Di PIERLUIGI GUADAGNI su Sabato, 07 Novembre 2026
Categoria: Recensioni

P.MASCAGNI - IRIS - TEATRO REGIO DI TORINO - 5 NOVEMBRE 2026

 

A separare Iris da Madama Butterfly non ci sono soltanto cinque anni, ma soprattutto due modi assai diversi di guardare al Giappone e di trasformarlo in teatro. Il rischio di mettere le due opere sullo stesso scaffale, magari con l'etichetta di esotismo fin de siècle, è forte quanto fuorviante. Puccini costruisce una tragedia psicologica di precisione quasi chirurgica; Mascagni, invece, si inoltra in un territorio assai più misterioso, nel quale simbolismo, sensualità, violenza e spiritualità si mescolano continuamente. Non c'è soltanto una storia infelice, ma un universo di suggestioni nel quale persino i fiori possono diventare presagi di morte. E musicalmente, contrariamente a quanto una certa frequentazione distratta del repertorio mascagnano potrebbe far supporre, siamo davanti a una delle partiture più sorprendenti del compositore. ll Teatro Regio ha avuto il merito di farne la produzione di punta del Festival Verismo, il progetto che inaugura la stagione 2026/2027 attraverso quattro titoli di Mascagni e Leoncavallo. Una bella occasione per ricordare che il verismo non si esaurisce nei soliti due titoli da repertorio e che, dietro la fortunatissima coppia Cavalleria-Pagliacci, esiste un patrimonio assai più articolato.

Il problema di Iris è forse proprio quello di essere arrivata dopo Cavalleria rusticana. Quando un compositore firma un successo di quelle proporzioni, rischia di rimanerne prigioniero per tutta la vita. Mascagni, invece, non aveva nessuna intenzione di ripetersi. La partitura del 1898 è quella di un musicista curioso, inquieto, aperto alle esperienze europee, capace di guardare a Wagner nella continuità del discorso orchestrale e alla scuola francese nella ricerca timbrica, senza perdere quella vena melodica personalissima che gli consente di inventare temi di immediata presa. Qui l'orchestra non si limita a commentare ciò che accade sul palcoscenico: spesso lo precede, lo anticipa, lo tradisce, raccontando ciò che i personaggi non sanno o non vogliono dire. È un Mascagni assai meno prevedibile di quello che siamo abituati a frequentare, e anche per questo merita di essere ascoltato. 

 C'è poi un aspetto di Iris che merita di essere affrontato senza troppi giri di parole. Sotto la superficie della favola orientale, il libretto di Luigi Illica mette in scena una vicenda di predazione sessuale ai danni di una fanciulla, sostanzialmente una bambina, da parte di uomini adulti. La componente pedofila non è affatto un'invenzione delle letture contemporanee: è inscritta nella sostanza stessa del dramma, anche se viene avvolta in un linguaggio simbolista, ricco di allusioni e doppi sensi. Illica lavora sulle parole con una malizia tutt'altro che innocente: il lessico floreale, le immagini della seduzione, i riferimenti al corpo e le costruzioni ambigue delle frasi lasciano affiorare significati erotici che convivono con l'apparente candore della protagonista. Il risultato è un contrasto particolarmente inquietante fra la purezza di Iris e il mondo adulto che vuole possederla, venderla e infine distruggerla. Una materia teatrale scomoda, che la regia di Daniele Menghini affronta senza rifugiarsi nell'esotismo da cartolina scegliendo di sottrarre Iris al Giappone illustrativo e un po' cartolinesco della tradizione per collocarla in un paesaggio postatomico, ispirato agli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti alle radiazioni di Hiroshima e Nagasaki e tornati a fiorire fra le rovine. Una scelta tutt'altro che gratuita, perché individua nella devastazione della natura una metafora della violenza esercitata sull'innocenza della protagonista. Il tempio buddhista distrutto, la grande statua del Buddha e le lanterne disseminate fra le macerie non costruiscono soltanto un ambiente suggestivo: restituiscono l'immagine di una civiltà che ha smarrito i propri riferimenti morali. In questo scenario Iris appare come un elemento estraneo, un fiore ancora intatto in un mondo che sembra aver rinunciato a ogni forma di purezza. La metafora funziona e offre una chiave di lettura coerente con la natura simbolista dell'opera, senza pretendere di sostituirsi alla sua complessità.

Particolarmente interessante è il modo in cui viene affrontato il primo atto. La rappresentazione della favola di Dhia e Jor attraverso il teatrino dei pupazzi non è soltanto una trovata di indubbia efficacia visiva: è il cuore della manipolazione orchestrata da Osaka e Kyoto. Iris assiste incantata a una vicenda che non sa riconoscere come prefigurazione della propria sorte. Il teatro diventa così uno strumento di seduzione e di inganno, mentre lo spettatore comprende ciò che alla protagonista sfugge. I pupazzi di Riserva Canini Teatro, animati con straordinaria precisione e sensibilità da Valeria Sacco e dai suoi collaboratori, sono una vera delizia. La loro espressività, la naturalezza dei movimenti e la perfetta coordinazione degli animatori dimostrano quanto il teatro di figura, quando è affidato a mani esperte, possa diventare autentico linguaggio drammaturgico e non semplice ornamento.

Nel secondo atto lo Yoshiwara assume l'aspetto di un edificio in rovina. Il sollevamento dell'intera struttura scenica, che lascia scoprire le geishe prigioniere nello spazio sottostante, è probabilmente una delle intuizioni più efficaci dello spettacolo. La scena rende visibile ciò che il libretto racconta: un mondo nel quale il corpo femminile è merce, possesso e oggetto di scambio. Non occorrono ulteriori sottolineature per cogliere la violenza di questa condizione. Menghini trova qui una corrispondenza convincente fra spazio scenico e sostanza drammatica, evitando che il simbolismo si trasformi in un esercizio puramente estetico.

Il terzo atto accentua invece la dimensione visionaria, con le presenze spettrali ispirate alle nukekubi, creature del folklore giapponese, e il ritorno della bambola dalle sembianze infantili, immagine ormai irrimediabilmente legata all'innocenza violata. La conclusione, con il primo girasole che riemerge fra quelli anneriti e la successiva cascata di fiori dorati, trova nell'Inno del Sole una corrispondenza particolarmente felice. È il momento in cui la regia riesce a saldare più compiutamente immagine e musica, facendo della rinascita non un lieto fine convenzionale, ma una trasfigurazione simbolica. Qualche immagine indulge forse nella ricerca dell'effetto, ma l'impianto complessivo ha una sua precisa coerenza e, soprattutto, non tradisce la natura enigmatica e dolorosa di Iris. Le scene di Davide Signorini, i costumi di Nika Campisi, le luci di Gianni Bertoli e le coreografie di Marco Caudera contribuiscono a dare sostanza a questo universo visivo.

Sul podio, Andrea Battistoni affronta la partitura con partecipazione e una precisa idea della sua natura sinfonica. La tavolozza orchestrale è ricca, il suono corposo, talvolta persino impetuoso, ma non mancano le necessarie trasparenze e le aperture liriche. Battistoni sembra voler liberare Iris dall'etichetta di melodramma esotico per restituirle tutta la sua complessità musicale. L'Inno del Sole acquista una dimensione monumentale, mentre il preludio del terzo atto trova una magnifica distensione sinfonica. È proprio nella capacità di far respirare queste grandi architetture sonore che si riconosce l'interesse della sua lettura. L'Orchestra del Regio lo segue con una prova di notevole qualità, mentre il Coro, preparato da Gea Garatti Ansini, contribuisce efficacemente alla riuscita dei grandi quadri collettivi.

Ma se c'è un motivo per cui questa serata merita di essere ricordata, ha un nome e un cognome: Erika Grimaldi. Il debutto nel ruolo di Iris è una di quelle occasioni nelle quali una cantante non si limita a dimostrare di possedere i mezzi necessari, ma riesce a far dimenticare quanto sia difficile la parte che sta affrontando. Grimaldi dispone di uno strumento luminoso, omogeneo, dotato di acuti sicuri e penetranti, ma sarebbe riduttivo fermarsi alle qualità vocali. Ciò che colpisce è la musicalità con cui governa una scrittura tutt'altro che indulgente, la naturalezza del legato, la cura delle dinamiche, la precisione degli accenti e soprattutto la capacità di dare un'identità teatrale a ogni passaggio della vicenda. Iris non è una semplice fanciulla innocente da esibire in una successione di belle frasi: è un personaggio che attraversa una trasformazione dolorosa, e Grimaldi ne segue ogni passaggio senza mai perdere la qualità quasi incorporea della sua vocalità. Nell'Aria della Piovra affronta uno dei momenti più inquietanti della partitura con una tensione drammatica notevole; nel finale, invece, la voce si spoglia progressivamente di ogni peso terreno, trovando una luminosità che evita miracolosamente la trappola del sentimentalismo. Una prova di grande intelligenza musicale, oltre che di ragguardevole solidità tecnica. Angelo Villari affronta Osaka con generosità e notevole presenza vocale. Il volume e la consistenza dello strumento non mancano, così come la tenuta nei passaggi più impervi. Nella serenata «Apri la tua finestra», tuttavia, si avverte la mancanza di qualche sfumatura: una pagina che dovrebbe sedurre attraverso mezze tinte ed eleganza fraseologica finisce talvolta per privilegiare la forza rispetto alla sottigliezza. Più insinuante Roberto Frontali, che costruisce un Kyoto di perfida ambiguità attraverso l'esperienza teatrale, la sapienza dell'accento e la capacità di dare peso a ogni parola. Non ha bisogno di forzare i contorni: basta una sfumatura per far emergere la natura manipolatrice del personaggio. Luca Tittoto è un Cieco autorevole, vocalmente saldo e particolarmente efficace nel restituire l'egoismo di un padre che dietro l'apparente fragilità nasconde una durezza devastante. Completano il cast Albina Tonkikh, Didier Pieri, Leopoldo Lo Sciuto, Bekir Serbest e Mattia Comandone.

 La sala, gremita, accoglie tutti gli interpreti con ovazioni, con punte di autentico entusiasmo per Erika Grimaldi e Andrea Battistoni

Pierluigi Guadagni

 

 

LOCANDINA

TEATRO REGIO DI TORINO – FESTIVAL VERISMO

IRIS

Melodramma in tre atti. Musica di Pietro Mascagni, libretto di Luigi Illica.

PERSONAGGI E INTERPRETI

Iris – Erika Grimaldi

Osaka – Angelo Villari

Kyoto – Roberto Frontali

Il Cieco – Luca Tittoto

Una Guècha – Albina Tonkikh

Un Merciaiolo – Leopoldo Lo Sciuto

Un Cenciaiolo – Didier Pieri

Un Cenciaiolo – Bekir Serbest

Un Cenciaiolo – Mattia Comandone

Direttore Andrea Battistoni

Regia Daniele Menghini

Scene Davide Signorini

Costumi Nika Campisi

Luci Gianni Bertoli

Coreog

rafie Marco Caudera

Pupazzi Riserva Canini Teatro, con Valeria Sacco

Maestro del coro Gea Garatti Ansini

Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino.

Nuovo allestimento del Teatro Regio di Torino.

foto di Daniele Ratti