Altro che bonaria commedia crepuscolare: questo Falstaff firmato da Jacopo Spirei, nato nel 2017 per il Festival Verdi Parma e ripreso al Teatro Filarmonico di Verona, conserva un passo sorprendentemente vivo, un’aria sfrontata, quasi da spettacolo consapevole del proprio piacere e per nulla intenzionato a nasconderlo. Non reinventa Giuseppe Verdi, ma lo serve con intelligenza teatrale, che è poi la cosa più difficile. L’idea della Union Jack al posto del sipario è tanto semplice quanto efficace: si alza, si abbassa, filtra lo sguardo e introduce a una Windsor contemporanea, tra pub un po’ dimessi e salotti borghesi lucidati fino all’ossessione.
Le scene di Nikolaus Webern inclinano leggermente tutto — muri, prospettive, equilibri — suggerendo un mondo già sul punto di scivolare fuori asse; i costumi di Silvia Aymonino insistono su un british caricaturale ma mai gratuito, tra trench, golfisti e qualche azzardo animalier. Poi arriva il finale, con le luci di Fiammetta Baldiserri, e la trasformazione funziona davvero: la casa resta, ma si trasfigura, e la quercia-lampadario è una trovata che ha il raro pregio di sembrare inevitabile una volta vista. Spirei dirige gli attori con mano sicura, senza lasciarli mai a galleggiare: i tempi sono precisi, i rapporti leggibili, la macchina comica gira con fluidità. Le comari, soprattutto, emergono finalmente come tre figure distinte e non come un blocco unico: Marta Mari è un’Alice brillante, padrona del gioco e musicalmente rifinita; Marianna Mappa tratteggia una Meg con una malizia ben calibrata; Anna Maria Chiuri evita la macchietta e costruisce una Quickly concreta, più donna che funzione, con un fraseggio saporito e ben proiettato. Al centro, Marco Filippo Romano affronta Falstaff con intelligenza e senso della misura. Il lavoro sulla parola è evidente, sempre a fuoco; la linea di canto è solida, omogenea, ben sostenuta. Non cerca scorciatoie comiche né indulge in effetti facili: preferisce costruire il personaggio per accumulo, per dettagli, per piccoli scarti. Ne risulta un Falstaff convincente per coerenza più che per eccesso, anche se ancora un poco trattenuto sul versante più amaro, quello che lo trasforma da puro motore comico a figura davvero crepuscolare. Poi entra Luca Michieletti e la temperatura sale di colpo. Non tanto — o non solo — per la qualità vocale, che resta salda, ben appoggiata, rifinita nel fraseggio, quanto per una presenza scenica che ha qualcosa di istintivo e insieme perfettamente controllato. Michieletti è, nel senso più pieno, un animale da palcoscenico: occupa lo spazio, lo piega, lo organizza attorno a sé. Il suo Ford è nervoso, contratto, attraversato da scatti improvvisi e da una tensione continua che non si scarica mai del tutto. “È sogno o realtà?” diventa così un momento di teatro vero, non soltanto cantato ma vissuto, con una gestione del crescendo emotivo e musicale che tiene insieme voce e corpo senza mai perdere il controllo. E ogni sua entrata lascia un segno, anche quando non canta. Molto valido anche il resto della compagnia, che si muove compatta e credibile: Marco Ciaponi è un Fenton lirico, pulito, dal canto elegante e dalla presenza scenica disinvolta; Vittoriana De Amicis è una Nannetta vivace, ben inserita nel contesto registico, anche se la voce appare ancora un poco leggera per imporsi davvero; Matteo Macchioni e Mariano Buccino costruiscono una coppia di Bardolfo e Pistola ben assortita, precisa nei tempi e nel gioco scenico; Blagoj Nagoski disegna un Cajus efficace, senza forzature. In buca, invece, le cose faticano a decollare. Giuseppe Grazioli dirige con correttezza ma senza trovare una vera linea interpretativa: tempi prudenti, colori poco differenziati, una generale tendenza all’uniformità che finisce per appiattire la partitura. E non è solo una questione di carattere: si avverte anche una certa disattenzione d’insieme, con piccoli scollamenti e qualche incertezza. L’interludio che apre il terzo atto, in particolare, dovrebbe creare un’atmosfera sospesa, ambigua, quasi notturna; qui procede invece con fatica, inciampando in più di uno scivolone e perdendo proprio quella qualità insinuante che prepara la burla finale. Il coro preparato da Roberto Gabbiani è ordinato e puntuale, soprattutto nel terzo atto, senza però andare oltre una corretta funzionalità. Il risultato è uno spettacolo che vive soprattutto di palcoscenico: idee chiare, ritmo, attori guidati con intelligenza, momenti che funzionano davvero. Teatro quasi esaurito e festoso con tutti gli interpreti.
Pierluigi Guadagni
LA LOCANDINA
FALSTAFF
Musica di Giuseppe Verdi
Commedia lirica in tre atti
Libretto di Arrigo BoitO dalla commedia Le allegre comari di Windsor e dal dramma dell’Enrico IV di Shakespeare
Personaggi e intepreti:
Sir John Falstaff Marco Filippo Romano
Ford Luca Micheletti
Fenton Marco Ciaponi
Dr. Cajus Blagoj Nacosk
Bardolfo Matteo Macchioni
Pistola Mariano Buccino
Alice Marta Mari
Nannetta Vittoriana De Amicis
Mrs. Quickly Anna Maria Chiuri
Meg Marianna Mappa
Regia Jacopo Spirei
Scenografia Nikolaus Webern
Costumi Silvia Aymonino
Luci Fiammetta Baldiserri
Orchestra, Coro e Tecnici Fondazione Arena di Verona
Direttore d'orchestra Giuseppe Grazioli
Maestro del Coro Roberto Gabbiani
Foto ENNEVI