Continua il percorso del Festival Verdi di Parma, volto alla ricerca di nuovi spazi nei quali valorizzare le opere del Maestro delle Roncole. Dopo la prova maiuscola dello Stiffelio e de Le Trouvère al teatro Farnese, quest'anno si è tentata la via della chiesa (sconsacrata, e già carcere per secoli) di San Francesco del Prato. Struttura immensa ancora in restauro internamente, presenta non poche problematiche di acustica e visibilità, oltre a limitare le intenzioni sceniche e registiche in uno spazio ristretto e disagevole come l'abside.
O meglio: le idee porterebbero essere moltissime, ma tutte dovrebbero essere quantomeno di rottura con un concetto di teatro d'opera tradizionale, che prevede un palcoscenico dove si svolge l'azione, la buca dell'orchestra e il pubblico seduto di fronte. Ci ha provato due anni fa Graham Vick appunto con Stiffelio riuscendoci meravigliosamente bene. L'esperimento non è riuscito altrettanto bene quest'anno.
A gestire i luoghi di San Francesco del Prato per l'allestimento di Luisa Miller, il Festival Verdi ha chiamato la coppia Dodin, formata da Lev (regia) e Dina (drammaturgia).
Gli artisti russi imbastiscono un allestimento che racchiude l'azione del Cammarano all'interno di uno spazio dove gli unici elementi di scena sono delle tavole, componibili o scomponibili a seconda della bisogna, sulle quali si consuma la tragedia di Luisa. Tragedia evocata come liturgia, rappresentazione sacra, dove il coro in lugubre saio grigio ha occupato perennemente i tre piani della struttura in legno che correva intorno alla scena lignea ideata da Aleksandr Borovskij , autore anche dei costumi rinascimentali, testimone visivo e impotente degli eventi.
Lev Dodin decide per movimenti, gestualità e contenuti totalmente privi di effetti melodrammatici e se ciò da un lato è un bene poiché toglie all'azione tutte quelle movenze stantie e ammuffite che siamo abituati a vedere a teatro, dall'altro finisce per generare un effetto soporifero che rischia di castrare l'azione e la meravigliosa macchina da guerra della drammaticità musicale verdiana.
Tutto quindi si risolve in una geometria rituale precisa e studiata che se da una parte esalta il dramma borghese ed intimo della Miller, dall'altro genera uno spettacolo che l'esagerata astrazione irrealistica di Dodin, conduce molto spesso alla noia.
La lettura musicale di Roberto Abbado, basata sull'edizione critica della partitura di Jeffrey Kallberg, è un compendio di verdianità, un manuale di concertazione verdiana vivente. Abbado ripulisce finalmente la partitura di Luisa Miller dalla ruggine e dalle ragnatele che le si erano depositate negli anni a causa di letture che miravano (a torto) più all'effetto bandistico degli "anni di galera"che alla ricerca di quel colore lieve e sfumato che contraddistingue questa partitura.
L'orchestra del Teatro comunale di Bologna, insieme allo splendido coro diretto da Alberto Malazzi, suona in perfetta simbiosi con il gesto asciutto ed elastico di Abbado esaltando soprattutto nelle parti solistiche una scrittura fatta di colori sgargianti e dinamiche lievi.
Francesca Dotto è stata una Luisa perfetta musicalmente, trasognata, delicata ed eterea.
Tecnicamente perfetta, con acuti limpidi ed adamantini, la Dotto si smarca per una interpretazione ispirata e partecipe. Peccato la voce difetti di volume e spesso nelle ampie arcate della chiesa fatichi a bucare il sempre comunque contenuto muro sonoro dell'orchestra.
Amadi Lagha è un Rodolfo generoso nella voce e negli acuti, ma non particolarmente a suo agio nella ricerca di finezze di fraseggio e sfumature dinamiche, oltre a mostrare qualche opacità nel registro centrale.
Superlativo Franco Vassallo che disegna un Miller da manuale. La voce corre potente ed educata senza mai difettare per varietà di accenti e colore.
Precisione che troviamo anche nel Wurm di Gabriele Sagona, un personaggio non più truce e spavaldo ma stupito egli stesso, nella voce e negli accenti sempre misurati e psicologicamente dosati, dalla sua malvagità.
Riccardo Zanellato è un conte di Walter autorevole ed altero nonostante qualche sbiancamento della voce nella parte alta del rigo probabilmente dovuto ad una serata non particolarmente felice.
Martina Belli è una Federica non particolarmente solenne e regale nella voce, anzi forse troppo volitiva e contenuta.
Bene hanno fatto Veta Pilipenko come Laura e Federico Veltri nei panni di un contadino.
Alla fine il pubblico gradisce e applaude l'intero cast con convinzione riservando ad Abbado le ovazioni più calorose.
Pierluigi Guadagni
LA PRODUZIONE
Maestro Concertatore e Direttore Roberto Abbado
Regia Lev Dodin
Scene e Costumi Aleksandr Borovskij
Luci Damir Ismagilov
Assistente Regista Dmitrij Košmin
Drammaturgia Dina Dodina
Maestro del Coro Alberto Malazzi
GLI INTERPRETI
Il Conte di Walter Riccardo Zanellato
Rodolfo Amadi Lagha
Federica Martina Belli
Wurm Gabriele Sagona
Miller Franco Vassallo
Luisa Francesca Dotto
Laura Veta Pilipenko
Un Contandino Federico Veltri
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
(foto by Festival Verdi - Parma)
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