Una nuova produzione di Luisa Miller di Giusepe Verdi, tutta da ascoltare più che da vedere, quella in scena al Teatro Comunale di Bologna in questi primi giorni di Giugno.
Sì perché dell’idea registica di marionanni (si, scritto in minuscolo e tutto attaccato) progettista e artista della luce di fama mondiale, ci è parso di non trovarne traccia sulle tavole del teatro felsineo, se si escludono le solite interazioni, tipiche del melodramma di tradizione.
“Approcciandomi a questa per me nuova esperienza, il primo pensiero è stato quello per la musica di Verdi, per la voce dei cantanti: ho lavorato al fine di mantenere il giusto equilibrio": è con questo pensiero che il progettista e artista della luce ravennate Mario Nanni (in arte 'marionanni'), firma per la prima volta regia, scene, costumi e luce di un'opera lirica. La luce soprattutto, in armonia con la musica e il canto, avrebbe dovuto guidare tutte le arti e a raccontare lo spettacolo e le emozioni dei protagonisti secondo le intenzioni dell’artista. Sarebbe stata poi l'uso della luce nella pittura rinascimentale a ispirare le "scenografie di luce" create per l'opera e colori e dettagli dei costumi. A noi è parso di vedere soltanto delle interessanti installazioni visive (come una grande lampada centrale che diventa sole, cielo e si trasforma in funzione dei vari momenti dell’opera) e delle immagini oniriche bidimensionali, pochissimi e più che altro simbolici, gli elementi di scena (un albero, un tavolo basso, un trono).
Per il resto si sprofonda nella noia più decisa, dove non succede nulla e dove la penombra perenne stimola la pennichella aiutata dalla recita pomeridiana in una città rovente. Curioso poi vedere il coro (perfettamente istruito da Gea Garatti Insini) in crisi di identità, con continui cambi di costume che spaziano dalle monache velate (uomini e donne) , agli abiti moderni, per finire tutti velati di nero.
Per fortuna la bacchetta di Daniel Oren, propone una direzione incalzante e tesa fornendo una lettura di notevole efficacia. Oren non perde mai il senso del racconto ma allo stesso tempo si concede alcuni preziosismi in quei punti in cui la partitura consente un maggiore scavo analitico. Eterea e trasparente la concertazione di “Quando le sere al placido” e interessantissimi certi rallentando, di non assoluta tradizione, nel trio finale che diventa esaltazione purissima del racconto musicale verdiano. La calibratissima concertazione evidenzia le molteplici raffinatezze strumentali valorizzandone il loro costruirsi sul significato espressivo delle singole frasi.
Nel ruolo del titolo troviamo Myrtò Papatanasiu che a dispetto di una parte “monstre” come quella di Luisa, riesce a venirne a capo con lusinghieri risultati. Alla luminosità di timbro, si sommano febbrile passionalità, scorrevolezza d'accenti, eleganza nel fraseggio; e, soprattutto, giusta fedeltà al testo verdiano. La parte più alta del rigo risulta a volte metallica e probabilmente quello di Luisa è un ruolo forse un po’ pesante per la sua vocalità, ma l’artista greca porta a casa una recita di tutto rispetto.
A Gregory Kunde, debuttante in Italia nel ruolo di Rodolfo, va dato il merito di essersi speso come al solito per confezionare una parte di altissimo livello, dove età e figura non proprio convenzionali, sono state soppiantate da una tecnica impeccabile e da una voce di una bellezza rara che ha saputo infiammare il pubblico in sala. Kunde possiede ancora un timbro paradisiaco e sa cantare, cesellando una “Quando le sere al placido” da far sciogliere di commozione.
Superlativo Franco Vassallo che disegna un Miller da manuale. La voce corre potente ed educata senza mai difettare per varietà di accenti e colore a dispetto di una fissità scenica a volte un poco esagerata. Vassallo possiede un fior di voce torrenziale e bella, e riesce a sfoggiare un fraseggio notevolissimo.
Precisione che troviamo anche nel Wurm di Gabriele Sagona, un personaggio non più truce e spavaldo ma stupito egli stesso, nella voce forse un po’troppo chiara per il ruolo, ma negli accenti sempre misurati e psicologicamente dosati, dalla sua malvagità.
Martina Belli risulta una Federica abbastanza incisiva nel duetto con l'antico compagno di giochi e bellissima nella presenza, nonostante la parte ostica scritta da Verdi, sempre in bilico tra contralto e mezzosoprano.
Marko Mimika disegna con la consueta precisa condotta vocale il suo Conte di Walter, bellissimo nel timbro come sulla scena.
Bene hanno fatto Veta Pilipenko come Laura e Haruo Kawakami nei panni di un contadino.
Successo trionfale per tutti con numerose chiamate al proscenio al termine dell’opera per tutti gli interpreti, con punte di entusiasmo per Kunde e Oren.
Pierluigi Guadagni
PRODUZIONE ED INTERPRETI
LUISA MILLER
Melodramma tragico in tre atti
Musica di Giuseppe Verdi
Libretto di Salvatore Cammarano
Direttore Daniel Oren
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Regia, scene, costumi e luci marionanni
Aiuto regia Gianni Marras
Conte di Walter Marko Mimica
Rodolfo Gregory Kunde
Federica Martina Belli
Wurm Gabriele Sagona
Miller Franco Vassallo
Luisa Miller Mirtò Papatanasiu
Laura Veta Pilipenko
Un contadino Haruo Kawakami
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Nuova produzione del Teatro Comunale di Bologna
FOTO ANDREA RANZI
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