Ritorna al Filarmonico di Verona I Capuleti e i Montecchi di Bellini con lo spettacolo che il regista Arnaud Bernard aveva elaborato quattro anni fa e che oggi viene affidato a Yamala Das-Irmici per questa ripresa. I tragici amanti dello scrittore Matteo Bandello sono concepiti nella loro immortalità di coppia che, pur se soltanto nell’aldilà, superano barriere di casta ed odio atavico in nome di un sentimento anch’esso eterno. Perciò una sede museale ove sono racchiusi simboli eterni d’ arte e bellezza è parsa la cornice ideale per raccontare la storia di Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, che quasi come in un sogno surreale, si materializzano lasciando le cornici dei capolavori in cui sono racchiusi per tornare a vivere negli ambienti creati da Alessandro Camera. Viene da pensare a delle ombre che di notte si aggirano nella pinacoteca rivivendo le proprie emozioni e storie, in attesa che il giorno rinasca e tutto svanisca con la luce del sole. La coppia protagonista ha qui un carattere molto forte, i due si spintonano, cadono a terra, mostrano una grande energia nell’esprimersi, soprattutto Giulietta, la cui forza dei sentimenti è tanto grande con Romeo quanto nei confronti di papà Capuleti, a cui si oppone per le nozze combinate. Tutto il resto però è alquanto statico come notammo già a suo tempo. Il coro si sposta principalmente da una parte all’altra del palcoscenico e in generale tutti i protagonisti sembrano avere una sorta di rabbia in corpo che però esprimono sempre con pochi gesti ripetuti. Molto invece fanno le luci dai toni foschi e sinistri che (si fa per dire) illuminano le pareti e le tele esposte. Sembra quasi si voglia accentuare l’aspetto onirico dell’ambientazione. I costumi creati da Maria Carla Ricotti sono di forgia pregevole e molto adatti al contesto che risulta di fatto raffinato.
Generalmente di buon livello il cast della recita cui abbiamo assistito. Giulietta è una estremamente sensibile ma volitiva Irina Lungu che si conferma interprete sicura sia vocalmente che scenicamente. Il bel suono morbido accompagnato da buon fraseggio, il buon controllo dei fiati e l’uniformità del timbro sono i punti di forza del soprano.
Aya Wakizono è Romeo. L’interprete è certo disinvolta in scena e canta con agilità offrendo un bellissimo colore, anche piuttosto chiaro per la sua tessitura da mezzosoprano. Nel grave tende però a soffrire un po’ l’orchestra e se talvolta il suono scompare, altre volte è costretta a spingere di più per superare l’ostacolo. Diversamente salendo sul rigo il suono diventa magnifico e corposo.
Shalva Mukeria offre un Tebaldo appassionato che spinge molto in avanti la sua voce chiara ed acuta, che al suono è morbida e uniforme. Romano dal Zovo è un austero ma compassionevole Lorenzo che possiede una voce appropriatamente cavernosa, mentre meno ci ha entusiasmato il severissimo Capellio di Luiz-Ottavio Faria, dalla voce all’apparenza un po’ impastata e troppo caricato nel personaggio, pur nella prescritta crudeltà.
Partecipe come sempre il coro preparato da Vito Lombardi.
L’orchestra della Fondazione Arena guidata da Fabrizio Maria Carminati ha regalato bei momenti di energia come di lirismo, attenzione al palcoscenico e dinamiche appropriate alle scene in corso.
Successo per tutti gli artefici della serata da parte di un teatro pieno.
Maria Teresa Giovagnoli
LA PRODUZIONE
Direttore d'Orchestra Fabrizio Maria Carminati
Regia Arnaud Bernard
Regia ripresa da Yamala Das-Irmici
Scene Alessandro Camera
Costumi Maria Carla Ricotti
Maestro del Coro Vito Lombardi
Direttore allestimenti scenici Giuseppe de Filippi Venezia
GLI INTERPRETI
Romeo Montecchi Aya Wakizono
Giulietta Capuleti Irina Lungu
Tebaldo Shalva Mukeria
Lorenzo Romano dal Zovo
Capellio Luiz-Ottavio Faria
Allestimento della Fondazione Arena di Verona in coproduzione con il Gran Teatro La Fenice
di Venezia e Greek National Opera di Atene
Orchestra Coro e Tecnici dell'Arena di Verona
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FOTO ENNEVI - FONDAZIONE ARENA DI VERONA
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