Capolavoro discusso e popolare, romanzo d'appendice in cui tutto può apparire superfluo, gratuito o assurdo (a cominciare dall'accidentale colpo di pistola), costruito attraverso scene che non sembrano correlate tra loro e che tra loro tuttavia si saldano in una visione di insieme, come in un grande affresco dove il particolare appare insignificante in sé, ma è tuttavia essenziale al quadro generale.
La Forza del destino ripropone molti grandi temi del teatro verdiano: l'amore filiale, l'onore, l'amicizia, gli orrori della guerra, la vendetta, in un contesto drammaturgico tra i più complicati nel catalogo del musicista delle Roncole.
Mettere in scena un'opera come questa (indipendentemente dall'alone di iattura, danno e disgrazia che questo lavoro si porta dietro come un marchio infamante) è talmente un'impresa ardua e rischiosa che merita, ogni qual volta la si veda in cartellone, di accorrere senza indugio indipendentemente dal risultato artistico ottenuto.
La Fondazione Teatri di Piacenza, assieme alla Fondazione Teatro Comunale di Modena e alla Fondazione Teatri di Reggio Emilia, punta tutto su di un cast di debuttanti nel ruolo di alto livello e su di una messinscena tanto funzionale quanto tradizionale che permette, in economia di mezzi, di risolvere le problematiche legate alle difficoltà tecniche dovute alla rapida mutazione dei numerosi quadri dell'opera.
La regia di Italo Nunziata è quindi del genere “vorrei ma non posso”.
Se il “vorrei” sta nel dispiegare sapientemente masse e figuranti dove l'osteria, il convento, l'accampamento di battaglia, la predica, la tarantella, la minestra, tutto si rivela funzionale al percorso musicale dell'azione trasformandosi in una galleria di varia umanità in cui accanto ai personaggi principali assumono rilievo quelli secondari, il “non posso” si traduce in una scenografia inesistente surrogata da quadri dipinti e cornici mobili che cambiano a seconda della scena (ideati da Hannu Palosuo) oltre a pochi elementi di attrezzeria che penalizzano fortemente l'azione relegandola quasi ad una rappresentazione semi scenica.
Nulla di male per carità, in tempi di vacche magre ben vengano allestimenti essenziali e semplici, solo che osare di più in termini di regia e inventiva non sarebbe costato nulla di più se non l'evitare qualche sbadiglio ogni tanto.
A tener viva l'attenzione nelle tre ore e mezza di spettacolo, ci ha pensato una compagnia di canto quasi perfetta per omogeneità e capacità.
Anna Pirozzi è stata una Leonora generosissima in un debutto nel ruolo che non poteva essere migliore. Talmente generosa che si concede il lusso (più unico che raro) di concedere il bis di “Pace mio Dio” a furor di popolo. Facilità di fiato, linea di canto eterogenea nel colore e negli accenti, sicurezza e spavalderia nei sovracuti sono le carte vincenti di una artista che ha trovato finalmente la sua collocazione vocale. Nonostante una certa fissità nei movimenti e nella interpretazione scenica, la Pirozzi ha le carte in regola per diventare una star di assoluto rilievo nel panorama lirico internazionale dimostrando definitivamente quanto impegno e dedizione ripaghino col tempo e la costanza.
Il Don Alvaro di Luciano Ganci, anch'esso debuttante nel ruolo, è stato la conferma di una crescita vocale di una voce baciata dalla natura per bellezza e facilità di emissione. Mai una nota fuori posto, un fraseggio generico, o una incapacità nel cogliere la cifra stilistica di un personaggio vocalmente “scomodo” come il suo. Ganci si è buttato anima e spirito in una gara canora che lo ha portato fino al termine in condizioni vocali fresche e spavalde, dimostrando una economia di mezzi ed una tecnica ineccepibile.
Kiril Manolov nei panni di Don Carlo, canta da baritono pur essendo un basso e questo, a meno che non ti chiami Thomas Stewart o John Tomlinson, è rischiosissimo soprattutto per un ruolo particolarmente acuto in tessitura. Ecco allora che tutto risulta forzato e al limite della rottura di voce oltre che in perenne affanno di fiato alla ricerca di note che faticano ad uscire. E l'esigente pubblico emiliano se ne accorge subito, contestando sonoramente a più riprese una interpretazione non eccellente.
Molto bene Marko Mimica nel ruolo del Padre Guardiano, che riesce a rendere con naturale efficacia l'austerità vocale che tale ruolo richiede nonostante la giovane età. Nel duetto del convento al secondo atto mette in risalto una linea vocale ampia, morbida e ricca di sfaccettature.
Del tutto a suo agio anche il Melitone di Marco Filippo Romano, che dimostra di aver ben appreso le interpretazioni di Enrico Fissore o Sesto Bruscantini in questo ruolo tanto amato da Verdi , dove deve risaltare la caricatura vocale prima di quella scenica.
Spavalda scenicamente e vocalmente la Preziosilla di Judit Kutasi dalla voce potente e duttilissima.
Di pregio sia in scena che in voce i personaggi “di contorno” a cominciare dal Mastro Trabuco di Marcello Nardis, per proseguire con il Marchese di Calatrava di Mattia Denti, la Curra di Cinzia Chiarini e il chirurgo\Alcade di Juliusz Loranzi.
Francesco Ivan Ciampa dirige l'immane partitura con precisione e circospezione. Il direttore campano sembra perseguire un immagine classica dell'opera, privilegiando tempi comodi e, quel che più conta, respirati, contraddistinti nondimeno da una forte tensione interiore, analitica verso le componenti strutturali della partitura. L'Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna lo segue diligentemente dimostrando familiarità con il suono verdiano.
Discreta la prestazione del coro del Teatro Municipale di Piacenza preparato da Corrado Casati.
Al termine applausi convinti per tutti con qualche isolata contestazione all'indirizzo di Kiril Manolov da parte di un teatro esaurito in ogni ordine di posti.
Pierluigi Guadagni
LA PRODUZIONE
Direttore Francesco Ivan Ciampa,
regia Italo Nunziata
scene Emanuele Sinisi,
dipinti Hannu Palosuo,
costumi Simona Morresi,
luci Fiammetta Baldiserri,
assistente alla regia Riccardo Buscarini,
maestro del coro Corrado Casati,
GLI INTERPRETI
Il marchese di Calatrava Mattia Denti
Donna Leonora, sua figlia Anna Pirozzi
Don Carlo di Vargas, suo figlio Kiril Manolov
Don Alvaro Luciano Ganci
Il Padre guardiano Marko Mimica
Fra Melitone Marco Filippo Romano
Preziosilla, giovane zingara Judit Kutasi
Curra Cinzia Chiarini
Mastro Trabuco Marcello Nardis
Un alcade, un chirurgo Juliusz Loranzi
ORCHESTRA REGIONALE DELL'EMILIA ROMAGNA
CORO DEL TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA
FOTO CRAVEDI