L'attesa per questa nuova produzione al Teatro Verdi di Trieste era palpabile, alimentata dalla lunga tradizione wagneriana della città – anche se ormai sempre meno de facto - vista la scarsità di titoli presenti nei cartelloni delle ultime stagioni. Un interesse era accresciuto anche dal ritorno di Henning Brockhaus dopo i buoni successi di Traviata, Macbeth e Il Castello di Barbablù nel teatro giuliano. Tuttavia in questa occasione il risultato non ha pienamente soddisfatto le aspettative del pubblico, che ha accolto lo spettacolo con sonore contestazioni.
Mistero, maledizione e redenzione: Der Fliegende Holländer di Richard Wagner è un'opera intrisa di mito e simbolismo. Composta nel 1841 e rappresentata per la prima volta a Dresda nel 1843, segna l'inizio della maturità artistica del compositore tedesco. La storia si ispira alla leggenda del capitano maledetto, condannato a vagare in eterno sui mari, con la speranza di essere salvato dall'amore di una donna fedele. In questa messa in scena il regista ha spostato però l'attenzione dal tormento dell'Olandese alla figura di Senta, una scelta che ha diluito la tensione drammatica dell'opera e indebolito i temi cardine della narrazione e dell’intera filosofia wagneriana, cioè redenzione e sacrificio. Inoltre, l'idea che l'intera vicenda fosse un sogno della protagonista – come suggerito dalle note di regia – non è risultata immediatamente chiara, rendendo la lettura scenica confusa e appunto poco incisiva.
Le scenografie dello stesso Brockhaus e di Giancarlo Colis, pur offrendo alcuni spunti interessanti, sono apparse stilizzate e talvolta eccessivamente semplificate. Il comparto luci ha mostrato diverse lacune, mentre le coreografie di Valentina Escobar, non prive di buone idee, sono risultate ripetitive e imprecise, appesantendo l’equilibrio visivo e drammatico. La scarsa visibilità dalla mia posizione in barcaccia, non mi consente di esprimere un giudizio in merito alle proiezioni di Luca Scarzella. Sul fronte musicale, però, la serata ha trovato una parziale compensazione.
Enrico Calesso, alla guida dell’orchestra del Teatro Verdi, ha offerto una lettura ampia e ben strutturata della partitura. La sua direzione ha saputo bilanciare la potenza orchestrale con le esigenze vocali, mantenendo un buon controllo dei volumi, ad eccezione di un finale più concitato e goduriosamente roboante: una visione più sinfonica, volta ad evidenziare i singoli dettagli delle sezioni, che indirizzato verso a voluttuose ondate sonore. La scelta di eseguire l’opera senza intervallo ha inoltre valorizzato la continuità drammatico-musicale, garantendo un flusso narrativo ininterrotto. Da segnalare alcune imprecisioni degli ottoni, sezione a cui non mancano attacchi particolarmente esposti.
Venendo al cast vocale, James Rutherford ha interpretato un Olandese più umano che demoniaco, evidenziando il tormento interiore del personaggio. La sua voce, dal timbro basso baritonale di buona qualità, ha restituito sfumature interessanti, sebbene la sua presenza scenica sia apparsa talvolta rigida e poco dinamica. La sua lettura psicologica del ruolo, pur apprezzabile, non ha raggiunto la profondità emotiva attesa per un personaggio così centrale.
Elena Batoukova-Kerl, nel ruolo di Senta, ha offerto una performance vocalmente solida, con acuti ben proiettati e un fraseggio sicuro e scolpito. Tuttavia, ha mostrato alcune difficoltà nel controllo del fiato, specialmente nel primo atto, dove la sua prima ottava è risultata a tratti flebile. Nel secondo atto, però, ha guadagnato sicurezza, rendendo con intensità il tormento e la follia del personaggio, in contrasto con una recitazione meno approfondita da parte degli altri interpreti.
Clay Hilley ha offerto un Erik intenso e partecipe, con un timbro virile e notevole volume. La sua interpretazione ha reso con naturalezza il tormento del personaggio, mantenendo un ottimo equilibrio con gli altri cantanti e l’orchestra. Albert Dohmen, già interprete dell’Olandese in passato, ha dato a Daland un profilo raffinato, con una linea di canto elegante e una dizione impeccabile. La sua interpretazione è risultata sobria ma ben calibrata, con una presenza scenica sempre adeguata.
Anche Andrea Schifaudo (Steuermann) e Sanja Anastasia (Mary) hanno offerto prove molto apprezzabili: Schifaudo ha reso con precisione il suo ruolo, mentre Anastasia ha dato voce a Mary con una convincente caratterizzazione.
Il coro del Teatro Verdi, rafforzato da 12 elementi provenienti dal Festival di Bayreuth grazie alla collaborazione del Verdi con la Richard-Wagner-Verband Würzburg-Unterfranken, la più grande società wagneriana al mondo, ha offerto una prestazione di alto livello, con particolare incisività nelle sezioni maschili (forse un po’ troppo esuberante) sotto la direzione di Paolo Longo. Più sobrio il versante femminile.
Applausi prolungati per tutta la compagnia, in particolare per Clay Hilley e Enrico Calesso, accompagnati da contestazioni decise al team registico.
La recensione si riferisce alla serata del 21 marzo 2025
Andrea Bomben
Teatro Verdi – Stagione 2024/25
DER FLIEGENDE HOLLANDER
(L’OLANDESE VOLANTE)
Libretto e musica di Richard Wagner
Der Holländer (L’Olandese) James Rutherford
Erik Clay Hilley
Senta Elena Batoukova-Kerl
Daland Albert Dohmen
Der Steuermann Dalands
(Il timoniere di Daland) Andrea Schifaudo
Mary Sanja Anastasia
Orchestra, Coro e Tecnici
della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Enrico Calesso
Maestro del coro Paolo Longo
Regia Henning Brockhaus
Scene Henning Brockhaus e Giancarlo Colis
Costumi Giancarlo Colis
Videomaker Luca Scarzella
Coreografie Valentina Escobar
Nuovo allestimento della Fondazione
Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Trieste, 21 marzo 2025
FOTO PARENZAN
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