Dopo oltre vent’anni di successi ininterrotti, la storica Traviata firmata da Robert Carsen sembra essere giunta al suo ultimo atto. L’allestimento, simbolo della rinascita del Teatro La Fenice dopo l’ultimo incendio e pilastro fondamentale di quel modello produttivo che ha reso il teatro lagunare un esempio di efficienza e qualità, è prossimo alla pensione. Forse proprio per l’aria di congedo che si respirava in sala, la presenza del regista in platea ha infuso un nuovo vigore a una macchina scenica che, nonostante il tempo e l’avvicendarsi di numerosi interpreti, ha saputo ribadire con forza perché sia ancora considerata un capolavoro assoluto della regia contemporanea.
Dopo oltre vent’anni di successi ininterrotti, la storica Traviata firmata da Robert Carsen sembra essere giunta al suo ultimo atto. L’allestimento, simbolo della rinascita del Teatro La Fenice dopo l’ultimo incendio e pilastro fondamentale di quel modello produttivo che ha reso il teatro lagunare un esempio di efficienza e qualità, è prossimo alla pensione. Forse proprio per l’aria di congedo che si respirava in sala, la presenza del regista in platea ha infuso un nuovo vigore a una macchina scenica che, nonostante il tempo e l’avvicendarsi di numerosi interpreti, ha saputo ribadire con forza perché sia ancora considerata un capolavoro assoluto della regia contemporanea.
L’impianto di Carsen, con le scene e i costumi di Patrick Kinmonth, continua a colpire per la sua spietata modernità: una pioggia di denaro che invade il palco, specchio di una società cinica e materialista dove tutto, persino l’amore, ha un prezzo. Le luci, curate dallo stesso Carsen insieme a Peter Van Praet, giocano con i contrasti tra l’abbagliante lusso delle feste e l’oscurità della solitudine di Violetta, in una narrazione che non ha perso un grammo della sua potenza visiva e concettuale.
Sul piano vocale, Rosa Feola nei panni della protagonista ha offerto una prova chiaroscurale. Pur confermandosi cantante di classe e razza, non ha convinto appieno in tutti i passaggi del titolo verdiano. Nel primo atto è apparsa cauta nel registro acuto, indulgendo in corone forse eccessive che hanno parzialmente frenato lo slancio virtuosistico. Al contrario, il soprano è risultato totalmente centrato nel secondo atto, dove il fraseggio nobile e l’accento partecipe hanno dato vita a un confronto con Germont di alta scuola; un equilibrio che è purtroppo venuto meno nel terzo atto, dove alla mancanza di una necessaria allure drammatica si è aggiunta un'interpretazione della tisi parsa sovraccarica, con rantoli e colpi di tosse un po' eccessivi che hanno rischiato di appesantire la scena finale.
Al suo fianco, Stefan Pop è stato un Alfredo fresco e variegato. Nonostante qualche tendenza a gigioneggiare, la sua è una prova che fa piacere ascoltare per la generosità del mezzo vocale e la spontaneità dell’interprete. Esemplare, per equilibrio tra presenza scenica e tenuta vocale, il Giorgio Germont di Roberto Frontali: un padre nobile e severo, capace di una commistione perfetta tra gesto e parola cantata.
La direzione di Stefano Ranzani ha garantito una tenuta solidissima. Sul podio di un’Orchestra della Fenice che conosce la partitura praticamente a memoria, Ranzani ha impresso un passo teatrale serrato, pur sapendo respirare con i solisti e spronarli nei momenti di eccessivo indugio. La sua è stata una lettura corposa, con qualche picco di decibel imputabile alla proverbiale sonorità della buca veneziana, ma che non ha mai messo in difficoltà i cantanti.
Di ottimo livello, come da tradizione per questo teatro, la numerosa schiera dei comprimari. Tra questi si sono distinti la Flora Bervoix di Carlotta Vichi e l'Annina di Barbara Massaro, entrambe molto efficaci nel dare spessore ai rispettivi ruoli. Puntuali e ben caratterizzati anche gli interventi maschili: il Gastone di Paolo Antognetti, il Barone Douphol di Armando Gabba, il Dottor Grenvil di Mattia Denti e il Marchese d’Obigny di William Corrò. Hanno completato degnamente il cast Cosimo D’Adamo (Giuseppe), Umberto Imbrenda (un domestico di Flora) e Carlo Agostini (un commissionario), insieme alla prova del Coro istruito da Alfonso Caiani.
Il consueto pubblico cosmopolita della Fenice, seppur contenuto negli applausi durante la recita, si è dimostrato estremamente caloroso, riservando un'accoglienza entusiastica al terzetto dei protagonisti e culminando in una vera e propria standing ovation finale.
La recensione si riferisce alla recita di domenica 8 febbraio 2026
Andrea Bomben
TEATRO LA FENICE Stagione Lirica 2024/2025
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti Musica di Giuseppe Verdi Libretto di Francesco Maria Piave
Direttore Stefano Ranzani
Regia Robert Carsen
Scene e costumi Patrick Kinmonth
Coreografia Philippe Giraudeau
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Riprese da Andrea Benetello
Regia ripresa da Christophe Gayral
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Allestimento Fondazione Teatro La Fenice
PERSONAGGI E INTERPRETI
Violetta Valéry Rosa Feola
Alfredo Germont Stefan Pop
Giorgio Germont Roberto Frontali
Flora Bervoix Carlotta Vichi
Annina Barbara Massaro
Gastone, visconte di Letorières Paolo Antognetti
Il barone Douphol Armando Gabba
Il dottor Grenvil Mattia Denti
Il marchese d’Obigny William Corrò
Giuseppe Cosimo D’Adamo
Un domestico di Flora Umberto Imbrenda
Un commissionario Carlo Agostini
Foto copertina Michele Crosera