Di Maria Teresa Giovagnoli
Secondo appuntamento operistico al Filarmonico di Verona con Pagliacci di Leoncavallo, nel ricchissimo e colorato allestimento ormai parte della storia registica italiana, firmato da Franco Zeffirelli e ripreso quest’anno per il teatro veronese da Stefano Trespidi. Ambientato dal regista toscano a cavallo tra gli anni Sessanta ed il secolo successivo, in una periferia degradata i cui condomini fatiscenti nascondono segreti e tragedie, conserva il sapore del Sud d’Italia, con la gente che si accalca incuriosita in piazza o si affretta alla finestra per origliare il litigio tra Nedda ed il respinto Tonio, i motorini che si fanno largo tra la folla, i panni stesi al balcone e naturalmente la voglia di vivere con l’energia di chi ha sempre qualcosa da raccontare, nonostante le difficoltà. Potrà essere un allestimento ormai datato, ove, come spesso accade con le regie di Zeffirelli, i cantanti quasi non si scorgono tra le folle delle comparse e gli immancabili animali, ma ne registriamo la cura dei più piccoli dettagli, come ad esempio aver arredato anche gli scorci delle camere che si intravedono dalle balconate, e poi la ricchezza dei costumi estrosi di Raimonda Gaetani, che non stonano trattandosi di personaggi atti a divertire un pubblico in scena altrettanto folcloristico, e naturalmente la piena adesione al libretto, elementi che ne fanno ancora oggi uno spettacolo funzionale che piace al pubblico, intrattenuto dai figuranti anche a sipario chiuso.
Molto attenta la direzione di Valerio Galli alla testa dell’orchestra dell’Arena di Verona, che suona drammatica e profonda nelle sue mani. Un velluto risultano le arie celebri e tutta l’opera è permeata da una liricità che fa da perfetta base per gli eventi connessi alla musica. Così anche i protagonisti hanno potuto dare il meglio di loro stessi nei rispettivi ruoli, seguiti e guidati con mano certa.
A cominciare da Walter Fraccaro che offre un Canio/Pagliaccio ardente nella sua dura sorte di uomo tradito, la cui passione sfocia in una violenza cieca, forte della sua voce altrettanto grintosa e mai emessa al risparmio.
Nedda/Colombina è Donata D’Annunzio Lombardi, abile nel canto intimo dagli acuti sottilissimi ed agile nei passaggi di registro grazie ad una voce uniforme che si piega al volere dell’interprete e che si fa ben udire anche in potenza.
Il suo amante è un ispirato Federico Longhi che ancora una volta si fa apprezzare per il suo canto corretto e dal timbro morbidamente rotondo.
Ruvido nell’interpretazione e con un impasto vocale cupo il Tonio/Taddeo del baritono Devid Cecconi, il cui fraseggio è perfettibile . Esegue la sua aria con timbro fresco ed emissione uniforme Francesco Pittari come Beppe/Arlecchino.
Il coro di Vito Lombardi è partecipe e preparato. Teatro piacevolmente esaurito, successo pieno per tutti.
Maria Teresa Giovagnoli
LA PRODUZIONE
Direttore d'Orchestra Valerio Galli
Regia e scene Franco Zeffirelli (ripresa da Stefano Trespidi)
Costumi Raimonda Gaetani
Maestro del Coro Vito Lombardi
GLI INTERPRETI
Nedda-Colombina Donata D’Annunzio Lombardi
Canio-Pagliaccio Walter Fraccaro
Tonio-Taddeo Devid Cecconi
Silvio Federico Longhi
Beppe-Arlecchino Francesco Pittari
Coro voci bianche A.LI.VE. diretto da Paolo Facincani
Direttore allestimenti scenici Giuseppe de Filippi Venezia
Orchestra Coro e Tecnici dell'Arena di Verona
FOTO ENNEVI - FONDAZIONE ARENA DI VERONA