Sicuramente è terapeutico recarsi a teatro una domenica pomeriggio e cercare di distrarsi dalle brutture che stanno attanagliando il mondo recando sofferenze immani a popolazioni innocenti. Senza voler dimenticare assolutamente ciò che ci circonda, il nostro animo per sopravvivere ha bisogno di pillole di serenità come quelle offerte dalla Fondazione Arena di Verona portando in scena per la prima volta, sembra incredibile, La scala di seta di Gioachino Rossini al Filarmonico. Decide di farlo con una squadra totalmente femminile, composta dalla veronese Stefania Bonfadelli alla regia, coadiuvata dalla scenografa Serena Rocco ed i costumi di Veleria Donata Bettella. Se la protagonista silenziosa della trama è una scala di seta allora perché non ambientare l’intera vicenda in un atelier di stoffe in cui eleganti clienti si recano per farsi confezionare abiti alla moda potendo scegliere la materia prima direttamente sul posto? Qui dunque si dipanano i deliziosi quadretti e le gag spassosissime che le regista ha intelligentemente messo in atto esaltando tutti i protagonisti in un turbinio di azioni-reazioni, che invitano il pubblico ad osservare tutto ciò che accade su un palcoscenico mai piatto che coinvolge ad ogni scena.
Protagonista la coppia di giovani Matteo Roma ed Eleonora Bellocci che hanno saputo rendere partecipe il pubblico delle loro vicende appassionando e divertendo allo stesso tempo. Furbissima e ‘sgaia’ la Giulia del soprano che con voce sottile ma incisiva coglie lo spirito della farsa e riesce a spuntarla con l’opprimente tutore che qui è il padrone del negozio. Così il giovane tenore sfrutta la generosità della voce squillante offrendo uno sposo apprensivo e romantico che tira fuori una verve inaspettata al momento giusto. Probabilmente il protagonista morale è il povero e sciocco domestico/commesso Germano, Emmanuel Franco, esageratamente ‘fessacchiotto’ tanto da rasentare il ridicolo, autore di fraintendimenti confusionari che in ogni caso portano al lieto fine per tutti. Al netto di qualche asincronia con l’orchestra, la sua è una parte spassosa che l’interprete svolge al meglio soprattutto nei recitativi ove la sua verve da attore può esaltarsi a volontà. Molto bene la Lucilla di Caterina Piva dalla voce corposa che offre un timbro interessante e sa muoversi in scena con disinvoltura. Evergreen Carlo Lepore nel ruolo del ricco Blansac, imponente vocalmente ed in scena per personalità ed esperienza. Corretto ed anch’egli in linea con il brio generale il Dormont di Manuel Amati.
Ancora una volta l’orchestra è situata a ridosso della platea, ovviamente per le ancora vigenti disposizioni anti pandemiche di distanziamento, ma ciò dispiace perché facciamo veramente fatica ad apprezzare le voci dei cantanti, soprattutto durante i crescendo che in talune situazioni sovrastano se non coprono totalmente voci che per propria caratteristica non riescono a raggiungerci visto lo ‘scudo’ imponente che ci si frappone. Detto ciò il Maestro Nikolas Naegele ha diretto con sicurezza la compagine areniana con attenzione agli interpreti che per via di una regia particolarmente dinamica devono ancor più prestare attenzione ai tempi ritmici. Il suono è ricco, vario e certamente carico di brio per enfatizzare l’ambiente farsesco in atto.
Successo pieno per tutti gli interpreti ed il team registico, teatro quasi pieno finalmente.
Maria Teresa Giovagnoli
PRODUZIONE E INTERPRETI
Direttore Nikolas Naegele
Regia Stefania Bonfadelli
Scene Serena Rocco
Costumi Valeria Donata Bettella
Luci Fiammetta Baldiserri
Dormont Manuel Amati
Giulia Eleonora Bellocci
Lucilla Caterina Piva
Dorvil Matteo Roma
Blansac Carlo Lepore
Germano Emmanuel Franco
ORCHESTRA E TECNICI DELLA FONDAZIONE ARENA DI VERONA
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
FOTO ENNEVI
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