Catania, 22 novembre, serata di vento e aspettative, e al Massimo Bellini arriva l’Otello monegasco–georgiano che già altrove aveva fatto parlare (bene, male, ma parlare), con quell’aria da produzione che si sposta come una carovana esotica e porta con sé un’estetica programmata al millimetro. Nel complesso, questo Otello passa davanti agli occhi come certi spettacoli che si guardano volentieri ma si dimenticano in fretta. Tutto molto corretto, tutto molto composto, e naturalmente tutto molto innocuo: si chiede molto alla buona volontà dei singoli, che infatti fanno del loro meglio, e però il coro — bravissimo, precisissimo, impeccabile — viene trattato come un soprammobile di lusso, statico, parcheggiato lì perché “ci vuole”, ma senza un vero perché teatrale.
La scena di Bruno de Lavenère, fissa come una vignetta di certe edizioni illustrate dell’Ottocento, propone un cortile colonnato su due piani, con passerella intermedia e un accenno di architettura levantina che potrebbe essere dappertutto e in nessun luogo. La regia originaria dell’Opéra de Monte-Carlo è qui ripresa da Zaza Agladze, che mantiene la compostezza dell’impianto ma non riesce davvero a sfuggire a una certa staticità generale. Così, visivamente, la monotonia è sempre dietro l’angolo, rotta solo dalle luci chirurgiche di Antonio Alario, che almeno cercano di drammatizzare gli spazi, e dai costumi di Ester Martin Garrido, oscillanti tra velluti romantici e un’idea molto furba di esotismo da cartolina colta. Il coro di voci bianche, invece, sembra convocato per una prima comunione extralusso, di quelle con fotografo, catering e bomboniere personalizzate.Uno spettacolo che scorre via educatamente, insomma: rispettoso, ordinato, persino gradevole, ma senza quel colpo di frusta, quella scintilla sregolata. Sul podio Fabrizio Maria Carminati, preciso come un architetto sabaudo che sistema gli equilibri orchestrali uno per uno e poi ci soffia sopra per vedere se reggono, e reggono eccome: l’orchestra del Bellini in ottima forma, il coro ottimamente preparato da Luigi Petrozziello, e i piccoli d’InCanto che spuntano come citazioni realiste dentro un Verdi che realistissimo non è mai stato.Gaston Rivero è un Otello educatissimo, troppo educato quasi, come uno che ti porge la mano prima di pugnalarti; mezzevoci splendide, un velluto controllato che a tratti incanta e a tratti ti fa cercare, col lanternino, quel mordente tragico che il Moro dovrebbe buttarti addosso senza preavviso. C’è stile, c’è cultura vocale, c’è un senso del fraseggio molto curato, ma la furia rimane più evocata che incarnata. Francesca Maionchi, al suo debutto nel ruolo, entra in scena con una Desdemona un po’ trattenuta: nel duetto del primo atto sembra quasi misurare ogni passo, ogni frase, come se cercasse ancora il respiro giusto del personaggio. Ma col passare della serata si scioglie, prende spazio, e la voce — fresca, morbida, ricca di sfumature e mezzevoci ben filate — comincia a farsi sentire davvero. Non travolge, ma accompagna: un canto pulito, sensibile, ben rifinito, che cresce con naturalezza e trova il suo momento migliore nella zona lirica. Una Desdemona forse più gentile che luminosa, ma sempre sincera.Poi Simone Piazzola, che firma uno Jago che segna un passo avanti rispetto ai suoi ascolti passati: l’emissione è più controllata, la voce meno gettata a caso e più raccolta, con una proiezione finalmente ampia e regolare. Anche la presenza scenica guadagna compattezza: non il villain torvo da cliché, ma una figura più solida, più centrata, che si muove con sicurezza dentro la partitura. Non sarà lo Jago che riscrive il personaggio, ma la linea vocale è sincera, pulita, efficace; e quando si appoggia con calma sul suono, il risultato arriva. Un’interpretazione che convince senza strafare.Gli altri fanno il loro con puntualità: Luigi Morassi è un Cassio in buon smalto e senza smancerie, Andrea Schifaudo un Roderigo preciso e utile come un tassello che non si nota ma tiene insieme la cornice, Luciano Leoni dà vita sia a un Lodovico ben spinto e mai invadente sia a un Araldo puntuale, mentre Fabrizio Brancaccio è un Montano solido. Albane Carrère firma un’Emilia come si deve, con quella compostezza che evita il melodramma e accende la tragedia.Il pubblico applaude, parecchio, anche perché questo Otello — con l’aria internazionale da tournée di lusso e la sua confezione impeccabile — fa esattamente quello che promette: ti prende per mano, ti mostra un racconto lucido, ben costruito, e alla fine ti restituisce un Verdi pienamente godibile, più che dignitoso nella sua architettura complessiva.
Pierluigi Guadagni
LA LOCANDINA
OTELLO
Opera in quattro atti
Libretto di Arrigo Boito
Musica di Giuseppe Verdi
Otello – Gaston Rivero
Desdemona – Francesca Maionchi
Iago – Simone Piazzola
Cassio – Luigi Morassi
Roderigo – Andrea Schifaudo
Lodovico – Luciano Leoni
Montano – Fabrizio Brancaccio
Un araldo – Luciano Leoni
Emilia – Albane Carrère
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Massimo Bellini
Direttore – Fabrizio Maria Carminati
Maestro del Coro – Luigi Petrozziello
Coro di voci bianche InCanto - Direttore – Alessandra Lussi
Una produzione originale dell’Opéra de Monte-Carlo
Regia ripresa da Zaza Agladze
Scene – Bruno de Lavenère
Costumi – Ester Martin Garrido
Coreografie – Lino Privitera
Video – Etienne Guiol e Arnaud Pottier
Luci – Antonio Alario
Direttore Allestimenti scenici – Arcangelo Mazza
Allestimento dell’Opera Nazionale di Tbilisi