G. VERDI - ERNANI - TEATRO FILARMONICO DI VERONA - 21 DICEMBRE 2025

Ernani_141225_EnneviFoto_032

Chiusura di stagione 2025 in grande stile per la Fondazione Arena di Verona con una nuova produzione di Ernani di Giuseppe Verdi, titolo assente da Verona da più di vent’anni e che, complice una compagnia di canto di primissimo ordine, ha saputo attirare un foltissimo pubblico di appassionati verdiani. C’è, in questo Ernani veronese, quella sensazione ambigua e un po’ ipnotica di trovarsi davanti a un’idea di teatro che pretende di essere al tempo stesso totale e rarefatta, imponente e astratta, concettuale fino alla rigidità, tutta avvolta da quell’estetismo febbrile che Stefano Poda diffonde come un profumo penetrante e persistente, capace di sedurre i sensi e insieme di lasciare una punta di vertigine, come quando si guarda un paesaggio bellissimo ma non si capisce bene dove porta il sentiero.

Lo spettacolo si inscrive, senza tremolii, nella poetica ormai riconoscibilissima del regista trentino, che firma regia, scene, costumi e luci con l’ostinata volontà dell’autore unico, padrone del mondo visivo e mentale. La vicenda nobilissima e torrida del bandito verdiano è sbalzata in una dimensione volutamente atemporale, con qualche educata carezza al primo Cinquecento, ma subito soffocata dentro una macchina scenica che vuole parlare di opposti, di conflitti, di passato e futuro in collisione: da una parte un bassofondo di rovine, materico, ferito, che lampeggia memorie e malinconie; dall’altra uno spazio astratto, tecnologico, quasi da microchip teatrale, reticolato di luci fredde e promesse moderne, il tutto racchiuso in una scatola che è al tempo stesso prigione e manifesto estetico.

In mezzo, figure, mimi, danzatori, corpi bianchi chiusi in cubi trasparenti come reliquie futuribili, corde che si intrecciano e si srotolano a simboleggiare vincoli, destini, prigionie interiori, quell’umanità imprigionata tra il passato che non muore e un avvenire che non sa ancora respirare. Tutto bellissimo, tutto accuratissimo, tutto con quell’eleganza da laboratorio estetico che affascina l’occhio e conquista le fotografie, condito persino da una scritta sul fondo, La bataille d’Hernani, a ricordare con una certa compiaciuta erudizione che qui siamo ancora alle prese con l’eterna querelle tra antico e moderno, tra ortodossia e rivolta, come se Hugo fosse ancora vivo e mordente a bordo scena, pronto ad applaudire i coraggiosi e a fischiare i pavidi.

E tuttavia, dietro questa sontuosa costruzione concettuale, si avverte come una mancanza d’aria, un difetto di ossigenazione drammaturgica: la danza che dovrebbe unire gli opposti procede per figure eleganti ma non sempre necessarie, il simbolo spesso resta simbolo, autoreferenziale, spiegabile più nelle note di sala che nelle fibre del teatro vivo, e l’opera, che è un corpo caldo e fisico, rischia in più momenti di trasformarsi in una conferenza visiva, splendidamente confezionata eppure distante, riducendo l’impatto sanguigno di un dramma che, nelle sue viscere verdiane, chiede tutt’altro: tensione, fuoco, urgenza, carne.

Così il pubblico, diviso tra fascinazione e irritazione, partecipa senza indifferenza a questa battaglia contemporanea, dove non è tanto in gioco la fedeltà alle didascalie (categoria ormai archeologica), quanto la fedeltà allo spirito, a quel cuore pulsante che fa di Ernani un’opera ancora viva e pericolosa. E se la scena, con il suo linguaggio simbolico, a tratti inciampa nella propria ambizione, la musica, fortunatamente, resta lì a ricordare chi comanda davvero.

Paolo Arrivabeni prende in mano la partitura con una sicurezza che non urla ma impone, quasi con quella calma autorità di chi conosce bene il primo Verdi e sa che qui il gioco non è pareggiare l’orchestra al palcoscenico, ma tenere accesa una fiamma continua, viva, romantica senza smancerie, scura senza pesantezze, agile senza superficialità. La sua concertazione scolpisce, respira, spinge e trattiene con intelligenza teatrale: tempi vivi, qualche rischio ben calcolato, dinamiche curate, suono compatto dell’orchestra, archi nervosi, fiati incisivi, e soprattutto quella capacità rara di lasciare spazio alle voci senza perderne mai l’autorità, governando il tutto come un flusso inevitabile.

Molto convincente la prova del coro preparato da Roberto Gabbiani: compatto, saldo, con quella robustezza sonora che la tradizione areniana ha insegnato all’orecchio veronese ad aspettarsi e ad amare. Gli impasti sono ampi e ben respirati, la macchina corale procede con naturalezza e sicurezza e, nei momenti più incandescenti, riesce a dare la sensazione di una forza collettiva che non travolge soltanto la scena, ma la tiene insieme, come grande motore drammatico verdiano. Una presenza non accessoria, ma strutturale, qui restituita con autorevolezza.

Il cast vocale, dal canto suo, non tradisce. Antonio Poli offre un Ernani meno da cartolina eroica e più vero, più umano, più romantico nella sua ferita esistenziale, con una voce bella, scura, rotonda, fraseggio elegante, slancio controllato e acuti affrontati con coraggio e misura. Olga Maslova disegna un’Elvira di nobiltà fiera e passione luminosa, voce duttile, capace di legare lirismo e tensione emotiva, magari non sempre a prova di granito, ma certo viva e partecipata. Poi arriva lui, Amartuvshin Enkhbat, e il teatro sembra ricordarsi improvvisamente cosa significhi il baritono verdiano in grande forma: timbro sontuoso, pieno, dorato, fraseggio autorevole, controllo tecnico impeccabile, presenza scenica che non impone ma semplicemente esiste e basta, regalando un Carlo che è insieme uomo, re, amante, destino. Accanto, un Silva scuro, imponente, solido di Vitalij Kowaljow, forse meno visionario e più classico nell’approccio, ma incisivo e autorevole nella sua dignità ferita. I ruoli di fianco compongono con cura e intelligenza il quadro complessivo, senza scivolare nel grigio di routine.

Così, tra una regia che pretende di spiegare il mondo e una musica che semplicemente lo vive, tra simboli affascinanti e battaglie concettuali, tra luci meravigliose e idee che non sempre arrivano a destinazione, questo Ernani alla fine resta in piedi con una verità piuttosto semplice e bellissima: è la musica, ancora una volta, a vincere la battaglia. E quando Verdi suona così, diretto così, cantato così, perfino le più ostinate sovrastrutture finiscono per arrendersi, come se anche loro, dentro quel gigantesco dispositivo estetico, improvvisamente capissero che il teatro, quello vero, nasce solo quando le idee smettono di esibire sé stesse e si mettono finalmente al servizio di ciò che conta davvero. Al termine applausi convinti per tutti con punte di entusiasmo per  Amartuvshin Enkhbat.

Pierluigi Guadagni



LA LOCANDINA:




ERNANI 

Dramma lirico in quattro parti di Giuseppe Verdi

Libretto di   Francesco Maria Piave



Ernani – Antonio Poli

Don Carlo - Amartuvshin Enkhbat

Elvira – Olga Maslova

Silva – Vitalij Kowaljow

Giovanna - Elisabetta Zizzo

Don Riccardo - Cristiano Olivieri 

Jago - Gabriele Sagona

 

Regia, scene, costumi, luci – Stefano Poda

Maestro del coro – Roberto Gabbiani

Direttore – Paolo Arrivabeni

Orchestra della Fondazione Arena di Verona

Coro della Fondazione Arena di Verona

 

Foto: ENNEVI