Queste sono le operazioni che ci piacciono e ci fanno andare volentieri a teatro: il recupero di opere da tempo non più rappresentate che per volontà di direttori artistici temerari ritornano, talvolta una tantum, talvolta con regolarità, nelle stagioni operistiche con apprezzamenti più o meno frequenti. Il Teatro Galli di Rimini ha proposto nell’ultimo fine settimana di agosto il verdiano Aroldo, rifacimento dello Stiffelio che nel 1857 fu scritto per inaugurare proprio nello stesso mese il teatro romagnolo, allora Teatro Nuovo, che dal 2018 è tornato (dopo settantacinque anni!) al suo antico splendore grazie ad un miracoloso restauro dopo che il bombardamento del dicembre 1943 lo rase quasi completamente al suolo. Di miracolo ha parlato anche Ivano Marescotti nel suo toccante discorso introduttivo alla serata, dedicato alla memoria di Gino Strada, in cui ha chiarito i diversi aspetti che caratterizzano questa produzione e le differenze con il libretto originale, che tra l’altro è riprodotto in facsimile nel programma di sala, per sottolineare l’attenzione storica dell’intera operazione. L’evento ci tocca particolarmente pensando ai tanti edifici storici devastati nel nostro paese e ai teatri che ora sono un nostalgico ricordo, se non trasformati radicalmente nella loro struttura. L’occasione è dunque un avvenimento da segnare: il recupero di un’opera dimenticata nel teatro che l’ha vista debuttare e che ha rischiato di rimanere solo una immagine impressa sulle stampe d’epoca.
Lo sforzo della produzione è notevole, una coproduzione capofila con i teatri di Ravenna, Modena e Piacenza, che parte dalla storia del teatro stesso per narrare le vicende del condottiero Aroldo e del suo seguito. L’ Aroldo vide la luce dopo che Stiffelio fu ritirato per censura a causa dello scottante tema del tradimento, operato addirittura ai danni di un uomo di fede. Così Giuseppe Verdi rimaneggiò il suo operato vivendo proprio a Rimini per il tempo della composizione. Si è voluto sottolineare quanto la storia del teatro sia legata alla nascita dell’Aroldo, immergendo le vicende dell’opera in quelle dell’edificio, ambientando la narrazione non nel Medioevo all’epoca dei Crocati, ma durante la Seconda Guerra Mondiale, con il protagonista addirittura di ritorno dalla campagna d’Africa del 1936, accompagnato da un Ascaro eritreo cui deve la vita. Anche il libretto ha subito qualche aggiustamento dunque per rendere più verosimile questo passaggio verso il nostro tempo. Le immagini di quella terribile guerra coloniale scorrono durante la ouverture, mentre una raffica di volantini dai più svariati temi plana sull’orchestra in platea. Udiamo successivamente la voce del Duce che aizza il popolo italiano a combattere e rendersi degni della Patria, assistiamo alla proiezione di scene di vita da un borgo fascista dove Aroldo si sarebbe rifugiato nel quarto atto, e in cui un inesorabile calendario scorre velocemente fino al fatidico 28 dicembre 1943, cui seguono le toccanti scene di distruzione del bombardamento e delle tristi condizioni del teatro. Un quarto atto completamente nuovo rispetto all’ opera precedente, intenso musicalmente e impegnativo per gli interpreti, con il magnifico terzetto e poi subito il quartetto finale, in cui si da sfogo a tutto il pathos creato fin lì in crescendo. Chiaro che rispetto allo Stiffelio qualche debolezza si trova, considerando che tanta saggezza e tanta benevolenza forse si fa fatica a trovarle in un uomo non di fede; ma potermmo anche pensare che chi torna da una guerra è anche più propenso al perdono per tenersi gli affetti che lo accolgono e che alla fine contano veramente. Il successo alla primissima ci fu, ma non altrettanto avvenne in giro per l’Italia fino al definitivo pensionamento in favore dello Stiffelio che viene ormai preferito a livello internazionale perché ritenuto superiore soprattutto drammaturgicamente.
Mai come in questa produzione tutte le forze in campo hanno collaborato all’unisono, forse perché emotivamente partecipi ad una operazione di ricostruzione e di riconciliazione, del teatro con la sua gente e dell’opera con il suo posto nella storia del compositore. Per la drammaturgia e regia sono impegnati Emilio Sala ed Edoardo Sanchi, cui si affiancano Giulia Bruschi per le scene ed Elisa Serpilli per i costumi; Nevio Cavina si occupa delle suggestive luci, impreziosite dai fondamentali video e proiezioni di Matteo Castiglioni.
La riconciliazione è anche il tema portante della drammaturgia, qualcosa cui la protagonista Mina anela sin dall’inizio, dopo il tradimento ai danni del marito Aroldo impegnato in battaglia, circondata da figure maschili inizialmente insensibili al suo cordoglio, in un clima che però per volontà del regista trova il suo naturale termine nella catarsi del nuovo inizio, proprio come avviene per il 'risorto' teatro Galli. Splendida la riproduzione del sipario che fu di Francesco Coghetti come immagine finale dello spettacolo: l’imponente raffigurazione di Cesare che passa il Rubicone sotto lo sguardo severo della Patria ammonitrice contro ogni usurpazione, è più che mai adatta per questa rappresentazione. Un sipario che ha esso stesso una personale storia, oggi in condizioni assai precarie, trovato sempre miracolosamente tra le macerie del bombardamento e portato in salvo a San Marino dal temerario custode del teatro, e che durante lo spettacolo viene issato dai macchinisti in favore del pubblico affinché si possa ammirare, pur nella sua precarietà.
Nel cast spicca sicuramente la figura di Mina, interpretata da Lidia Fridman che si mostra donna austera nella sua vergogna con la dignità di chi riconosce l’errore e cerca di porvi rimedio contando sulla compassione ed il perdono del consorte. La voce del soprano è particolarissima: pur lanciata in acuto ha un corpo robusto e solido che le consente di viaggiare bene in avanti e senza esitazione. Antonio Corianò offre un Aroldo impettito e caparbio, dalla voce possente che fa sentire senza troppo risparmio; certo la sua parte è impervia e ricca di ostacoli che il tenore affronta con carattere e coraggio. Intenso ed irreprensibile Michele Govi nei panni di Egberto, dalla voce pastosa e ferma tanto quanto il suo carattere, un asso tanto nel canto quanto nella interpretazione davvero sentita; il timbro vocale di Cristiano Olivieri è orecchiabile e mellifluo al punto giusto per essere l’amante Godvino, ma spesso soffre quando l’intensità della parte chiede quel qualcosa in più che talvolta manca. Ben si comporta Adriano Gramigni come Briano. Lorenzo Sivelli è il maestro della corale cittadina.
Manlio Benzi ha il compito di riportare in vita la partitura verdiana e possiamo affermare che dalla nostra postazione è proprio ciò che abbiamo sentito. Certo posizionando l’orchestra in platea per garantire il distanziamento che la buca non permetterebbe, si tende pur con tutte le accortezze possibili a sovrastare i cantanti, ma chi avesse seguito lo streaming sul web ha potuto godere di tutte le regolazioni audio che chiaramente vengono eseguite per la trasmissione telematica. Ma al netto della esecuzione orchestrale abbiamo sentito le vibrazioni di uno spartito intenso, ricco di momenti altissimi come il coro nel quarto atto, di arie impervie per qualsiasi professionista, con una ricerca della melodia profondamente legata al momento in essere ed un suono sempre avvolgente, ricco e dalle mille sfaccettature.
Il coro del Teatro Municipale di Piacenza è preparato da Corrado Casati.
Il pubblico presente nei limiti delle restrizioni ha tributato un calorosa accoglienza al progetto ed allo spettacolo, con applausi copiosi e soprattutto sinceramente grati verso tutti coloro che hanno reso possibile questo 'miracolo' musicale e non.
Maria Teresa Giovagnoli.
PRODUZIONE ED INTERPRETI
Drammaturgia e regia Emilio Sala ed Edoardo Sanchi
Movimenti scenici Isa Traversi
Scene Giulia Bruschi
Costumi Elisa Serpilli
Luci Nevio Cavina
Montaggio video e proiezioni Matteo Castiglioni
Aroldo (tenore), marito di Mina e genero di Egberto: Antonio Corianò
Mina (soprano), figlia di Egberto e moglie di Aroldo: Lidia Fridman
Egberto (baritono), padre di Mina e podestà della cittadina in cui si svolge la vicenda: Michele Govi
Briano (basso), àscaro di fede copta che ritorna con Aroldo dalla guerra coloniale: Adriano Gramigni
Godvino (tenore), amante di Mina durante l’assenza del marito: Cristiano Olivieri
Enrico (tenore), maestro della corale della città, che nella festa del primo atto viene scambiato da Briano e Aroldo per Godvino: Lorenzo Sivelli.
Orchestra Luigi Cherubini diretta da Manlio Benzi
Coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati
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