Un triplice viaggio attraverso la materia sonora, sospeso tra la vastità del ghiaccio, le trasparenze del jazz parigino e la tragedia della storia del Novecento. Si è aperta nel segno della varietà timbrica e del colore orchestrale la Stagione Sinfonica 2026-2027 della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste, realizzata in ideale sinergia con la quarta edizione del Festival di Trieste – Il Faro della Musica. Sul podio dell'Orchestra della Fondazione, il maestro Francesco Lanzillotta ha guidato una serata di solida maturità interpretativa, impreziosita nel blocco centrale dalla presenza del pianista Benedetto Lupo.
Ad aprire la serata è stato l'Adagio White Ocean (Antarctic) di Ezio Bosso. Composto nel 2009 nell'ambito di un progetto dedicato ai paesaggi estremi del pianeta, il brano nasce dall'interesse del compositore torinese per il concetto di "silenzio attivo" e di spazio incontaminato, traducendo in musica l'immensità statica e quasi metafisica dei ghiacci polari. L'esecuzione firmata da Francesco Lanzillotta ha fatto leva su un amalgama orchestrale di raffinata sospensione: la trama degli archi dell'Orchestra ha steso una campata sonora rarefatta ma viva, dove i brevi incisi dei fiati emergevano come bagliori di luce su un deserto bianco, restituendo con nitidezza la dimensione contemplativa della pagina.
L'atmosfera è mutata radicalmente con il Concerto in Sol maggiore per pianoforte e orchestra di Maurice Ravel. Concepito tra il 1929 e il 1931 al rientro da una trionfale tournée negli Stati Uniti, il concerto guarda esplicitamente allo spirito di Mozart e Saint-Saëns per dare vita a un'opera brillante e divertente, distante dalle severe campate drammatiche del grande sinfonismo. Un candore formale che nasconde tuttavia un meticoloso lavoro artigianale, come testimonia il celebre travaglio dell'Adagio assai: Ravel ammise di aver faticato battuta per battuta nel delineare quella lunghissima e apparentemente spontanea melodia di trentaquattro battute, confessando con autoironia che quel tema rischiava di "ucciderlo".
Al pianoforte, Benedetto Lupo ha offerto una prova d'altissima scuola. Riconosciuto per un controllo del tocco trasparente e mai cedevole a facili compiacimenti virtuostici, il pianista pugliese ha affrontato l'iniziale Allegramente con una chiarezza d'articolazione cristallina, sbalzando con misura ed eleganza i ritmi sincopati e le sfumature ebraico-jazzistiche della partitura. Nel celebre Adagio assai, Lupo ha incantato per la naturalezza del fraseggio, tenendo la linea cantabile in un respiro infinito, senza mai appesantirla di retorica; ottima qui la complicità con la bacchetta di Francesco Lanzillotta, abile nel bilanciare le entrate solistiche dei legni — su tutti il corno inglese — in un dialogo di estrema delicatezza. L'incalzante Presto finale ha chiuso il concerto in un meccanismo di grande brillantezza, strappando calorosi e prolungati applausi da parte del pubblico.
La seconda parte della serata è stata interamente dominata dalla Sinfonia n. 5 in re minore, op. 47 di Dmitrij Šostakovič. Scritta nel 1937 nel pieno delle purghe staliniane, la sinfonia nacque dopo la feroce condanna ideologica scagliata dalla Pravda contro l'opera Lady Macbeth del distretto di Mtsensk. Definita ufficialmente dallo stesso autore come «la risposta pratica di un artista sovietico a una giusta critica», la quinta sinfonia nasconde in realtà una drammatica ambiguità: il finale trionfale non è un inno di gioia spontanea, ma una celebrazione forzata e tragica. Alla prima assoluta a Leningrado, diretta da Yevgeny Mravinsky, il pubblico pianse aperto durante il Largo, cogliendo immediatamente il vero significato dell'opera sotto la censura di regime.
Alla guida dell'organico giuliano, Francesco Lanzillotta ha proposto una lettura lineare e attenta ai contrasti dinamici, dal passo marziale del Moderato d'apertura all'ironia sardonica dell'Allegretto. Nel Largo si è toccato il punto nodale dell'interpretazione, con gli archi dell'Orchestra del Teatro Verdi capaci di restituire un clima d'isolamento doloroso e raccolto. Nell'Allegro non troppo conclusivo, il direttore ha condotto il crescendo finale senza cedere a facili fragori, mantenendo l'ambiguità tra trionfo apparente e fanfara imposta.
Il pubblico del Teatro Verdi ha risposto con grande calore a un programma complesso ed eterogeneo, festeggiando con lunghi applausi Benedetto Lupo, Francesco Lanzillotta e la compagine orchestrale al termine dell'inaugurazione sinfonica.
Andrea Bomben
La recensione si riferisce al concerto di domenica 20 settembre 2026.
Foto Fabio Parenzan, Visual Art Trieste
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