Perché La favorite e non Léonor de Guzman? Come mai Donizetti non usò il nome della protagonista come era solito fare?
Questa è la riflessione su cui si basa il concept pensato da Valentina Carrasco per lo spettacolo andato in scena in versione integrale in lingua francese al festival Donizetti Opera di Bergamo. Partendo da un punto di vista prettamente al femminile - come ci ha abituato negli anni - la regista argentina è giunta alla conclusione che “il ruolo di favorita del Re è più importante di chi lo occupa, e che probabilmente [Léonor] non è stata l’unica ad occuparlo”.
L’intuizione è ottima e sviluppata in modo coerente e non soverchiante durante tutta l’opera. La presenza fisica, o simbolica, delle ormai anziane favorite interpretate da 28 signore bergamasche è pressoché costante e raggiunge il suo culmine durante il lungo balletto – momento imprescindibile del grand opéra - risolto dalla Carrasco con grande garbo, mestiere e sempre in armonia con la musica: ormai dimenticate, le favorite passano la mattinata fra lavori di casa e preparazioni per un ballo col il re. Così fra abluzioni e cambi di scena – azzeccatissima l’idea realizzata da Carles Berga e Peter van Praet: i letti dell’harem, impilati progressivamente a formare dei triangoli - rettangoli, sono l’elemento fondamentale della scenografia che diventano persino un mega altare e una sala da ballo – le nostre signore si profumano, truccano e indossano il tutù. Una, colta da un momento di sconforto, si allontana per poi essere consolata da alcune compagne, mentre le altre altre ripensano a giovinezza ormai perduta guardandosi allo specchio. Niente da dire, un bel momento di teatro.
Il divertissement di danza (qui prestazione attoriale, sottolinea la regista) continua con la vestizione della stessa Léonor a cui viene insegnato a ballare mentre tutte aspettano l’arrivo del re, prima omaggiato e successivamente deriso. Tuttavia il loro destino non è quello di essere vincitrici, e infatti finiscono per venire derise a loro volta dai cortigiani e nuovamente relegate.
Ambientata nell’Andalusia del Trecento, l’opera fu rappresentata per la prima volta il 2 dicembre 1840, dopo una genesi davvero travagliata, in quanto nata come Adelaide e, attraverso il passaggio sotto forma Ange de Nisida, è divenuta infine Favorite.
Donizetti lavorò molto per adeguarsi agli usi dell’Opéra per quanto riguarda l’utilizzo della lingua (la lingua francese ha accenti mobili e poeticamente usava versi alessandrini), drammaturgia, orchestrazione (erano aboliti crescendi, cadenze, strette o cabalette) e trattamento della melodia. Alla fine Favorite non fu mai considerata dai francesi come un’opera francese – venne fra tutti fortemente criticata da Berlioz - ma rimase sospesa a metà fra il mondo italiano e d’oltralpe.
Tuttavia il musicista bergamasco riuscì sempre ad essere fedele a se stesso come dimostra la lettura di Riccardo Frizza, direttore musicale del festival. Ovunque diriga una composizione di questo autore egli riesce sempre a dare all’orchestra un timbro che ormai si può definire spiccatamente donizettiano, dal suono raccolto e tuttavia capace di un ampio ventaglio cromatico e dinamico. La narrazione è asciutta,tesa e brillante e il rapporto buca-palcoscenico (e aggiungerei, regia) oliatissimo.
Annalisa Stroppa, al debutto come Léonor, è una Favorita dalla figura nobile e accattivante, giustamente dolente ma capace di slanci poderosi. La voce è dotata di centri rigogliosi e ottimo volume; la tecnica è sicura e adatta a questi ruoli Falcon sebbene l’emissione sembri sempre portarsi dietro una certa pesantezza.
Javier Camarena nei panni di Fernand sorprende per la facilità con sui si muove a tutte le altezze, per proiezione, squillo e la maestria tecnica con cui corregge l’unica incertezza avuta proprio durante la sua grande romanza Ange si pur, risolta in modo eccellente. Il personaggio è ben approfondito e la recitazione spigliata. Non per ultimo, il fraseggio è travolgente.
Florian Sempey disegna un Alphonse esuberante ma che alla fine risulta il personaggio più umano e moderno, diviso dai suoi conflitti interiori. La presenza scenica è accattivante, come anche il timbro, ma per quanto sicura la voce appare difettare di una certa punta.
Evgeny Stavinsky è un Balthazar dalla cavata autorevole a cui il basso russo conferisce la giusta solennità.
Un po’ legnoso il Don Gaspar di Edoardo Milletti che però in corso d’opera acquisisce maggiore morbidezza e incisività.
Caterina Di Tonno presta un timbro interessante alla sua Inès che risulta non sempre centrata.
Molto buono anche in questa occasione la prova del Coro Donizetti Opera supportato dal Coro dell’Accademia Teatro alla Scala.
Pieno successo per tutti, con applausi particolarmente calorosi rivolti a Camarena e Stroppa.
La recensione si riferisce alla recita di venerdì 18 novembre 2022
Andrea Bomben
PRODUZIONE E INTERPRETI
Direttore Riccardo Frizza
Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga e Peter van Praet
Costumi Silvia Aymonino
Coreografia Massimiliano Volpini
Lighting design Peter van Praet
Léonor de Guzman Annalisa Stroppa
Fernand Javier Camarena
Alphonse XI Florian Sempey
Balthazar Evgeny Stavinsky
Don Gaspar Edoardo Milletti
Inès Caterina Di Tonno
Un signeur Alessandro Barbaglia
Orchestra Donizetti Opera
Coro Donizetti Opera e Coro dell’Accademia Teatro alla Scala
Maestro del Coro Salvo Sgrò
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti in coproduzione con l’Opéra National de Bordeaux
Foto Gianfranco Rota
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