Quarto appuntamento ufficiale con la stagione sinfonica della Fondazione Arena, che chiama all’appello due artisti debuttanti sul palcoscenico del Filarmonico per un concerto dal sapore classico ed eterno di compositori come Chopin e Beethoven, interpretati dal giovanissimo pianista russo Arsenii Moon e dal Maestro Giuseppe Mengoli alla testa dell’Orchestra della Fondazione Arena.
Il Concerto n. 1 in mi minore op. 11 di Frédéric Chopin è un soffio d’anima travestito da partitura. Non è un dialogo tra pianoforte e orchestra, ma piuttosto un lungo, appassionato monologo dell’anima, dove il pianoforte diventa voce interiore, confessione e sogno.
L’orchestra apre con passo solenne, come un sipario che si alza su un mondo ancora indistinto. Ma appena entra il pianoforte, tutto cambia: è come se una figura luminosa emergesse dalla nebbia, fragile e fiera insieme. Il primo movimento è un’epopea interiore, un turbinio di emozioni trattenute, dove l’eroismo non è fatto di spade, ma di sussurri e malinconie.
Il secondo movimento, la Romanza, è forse uno dei momenti più lirici di tutta la musica romantica: non suona, sospira. È un giardino notturno dove ogni nota è un petalo, ogni pausa è una carezza. Chopin qui non scrive: canta con le mani, evoca silenzi, ricordi, ombre dolci. Si ha l’impressione di ascoltare un’anima che sogna ad occhi aperti.
Nel terzo movimento, il Rondò, la malinconia si scioglie in danza. C’è una gioia leggera, quasi contadina, un’energia che fa pensare a Chopin giovane, è come un raggio di sole che trapassa le nuvole, un finale che ride con grazia dopo aver pianto con eleganza.
Qui si inserisce il giovanissimo Arsenii Moon, capace di trascinare con la sua tecnica chi lo ascolta in un viaggio senza fine verso un approdo di note travolgenti. C’è in lui la precisione ovviamente, l’esuberanza dell’esecuzione dovuta all’estrema padronanza del pianoforte. Si rimane più stupiti che immersi in questo mare esecutivo, che è frutto di una attenzione estrema verso ciò che si esegue con un certo piglio talvolta anche distaccato. Da segnalare con particolare entusiasmo l’accoglienza del bis de La campanella di Paganini nella versione dello Studio di Liszt, Étude S. 140 No. 3: qui il virtuosismo dell’interpretazione diventa più personale ed appassionato, travolgente e degno di ammirazione, prontamente manifestata da diverse chiamate alla ribalta per minuti di applausi entusiasti del pubblico.
Con la Pastorale di Beethoven il viaggio continua: non è soltanto una sinfonia, è una passeggiata nell’anima della natura. Non descrive semplicemente paesaggi, li vive, li respira, li ascolta con orecchio attento e cuore spalancato. Lo stesso compositore ci porta in situazioni specifiche come l’arrivo in campagna, il rumore del ruscello, una riunione di campagnoli, persino tuoni e tempesta con la quiete che ne scaturisce al termine per volontà divina. È insomma una musica che non guarda la campagna da una finestra, ma ci cammina dentro, a piedi nudi sull’erba bagnata, tra il canto degli uccelli.
Beethoven, così spesso tempestoso, qui si fa sereno e contemplativo. Non urla alla sorte, ma sorride al cielo. Dal primo movimento che si apre come un risveglio lieve: il sole filtra tra le foglie, l’aria è ancora fresca, e tutto vibra di gratitudine silenziosa. È la gioia semplice dell’arrivo in campagna lontano dal mondo comune.
Nel secondo movimento, il ruscello canta. E l’ascoltatore, anziché dominarlo, si mette in ascolto. Gli uccelli – usignolo, quaglia, cuculo – sono compagni di una solitudine felice, di un uomo che ha finalmente imparato a essere piccolo di fronte alla grandezza naturale.
Il terzo movimento è una danza contadina: i piedi battono la terra, le mani si intrecciano, si ride, si beve, si vive. Ma poi arriva il quarto, la tempesta: improvvisa, impetuosa, eppure mai distruttiva. È come se Beethoven ci dicesse che la natura, anche nei suoi scoppi d’ira, resta parte di un equilibrio più grande.
E infine, l’ultimo movimento: la calma dopo la pioggia, un inno di ringraziamento. Ma non è solo la campagna ad aver ritrovato la pace — è l’uomo stesso, che ora guarda il cielo con occhi lavati dalla pioggia e dal tempo. Il Maestro Giuseppe Mengoli sceglie di dirigere senza bacchetta per una esperienza immersiva con l’Orchestra della Fondazione Arena. Il suo gesto è molto interessante da vedere ma è anche particolarmente teatrale: sembra accompagnare visivamente le note che emanano gli orchestrali avvolgendole con piene mani. L’insieme è chiaramente ben costruito, l’Orchestra padroneggia la partitura meravigliosa con entusiasmo e precisione, con intensità altalenanti, in base al ‘sentire’ del direttore.
Attento e soddisfatto il pubblico in sala, sempre felice di fronte alla bellezza dell’arte che fondazione Arena propone in una bella ed interessante stagione sinfonica.
Maria Teresa Giovagnoli
PROGRAMMA
Fryderyk Chopin
Concerto per pianoforte e orchestra n. 1 in mi minore, op. 11
Ludwig van Beethoven
Sinfonia n. 6 in Fa maggiore, op. 68 “Pastorale”
Direttore d'orchestra Giuseppe Mengoli
Pianoforte Arsenii Moon
Orchestra
Fondazione Arena di Verona
FOTO ENNEVI