Venezia




Foto Michele Crosera

ORFEO ED EURIDICE, C. W. GLUCK - TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, sabato 11 luglio 2015




Orfeo e la sua amata sposa, il dolore per la perdita, l’intimismo dei propri sentimenti racchiusi in un cuore di disperazione continuamente alternata alla speranza di un ricongiungimento. Certo per intrattenere la corte viennese non poteva finire in tragedia la favola di Orfeo, ma grazie a Gluck essa conserva tutta la poesia, il pathos e la ricchezza racchiusa in una musica celestiale resa eterna dai versi di Ranieri de’Calzabigi. Così il Teatro Olimpico di Vicenza si rivela uno scrigno in cui Andrea Castello, al debutto registico in collaborazione col Maestro Francesco Erle, sceglie di utilizzare sostanzialmente ciò che la scena fissa offre, in accordo con una quasi tacita tradizione perpetuata nel teatro vicentino, permettendo quindi alle interpreti ad al coro di passare tra la galleria del pubblico ed anche accanto all’orchestra. Al centro della scena si pone il giaciglio di Euridice dalle fattezze lapidee i cui estremi vanno a comporre con un semplice gesto un cuore gigante. 

Allo stesso modo i costumi atemporali di Roberta Sattin vantano un immediato riconoscimento visivo nel nero luttuoso del coro alternato al pallore delle tuniche monacali, nel bianco innocente di Euridice, nelle vesti maschili dai richiami ellenici di Orfeo e naturalmente nel rosso di Amore, i cui grandi manicotti formano anch’essi l’effige di un cuore. Sono soprattutto le luci a comporre il mosaico di sensazioni ottiche in questo spettacolo raccolto e sostenuto da un’orchestra che evita ogni eccesso o spropositati languori: il suono degli strumenti risulta molto asciutto ed il Maestro Francesco Erle guida l’orchestra composta da sole parti reali, uno strumento per classe, sottolineando con forza il fraseggio delle interpreti ed avvolgendo lo spettacolo con un incalzare secco che richiama costantemente agli eventi, facendosi solenne ove occorre. Ottimamente si inserisce Alberto Maron che arricchisce di espressività i recitativi con i suoi interventi al clavicembalo.
Dispiace non aver potuto assistere alle danze delle Furie e neanche udirle, certo non inserite per motivi di spazio disponibile.

Qualche considerazione sulle tre protagoniste. La versione andata in scena è quella di Vienna del 1762 che prevede un Orfeo contralto. Innanzitutto va lodata la partecipazione sulla scena che le tre protagoniste hanno sicuramente mostrato a chiare lettere. 
Lo struggente Orfeo è stata  Francesca Biliotti che ha saputo trasmettere il trasporto amoroso anche grazie ad un buon fraseggio ed ad una presenza scenica forte, anche se il timbro non sembra esaltare perfettamente la zona più grave che le permetterebbe di rendere più omogenea la linea di canto.  
Mina Yang è una delicata Euridice, trasognata tra la realtà degli inferi ed il sogno di poter riabbracciare il suo amato che non può però degnarla di uno sguardo; minuta tanto nell’aspetto quanto nella voce sottile ed eterea.
Benedetta Corti ben si disimpegna nel ruolo risolutore di Amore: morbido il fraseggio, interessante è il colore della sua voce acuta ed armoniosa.
Molto compartecipe il coro della Schola San Rocco che ha cantato con vigore e passione.

Teatro Olimpico gremito con nostro grande piacere nonostante fosse un sabato sera ed un’opera non appartenente al grande repertorio. Applausi trionfali per tutti.

Maria Teresa Giovagnoli
        

LA PRODUZIONE

Maestro direttore
e concertatore                       Francesco Erle
Demi stage                             Francesco Erle, Andrea Castello
Consulente musicale             Sara Mingardo
Assistente musicale               Caterina Galiotto
Costumi                                 Roberta Sattin, 
            StilistArtista per Sartoria il Monello, Vicenza
Immagine                              Decor Center Immagineria

GLI INTERPRERTI

Orfeo                                      Francesca Biliotti
Euridice                                  Mina Yang
Amore                                    Benedetta Corti

Coro e orchestra Schola San Rocco
Una produzione Concetto Armonico




Foto Angelo Nicoletti - FIAF


TOSCA DI G. PUCCINI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI – SABATO 11 LUGLIO 2015




Titolo tra i più popolari ed amati nel mondo, Tosca al San Carlo di Napoli si inserisce nel solco delle belle iniziative culturali previste per l’Estate in città.
Molto interessante la Regia di Jean Kalman che “trasporta” la vicenda nel periodo della seconda guerra mondiale e ne costruisce su misura gesti e interazioni tipici di quei periodi. Le scene di Raffaele Di Florio sono un richiamo continuo ad un equilibrio tra lo sfarzo che è proprio della città di Roma ed il clima di decadenza proprio del periodo della guerra. Affascinante l’interno di una Chiesa che sembra quasi “bombardata” ed in ristrutturazione. Come pure il fastoso Palazzo Farnese cede il passo ad una sala di stampo “fascista” con elementi di art decò essenziali e asciutti proprio come era tipico di quel periodo. Molto suggestiva anche la terrazza dell’esecuzione da cui, con un gioco di luci accattivante, si intravede una Roma ancora dormiente sotto il coprifuoco fascista.
Davvero interessante e molto ben curato questo spettacolo.
I costumi di Giusi Giustino poi erano la degna coronazione di questo affresco degli anni ’40… il tailleur del primo atto di Tosca era delizioso come pure la sobria eleganza del costume rosso del secondo atto. 

La direzione d’orchestra di Jordi Berancer è stata nel solco di una lettura tradizionale.
Ottimi gli equilibri con il palcoscenico e le dinamiche orchestrali in tutte le sezioni.
Una Tosca non innovativa, senza particolari “guizzi” ma godibile e guidata con attenzione.
Ottimi gli interventi Corali del primo atto e dell’interno del secondo. Ottimo davvero questo Coro partenopeo diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate parzialmente bene.

Fiorenza Cedolinsnel ruolo di Tosca era molto attesa. Sicuramente le caratteristiche del soprano friulano sono molto adatte al ruolo della grande cantatrice romana e la Cedolins ne conosce appieno ogni singola sfumatura ed ogni tratto; anche le pause ed i silenzi nel suo canto si gonfiano di significati e si inseriscono in una precisa lettura del personaggio.
La voce non è però altrettanto morbida come le parti liriche necessiterebbero e il centro, che negli anni si è fatto robusto, mostra però il fianco a degli acuti ghermiti con fatica e con suono poco rotondo.

Ottimo il Cavaradossi di Stefano La Colla; voce ampia, potente e ben sostenuta. L’interprete è molto interessante e fa vibrare il suo personaggio di una luce accattivante sin dal suo ingresso.

Ottimo pure il Barone Scarpia di Sergey Muzarev, che certamente coglie e sottolinea l’aspetto più marcatamente “truce” del suo ruolo ma che lo esalta con una voce imponente e ben usata in tutta la gamma.

Di rilievo le parti di contorno affidate ad un ottimo Donato di Gioia, nel ruolo del Sagrestano, un efficace Gianluca Lentini in quello di Angelotti, e Francesco Pittari che interpretava molto bene il ruolo di Spoletta.

Al temine buon successo per l’intera compagnia di canto e gli artefici dello spettacolo.

Rosy Simeone


LA PRODUZIONE

Direttore                    Jordi Bernacer
Regia e luci                Jean Kalman
Scene                          Raffaele Di Florio
Costumi                     Giusi Giustino
Maestro del Coro      Marco Faelli
Direttore del Coro di Voci Bianche: Stefania Rinaldi


GLI  INTERPRETI

Floria Tosca              Fiorenza Cedolins
Mario Cavaradossi    Stefano La Colla
Il Barone Scarpia      SergeyMurzaev
Cesare Angelotti       Gianluca Lentini
Il sagrestano              Donato Di Gioia
Spoletta                      Francesco Pittari

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli




Foto Teatro San Carlo di Napoli

carlos_alvarez

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a CARLOS ÁLVAREZ

Dopo il grande successo ottenuto con Don Giovanni all’Arena di Verona abbiamo il grande privilegio di incontrare e conoscere meglio lo straordinario baritono Carlos Álvarez, Artista di fama internazionale, capace di esaltare il pubblico con le sue interpretazioni dei personaggi operistici più disparati. Gli abbiamo fatto qualche domanda sul suo lavoro e sul mondo dell’Opera a cui ha risposto con cortesia, professionalità e tanto entusiasmo.

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INTERVISTA A MARIA JOSE' SIRI


Impegnatissima ad interpretare Aida e Donna Elvira all'Arena di Verona quest'estate, incontriamo il soprano Maria José Siri nella sua meravigliosa casa di Verona in cui ci ha offerto gentilmente un po' del suo tempo per parlare del suo straordinario lavoro.

Maria Teresa Giovagnoli






DON GIOVANNI, W. A. MOZART – ARENA DI VERONA, sabato 4 luglio 2015






Con la ripresa della produzione  del Don Giovanni risalente soltanto a tre anni fa la Fondazione Arena di Verona ripropone l’allestimento legato al nome di Franco Zeffirelli che come sempre cura regia e scene, mentre gli spettacolari costumi sono opera di Maurizio Millenotti. Tutta giocata sugli effetti creati dalle luci di Paolo Mazzon, la mastodontica struttura sostanzialmente acromatica fatta di arcate cui si antepone una imponente scalinata vede in aggiunta altri elementi architettonici ai lati che si arricchiscono o mutano aspetto per creare i vari ambienti necessari. Come sempre il Maestro Zeffirelli ama giocare con lo stupore, ottenendo l’effetto colossal che le sue celebri scenografie suscitano ogni volta, restando fedele all’epoca storica ed al libretto. Ciò che si potrebbe obiettare a tanta opulenza è forse una esagerazione nel volere sorprendere riempiendo il palcoscenico con quanti più elementi si possa immaginare, rendendo talvolta molto sottile il filo che unisce lo sfondo ove agire con la narrazione e la coerenza stessa dell’azione drammatica. Anche in questa produzione non mancano i prediletti animali sul palco, tanto che il protagonista fa il suo ingresso spavaldo in scena a cavallo. Ma la bellezza dei costumi, la raffinatezza di taluni dettagli e la sensazione di viaggiare ancora una volta nel tempo fanno sì che chi assista al capolavoro mozartiano possa comunque tornare a casa con la consapevolezza che sognare a teatro è ancora lecito ed a buon diritto.

Se poi la parte musicale è quella delle grandi occasioni con un in testa un direttore d’orchestra abilissimo a far quadrare tutto come si deve allora la qualità e il successo sono assicurati. 

Don Giovanni è un Carlos Álvarez prepotente nella sua incredibile sicurezza, a dir poco ruspante come un galletto in mezzo al pollaio delle donne a lui devote. D’altra parte se il suo fascino colpisce tutte perché non approfittarne! Aiutato certo dalla celebre voce profonda ed accattivante l’interprete si dimostra in forma centrando una serata molto positiva.

La più battagliera delle dame all’appello è donna Elvira nel cui ruolo ha debuttato  Maria José Siri. Il soprano trova come chiave di lettura del personaggio una personale interpretazione di donna sì ferita ma anche un po’ rompiscatole, che gioca tra rabbia, incredulità ed un pizzico di ironia, cui fa chiaramente gioco la sua voce pastosa ed avvolgente che ben si sposa con questa idea della tradita Elvira.

Compita e quasi solenne invece la donna Anna di Irina Lungu. L’interprete tratteggia una nobile quasi spenta nel cuore dopo la morte del padre, donando quasi una aura regale al suo personaggio, forte anche di una bella vocalità che le agevola un canto uniforme e sentito.

Spumeggiante, guascone, per certi versi grottesco ed anche a tratti bambinone l’incredibile Alex Esposito nei panni di Leporello. Canto ed interpretazione fusi a dovere per incantare, stupire e convincere pienamente.    
Saimir Pirgu è interprete delicato ed attento; se pur non in serata impeccabile, la voce dolce e setosa consente di donare al ruolo di Don Ottavio compostezza e buona credibilità.

Zerlina è una letteralmente spassosa Natalia Roman, l’unica che sa giocare con il sesso opposto senza subire soltanto il ruolo di preda amorosa, mostrando anche un timbro vocale delicato e dal suono dolce. Molto bene Christian Senn come Masetto, mentre cupo ed austero quanto basta  Rafal Siwek come Commendatore.

Punto di forza di questa produzione l’aver affidato ad uno specialista come Stefano Montanari la direzione dell’orchestra areniana, impegnato anche a suonare il clavicembalo elettrico qui adoperato per ragioni acustiche e logistiche. Il maestro trova un perfetto equilibrio tra le sezioni ottenendo un suono limpido e profondo, adoperando efficacemente le indicazioni agogiche in funzione del palcoscenico così creando una varietà di suoni ricchi e multi sfaccettati.
Puntuali gli interventi del coro preparato da Salvo Sgrò.

Arena non pienissima purtroppo ma con pubblico comunque visibilmente appagato che ha premiato tutti gli interpreti ed il direttore.  


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra                      Stefano Montanari
Regia e scene                                    Franco Zeffirelli
Costumi                                             Maurizio Millenotti
Coreografia                                      Maria Grazia Garofoli
Luci                                                   Paolo Mazzon
Maestro del Coro                             Salvo Sgrò
Direttore del Corpo di Ballo           Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici           Giuseppe De Filippi Venezia

IL CAST

Don Giovanni                                   Carlos Álvarez 
Il Commendatore                             Rafal Siwek 
Donna Anna                                     Irina Lungu 

Don Ottavio                                      Saimir Pirgu 
Donna Elvira                                    Maria José Siri 
Leporello                                           Alex Esposito 
Masetto                                             Christian Senn




Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona










FOTO ENNEVI per gentile concessione fondazione Arena di Verona

PREMIO GIUSEPPE LUGO EDIZIONE 2015 – PARCO VILLA VENTO, CUSTOZA (VR)



Nello splendido parco di Villa Vento a Custoza ed alla presenza delle autorità locali si è tenuta la ventiduesima edizione del premio intitolato al grande tenore Giuseppe Lugo, in una serata calda e piacevolmente ricca di pubblico affezionato e festante. Questo ormai storico riconoscimento istituito nel 1994 dal Comm. Giuseppe Pezzini e che fino all’anno scorso vedeva come presidente del comitato la compianta Magda Olivero ha assegnato la preziosa targa al tenore Ramón Vargas, il grande interprete belcantista dalla lunga carriera internazionale che è arrivato proprio ieri direttamente dal Messico e che per via del lungo viaggio non ha potuto cantare per il suo pubblico. Ha tenuto comunque a precisare di essere molto onorato del riconoscimento ottenuto e promesso che tornerà per  esibirsi alla prima occasione.
A dedicare note ed mozioni al tenore ed al pubblico presente nello splendido giardino della villa sono stati suoi cari colleghi che, accompagnati dalla sempre perfetta Patrizia Quarta al piano, sono attualmente impegnati nella stagione areniana a Verona, più una giovane promessa.

Partiamo proprio dal basso Alberto Bonifazio, chiamato al volo in sostituzione dell’indisposto Carlo Colombara, è il vincitore della ventiduesima edizione del concorso internazionale Riccardo Zandonai di Riva del Garda ed è stato una piacevole sorpresa della serata, mostrando del buon materiale su cui continuare a studiare e a lavorare. Dopo ‘Vecchia zimarra’ del filosofo  Colline dalla Bohème di Puccini, ha saputo offrire una buona interpretazione de ‘La calunnia’ del furbo don Basilio dal rossiniano Barbiere di Siviglia. La sua voce è certamente ancora acerba, ma considerando la giovanissima età e la buona capacità interpretativa ci auguriamo tante belle soddisfazioni per il giovane basso.

Grande esperienza e maturità vocale invece per il soprano Susanna Branchini. L’elegantissima interprete si è cimentata in due ruoli molto differenti tra loro: Abigaille del Nabucco e la dolce Leonora del Trovatore di Verdi, ma dando un forte carattere ad entrambi i ruoli, mostrando una voce piena nel corpo ed uniforme nell’ emissione. La sua Abigaille è austera e passionale nella celebre ‘Ben io t’invenni o fatal scritto’, così come affatto tenera appare la Leonora nel lungo e coinvolgente duetto del quarto atto con Federico Longhi, che abbiamo potuto apprezzare in due ruoli di rilievo: il conte di Luna per l'appunto ed il meraviglioso Falstaff, in cui ci ha particolarmente colpito per come ha saputo sfruttare la voce in funzione dell’espressività del personaggio, pur trattandosi di una esecuzione in  concerto, nell’aria ‘E’ sogno? O realtà?’.

Il mezzosoprano Sanja Anastasia è stata per noi la principessa di Bouillon dalla Adriana Lecouvreur di Cilea con ‘Acerba voluttà’, un’altra aria spessissimo eseguita in concerto, come anche ‘O don fatale’ della principessa Eboli dal Don Carlos di Verdi. La cantante mostra una voce forte di un registro medo pieno e voluminoso, anche se talvolta i suoni sono un po’ duri in acuto. L’interpretazione è sentita e ricca di passionalità.

Successo pieno per tutti a conclusione di un’altra splendida serata di musica, bellezza e amicizia.

Maria Teresa Giovagnoli




TOSCA, G. PUCCINI – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 26 GIUGNO 2015





Con il terzo appuntamento in cartellone la Fondazione Arena di Verona ripropone uno degli spettacoli più impressionanti e di successo allestiti negli ultimi anni, la Tosca che il regista Hugo de Ana ideò nel 2006 curandone anche le scene, i costumi e gli effetti di luce. Nonostante siano passati quasi dieci anni dalla sua prima messa in scena, conserva ancora tutta la forza ed il fascino della novità, anche per gli habitué delle stagioni areniane. Con qualche minuscola modifica abbiamo potuto ancora una volta seguire il dramma del talentuoso pittore e della famosa cantante perseguitati dalla legge e dalla sorte. Vi è un diretto filo che unisce le passioni dei protagonisti a tutto ciò che lo spettatore è invitato ad osservare. I meravigliosi costumi dai colori accesi del giallo, rosso ed azzurro richiamano alla passione carnale, le luci soffuse in chiaro scuro avvolgono il dramma man mano che esso si sviluppa, e la mastodontica testa d’angelo del castello romano che sovrasta le scene sembra quasi ammonire i presenti per le colpe di cui si macchiano: il fuggiasco Angelotti, l’implacabile Scarpia per la sua crudeltà, Cavaradossi per aver sfidato il governo vigente, e su tutti la volitiva Tosca, prima assassina e poi suicida. Al colpo di cannone che illumina a giorno l’anfiteatro il pubblico resta come sempre stupito, per poi commuoversi ancora per gli effetti scenografici del Te deum, effettivamente il pezzo forte di questo allestimento ormai diventato storico.


Non possiamo che definire stoica la direzione orchestrale di Riccardo Frizza, chiamato davvero all’ultimissimo momento a sostituire il Maestro Julian Kovatchev assente per gravi motivi di salute, e che ha preso in mano la situazione permettendo allo spettacolo di andare in scena. Il direttore sceglie una direzione per così dire prudente, staccando tempi morbidi e delicati, perdendo talvolta il ritmo degli eventi, ma stimolando continuamente i musicisti per mantenere con successo il contatto con gli interpreti.  

Trionfatrice della serata una fantastica Hui He che unisce una dolcezza particolare alla passionalità del personaggio, grazie anche alla musicalità della sua voce pastosa. La linea di canto è perfetta, l’esecuzione è sicura in ogni sua parte, da’ vita ad una Tosca sensibile e meravigliosamente verace; il suo Vissi d’arte toglie quasi il fiato.

Certo il Cavaradossi di Marco Berti è sanguigno e pieno di spirito combattivo. Il tenore dona tantissimo al ruolo del sovversivo che mette tanta passione nell’arte e nell’amore per la sua donna, pur presentando difficoltà nelle note di passaggio con qualche portamento di troppo.
Aspro per voce e carattere lo Scarpia di Marco Vratogna che offre un barone cupo, molto caricato sia vocalmente che dal punto di vista interpretativo.

Ben cantato ed impersonato con efficacia il sagrestano di Federico Longhi, come pure il turbolento Angelotti di Deyan Vatchkov. Spoletta e Sciarrone sono rispettivamente Paolo Antognetti e Nicolò Ceriani, mentre Romano Dal Zovo è il carceriere. Sempre difficile trovare un buon pastorello che qui è interpretato da un emozionato Federico Fiorio.
Il coro areniano è ancora una volta preparato da Salvo Sgrò, che offre una buona e come noto coreografica esecuzione assieme al coro di voci bianche A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini.

Successo da parte di un pubblico pienamente soddisfatto, che ha tributato applausi ed ovazioni soprattutto alla coppia protagonista ed al direttore.


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra                      Riccardo Frizza
Regia, scene,
costumi e luci                                    Hugo de Ana
Maestro del Coro
                             Salvo Sgrò
Direttore allestimenti s
cenici                                                 Giuseppe De Filippi Venezia
Coro di Voci bianche                      
A.d’A.MUS. diretto da Marco Tonini

Gli Interpreti

Tosca                                                 Hui He 
Cavaradossi                                      Marco Berti 
Scarpia                                              Marco Vratogna 
Angelotti                                            Deyan Vatchkov
Sagrestano                                        Federico Longhi
Spoletta                                             Paolo Antognetti
Sciarrone                                           Nicolò Ceriani
Un Carceriere                                   Romano Dal Zovo
Un Pastorello                                     Federico Fiorio



Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona







Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

JUDITHA TRIUMPHANS, devicta Holofernis barbarie; A. VIVALDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 25 giugno 2015




Mettere in scena un oratorio del diciottesimo secolo è certamente una operazione molto coraggiosa ma allo stesso tempo una sfida interessante che La Fenice di Venezia ha raccolto con entusiasmo e dobbiamo dire con ottimi risultati, visto lo spettacolo ben costruito che la regista Elena Barbalich ha ideato per questa non facile partitura composta da Antonio Vivaldi all’epoca in cui la Serenissima Repubblica Veneziana trionfò dopo strenue resistenze contro i Turchi nell’isola di Corfù, nel 1716. Con un parallelismo tra la cultura ellenica pregna di personaggi femminili mitologici e l’episodio biblico della nobile Juditha che la vince sul nemico per liberare la sua città, la regista permea lo spettacolo più che sulla scena materiale sugli effetti dati da una giusta atmosfera e una intelligente impostazione drammaturgica. Esempio ne è la centralità del coro femminile che quasi condivide le stesse emozioni della protagonista, giungendo anche a circondare l’orchestra posta giustamente sul palco fuori scena, per una maggior fusione con gli eventi in essere.
Così con un gioco di luci che dall’intensità dei gialli o dei rubini passano alla penombra o all’oscurità definitiva, volti, azioni, espressioni e movenze sono costantemente esaltati in una ambientazione di per sé essenziale ma funzionale ai movimenti scenici, opera di Massimo Checchetto . Anche i costumi di Tommaso Lagattolla sono pensati specificamente in base alla funzione di ciascun personaggio, con un occhio rivolto alla chiesa della Pietà della prima rappresentazione assoluta ed al modo in cui pare fossero abbigliate le fanciulle che al tempo popolarono quella prima esecuzione.

 A dar vita ad uno spettacolo così particolare un cast di artiste davvero azzeccato per caratteristiche vocali e capacità interpretative.
Ottima la Juditha di Manuela Custer, che unisce al temperamento da eroina anche le movenze e la sensualità di una donna seduttiva che con distacco sa fondere rabbia e passione per ottenere ciò che la patria le richiede. La monumentale parte vocale cui è sottoposto il ruolo è risolta dall’interprete con grande intensità e precisione tra balzi di ottava, suoni dissonanti e continui saliscendi sul rigo.

Holofernes è una strepitosa Teresa Iervolino la cui voce dal timbro squisitamente contraltile le permette di entrare nel ruolo del condottiero in modo credibile per stile e tecnica.
Bravissima anche  Paola Gardinanel ruolo di Vagaus, la cui famosissima e funambolica ‘Armatae face et anguibus’ non fa che coronare una intera serata di grazia per la sua voce agilissima e ricca dal colore leggermente ambrato.  Per lei ovazioni dal pubblico.

Molto bene l’Abra di Giulia Semenzato che offre una voce dal buono squillo e ben proiettata in avanti nonostante il volume non gigantesco.
Scura ed austera sia per portamento che per caratteristiche vocali Francesca Ascioti nel ruolo del Sommo sacerdote Ozias.
Ottime le coriste del teatro La Fenice preparate da Claudio Marino Moretti, come detto parte integrante della messa in scena per esigenze registiche.

L’orchestra di questo oratorio si arricchisce del suono di strumenti molto particolari come, tra gli altri, le tiorbe, il mandolino, lo chalumeau, e naturalmente il clavicembalo. Guidata dallo specialista Alessandro De Marchi offre una ricchezza di suoni a sfumature che esaltano la partitura di Vivaldi, per nulla di facile interpretazione e che prevede parecchi interventi solistici; il Maestro sceglie tempi non eccessivamente stretti che seguono le interpreti agevolando sempre la parola cantata nel suo significato, aggiungendo poi un giusto brio nei momenti più concitati.

Applausi copiosi e meritati per tutti gli interpreti e l’orchestra al termine della rappresentazione.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

direttore         Alessandro De Marchi
regia               Elena Barbalich
scene               Massimo Checchetto
costumi           Tommaso Lagattolla


GLI  INTERPRETI

Juditha            Manuela Custer
Vagaus           Paola Gardina
Holofernes     Teresa Iervolino
Abra               Giulia Semenzato
Ozias              Francesca Ascioti

Orchestra e Coro del Teatro la Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nell’ambito del festival «Lo spirito della musica di Venezia» 2015







Foto Michele Crosera

AIDA, G. VERDI – ARENA DI VERONA, SABATO 20 GIUGNO 2015






Dopo il Nabucco inaugurale la Fondazione Arena di Verona prosegue il viaggio nella storia degli allestimenti più illustri andati in scena negli anni passati con l’emblema del Festival stesso, l’ Aida di Giuseppe Verdi, il cui spettacolo concepito da Franco Zeffirelli nel lontano 2002 resta uno dei più spettacolari ed apprezzati di sempre. L’imponente piramide meccanica che troneggia al centro del palco con i suoi gradoni dorati che aprendosi completano i vari ambienti, è il perno attorno a cui agiscono gli interpreti principali insieme alle numerose comparse ed il coro. Come sempre il regista fiorentino riporta in scala le ambientazioni effettivamente richieste dando così a chi osserva l’impressione di trovarsi calato nei luoghi e nel tempo della storia. Così tra sfingi, arredi raffinati e simboli sacri prende vita e si riempie un palco certo parecchio affollato, ma che siamo sicuri per tanti resta scolpito nella mente come simbolo di bellezza e grande prestigio.  
I maestosi costumi che mettono in risalto il fasto egizio in opposizione alla semplicità etiope sono opera di Anna Anni. Nuova è la coreografia dei ballabili a cura di Renato Zanella.

Svettano sull’intero cast le due interpreti femminili nei ruoli principali delle antagoniste Aida ed Amneris.
Maria José Siri torna ad interpretare la principessa etiope con ancora maggiore partecipazione rispetto a quanto abbiamo ascoltato in precedenza sempre su questo palcoscenico. Il soprano offre una voce veramente meravigliosa che incanta per la sua musicalità e per la dolcezza con cui affronta il personaggio che ama e soffre per sé e la sua patria. Perfetta in ogni registro, la sempre temibile ‘O cieli azzurri’ con tanto di do squillante è davvero commovente, per non parlare dell’ultima scena nella tomba, quasi da lacrime. Una prova maiuscola.  

Degna rivale è la grande Amneris di Anita Rachvelishvili. Anche il mezzosoprano conferma l’ottima prova dello scorso anno grazie al suo strumento incredibilmente potente, forte e dal colore particolarissimo, brunito ed accattivante. La sua è davvero una voce areniana che svetta e raggiunge brillantemente ogni angolo dell’anfiteatro, in aggiunta ad una interpretazione di carattere, sensualità e regalità; una vera gioia ascoltarla.

Non all’altezza delle colleghe il tenore Carlo Ventre nel ruolo di un Radames cui cuore e passione non sono supportati da una voce ampia e sicura che difatti sembra arrivare al termine della recita con parecchie difficoltà.  
Di Leonardo López Linares apprezziamo soprattutto le doti attoriali che gli hanno consentito di sviluppare un Amonasro autoritario cui fa sostegno una voce robusta.
Giorgio Giuseppini conferma la sua particolare propensione per ruoli di uomo maturo ed austero con un ben cantato Re d’Egitto, così come Raymond Aceto ben figura come Gran sacerdote Ramfis.
Molto buona la sacerdotessa Stella Zhang, completa il cast il messaggero di Francesco Pittari.

A tenere saldamente le redini dell’orchestra il giovane Andrea Battistoni imprime ritmi favorevoli ad uno scorrimento ideale degli eventi, con un caleidoscopio di colori e sfumature che esaltano le dinamiche della partitura ed una direzione sempre in perfetta coesione con il palco. In tale simbiosi anche il coro di Salvo Sgrò ha potuto esprimersi positivamente nei suoi interventi.

Il pubblico si è espresso favorevolmente con tutti gli interpreti ed il direttore in maniera festante e rumorosamente gioiosa.


Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra            Andrea Battistoni
Regia e scene                         Franco Zeffirelli
Costumi                                  Anna Anni
Coreografia                            Renato Zanella
Maestro del Coro                  Salvo Sgrò
Direttore
del Corpo di Ballo                  Renato Zanella
Direttore
allestimenti scenici                Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Il Re                                       Giorgio Giuseppini 
Amneris                                 Anita Rachvelishvili 
Aida                                       Maria José Siri 
Radamès                               Carlo Ventre 
Ramfis                                   Raymond Aceto 
Amonasro                              Leonardo López Linares 
Un Messaggero                    Francesco Pittari 
Sacerdotessa                         Stella Zhang 

Primi Ballerini                      Annalisa Bardo, Teresa Strisciulli, Alessia Gelmetti,
                                              Evghenij Kurtsev, Antonio Russo


Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Tecnici dell'Arena di Verona







  Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

NABUCCO, G. VERDI – ARENA DI VERONA, VENERDI’ 19 GIUGNO 2015




Nell’anno dell’Expo milanese la Fondazione Arena di Verona ha scelto di non investire in nuove ed esose produzioni visti anche i tempi che corrono, recuperando quindi gli allestimenti ritenuti più significativi degli ultimi anni e che possano rappresentare il nostro paese come fonte di arte e bellezza a livello mondiale. Così per la serata inaugurale è stato scelto uno dei simboli del Festival che assieme all’Aida costituisce il patrimonio dei ricordi e dei successi della storia musicale veronese, il Nabucco di Giuseppe Verdi con la regia dell’inossidabile Gianfranco de Bosio.
Come già sottolineato in altre occasioni si tratta di uno dei più classici spettacoli cui si possa assistere, ove tutto è in funzione degli eventi e sono effettivamente visibili al meglio gli ambienti necessari affinché la storia sia rispettata nella sua essenza. Abbiamo così ritrovato la città di Gerusalemme e la reggia di Babilonia con le notissime strutture architettoniche di Rinaldo Olivieri che utilizzano gli spazi sterminati del palcoscenico. Ribadiamo che i movimenti scenici di questa regia risultano un po’ appesantiti ed in generale lo spettacolo necessiterebbe di un rimodernamento.

La compagnia di canto si è distinta soprattutto per le voci maschili.
Ancora una volta ci troviamo a sottolineare quanto Luca Salsi sia spirito trainante in scena, forte di una voce importante ed imponente, dalla linea di canto uniforme in tutta la gamma, il cui Nabucco si sviluppa in un crescendo di pathos e carisma.
Piero Pretti è un Ismaele quasi perfetto: timbro setoso con l’ottava acuta squillante che unita ad una grande scioltezza interpretativa lo conduce saldo verso una serata assolutamente positiva.    
Dmitry Beloselsky è uno Zaccaria composto ed altero dalla voce robusta e ben proiettata anche nell’ampio spazio areniano.

Martina Serafin nel ruolo di Abigaille non ci ha convinto pienamente per come si è approcciata al personaggio, che talvolta è sembrato meno incisivo, anche dal punto di vista vocale, di quanto ci aspettavamo da una interprete del suo calibro.
Fenena è una discreta Nino Surguladze dalla voce vellutata e dal carattere forte ma dolce e compito.  
Il gran sacerdote è un discreto Alessandro Guerzoni, mentre Anna e Abdallo sono rispettivamente Madina Karbeli  e Francesco Pittari.

L’ orchestra guidata da Riccardo Frizza  si pone su un duplice piano nel condurre l’opera verdiana: alternando tempi larghi per i momenti più elegiaci a guizzi di brillantezza e vigore, accompagna gli interpreti con attenzione, equilibrio e compattezza armonica.

Come ormai di prassi il coro preparato da Salvo Sgrò ha offerto il bis del ‘Va pensiero’ richiesto a gran voce e suon di applausi, coronando la buona prova della serata.

Applausi scroscianti per tutti da parte di una anfiteatro gremito nonostante il freddo autunnale, che però ci ha risparmiato la pioggia, con qualche maleducato che ha lasciato l’Arena subito dopo il bis del coro.


Maria Teresa Giovagnoli 

LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra           Riccardo Frizza 
Regia                                     Gianfranco de Bosio
Scene                                     Rinaldo Olivieri 
Maestro del Coro                 Salvo Sgrò
Direttore
allestimenti scenici               Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI

Nabucco                                 Luca Salsi 
Abigaille                                Martina Serafin 
Zaccaria                                 Dmitry Beloselsky 
Fenena                                   Nino Surguladze 
Ismaele                                  Piero Pretti 
Gran Sacerdote Di Belo       Alessandro Guerzoni 
Abdallo                                  Francesco Pittari 
Anna                                      Madina Karbeli 


Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona





Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

CENERENTOLA DI G. ROSSINI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI – GIOVEDÌ 18 GIUGNO2015




Bella occasione per riascoltare uno dei capolavori rossiniani al Teatro San Carlo di Napoli. Collaudata la bella e tradizionale regia di Paul Curranqui ripresa da Oscar Cecchi. Segue il libretto, la favola e complici i bellissimi costumi di Zaira De Vincentiise le fiabesche scene di Pasquale Grossi, non disturba e lascia che il pubblico si goda la vicenda senza alcun tipo di “travisamento”. Una regia di tradizione per la più tradizionale delle favole. Molto efficace e ben pensata!

La direzione d’orchestra di Gabriele Ferro è stato il vero grande limite di questa produzione.
Pesante, privo di brio, privo di tempo teatrale, ha reso piatta anche una favola di gusto e di umore come Cenerentola. Innumerevoli gli sfasamenti con il palcoscenico e la mancanza di “collante” tra la buca e gli Artisti più volte costretti a tempi antimusicali ed a cercare di “spingere” avanti alcuni tempi invero letargici.
L’Orchestra è stata grigia, priva di colori, di verve e di quella malizia che è necessario ricercare nel suono per questo tipo di repertorio.

Buono il Coro maschile diretto da Marco Faelli

Sul palcoscenico le cose sono andate decisamente meglio anche se con la difficoltà di una “guida” in Orchestra tanto deficitaria.

Serena Malfinel ruolo di Cenerentola ha mostrato grandi qualità. La giovane mezzosoprano, quasi sconosciuta ai più è un elemento da tenere d’occhio. La voce è pulita, timbrata, ampia; le risonanze gravi sono molto naturali e l’estensione importante. Sgrana ogni agilità con la dovuta tecnica di emissione e non sbaglia un solo passaggio virtuosistico. La voce è di qualità e viene utilizzata nel migliore dei modi; l’interprete poi è accattivante, sempre presente nelle scene di Assieme e mai caricata fuori misura.

Ottimo il Don Ramiro di Maxim Mironov; voce acuta, estesa, pulita e sicura in tutti i registri. Il timbro è molto bello ed è un cantante di grande sicurezza tecnica che risolve, nonostante un podio che rema contro, in modo esemplare le tante asperità del suo ruolo.

Semplicemente perfetto il Dandini di Simone Alberghini, forte di una voce squillante e di bello smalto. Interpreta il ruolo divertendosi e divertendo, è scaltro, sicuro, un attore consumato e vocalmente impeccabile.

Di rilievo anche l’Alidoro di Luca Tittoto che ha esibito una voce ampia, scura e sicura su tutta la gamma. Ha reso il suo personaggio non un mero “contorno” della vicenda ma una presenza costante e importante.

Un pochino al di sotto degli altri il basso Carlo Lepore nel ruolo di Don Magnifico; la voce è sonora, di bellissimo colore, timbratissima; il fraseggio nelle parti di canto più “spiegate” è di altissima qualità e l’interprete è decisamente di gusto e di livello. Il problema, a mio avviso, è nel canto sillabato e nella scansione del declamato “veloce” dove, per cantare ogni singola nota, il timbro si perde e la voce, di per sé magnifica, lascia per strada molte delle sue qualità. Forse sarebbe stato meglio ascoltarlo in Alidoro dove le sue qualità non avrebbero ceduto il passo ad un canto che si sente poco vicino alla natura di questa stupenda voce.

Discreti gli interventi di Caterina di Tonnoe Candida Guida, rispettivamente Clorinda e Tisbe; la prima perfetta nel suo ruolo ma con una voce un pochino vetrosa, la seconda decisamente poco a fuoco come vocalista ma di ottima presenza scenica.

Al temine buon successo per l’intera compagnia di canto con un pubblico un pochino stanco e distratto.

 Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                   Gabriele Ferro
Regia                          Paul Curran ripresa da Oscar Cecchi
Maestro del Coro    Marco Faelli
Scene                          Pasquale Grossi
Costumi                     Zaira De Vincentiis


GLI INTERPRETI

Don Ramiro              Maxim Mironov
Dandini                      Simone Alberghini
Don Magnifico          Carlo Lepore
Angelina,
 sotto il nome
di Cenerentola          Serena Malfi
Clorinda                      Caterina di Tonno
Tisbe                            Candida Guida
Alidoro                        Luca Tittoto

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli





Foto Teatro San Carlo di Napoli

IL SUONO GIALLO, A. SOLBIATI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, MARTEDI’ 16 GIUGNO 2015




C’era molta attesa per la presentazione al Comunale di Bologna dell’opera di Alessandro Solbiati ‘Il suono giallo’, ispirata liberamente alla composizione Der gelbe Klang di V. Kandinskij ed in prima esecuzione assoluta. Un lavoro certo molto particolare per palati forti che possiede in sé la dirompente disperazione, angoscia e precarietà dei tempi nostri, sia dal punto di vista scenico che musicale. Della durata di circa un’ora e venti, si compone di sei quadri preceduti da un prologo e seguiti da un epilogo, intercalati da sette intermezzi musicali. Gli interpreti qui sono più attori che cantanti, definiti ‘giganti’, ed il coro che commenta le loro azioni è diviso in grande, seduto fuori scena, e piccolo, che agisce sul palco.
Ciò che costituisce il libretto dello stesso compositore si avvale dei versi del grande pittore russo per l’occasione affiancati da alcune note scritte da lui per il saggio Über die Mauer, che nelle intenzioni di Solbiati servono ad esplicare meglio i contenuti del componimento in funzione della messa in scena. Qui gli esseri viventi si uniscono e si allontanano, soffrono e si disperano, un senso di inadeguatezza espresso con forza pervade nell’atmosfera, in quello che vuole essere un percorso che parte dall’oscurità per poi aspirare alla luce, alla calma ed alla speranza di andare avanti. 
Le parole che ascoltiamo sono però piuttosto confuse e sostanzialmente fini a se stesse nel descrivere questa sorta di stato allucinato da parte di chi le pronuncia, come in preda a un delirio. Vi è un ampio uso di sinestesie ed ossimori con la descrizione di rocce parlanti, nerissime lotte, tenebrosa luce, ma compaiono qua e là anche bestemmie, preghiere, sogni, lacrime, risa, e così via. In estrema sintesi una serie di visualizzazioni senza un particolare filo conduttore, che vengono lamentosamente cantate dagli interpreti in un generale e profondo senso di sconforto.

In questo contesto si inserisce la regia di Franco Ripa di Meana coadiuvata da Marco Gnaccolini per la specifica drammaturgia:un susseguirsi di azioni sconclusionate, che rimarcano l’indefinitezza del testo enunciato.  I volti sono espressione di inquietudine, vi è chi corre avanti e indietro o salta con una immaginaria corda, chi si fa la barba coprendo di schiuma tutta la testa in un video proiettato, insomma tutta una serie di atti senza senso compiuti in mezzo al mucchio da coristi, cantanti e comparse, che sembrano a loro volta terrorizzati da qualcosa che li disturba, fuggendo spesso di corsa dalla sala e ricomparendo poi sul palco. Non mancano passeggiate intorno al pubblico che obiettivamente viene investito da una sorta di inquietudine, evidente fin dalle prime battute. Classica spruzzatina di liquido sanguigno a macchiare le sottovesti in cui restano le coriste, nonché di liquame giallo per richiamare il titolo dell’opera.

Ovviamente molto sui generis è la scena di Gianni Dessì in cui il colore giallo torna nella tinta di una stanza rovesciata e che man mano si riduce al solo pavimento; compaiono gigantesche maschere mostruose pendenti dall’alto come a schiacciare gli interpreti, e passiamo continuamente dal nulla più totale all’utilizzo di elementi alquanto assurdi. Dulcis in fundo infatti, un enorme pugno alzato alla maniera comunista che regge la sagoma di una lampada gialla a forma di casetta, è l’ultimo elemento di questa che più che una scenografia sembra frutto di una tremenda allucinazione.

Studiati ad hoc sono quindi gli effetti luminosi di Daniele Naldi, che sottolineano i momenti topici con luce a giorno verso la sala o con profonda oscurità come richiesto spesso dal testo.

La musica di Solbiati non può che essere un adeguamento profondamente viscerale a tutto questo caos e senso di incompiuto: non potevamo certo aspettarci una melodia uniforme che risollevasse lo spirito del libretto, ed infatti il compositore ha concepito una serie di suoni enigmatici che accompagnano descrivendoli gli episodi piuttosto assurdi che si succedono sul palcoscenico ed in sala. Dunque un largo uso delle percussioni, delle pause, di suoni smorzati e poi ampliati, per un ascolto complessivamente visionario che mette in risalto attese e sospiri, fino alle paure più inconsce. Il Maestro Marco Angius ha guidato l’orchestra del Comunale in risposta a quanto richiesto con precisione e secondo noi con stoico entusiasmo. In questo senso il direttore è riuscito a rendere in pieno il senso di sospensione astratta di Kandinskij.  Le voci chiamate a sostenere tale peso sono presenti in tutti e cinque i registri: Paolo Antognetti tenore, Alda Caiello soprano, Maurizio Leoni baritono, Laura Catrani mezzosoprano ed il basso Nicholas Isherwood. Come detto sono sono stati soprattutto attori in questo contesto e molto concentrati nell’eseguire le certo non semplici frasi cantate. Fondamentale il contributo delle comparse Viviana Filippello, Deborah Frittelli, Valeria Miserandino, Lorenzo Garufo, coinvolti in questo incubo visivo nell’interagire con i cantanti.

Sparuti dissensi tra un pubblico non molto folto che ha applaudito principalmente Solbiati ed il direttore Angius. Qualcuno ha lasciato la sala anche prima del termine.

Maria Teresa Giovagnoli

LA  PRODUZIONE

Direttore
Marco Angius
Regia
Franco Ripa di Meana
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Scene e costumi
Gianni Dessì
Luci
Daniele Naldi
Drammaturgia
Marco Gnaccolini

GLI   INTERPRETI

Soprano
Alda Caiello
Mezzosoprano
Laura Catrani
Tenore
Paolo Antognetti
Baritono
Maurizio Leoni
Basso
Nicholas Isherwood


Progetto scenico di Franco Ripa di Meana e Gianni Dessì

Realizzazione dei contributi video di Carlo Cifarelli
Attori: Maria Viviana Filippello, Deborah Frittelli, Valeria Miserandino, Lorenzo Garufo.

Nuova produzione Teatro Comunale di Bologna
Commissione Teatro Comunale di Bologna
Prima rappresentazione assoluta

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna




Foto Rocco Casaluci

FAUST, C. GOUNOD - TEATRO REGIO DI TORINO, DOMENICA 14 GIUGNO 2015





Se è vero che la filosofia si occupa spesso di analizzare dicotomie quali il bene verso il male, l’innocenza verso il peccato, l'oscurità verso la luce.., un’opera filosofica come Faust di Gounod si presta tout court a rappresentare tutto ciò che queste ed infinite altre antinomie rappresentano. Da qui parte lo spettacolo interamente concepito da Stefano Poda andato in scena in questi giorni al Teatro Regio di Torino. Il poema di Goethe da cui deriva l’opera è qui rappresentato nel suo significato più squisitamente filosofico e psicologico: la paura di invecchiare ma allo stesso tempo il voler conservare l'esperienza e la saggezza che ne derivano, lasciarsi tentare dalle gioie della giovinezza pur conoscendone le conseguenze per l'anima, scegliere i piaceri dell'amore rischiando grandi sofferenze. 

Ecco dunque che il buio si miscela alla penombra, con lampi di chiarore misto a fumo denso in una ambientazione che sembra uscire dalle viscere della terra, con le pareti sceniche ruvide, squadrate, dai colori smorzati che tendono al terriccio e dalle quali sembra spuntare come da una voragine l’enorme cerchio che incombe, abbraccia ed accoglie i personaggi che vivono intorno, sopra ed in esso. Poda ci ha abituati a queste ambientazioni visionarie e in questo caso sono molto accentuate visti i temi trattati. Con pochi dettagli le scene sono servite, ed ecco che una montagna di libri accatastati ci porta nello studio di Faust, il giardino di Marguerite è incastonato nell’anello gigante ed è costituito solo da due forme arboree bianche,  pure come la fanciulla all’inizio dell’opera; la sua stessa prigione è un insieme di catene che partono sempre dal cerchio roccioso, da cui sono trattenute anche le anime di sventurati che si muovono e saltellano quasi come insetti. Infine, l’anello misterioso nell’apoteosi definitiva sembra proprio squarciare lo sfondo e moltiplicarsi all’infinito, come a tornare dal punto di partenza.

In tale visione anche i costumi, per la verità molto ben forgiati e concepiti dallo stesso regista, si dividono tra colori prevalentemente scuri con dettagli ornamentali in risalto ed il bianco panna della sola Marguerite (che però appare in stato interessante in un abbastanza scontato rosso). Non manca il rosso fuoco anche nelle scene conviviali ove Méphistophélès rappresenta la summa di tutte le tentazioni. Tutto ha un senso, una funzione ed un significato in questo allestimento dalle atmosfere cupe, misteriose e ricche di simbologie, in cui probabilmente ognuno di noi può immergersi con risvolti sempre diversi.

Interessante la compagnia di canto che ha dovuto offrire oltre ad un ottimo canto anche energia e doti interpretative efficaci, come accade sovente nelle regie odierne, sempre più movimentate e diremmo ‘attive’.
Il tormentato ed insaziabile Faust è interpretato da Charles Castronovo che ha al suo forte una vocalità piuttosto vellutata nel centro, pur raggiungendo le vette tenorili senza problemi, il che lo aiuta a tratteggiare un professore dalle tinte aspre e forti.
Ildar Abdrazakov è il vero vincitore sulla scena. Non c’è nulla che l’interprete sembri non poter fare dal punto di vista interpretativo: a tal punto si è immedesimato nel suo Méphistophélès, la cui voce, pur non essendo secondo noi esageratamente profonda, si giova del suo timbro particolare per gestire la parte con versatilità oltre che sicurezza.
Alla dolcezza di Irina Lungu si unisce anche un pizzico di ingenuità mista a quel tanto di malizia che fa cadere in tentazioni, pur restando in fondo fedele alla propria natura. Con un canto uniforme e ben cesellato il soprano fa vivere una Marguerite convincente e ricca di sentimento.
Non male il Valentin del baritono Vasilij Ladjuk che presenta una vocalità che tende al chiaro quando si spinge nella zona alta del suo registro, aggiungendo molta umanità al ruolo del combattivo fratello e soldato.
Ketevan Kemoklidze intesse un Siebel delicato per linea di canto ed interpretazione, come giustamente una interprete femminile è chiamata a fare in questo ruolo: una presenza gentile e fedele su cui Marguerite può sempre contare.
Chiudono il cast il Wagner di un non particolarmente significativo Paolo Maria Orecchia e la Marthe di Samantha Korbey, qui provocante e disinibita.

L’orchestra guidata da Gianandrea Noseda è asciutta ma imponente, avvolgendo tutta l’opera di  sonorità ampie e multi sfaccettate, che seguono gli eventi e vi si adattano. Il maestro cura il contatto col palcoscenico con attenzione e rigore, gestisce l’orchestra con la padronanza di chi conosce i suoi musicisti.
Ottimi la compagnia di ballo ed il coro del Teatro Regio preparato da Claudio Fenoglio.

Successo pieno per tutti con ovazioni per gli interpreti principali, il regista ed il direttore.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE
Direttore d'orchestra
Gianandrea Noseda
Regia, scene, costumi,
coreografia e luci

Stefano Poda
Assistente
Paolo Giani Cei
Maestro del coro
Claudio Fenoglio

GLI INTERPRETI
Il dottor Faust, filosofo 
Charles Castronovo
Méphistophélès 
Ildar Abdrazakov
Valentin, soldato,
fratello di Marguerite 

Vasilij Ladjuk
Marguerite 
Irina Lungu
Siebel, studente, allievo di Faust

Ketevan Kemoklidze
Marthe, custode di Marguerite

Samantha Korbey
Wagner, amico di Valentin

Paolo Maria Orecchia

Orchestra e Coro del Teatro Regio
Nuovo allestimento 
in coproduzione con Israeli Opera (Tel Aviv)
e con Opéra de Lausanne







Foto Ramella &Giannese

CHANSONS DA HAYDN A RAVEL CON LAURA POLVERELLI – TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, MARTEDI’ 9 GIUGNO 2015



Continua il percorso delle Settimane Musicali al Teatro Olimpico di Vicenza che ha ospitato per una sera il mezzosoprano Laura Polverelli ed il Trio Albrizzi costituito da Andrea Dainese al flauto, Giuseppe Barutti al violoncello ed Elisabetta Bocchese al pianoforte.

Il programma molto ricco ed impegnativo comprendeva pezzi composti in un arco di tempo piuttosto ampio che va dalla seconda metà del diciottesimo alla prima metà del ventesimo secolo. Spicca nella prima parte del concerto la lunghissima e toccante cantata Arianna a Naxos composta da Haydn tra il 1789 ed il 1790 per solo voce e fortepiano e come noto orchestrata in un secondo momento. La forza drammatica della composizione è sottolineata già nei recitativi che precedono le due arie, pregni della disperazione che la principessa Arianna prova all’abbandono del suo amato Teseo. Sembra quasi di sentire la sofferenza e la relativa rabbia che fa mancare il fiato nell’accorgersi di essersi fatti illudere da un lusinghiero sogno fallace… La melodia stessa tratteggiata e poi trasognata si riflette nell’emissione vocale che da quasi accennata si fa sempre più intensa, fino ad esplodere nelle arie con energia e sentimento. Laura Polverelli è stata straordinaria nel sottolineare il testo e a dare realmente ‘voce’ alla parola affinché a noi arrivassero i lamenti della sfortunata principessa. Con i due Lieder completati nel 1884 da Brahms, Gestillte Sehnsucht e Geistliches Wiegenlied, vi è il passaggio dalla tempesta precedente all’elegia nostalgica e cullante di questi canti meditativi, che però nascondono eco di desideri non placati nel cuore, carichi di immagini e suoni naturalistici e lievi come il sonno di un neonato.

Il flauto è il protagonista evocato nel testo di Hugo da cui Saint Saёns e Caplet trassero rispettivamente la meravigliosa Une Flûte invisibile, breve e delicata come il soffio di una brezza inaspettata, e Viens! Une Flûte invisibile soupire.. a cui si aggiunge una sottile vela melanconica.
Della piccola sezione dedicata a Massenet molto gradevoli sono i due canti per voce e piano dedicati alla terra spagnola, ove il tocco dei tasti pare esaltare la sensualità dei versi in essi contenuti.
Infine un ritorno al sogno e all’idealizzazione con le Chansons Madécasses di Ravel del 1925. Una lunga dedica al Madagascar in cui torna il mito della Natura e della sua bontà contrapposta alla malvagità dell’uomo, in questo caso inteso come il colonizzatore invasore che tutto pretende e prende senza ritegno.

Se per ciascuno dei pezzi eseguiti Laura Polverelli è riuscita a porre il canto e la sua voce vellutata  al servizio della parola, della melodia e del gusto delle diverse epoche compositive, meno convincente è a noi parso il trio Albrizzi, non molto coinvolgente sia in formazione completa che con i singoli elementi per quanto concerne l’ accompagnamento alla voce del mezzosoprano, ove ci è parso talvolta appesantire il suono più che coglierne il carattere e il sentimento. Meglio invece nei pezzi squisitamente strumentali, il Trio in Sol maggiore Hob XV:15 per pianoforte, flauto e violoncello di Haydn e l’élégie Op. 24 pour violoncello et piano di Fauré, ove forse una più aperta esposizione ha permesso di esprimere maggiormente la linfa vitale dei contenuti esposti.

In un teatro piuttosto pieno il pubblico attento e coinvolto ha mostrato di gradire l’intero programma con applausi convinti e prolungati.

Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA

Franz Joseph Haydn (1732-1809)
• “Arianna a Naxos”Cantata a voce sola con accompagnamento del fortepiano
Hob XXVIb:2

• Trio in Sol maggiore Hob XV:15 per pianoforte, flauto e violoncello

Johannes Brahms (1833-1897)
• Zwei Geistliche Lieder op. 91 per contralto, viola (o violoncello) e pianoforte

Camille Saint–Saëns (1835-1921) 
• “Une Flûte invisibile” (Victor Hugo) pour chant, flûte et piano

André Caplet (1878-1925)
• “Viens! Une Flûte invisibile soupire...”

Gabriel Fauré (1845-1924)
• élégie Op. 24 pour violoncello et piano

Jules Massenet (1842-1912)
• élégie pour mezzosoprano, violoncelle et piano
• “Chanson andalouse” pour chant et piano
• “Nuit d’Espagne” pour chant et piano

Maurice Ravel (1875-1937)
• “Chansons Madécasses” pour chant, flûte, violoncelle et piano


Foto Teatro Olimpico Vicenza

INTERVISTA AL BARITONO LUCA SALSI


A pochi giorni dalla messa in scena dello storico allestimento del Nabucco di Gianfranco de Bosio all'Arena di Verona, incontriamo il grande protagonista Luca Salsi che ci parla del suo ruolo, di sé e dei prossimi impegni.

Maria Teresa Giovagnoli





IL SIGNOR BRUSCHINO, OSSIA IL FIGLIO PER AZZARDO, G. ROSSINI – TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, sabato 6 giugno 2015




Se è vero che con l’astuzia si diventa ciò che si vuole Il Signor Bruschino è uno dei più significativi e spassosi esempi di inganno riuscito, ove lo scambio di identità, grande protagonista in questo genere di rappresentazioni, fornisce motivo di riso e malintesi di ogni genere fino all’immancabile lieto fine riconciliatore. Bepi Morassi coglie in pieno questo spirito festoso nel proporre un fresco e giovane allestimento realizzato dagli allievi del laboratorio dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e prodotto in collaborazione con la Fondazione Teatro la Fenice. Integrando ed adattando i piccoli elementi scenografici curati da Erika Muraro  con lo sfondo del Teatro Olimpico vicentino, si è creato un felice gioco di interazione tra gli interpreti ed i pannelli dipinti che hanno fornito cornice ideale per la vicenda arricchendola di colore e leggerezza. I costumi di Nathan Marin risultano ben integrati nel contesto per forgia e colori vivaci.

Giovani sono anche gli interpreti che animano la compagnia di canto, ognuno capace di caratterizzare il ruolo interpretato dandone una chiave personale, frutto quindi di studio approfondito e non di mera lettura. Perfino i servitori si fanno notare con gesti, espressioni e mini gag che il regista ha voluto sottolineare sempre in primo piano a completamento della scena in corso.

Senza dubbio spicca la pasta vocale di Giulia Bolcato, che unisce alla freschezza del timbro morbido ed uniforme una garbata e altresì dinamica presenza scenica per la sua Sofia. La voce delicata si espande in avanti senza fatica e la qualità del suo fraseggio è preziosa come evidente in  ‘Ah donate il caro sposo’ 
.
Gaudenzio è il classico tutore un po’ burbero e rompiscatole che però suscita tenerezza per l’inganno subito. Ben lo sa Paolo Ingrasciotta che sì gioca in questo ruolo, forte di una vocalità scura condita con la giusta propensione al recitato.  

Altrettanto spigliato il confuso ed incredulo Bruschino padre di Francesco Toso, abilissimo nel non facile compito di apparire buffo ma mai ridicolo.

Francisco Brito tratteggia un Florville quasi guascone, furbo e disinvolto, complice anche la sua voce duttile che ben propende all’acuto,  qui al servizio delle astuzie del personaggio.

Ana Victoria Pitts è un’ottima e sciolta Marianna, dalla voce ambrata ed ampia. Ma Rui convince col suo Filiberto complice e sempre interessato ai quattrini.
Doppio ruolo per Diego Rossetto che veste i panni del commissario di polizia un po’ matto e del debosciato figlio di Bruschino.

Dimostra sempre ottima intesa con lo spartito il Maestro Giovanni Battista Rigon che con l’orchestra di Padova e del Veneto offre tempi serrati ed un suono ricco di sfumature atte a completare l’atmosfera frizzante del palco.
Bravissimo anche il maestro Pietro Semenzato al cembalo, abile nel seguire i guizzi e le finte intemperanze degli interpreti.

Applausi prolungati e convinti per tutti al termine della serata.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore    Giovanni Battista Rigon 
regia                                                  Bepi Morassi 
assistente alla regia                           Maria Selene Farinelli 
scene                                                  Erika Muraro 
costumi                                              Nathan Marin 
costruzioni                                        Marta Zen 
assistente costumi                             Maria Elena Cotti 
realizzazione scene                           Laboratorio Accademia Belle Arti di Venezia 
realizzazione costumi
ed attrezzeria                                    Laboratorio Teatro la Fenice 


GLI INTERPRETI

Gaudenzio                                        Paolo Ingrasciotta
Sofia                                                  Giulia Bolcato 
Bruschino padre                              Francesco Toso
Bruschino figlio                                Diego Rossetto
Florville                                             Francisco Brito 
Commissario di Polizia                    Diego Rossetto
Filiberto                                            Ma Rui
Marianna                                          Ana Victoria Pitts


Orchestra di Padova e del Veneto
Pietro Semenzato maestro al cembalo
Scene e costumi Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia


In collaborazione con Fondazione Teatro la Fenice



Foto Luigi De Frenza

SERSE, G. F. HÄNDEL – TEATRO GOLDONI DI VENEZIA, MARTEDI’ 2 GIUGNO 2015




Dopo l’inaugurazione ufficiale svoltasi a Milano al teatro Litta approda anche a Venezia la prima stagione targata Coin du Roi, nuova associazione musicale volta a valorizzare il repertorio operistico preromantico in contesti teatrali particolarmente adatti alla rappresentazione di  capolavori altrimenti trascurati dal nostro paese. È dunque il teatro Goldoni ad ospitare Serse, l’opera in tre atti che  Händel scrisse nel periodo londinese alla corte di re Giorgio II. Non ci troviamo certo di fronte ad un drammone storico di lotte e colpi di scena, non vi è traccia delle famosissime battaglie contro i Greci di cui sono pieni i libri di storia; siamo al centro di un modesto intreccio amoroso tra coppie insoddisfatte per non dire annoiate cui piace giocare con la sorte altrui. In tale ottica la regia di Valentino Klose vuole sottolineare quanto ad uno sfoggio apparente di benessere materiale corrispondente agli anni di massima espansione del popolo persiano, coincida una vertiginosa decadenza dal punto di vista socio-politico, decidendo anche di spostare l’azione scenica agli anni settanta del secolo scorso e quindi al periodo immediatamente precedente all’esilio dello Scià ed alla costituzione dello stato islamico. L’imperatore qui diventa un semplice dignitario e chi gli ruota attorno è parte dell’alta società locale.

Garbate le scene e davvero molto semplici i costumi, soprattutto nei primi due atti, di Alessandra Boffelli Serbolisca, che si arricchiscono nella parte finale come a sottolineare un senso di rinnovata speranza visto l’esito positivo della vicenda. Dal punto di vista drammaturgico si è scelto di lasciare che fosse la parola al centro dell’azione senza cercare una particolare caratterizzazione dei personaggi, che però sembrano talvolta lasciati a se stessi.  

Dispiace che nel passaggio da Milano a Venezia sia stato eliminato il coro di cui non abbiamo potuto apprezzare gli interventi. Così protagonista assoluta è stata dal punto di vista musicale l’ottima orchestra condotta dal Maestro Christian Frattima, capace di incontrare i dettami del regista sottolineando con giusti accenti e dinamiche appropriate quanto espresso sul palco, permettendoci anche di godere a pieno e non come semplice accompagnamento le splendide arie che hanno reso celebre questa opera, tra cui Ombra mai fu e la funambolica Crude furie.

La compagnia di canto sì è distinta per delicatezza esecutiva ed interpretativa, con qualche elemento di spicco anche nei ruoli di contorno. Arianna Stornello e Claudio Ottino nei rispettivi ruoli di Atalanta ed Elviro sono entrambi dotati di ottime capacità sia vocali che attoriali, riescono a riempire quello spazio lasciato volutamente vuoto dalla regia in favore dell’espressione personale; siamo certi che potrebbero esprimersi con successo anche in altri contesti. Non volumetrica la voce di Vilija Mikštaitė che caratterizza comunque un buon Serse convinto se pur perfettibile nelle arie più impegnative. Bella voce setosa mostra Viktorija Bakan che nelle vesti di Romilda unisce alla delicatezza timbrica una lieve ed elegante presenza scenica. Jud Perry pecca un po’ di incisività nella resa vocale ma interpreta un accorato e partecipe Arsamene. Voce interessante quella di Alessandra Visentin come Amastre ed anche intensa sulla scena. Chiude il cast un corretto Ariodate di Stefano Cianci.


Infine, complice forse il ponte festivo e la bella giornata da gita fuoriporta, il pubblico non ha riempito la platea e le gallerie del Goldoni, ma ha comunque accolto molto favorevolmente tutti gli interpreti e l’orchestra, a cui facciamo un grande in bocca al lupo per questa avventura che ci auguriamo sia foriera di successi e soddisfazioni.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

direttore                                Christian Frattima
regia                                       Valentino Klose
scene e costumi                     Alessandra Boffelli Serbolisca

GLI INTERPRETI

Amastre
Alessandra Visentin
Ariodate
Stefano Cianci
Arsamene
Jud Perry
Atalanta
Arianna Stornello
Elviro
Claudio Ottino
Romilda
Viktorija Bakan
Serse
Vilija Mikštaitė

ORCHESTRA COIN DU ROI




Fotografie Coin du Roi

ORFEO ED EURIDICE, C.W.GLUCK - TEATRO DI SAN CARLO NAPOLI, giovedì 28 maggio 2015


Orfeo ed Euridice è,  nelle intenzioni della coppia Gluck-De Calzabigi, rispettivamente compositore e librettista, un'azione teatrale per musica.
Già nella intestazione quindi, si prefigura quella rivoluzione musicale che per l'epoca doveva risultare assai dirompente. È il punto di partenza di una rivoluzione che avrà la sua tappa ulteriore nell' Alceste e che arriverà fino al raggiungimento degli anni parigini.
Orfeo ed Euridice quindi è  per Gluck una mescolatura di grande retorica teatrale e di sentimento puro ed in quest'opera  ricorre ad un chiaroscuro inventivo continuo, ad un accento di verità tragica che vuole arrivare alla scoperta della teatralità vera e della drammaturgia piu  autentica, dove colori, dinamiche e legature sono usate da Gluck per far diventare spontaneo anche quello che spontaneo non è  affatto.

Lo spettacolo visto al Teatro di San Carlo si inseriva perfettamente nell'idea  di azione teatrale.
La regista e coreografa Karole Armitage  idealizza una azione coreografica perennemente parallela alla linea del canto, a volte semplicemente coreografando i movimenti del coro e dei cantanti, a volte affiancando coppie di ballerini all' azione scenica dei personaggi creando cosi un loro doppio che ne interagisce.
Idea molto interessante ma che alla lunga risulta pericolosamente distrattiva e annoiante per il pubblico, dove il coro (se non è addirittura eliminato visivamente come nel secondo atto che canta in orchestra) e i cantanti risultano spesso delle figure immobili perse nell' immensità  dello spazio scenico del San Carlo, completamente sgombro di scenografie, per permettere appunto l 'azione coreografica. Scenografie inesistenti appunto, sostituite da fondali astratti dipinti di Brice Marden e costumi astratti semplicissimi creati da  Peter Selioupoulos che si inseriscono perfettamente nella drammaturgia creata da Stefano Paba.

Francesco Ommassini, a capo di una non  disciplinatissima orchestra del Teatro di San Carlo, predilige metronomo e dinamiche agogiche particolarmente comode, probabilmente costretto dalle azioni coreografiche in sincrono con l'azione musicale, a scapito  di una tensione drammatica che a volte stenta a decollare.
Di contro cesella con particolare cura e maestria ogni singola nota, preferendo l'aspetto elegiaco e meditativo a quello drammatico, valorizzando il lato più intimistico della partitura, regalandoci momenti veramente belli e interessanti soprattutto nella cura della concertazione del grande arioso "che puro ciel" al secondo atto. Molto curata anche la concertazione delle numerose danze anche se non filologicamente inserite nella numerazione della partitura.

Marina De Liso è  stata uno straordinario Orfeo, musicalmente e interpretativamente. Pur deficitando di una voce contraltile "tout court" la De Liso è superlativa nella cura con cui porge la voce. Ogni singola parola, ogni singolo accento risultano credibili e meditati, gli slanci vocali con cui affronta il "recitar cantando" tanto abusato nel termine quanto difficile nella realizzazione pratica, appaiono realizzati con una facilità  ed una precisione rarissimi oggi. Ci auguriamo di riascoltarla prestissimo in altri ruoli simili.

Alessandra Marianelli, e stata un'Euridice corretta e partecipe ma che non possiede nelle sue corde a nostro avviso la musicalità  richiesta per questo repertorio. La sua voce, ma soprattutto la sua interpretazione sono risultati più  spesso in sintonia con un repertorio verista che settecentesco, delineando una interpretazione fuori luogo.
Aurora Faggioli interpreta il personaggio di Amore  con professionalità e soprattutto partecipazione scenica, coreografando le sue movenze secondo il dettato di Karole Armitage, peccato che il timbro vocale risulti spesso sfibrato soprattutto nella parte alta del rigo e il fraseggio non sia esemplare.

Non perfetta per intonazione,  soprattutto nella scena dei Campi Elisi, la prova del coro del Teatro di San Carlo diretto da Marco Faelli.

Successo vivissimo per tutti con applausi convinti per Ommassini e De Liso da parte di un teatro attento e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                    Francesco Ommassini
Maestro del Coro      Marco Faelli 
Regia e Coreografia  Karole Armitage
Maitre de Ballet        Lienz Chang
Direttore della
Scuola di Ballo          Anna Razzi
Scene                         Brice Marden
Drammaturgia           Stefano Paba
Costumi                     Peter Speliopoulos
al cembalo                 Riccardo Fiorentino

GLI INTERPRETI

Orfeo                         Marina De Liso 
Euridice                     Alessandra Marianelli 
Amore                        Aurora Faggioli 

Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo
Allestimento del Teatro di San Carlo