Una poltrona vuota su cui sono state poste delle magnifiche rose a simbolo omaggio delle donne vittime di femminicidio, il messaggio inviato dal Presidente della Repubblica Mattarella ad augurare i migliori auspici per questo Festival 2018, un video celebrativo annunciato dal Sovrintendente Gasdia in onore del Maestro Tullio Serafin di cui quest’anno ricorre il cinquantenario dalla scomparsa. Tanti gli elementi per una inaugurazione in grande stile all’Arena di Verona, con tanto di Inno di Mameli ed un tempo incerto che ha fatto tremare fino alla fine senza colpo ferire per poche gocce. E' partito così il 96° Festival della Fondazione Arena di Verona con un titolo di forte richiamo e che tante volte è stato rappresentato nell’anfiteatro con grandissimo successo. Ad Hugo De Ana è stato affidato infatti l’allestimento della Carmen di Bizet, che il regista ha colto come sfida interessante per proporre uno spettacolo diverso dal solito e che portasse il pubblico lontano dalla classica Spagna folkloristica e gitana. In verità non ci è parso del tutto così. Certo De Ana ha cambiato l’ambientazione, come si evince da alcuni elementi che riportano agli anni Trenta della Spagna franchista, quindi ad un periodo di oppressione e di dittatura, e che in talune scene ci ha rimandato a quegli anni (i camion dei soldati, le barriere di confine..). Ma generalmente non ci siamo discostati molto da quanto visto fino ad ora: un bellissimo spettacolo dal sapore cinematografico, ma non innovativo. Ci sono sempre le grandi masse che si muovono in scena con comparse di animali, ammiriamo dei pannelli con tipicissime immagini ispaniche, inoltre al centro è posta una bella arena da corrida che oltretutto restringe decisamente il campo di azione dei protagonisti, quando non all’interno, resi poco visibili dal pubblico posto lateralmente. Non mancano coriandoli sparati al cielo che invadono la platea, e soprattutto drammaturgicamente non vediamo niente di particolarmente innovativo: il libretto è giustamente rispettato, cosa che apprezziamo sempre, ma senza particolari colpi di scena. I costumi sono certamente adatti all’ambientazione, ma è tutto molto tipico, bellissimo da vedere soprattutto per i neofiti, ma niente di nuovo. Leda Lojodice firma le coreografie molto tradizionali del corpo di ballo coordinato da Gaetano Petrosino.
Sul fronte musicale luci ed ombre, a partire dalla direzione del Maestro Francesco Ivan Ciampa. Lo abbiamo visto dirigere l’Orchestra areniana di recente al Filarmonico e debutta in Arena con questa stagione. Il suo gesto per l’orchestra è certo chiaro e coinvolgente, ma non abbiamo quasi mai sentito il fuoco che arde nella musica di Bizet, tolto qualche guizzo di entusiasmo. Il languore è percepibile nei momenti giusti, ma troppo spesso si è esplicitato in note lunghe e tempi fin troppo morbidi, che hanno contribuito a rallentare la narrazione in scena, già un tantino monotona.
La Carmen di Anna Goryachova ha un volto ben preciso, quello della sensualità a tutto tondo ma che a noi è parsa soprattutto una ammaliatrice più che una battagliera abituata a cavarsela da sola. Vocalmente ha un timbro particolare che sicuramente la distingue da tante sue colleghe, ma non ci ha convinto del tutto: forse non propriamente a suo agio nella tessitura, soffre per volume nella zona più squisitamente grave, ove sembra dover abbassare molto la laringe per ottenere un suono ancora più scuro. Inoltre le sue arie celebri, soprattutto l’Habanera, sono state eseguite con tempi fin troppo larghi: la sensualità di cui è espressione ha rischiato di trasformarsi in più punti in esagerato languore che non le è assolutamente proprio.
Micaela era una Mariangela Sicilia dalla voce uniforme, chiara e limpida, molto presente nel suo personaggio che anche in questo caso ha ‘sofferto’ diremmo certi tempi un po’ larghi. Bellissimi i filati e come utilizza il suono della voce per esprimere sentimenti ed emozioni. Il suo ruolo di dolcissima innamorata di Don José è sottolineato dalle movenze delicate, dal supporto vocale e da una discreta passionalità che non manca nel cuore della dolce contadina. Il Don José di Brian Jagde è accorato, generoso e ben cantato. La voce non teme i volumi comunque discreti dell’orchestra e si muove con disinvoltura sul palcoscenico in ottima intesa con la amata/rivale Carmen. Alexander Vinogradov interpreta un torero dall’aria un po’ scanzonata, quasi da divo del cinema muto consapevole del fascino del ruolo per cui basta un gesto e tutte cadono ai suoi piedi. Interessante il suo timbro e l’aria ‘…Toreador’ è cantata con consapevolezza tanto tecnica quanto scenica. Ottimo vocalmente lo Zuniga di Luca Dall’Amico davvero disinvolto in scena, molto belle e da risentire le voci di Arina Alexeeva e Ruth Iniesta, Mercédès e Frasquita. Il Dancairo e Remendado sono i convincenti Davide Fersini ed Enrico Casari; Biagio Pizzuti è un buon Moralès.
Partecipe il coro di Vito Lombardi, bravissimi i piccoli del coro voci bianche A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani.
Applausi per tutti al termine con punte per i protagonisti principali ed il direttore, da parte di un pubblico folto e festante.
Maria Teresa Giovagnoli
LA PRODUZIONE
Direttore d'Orchestra Francesco Ivan Ciampa
Regia, Scene e Costumi Hugo de Ana
Coreografia Leda Lojodice
Lighting design Paolo Mazzon
Projection design Sergio Metalli
Maestro del Coro Vito Lombardi
Coordinatore del Ballo Gaetano Petrosino
Direttore Allestimenti scenici Michele Olcese
GLI INTERPRETI
Carmen Anna Goryachova
Micaela Mariangela Sicilia
Frasquita Ruth Iniesta
Mercédès Arina Alexeeva
Don José Brian Jagde
Escamillo Alexander Vinogradov
Dancairo Davide Fersini
Remendado Enrico Casari
Zuniga Luca Dall’Amico
Moralès Biagio Pizzuti
Coro di Voci bianche A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona
Orchestra, Coro, Ballo e Tecnici dell’Arena di Verona
©Foto Ennevi/Fondazione Arena di Verona
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