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G.VERDI - LA TRAVIATA - ARENA DI VERONA 31 LUGLIO 2026

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A ottant’anni dal debutto areniano del titolo, La Traviata torna a infiammare l’anfiteatro veronese con un nuovo allestimento che abbandona la Parigi mondana di metà Ottocento per immergersi nella vertigine sensuale della Belle Époque. Ci immergiamo immediatamente nella giusta atmosfera dando uno sguardo al sipario chiuso, interamente composto da tutti quei manifesti simbolo dell’immaginario iconografico che si respirava nel quartiere di Montmartre a cavallo tra Ottocento e Novecento, dalle locandine de Le Chat Noir alle inconfondibili tele di Touluse-Lautrec.

Il regista scozzese Paul Curran traspone infatti il capolavoro verdiano al Moulin Rouge, costruendo un affascinante gioco di rimandi tra melodramma e cinema. Venticinque anni fa Baz Luhrmann guardava proprio alla Traviata (oltre naturalmente alle atmosfere della pucciniana Bohème) per creare il suo eclettico “Moulin Rouge!”, film-musical pluripremiato nel 2001, con Nicole Kidman e Ewan McGregor. Oggi è l’opera a riappropriarsi di quell’immaginario cinematografico, il cui anello di congiunzione risiede non solo nei parallelismi di trama ma anche nella stessa persona di Curran, allora proprio assistente e collaboratore di Luhrmann nella realizzazione della pellicola e ora regista di questa produzione areniana.

 

Va da sé che la connessione tra i due titoli sia estremamente naturale e speculare. Se in Alfredo ritroviamo con grande coerenza la figura di Christian, lo scrittore che si innamora della cortigiana, Violetta è il perfetto alter ego di Satine: due donne di straordinaria bellezza desiderate da tutti in una società fatta di sfarzo e apparenze che finisce per consumarle, benché entrambe amanti (e riamate) da due giovani disillusi convinti che il sentimento possa in qualche modo idealmente sottrarle a un drammatico destino già segnato e immutabile.

Centrale nel dualismo è il contrasto simbolico tra l’ebbrezza della festa e l’ombra della morte che incombe dietro di essa. Curran ne fa la cornice dell’intero spettacolo, aperto da un Alfredo disperato davanti alle rovine annerite del Moulin Rouge: sulle note del preludio il passato riaffiora e il locale torna improvvisamente a vivere, facendo dell’opera un grande flashback, memoria di un amore perduto (analogo alla sceneggiatura del film, interamente costruita sul ricordo d’amore che riprende forma nella metanarrazione di Christian, nell’inchiostro della sua macchina da scrivere).

 

Le scene di Juan Guillermo Nova traducono questo universo sfruttando al meglio le proporzioni colossali richieste dall’Arena. Dominano il gigantesco mulino rosso illuminato e l’esotico elefante che accoglie l’alcova di Violetta, citazioni immediatamente riconoscibili del film di Luhrmann. È sottilmente emblematico che proprio all’interno dell’elefante la protagonista canti il suo recitativo più introspettivo “È strano…Ah forse è lui…” - che precede il “Sempre Libera” - esattamente dove Satine canta la sua “One day I’ll fly away”. Per chi conosce il film e l’opera, il riferimento non è affatto casuale. Le due donne si trovano nello stesso luogo fisico ed emotivo: scosse da un amore che inaspettatamente le travolge, riflettono in un insolito momento di solitudine notturna sulla propria essenza e sulla propria condizione, in uno sguardo rivolto verso un futuro incontrollabile che è ancora fatto di sogni e speranze, nonostante un destino orribile sia già scritto.

Attorno a un impianto scenico studiato nel dettaglio, i sontuosi costumi di Stefano Ciammitti e le coreografie di Kyle Lang alimentano con accuratezza una frenesia spettacolare fatta di ballerini, piume, Can-Can, champagne e coriandoli: un’esuberanza visiva che occupa l’immensità dell’anfiteatro senza tradire nella sostanza la drammaturgia verdiana. Lo slittamento cronologico di pochi decenni risulta, anche in questo senso, lineare e indolore.

 

Ma è proprio quando questa macchina scintillante comincia a sfaldarsi che l’allestimento trova la sua immagine più efficace. Alla vitalità quasi febbrile del Moulin Rouge si sostituisce progressivamente il vuoto, sino alla camera spoglia dell’ultimo atto: la festa si spegne insieme a Violetta e ciò che appariva smisurato si restringe improvvisamente alla solitudine e al nulla. Come in Luhrmann, l’eccesso non attenua la tragedia ma, per contrasto, la rende ancora più crudele. Dietro le luci, le piume e i coriandoli rimane la stessa società che prima celebra Violetta e poi la abbandona.

A fronte di un nuovo allestimento decisamente riuscito, appare più discontinua la componente musicale. Michele Spotti dirige con gesto estremamente partecipe, cercando nella partitura pathos e tensione drammatica, ma l’agogica appare spesso irrisolta: alcuni tempi vengono dilatati sino a compromettere il naturale fluire del discorso, mentre altrove prevale una concitazione quasi opposta. Ne derivano frequenti scollamenti all’interno dell’Orchestra e, soprattutto, nel difficile coordinamento tra buca e palcoscenico, particolarmente evidente nei grandi interventi corali.

 

Vasilisa Berzhanskaya affronta Violetta al debutto nel ruolo, approdo tutt’altro che scontato per un’artista che nasce come mezzosoprano e proviene da tutt’altro repertorio. Eppure l’estensione c’è tutta, non manca all’appello alcun sovracuto e ciascuno viene puntualmente premiato dal pubblico, anche a scena aperta. Resta però da chiedersi quanto questo sia sufficiente a definire una Violetta compiuta. Il canto appare a tratti stentoreo, forzato nell’emissione, con una linea che nella soffocante temperatura areniana fatica comprensibilmente a mantenersi sempre morbida. Più evidente ancora è l’acerbità interpretativa: il personaggio rimane sostanzialmente piatto, poco scavato nelle sue contraddizioni, ancora lontano da quella progressiva metamorfosi che dovrebbe condurre dalla febbrile mondanità iniziale alla nudità emotiva dell’ultimo atto, in una lettura nel suo complesso piuttosto fredda e monocorde.

 

Decisamente convincente Antonio Poli, al suo debutto areniano, che restituisce un Alfredo dalla linea vocale luminosa e ben proiettata, impreziosita da fraseggio curato ed eleganza interpretativa. Appare soltanto un po’ affaticato nella chiusura della cabaletta “O mio rimorso, o infamia”, senza che questo comprometta una prova complessivamente solida. Evitando di ricercare inutili effetti muscolari, il tenore si distingue soprattutto per musicalità e buon gusto, trovando una felice misura lirica e una presenza scenica spontanea, credibile tanto negli slanci amorosi quanto nell’impulsività più giovanile.

 

Come sappiamo, Luca Salsi è ormai notoriamente una sorta di garanzia ogni volta che il suo nome compare nella locandina di un titolo verdiano. Il materiale vocale rimane importante e l’autorevolezza dell’interprete ritrova ancora una volta il favore del pubblico quasi all’unanimità. Peccato, tuttavia, che una sicurezza ormai granitica nei propri mezzi e nella fama che lo precede si traduca spesso in più di qualche approssimazione nel fraseggio e nell’emissione (pur concedendo tutte le attenuanti di una serata climaticamente proibitiva), con alcune discontinuità sia dal punto di vista tecnico sia dal punto di vista interpretativo, non di rado sopra le righe.

Tra le parti di fianco merita particolare risalto Francesca Maionchi, Annina tutt’altro che accessoria: voce davvero notevole, di bella pasta, ben modulata e sorretta da una linea curata, offre un contributo impeccabile che emerge con naturalezza anche nel vastissimo spazio areniano.

Completano con efficacia la compagnia Anna Werle come Flora a fianco dell’ottimo Marchese di Gëzim Mishketa, Carlo Bosi nei panni di Gastone, l’incisivo Barone Douphol di Nicolò Ceriani, Gabriele Sagona come Grenvil, Francesco Pittari nel ruolo di Giuseppe e Carlo Bombieri come Domestico e Commissionario.

Di altissimo livello, come di consueto, la prova del Coro dell’Arena di Verona preparato da Roberto Gabbiani, chiamato peraltro a un impegno scenico particolarmente intenso all’interno di questo allestimento. Compatto, incisivo e vocalmente saldo anche nei momenti più affollati, non risente degli intermittenti scollamenti con la buca che attraversano la serata, confermandosi una delle certezze del complesso areniano.

 

Indiscusso il successo finale tributato da un folto pubblico entusiasta come di consueto in Arena, anche questa sera gremita in ogni ordine di posto. Numerose le chiamate alla ribalta per tutti i protagonisti, in una serata musicalmente discontinua ma scenicamente capace di trovare, nel dialogo tra melodramma e cinema, una chiave di lettura riuscita e profondamente malinconica.

Camilla Simoncini

 

 

 

 

PERSONAGGI ED INTERPRETI

 

 

LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry VASILISA BERZHANSKAYA
Flora Bervoix ANNA WERLE
Annina FRANCESCA MAIONCHI
Alfredo Germont ANTONIO POLI
Giorgio Germont, suo padre LUCA SALSI
Gastone, Visconte di Letorières CARLO BOSI
Barone Douphol NICOLÒ CERIANI
Marchese d’Obigny GËZIM MYSHKETA
Dottore Grenvil GABRIELE SAGONA
Giuseppe FRANCESCO PITTARI
Domestico di Flora / Commissionario CARLO BOMBIERI

Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici di Fondazione Arena di Verona
Direttore Michele Spotti
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Regia Paul Curran
Scene Juan Guillermo Nova
Costumi Stefano Ciammitti
Luci Fabio Barettin
Coreografie Kyle Lang