Di Maria Teresa Giovagnoli su Sabato, 22 Aprile 2017
Categoria: Recensioni

LUCIA DI LAMMERMOOR, GAETANO DONIZETTI, TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 21 APRILE 2017

Nuova produzione di Lucia di Lammermoor al Teatro La Fenice di Venezia targata Francesco Micheli, che sposta l’azione scenica dalla Scozia del sedicesimo secolo ad un inizio Novecento italiano cupo e rurale, in cui gli obblighi famigliari e sociali superano sentimenti e legami parentali, tanto quanto accade in ogni epoca purtroppo. Se cambiano infatti le prospettive storiche e geografiche del racconto, non mutano le atmosfere tetre ed a tratti mistiche che si ritrovano anche nei romanzi veristi della nostra letteratura, in cui i sentimenti erano spesso schiacciati dalla morale dell’ ‘ostrica’ e dal necessario attaccamento alla ‘roba’ di famiglia. Per non perdere il patrimonio acquisito Lord Enrico è disposto a ‘vendere’ sua sorella al miglior offerente pagandone il fio con la vita stessa della cara parente e, per come ha impostato il personaggio Micheli, pare perdere egli stesso la ragione, risultando quasi beffardo nei modi e nelle azioni del secondo atto. Lucia è in balia degli eventi, ma ha in sé una grazia ed innocenza che conquista e pone immediatamente lo spettatore in empatia col suo personaggio. Se è vero che nessun ruolo è lasciato muoversi a caso, l’impianto scenico piuttosto fisso e l’insistente oscurità che avvolge l’azione (le luci sono a cura di Fabio Barettin) finiscono per creare una certa monotonia generale che rischia di stancare lo spettatore, pur comunque rispettando nelle linee generali il dinamico libretto.

Le scene di Nicolas Bovey consistono in un fondale curvo sul quale l’elemento naturistico è predominante, a sottolineare il legame con la natura dei personaggi, e della protagonista soprattutto, visualizzati in un mondo contadino; al centro una catasta di mobili simboleggia le fortune dei Ravenswood che rischiano costantemente di esser perdute, quasi fossero pronte per svanire in un rogo; poco altro sul palco testimonia come le vite dei fratelli orfani siano circondate dal vuoto e dall’oscurità. Quasi come anime risorte dalle tombe i coristi si collocano in più punti della scena vestiti in nero ed intervenendo con prontezza nelle vicende, finanche a personificare le tombe stesse degli avi di Edgardo. I costumi di Alessio Rosati sono in linea con l’ambientazione, prevalentemente scuri, dal nero profondo al verdone opaco per il banchetto nuziale. Lucia veste principalmente di bianco, tranne per le nozze che vedono anche lei in verde scuro. Più accesi i colori per il passionale Edgardo.

A muovere le fila della parte musicale il maestro Riccardo Frizza dirige una orchestra dal suono asciutto, senza fronzoli o languori facili, ma comunque in linea con la compostezza dello spettacolo, intimo e carico di tensione. Interessante la reintroduzione della glassarmonica che rende più suggestiva la scena della pazzia di Lucia e rispecchia maggiormente le intenzioni originali di Donizetti.

Lucia è Nadine Sierra che interpreta una fanciulla delicata tanto nelle movenze quanto nel portamento. Fa quasi da contrasto invece il colore particolarmente scuro della voce che ad un primo ascolto difficilmente attribuiremmo alla tenera Miss Lucia. L’interprete si mostra a suo agio soprattutto nel secondo atto, con la voce ben scaldata che le consente una scena della pazzia quasi liberatoria, grazie alla regia che la aiuta in questo, consentendole anche qua e là  personalissime variazioni alla scrittura musicale.

Il terribile ed egoista fratello è Markus Werba che dalla sua ha personalità e una voce dal bel timbro, che però per questo ruolo a nostro avviso necessiterebbe di più profondità, fermo restando la qualità dell’interprete. Austero e deciso all’inizio, rasenta quasi la follia al termine rendendosi conto del danno procurato alla sua stessa famiglia con le sue manovre.

Edgardo è un generoso Francesco Demuro che porta a termine la recita con tanto cuore e sensibilità, pur non potendo contare su una voce sempre completamente a fuoco, soprattutto quando si spinge molto in alto. Raimondo Bidebent è Simon Lim, che ritroviamo spesso in personaggi austeri e volitivi cui la voce particolarmente scura si adatta notevolmente.   

Decoroso l’Arturo di Francesco Marsiglia, che Micheli ha reso visibilmente anziano per sottolineare l’ingiustizia cui è sottoposta la povera Lucia; Marcello Nardis è un discreto Normanno, mentre Angela Nicoli è la damigella di Lucia, Alisa.

Come sempre lodevole la prova del coro preparato da Claudio Marino Moretti.

Accoglienza molto calorosa da parte del pubblico prevalentemente turistico, che ha tributato lunghi applausi al cast ed alla produzione, con standing ovation alla protagonista. Una singola contestazione con ‘fischietto’ al regista è arrivata dall’alto dei palchetti.

Maria Teresa Giovagnoli

LA  PRODUZIONE

Direttore                    Riccardo Frizza

Regia                          Francesco Micheli

Scene                          Nicolas Bovey

Costumi                     Alessio Rosati

Light Designer           Fabio Barettin

GLI  INTERPRETI

Miss Lucia                 Nadine Sierra 
Lord Enrico             
Markus Werba 
Sir Edgardo             
Francesco Demuro 

Raimondo Bidebent   Simon Lim 
Lord Arturo               Francesco Marsiglia
Alisa                            Angela Nicoli
Normanno                  Marcello Nardis

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro  Claudio Marino Moretti

Nuovo Allestimento Fondazione Teatro La Fenice 

 

FOTO MICHELE CROSERA