Di Maria Teresa Giovagnoli su Sabato, 30 Novembre 2024
Categoria: Recensioni

ROBERTO DEVEREUX – GAETANO DONIZETTI, TEATRO DONIZETTI DI BERGAMO, SABATO 23 NOVEMBRE 2024

Il 2024 segna la fine di un ciclo per il Festival Donizetti Opera, che saluta un commosso Francesco Micheli in uscita dopo dieci anni di direzione artistica con questa ultima edizione. Da sempre divisivo, oscillando tra fanatismi e osteggiamenti da parte della critica, gli si deve oggettivamente riconoscere il ruolo centrale nel rendere il Festival un evento di riferimento per Bergamo (nonché degno omaggio al genio cui ha dato i natali), grazie a una formula vincente in grado di unire con efficacia tradizione e innovazione, altresì supportata da una comunicazione fresca e rivoluzionaria, accompagnata da una continua rete di eventi diffusi in tutta la città. E non si poteva sperare in un epilogo migliore per questo mandato, con il clamoroso successo di questo Roberto Devereux.

Un titolo monumentale rappresentato purtroppo di rado, complice l’impervietà tecnico-interpretativa che il complessissimo personaggio di Elisabetta racchiude, nel suo ruolo non eponimo ma incontrastatamente protagonista. Il cuore dell’opera è l’immersione nell’interiorità contraddittoria di una sovrana fermamente autoritaria che è anche donna intimamente fragile e tormentata. Sono sorprendenti la naturalezza e la pregnanza drammatica con cui Jessica Pratt– al suo debutto nella parte - riesca a restituire il mescolarsi incessante di entrambe le facce della regina, catalizzandole di volta in volta in nostalgia, fierezza, isteria, sospiro, senso di colpa, dolore, delirio. Benché sulla carta la sua vocalità abbia da sempre trovato perfetta dimensione in ruoli più affini al soprano leggero (Elvira, Amina, Lucia, Adelaide, Gilda), riscopriamo qui uno spessore tragico inedito, oltre a riconfermare la solidità tecnica e l’intelligenza musicale di un’interprete straordinaria. Tutte le puntature in acuto sono da brivido come di consueto, ma il soprano australiano privilegia in generale la ricerca di espressione rispetto alla pura potenza, dimostrando maniacale cura del fraseggio e una densità emotiva sempre ben calibrata, mostrando robustezza timbrica anche nel registro medio-grave.

Decisamente all’altezza, al suo fianco, l'interpretazione di John Osborn nel ruolo di Roberto. Il tenore americano, con vocalità limpida e legato eccellente, sa ben rendere il ruolo di favorito della regina non solo nell’ingenuità dei suoi torti politico-sentimentali che spesso è la sola a trasparire, ma riesce ad enfatizzarne tormenti interiori tipici dell’eroe romantico con trasporto ed efficacia. Particolarmente riuscita la sua aria “Come uno spirto angelico”, di cui concede il bis a grande richiesta del pubblico.

Toccante anche la sinergia trovata con la Sara di Raffaella Lupinacci, che offre una prova di grande spessore con voce mezzosopranile brunita e sensuale, sontuosa nella tessitura più acuta. Sempre notevoli i suoi interventi sin dall’aria di sortita “All’afflitto è dolce il pianto”, in cui pone le basi nel costruire un personaggio che non è semplice figura passiva, ma che riesce ad esprimere una conflittuale e sofferta dimensione emotiva.

Deludente il Nottingham di Simone Piazzola che in questa recita, oltre ad un’intonazione talvolta incerta e consuete forzature nell’emissione, manca totalmente d’incisività drammatica.

Generalmente buona la prova delle parti di fianco, con David Astorga (Cecil), Ignas Melnikas (Gualtiero) e Fulvio Valenti (un familiare di Nottingham).

Il coro dell'Accademia della Scala, preparato da Salvo Sgrò, offre una performance solida e ben curata, servendo al meglio la profondità della partitura donizettiana anche nei pezzi d’insieme.

Una profondità che non ritrova un giusto contraltare nella direzione di Riccardo Frizza, che presenta un approccio tendenzialmente monocorde ed esagitato nelle scelte di tempo, con una generale frenesia agogico-dinamica che sfocia in una lettura piatta con a tratti vaghi echi tra la marcia e il valzer, totalmente fuori contesto.

Fortemente evocativa e simbolica l’affascinante regia di Stephen Landgridge, tetra nel suo impianto minimale ma impregnato di riferimenti visivi al concetto di Vanitas, centrale in quest’opera: giochi di specchi, teschi, nature morte e clessidre si avvicendano sul palco allestito da Katie Davenport, cui si affidano scene e costumi, che con estrema coerenza raccontano la caducità della vita, la futilità dei piaceri mondani e l’ineluttabilità della morte. La vicenda si incastona in una cornice nera e claustrofobica, delimitata da alte pareti lignee richiamanti il teatro elisabettiano e ben valorizzate nella loro semplicità dalle belle luci di Peter Mumford. Elementi che spiccano dalla diffusa monocromia sono un letto e un trono rosso fuoco, emblemi esemplari della lacerazione interiore della regina tra passione e potere.

Altro elemento chiave della produzione è l’onnipresenza di un doppio scheletrico della protagonista, animato con straordinaria espressività da due burattinai (coordinati da Poppy Franziska). Una sorta di costante memento mori che perseguita la sovrana nelle decisioni politiche e nei turbamenti amorosi, a tratti ridondante ma in grado di veicolare con efficacia il dualismo tra l’immortalità storica della sovrana e la sua effimera esistenza terrena.

Da segnalare anche altre trovate registiche originali, alcune decisamente evitabili (pensiamo ai soldati che giocano all’impiccato con la didascalica soluzione a sette lettere che corrisponde al nome “Roberto”, triste caduta di stile di cui non sentivamo il bisogno e che ha il solo esito di spezzare la tensione tragica del terzo atto scadendo nel ridicolo), altre toccanti e suggestive (la proiezione calligrafica delle poesie e dei carteggi tra Elisabetta e Devereux, a sottolineare il fondamento storico da cui attinge il soggetto).

Vivido e meritato il successo al calare del sipario, con ripetute chiamate alla ribalta e ovazioni per tutti i protagonisti.

Camilla Simoncini 

ROBERTO DEVEREUX


Tragedia lirica in tre atti di Salvatore Cammarano
Musica di Gaetano Donizetti


Elisabetta Jessica Pratt
Il duca di Nottingham Simone Piazzola
Sara Raffaella Lupinacci
Roberto Devereux John Osborn
Lord Cecil David Astorga
Sir Gualtiero Raleigh Ignas Melnikas*
Un famigliare di Nottingham e Un Cavaliere Fulvio Valenti


Orchestra Donizetti Opera
Coro dell’Accademia del Teatro alla Scala
Direttore Riccardo Frizza
Maestro del coro Salvo Sgrò
Regia Stephen Langridge
Scene e costumi Katie Davenport
Luci Peter Mumford
Regia Animazione Pupazzo Poppy Franziska


Nuovo allestimento della fondazione Teatro Donizetti
in coproduzione con il Teatro Sociale di Rovigo

FOTO GIANFRANCO ROTA