Opera tra le più complesse (e più lunghe) da produrre del Maestro delle Roncole, La Forza del Destino ha aperto il 22° Verdi Festival lo scorso 22 Settembre nella edizione per Milano del 1869, versione integrale curata da Philip Gosset e William Holmes per Casa Ricordi.
Croce e delizia di ogni teatro che intenda metterla in scena, la 24° opera di Verdi rappresenta uno scoglio spesso invalicabile a causa di un cast richiesto veramente solidissimo e di una complessa macchina scenica che prevede continui cambi scena e una durata veramente notevole.
A Parma si sono affidati per quel che riguarda regia, scene e costumi, al quasi ottuagenario Yannis Kokkos, raffinatissimo creatore di spettacoli mortalmente soporiferi dove, al di là di una vaga concettualità astratta nell'ambientazione, non succede quasi nulla. Le solite scene sghembe, i soliti fondalini con proiezioni metereologiche di vario tipo, la quasi perenne fissità dei movimenti sono la cifra di uno spettacolo che mortifica tutto il possibile in nome di una presunta raffinatezza stilistica.
Raffinatezza che non troviamo nemmeno nel trovarobato dei costumi usciti probabilmente dai depositi del Regio, giacché si passa dall ' età rinascimentale per quelli di Leonora, alle tute anni ' 70 di parte del coro con le consuete meretrici dell' accampamento in abiti anni belle epoque. Non pervenuta la "drammaturgia" di Anne Blancard; perfette nel contesto confuso dell'idea di fondo, le coreografie stile "danse macabre" di Marta Bevilacqua.
Il pubblico del Regio non si addormenta solo grazie alla incredibile validità del cast vocale, lasciato ad arrangiarsi alla bell'e meglio, e se si escludono le scene di Preziosilla e Melitone animate da una minima ventata di inventiva, le quasi quattro ore di spettacolo passano alternando sopore all'indifferenza.
La tenuta musicale è affidata a Roberto Abbado che dal podio guida una incredibile orchestra del Teatro Comunale di Bologna, ricca in precisione e raffinatissima nei numerosi passi affidati alle prime parti.
Abbado predilige tempi e agogiche che non badano ad inutili languori di tradizione e se si escludono le scene riservate ai momenti solistici di Leonora (raffinatissimo l'accompagnamento di "me pellegrina ed orfana") la partitura verdiana scorre con incessante rapidità e la giusta dose di quella sana popolarità che contraddistinguono la scrittura di questo lavoro verdiano.
Liudmyla Monastirska è una Leonora prorompente nella vocalità così come nel volume, riesce anche a domare la voce quando richiesto, ma si capisce la fatica e lo sforzo. La sua è una Leonora molto poco intima nella voce ma saldamente possente nelle invettive, il fiato è infatti interminabile e nel micidiale duetto con il padre guardiano, dove altre spesso annaspano o accennano, ne esce senza alcuna preoccupazione.
Del Don Alvaro di Gregory Kunde si può dire solo il meglio possibile, perché l'aderenza vocale del cantante americano al suo personaggio è incredibile. Non manca nemmeno la fisicità giovanile perché Kunde non si risparmia sulla scena, e se qualche asperità nelle note centrali le fa apparire un poco scialbe, la salita nella parte alta del rigo è ancora sicura e spavalda.
Della vocalità di Amartuvshin Enkbat si è già scritto di tutto e di più. Il baritono mongolo tratteggia un Don Carlo da manuale, precisissimo nella aderenza alla scrittura verdiana così come alla sua vocalità. E pazienza se lo stare in scena risulta un po' goffo e noioso, perché quello che canta e come lo canta, è veramente notevole.
Splende la Preziosilla di Annalisa Stroppa, in una parte micidiale scritta da un Verdi sadico e in vena di cattiveria. Una sorta di Oscar mezzosoprano che deve saper cantare agilità, salti d'ottava spaventosi e muoversi come una soubrette un poco scema in un momento veramente bassissimo nella drammaturgia del lavoro. La Stroppa ne esce a testa alta, riuscendo addirittura a rendere simpatico il suo personaggio.
Strepitoso il Melitone di Roberto De Candia, dalla tecnica sicurissima e solidissima. Non è la solita macchietta dalla voce traballante di un cantante a fine carriera, egli riesce a rendere il suo personaggio veramente antipatico senza mossette da avanspettacolo e soprattutto cantando tutta la parte in voce senza stramazzi o borbottii.
Il Padre Guardiano di Marco Mimica è reso con precisione maniacale nella cura del dettaglio vocale anche se manca un poco di quella ieraticità tipica delle persone di culto anziane.
Andrea Giovannini e un Trabuco un po' sottotono vocalmente, perfetti tutti gli altri artisti coinvolti (Marco Spotti, Natalia Gavrilan, Jacobo Ochoa e Andrea Pelligrini.)
Notevole il massiccio intervento del coro del Teatro comunale di Bologna preparato con precisione da Gea Garatti Ansini.
Trionfo per tutti gli interpreti coinvolti da parte di un teatro esaurito in ogni ordine.
Pierluigi Guadagni
PRODUZIONE
Direttore Roberto Abbado
Regia, scene, costumi Yannis Kokkos
Drammaturgia Anne Blancard
Luci Giuseppe Di Iorio
Movimenti coreografici Marta Bevilacqua
Projection designer Sergio Metalli
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini
INTERPRETI
Donna Leonora Liudmyla Monastyrska
Don Alvaro Gregory Kunde
Don Carlo di Vargas Amartuvshin Enkbat
Padre guardiano Marko Mimica
Fra' Melitone Roberto De Candia
Preziosilla Annalisa Stroppa
Mastro Trabuco Andrea Giovannini
Il Marchese di Calatrava Marco Spotti
Curra Natalia Gavrilan
Un alcade Jacobo Ochoa
Un chirurgo Andrea Pelligrini
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
FOTO TEATRO REGIO DI PARMA