Quando l’arte chiama a Vicenza e le produzioni sono di eccellenza, il pubblico risponde sempre con entusiasmo. Ne è stata ulteriore conferma la recita di Die Zauberflöte (Il Flauto magico) di Wolfgang Amadeus Mozart, andata in scena ieri al Teatro Olimpico nell’ambito del Vicenza Opera Festival, con il teatro sold out già da diverse settimane e una platea in cui era evidente la presenza di un pubblico internazionale.
Il festival è una felice coproduzione tra la Società del Quartetto di Vicenza, Vicenza Opera Festival, la Ivan Fischer Opera Company, la Budapest Festival Orchestra, il Müpa Budapest. Una collaborazione consolidata, che trova ogni anno nello spazio raccolto e suggestivo del Teatro Olimpico un terreno ideale per proposte artistiche di alto livello.
Il Flauto magico è un’opera eterna, capace di parlare a tutti, nella quale la dimensione fiabesca si intreccia con quella simbolica, il sentimento con la ragione, la luce con l’oscurità. Ivan Fischer, che ne è direttore e regista, la affronta con evidente entusiasmo e ammirazione, definendola lui stesso «un tesoro magnifico». Ed è proprio questa ricchezza a emergere nella sua lettura, in cui la musica non si limita ad accompagnare gli eventi, ma li attraversa, li trasforma e finisce per travolgere chi ascolta.
La sua direzione, quasi sempre a memoria, è una presenza viva e partecipe. Fischer si muove in mezzo agli orchestrali, in uno spazio necessariamente limitato, ma organizzato con intelligenza, mentre il coro trova posto alle sue spalle. È una disposizione che consente di valorizzare ogni componente senza sacrificare la naturalezza dell’insieme. L’orchestra sembra custodire la musica dentro di sé: il suono è equilibrato, trasparente, attento a ogni sfumatura, capace di sottolineare i diversi momenti drammaturgici senza appesantirli. Fischer accompagna le voci con sensibilità, ne esalta le caratteristiche e costruisce un dialogo sempre fluido tra palcoscenico e buca, in un insieme di notevole coesione.
Anche sul piano registico, il Maestro dimostra di saper sfruttare al meglio le peculiarità del teatro palladiano. Se negli anni ha saputo sorprendere con soluzioni sceniche sempre diverse, questa volta sceglie una sobrietà efficace, senza riempire eccessivamente il palco: proiezioni calibrate sulle singole scene, pochi elementi movimentati dagli stessi personaggi e un sapiente impiego delle luci, chiamate a sottolineare i passaggi narrativi e i mutamenti d’atmosfera. Ne nasce uno spettacolo che lascia spazio all’immaginazione e alla musica, senza rinunciare alla componente visiva.
Già l’ouverture riserva una sorpresa: alcuni vocalizzi degli interpreti si inseriscono nella trama orchestrale, per poi lasciare spazio alla scena iniziale. La natura è una presenza ricorrente, evocata anche attraverso i fanciulli travestiti da piccoli leoni e la comparsa di un orso che accompagna alcuni momenti dell’azione. Sono richiami che contribuiscono a rendere più evidente il rapporto tra uomo e natura, mentre si dipana il contrasto tra bene e male, tra la Regina della Notte e il mondo di Sarastro. La dimensione fiabesca convive così con quella più profonda dell’opera, senza che l’una prevalga sull’altra.
Il libretto presenta qualche aggiustamento dettato dalle circostanze, senza compromettere la linearità del racconto. Quanto all’amplificazione, utile soprattutto nei passaggi fuori scena, non impedisce di apprezzare le qualità degli interpreti: l’acustica naturalmente favorevole del Teatro Olimpico restituisce comunque una buona presenza alle voci, che trovano nella direzione di Fischer un sostegno attento e mai invadente.
Come di consueto, il cast è stato selezionato con grande cura e ogni interprete appare ben inserito nel proprio ruolo, tanto sul piano vocale quanto su quello scenico.
Franz-Josef Selig è un Sarastro autorevole, quasi statuario nella presenza, sostenuto da una voce importante, che conferisce al personaggio la necessaria gravità senza privarlo della sua umanità. A lui si contrappone, con la freschezza e la generosità del giovane principe, il Tamino di Julian Prégardien, dalla voce piena e sonora, interprete di un personaggio tenero e coraggioso. Al suo fianco, la Pamina di Samantha Gaul si distingue per la delicatezza dell’emissione e per una voce setosa, perfettamente aderente alla sensibilità del personaggio. La loro intesa contribuisce a dare al percorso dei due protagonisti una naturalezza convincente.
Di particolare rilievo la Regina della Notte di Alina Wunderlin, splendida nel costume e altrettanto incisiva nell’interpretazione. È un ruolo che richiede una padronanza vocale fuori dal comune e che non sempre trova interpreti capaci di coniugare precisione e personalità. Wunderlin affronta le impervie agilità e le note acutissime con sicurezza, facendo emergere l’autorità e l’oscurità di una figura che, dietro l’apparente magnificenza, porta con sé una forza distruttiva. La sua voce, capace di salire vertiginosamente nel registro acuto, assume quasi la trasparenza e il timbro di un flauto, in una suggestiva consonanza con il titolo dell’opera.
Ottime anche le tre Dame, che si distinguono per l’affiatamento vocale e per la vivacità della presenza scenica. Mirella Hagen, Prima dama, Olivia Vermeulen, Seconda dama, e Marie Seidler, Terza dama, formano un trio omogeneo, preciso musicalmente e brillante sul piano teatrale. Le loro apparizioni contribuiscono a mantenere vivo il ritmo dello spettacolo, con un’intesa che si traduce in una presenza scenica mai banale.
E poi c’è Papageno, personaggio amatissimo dal pubblico e autentico motore comico dell’opera. Markus Werba non ha bisogno di presentazioni: ancora una volta si dimostra interprete di grande esperienza, perfettamente a proprio agio tanto nel recitato quanto nel canto. Il suo Papageno è un mattatore irresistibile, capace di conquistare la platea con naturalezza, ironia e tempi teatrali impeccabili, senza mai perdere il contatto con la dimensione più umana e malinconica del personaggio. Accanto a lui, Sarah Maria Sun dà vita a una Papagena vivace e briosa, con una voce di particolare interesse e un’energia che ben si accorda con il carattere della giovane compagna.
Tra i personaggi che più risentono di una sensibilità contemporanea figura Monostatos. Lo schiavo moro, qui tratteggiato come una presenza muscolosa e volutamente irritante, trova in Stuart Patterson un interprete efficace, capace di alternare la sgradevolezza del personaggio a una vena ironica che ne accentua l’impatto scenico.
Ben inseriti nel complesso anche gli altri interpreti: Peter Harvey, Oratore degli iniziati, Secondo sacerdote e Secondo armigero; Zoltán Megyesi, Primo sacerdote e Primo armigero; Ricardo Frenzel Baudis, sacerdote e schiavo; Thomas Zisterer e Utka Gavuzzo, entrambi impegnati nei ruoli di sacerdoti e schiavi. Un gruppo compatto, che contribuisce alla continuità e all’equilibrio dell’azione.
Il Coro della Ivan Fischer Opera Company, con la partecipazione del Coro Maschile Nazionale Ungherese, si distingue per precisione e compattezza in ogni intervento, confermando l’attenzione riservata da Fischer alla dimensione corale. Meritano una menzione particolare anche i tre fanciulli, selezionati fra i cantori del St. Florianer Sängerknaben, impeccabili per attenzione, partecipazione e sicurezza nei loro interventi.
Ogni elemento dello spettacolo appare curato nei minimi dettagli, in un progetto nel quale il Team Creativo, la direzione musicale e gli interpreti concorrono ad un risultato armonioso. Fischer non cerca effetti gratuiti, ma restituisce all’opera la sua natura più autentica: quella di un racconto universale in cui la leggerezza della fiaba convive con domande profonde sulla conoscenza, sul potere, sulla libertà e sulla possibilità di superare le proprie paure.
Al termine, il successo è pieno. Applausi prolungati e numerosissime chiamate alla ribalta coinvolgono tutti i protagonisti di uno spettacolo piacevolissimo, accolto con calore da una platea che ha seguito la rappresentazione con partecipazione costante.
Ancora una volta, il Vicenza Opera Festival conferma la propria capacità di portare al Teatro Olimpico produzioni di respiro internazionale, capaci di coniugare qualità musicale, intelligenza teatrale e rispetto per uno spazio scenico unico. E il Flauto magico di Mozart, nelle mani di Ivan Fischer, torna a ricordarci quanto un’opera possa essere insieme semplice e complessa, luminosa e inquieta, fiabesca e profondamente umana. Un 'tesoro magnifico', appunto, che continua a rinnovare la propria magia.
Maria Teresa Giovagnoli
IVAN FISCHER OPERA COMPANY
DIE ZAUBERFLÖTE (Il flauto magico) K 620
Singspiel in due atti
di Wolfgang Amadeus Mozart
su libretto di Emanuel Schikaneder
PERSONAGGI E INTERPRETI
Franz-Josef Selig Sarastro
Julian Prégardien Tamino
Alina Wunderlin La regina della notte
Samantha Gaul Pamina
Mirella Hagen Prima dama
Olivia Vermeulen Seconda dama
Marie Seidler Terza dama
Markus Werba Papageno
Sarah Maria Sun Papagena
Stuart Patterson Monostatos
Peter Harvey L’oratore degli iniziati / Secondo sacerdote / Secondo armigero
Zoltán Megyesi Primo sacerdote / Primo armigero
Ricardo Frenzel Baudisch Sacerdote / Schiavo
Thomas Zisterer Sacerdote / Schiavo
Utka Gavuzzo Sacerdote / Schiavo
Budapest Festival Orchestra
Coro della Ivan Fischer Opera Company (con la partecipazione del Coro Maschile Nazionale Ungherese)
I tre fanciulli sono stati selezionati fra i cantori del St. Florianer Sängerknaben
TEAM CREATIVO
Iván Fischer direttore e regista
Andrea Tocchio Scene e luci
Sergio Metalli Video Design
Györgyi Szakács Costumi
Margit Balla Illustrazioni
Ágnes Kuthy Silhouette
Dóra Bizják Maestro accompagnatore
Isabella Gregor Dialoghi
Grischa Asagaroff Assistente alla regia
Róbert Zentai Direttore tecnico
Udo Metzner Responsabile di palcoscenico
una produzione della Budapest Festival Orchestra, Ivan Fischer Opera Company, Müpa Budapest, Vicenza Opera Festival e Società del Quartetto di Vicenza
FOTO GIULIA CAPRARO
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