G.VERDI, LUISA MILLER -TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, DOMENICA 05 GIUGNO 2022

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Una nuova produzione di Luisa Miller di Giusepe Verdi, tutta da ascoltare  più che da vedere, quella in scena al Teatro Comunale di Bologna in questi primi giorni di Giugno.

Sì perché dell’idea registica di marionanni (si, scritto in minuscolo e tutto attaccato) progettista e artista della luce di fama mondiale, ci è parso di non trovarne traccia sulle tavole del teatro felsineo, se si escludono le solite interazioni, tipiche del melodramma di tradizione.

“Approcciandomi a questa per me nuova esperienza, il primo pensiero è stato quello per la musica di Verdi, per la voce dei cantanti: ho lavorato al fine di mantenere il giusto equilibrio": è con questo pensiero che il progettista e artista della luce ravennate Mario Nanni (in arte 'marionanni'), firma per la prima volta regia, scene, costumi e luce di un'opera lirica. La luce soprattutto, in armonia con la musica e il canto, avrebbe dovuto guidare tutte le arti e a raccontare lo spettacolo e le emozioni dei protagonisti secondo le intenzioni dell’artista. Sarebbe stata poi l'uso della luce nella pittura rinascimentale a ispirare le "scenografie di luce" create per l'opera e colori e dettagli dei costumi. A noi è parso di vedere soltanto delle interessanti installazioni visive (come una grande lampada centrale che diventa sole, cielo e si trasforma in funzione dei vari momenti dell’opera) e delle immagini oniriche bidimensionali, pochissimi e più che altro simbolici, gli elementi di scena (un albero, un tavolo basso, un trono).

Per il resto si sprofonda nella noia più decisa, dove non succede nulla e dove la penombra perenne stimola la pennichella aiutata dalla recita pomeridiana in una città rovente. Curioso poi vedere il coro (perfettamente istruito da Gea Garatti Insini) in crisi di identità, con continui cambi di costume che spaziano dalle monache velate (uomini e donne) , agli abiti moderni, per finire tutti velati di nero.

Per fortuna la bacchetta di Daniel Oren, propone una direzione incalzante e tesa fornendo una lettura di notevole efficacia. Oren non perde mai il senso del racconto ma allo stesso tempo si concede  alcuni preziosismi in quei punti in cui la partitura consente un maggiore scavo analitico. Eterea e trasparente la concertazione di “Quando le sere al placido”  e interessantissimi certi rallentando, di non assoluta tradizione, nel trio finale che diventa esaltazione purissima del racconto musicale verdiano. La calibratissima concertazione evidenzia le molteplici raffinatezze strumentali valorizzandone il loro costruirsi sul significato espressivo delle singole frasi.

Nel ruolo del titolo troviamo Myrtò Papatanasiu  che a dispetto di una parte “monstre” come quella di Luisa, riesce a venirne a capo con lusinghieri risultati. Alla luminosità di timbro, si sommano febbrile passionalità, scorrevolezza d'accenti, eleganza nel fraseggio; e, soprattutto, giusta fedeltà al testo verdiano. La parte più alta del rigo risulta a volte metallica e probabilmente quello di Luisa è un ruolo forse un po’ pesante per la sua vocalità, ma l’artista greca porta a casa una recita di tutto rispetto.

A Gregory Kunde, debuttante in Italia nel ruolo di Rodolfo, va dato il merito di essersi speso come al solito per confezionare una parte di altissimo livello, dove età e figura non proprio convenzionali, sono state soppiantate da una tecnica impeccabile e da una voce di una bellezza rara che ha saputo infiammare il pubblico in sala. Kunde possiede ancora un timbro paradisiaco e sa cantare, cesellando una “Quando le sere al placido” da far sciogliere di commozione. 

Superlativo Franco Vassallo che disegna un Miller da manuale. La voce corre potente ed educata senza mai difettare per varietà di accenti e colore a dispetto di una fissità scenica a volte un poco esagerata. Vassallo possiede un fior di voce torrenziale e bella, e riesce a sfoggiare un fraseggio notevolissimo.

Precisione che troviamo anche nel Wurm di Gabriele Sagona,  un personaggio non più truce e spavaldo ma stupito egli stesso, nella voce forse un po’troppo chiara per il ruolo, ma  negli accenti sempre misurati e psicologicamente dosati, dalla sua malvagità.

Martina Belli risulta una Federica abbastanza incisiva nel duetto con l'antico compagno di giochi e bellissima nella presenza, nonostante la parte ostica scritta da Verdi, sempre in bilico tra contralto e mezzosoprano.

Marko Mimika disegna con la consueta precisa condotta vocale il suo Conte di Walter, bellissimo nel timbro come sulla scena.

Bene hanno fatto Veta Pilipenko come Laura e Haruo Kawakami nei panni di un contadino.

Successo trionfale per tutti con numerose chiamate al proscenio al termine dell’opera per tutti gli interpreti, con punte di entusiasmo per Kunde e Oren. 

Pierluigi Guadagni 

 

PRODUZIONE ED INTERPRETI 

 

LUISA MILLER

Melodramma tragico in tre atti

Musica di Giuseppe Verdi

Libretto di Salvatore Cammarano

 

Direttore Daniel Oren

Maestro del coro Gea Garatti Ansini

Regia, scene, costumi e luci marionanni

Aiuto regia Gianni Marras

 

Conte di Walter Marko Mimica

Rodolfo Gregory Kunde

Federica Martina Belli

Wurm Gabriele Sagona

Miller Franco Vassallo

Luisa Miller Mirtò Papatanasiu

Laura Veta Pilipenko

Un contadino Haruo Kawakami

 

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna 

Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna

FOTO ANDREA RANZI