Di Maria Teresa Giovagnoli su Martedì, 07 Maggio 2019
Categoria: Recensioni

DORILLA IN TEMPE, ANTONIO VIVALDI - TEATRO MAILBRAN DI VENEZIA, GIOVEDI' 2 MAGGIO 2019

La Dorilla (questo è il nome presente sul manoscritto autografo) di Antonio Vivaldi è un intrigo romantico-pastorale e uno dei maggiori successi riscossi dall’autore durante la sua carriera. L’opera vide la luce per la prima volta il 9 novembre 1726 nel Teatro Sant’Angelo di Venezia, di cui l’abate era impresario assieme al padre.

All’epoca era prassi comune inaugurare la stagione con un cosiddetto pastiche, una sorta di collage di arie preesistenti di altri autori e brani propri. Il tutto però non era lasciato al caso, ma esisteva un modus operandi ben preciso: il compositore del pasticcio doveva pensare a scrivere (o riciclare da altre sue composizioni) la sinfonia, tutti i recitativi e i cori. In seguito doveva selezionare le arie di altri compositori che era intenzionato ad adoperare: solo a questo punto avrebbe integrato il tutto con arie scritte di proprio pugno. Nella prima versione dell’opera erano presenti, oltre ad arie di autori anonimi, arie di Sarro, Hasse e Giacomelli a dimostrare la crescente influenza nel mondo musicale della scuola napoletana.

Questa influenza si fa ben più evidente nella quarta versione dell’opera (1734), l’unica a noi giunta e riproposta dalla Fondazione  Teatro La Fenice al Malibran, in cui infatti sono ben 7 le nuove arie presenti, composte da Vinci Sarro, Leo, Hasse e Giacomelli.

Probabilmente i brani scelti erano delle vere e proprie hit al tempo e, sicuramente pensando al gusto del pubblico e alle necessità di botteghino del suo teatro, la scelta di Vivaldi non fu casuale. Altrettanto famose erano le sue 4 Stagioni e approfittando della consolidata pratica barocca dell’autoimprestito, infila una citazione del tema della  'Primavera' alla fine del terzo movimento della sinfonia e all’inizio della prima scena.

Da qui sembra partire il regista Fabio Ceresa che coglie la palla al balzo e si serve del cambio delle stagioni come metafora del percorso di crescita e maturazione della protagonista e - diciamolo pure - ravvivare una trama, che risulta debole, in particolare nel secondo e terzo atto. Fa quel che si può insomma: i personaggi non hanno un approfondimento psicologico, ma è più che altro una colpa da attribuire al librettista Antonio Maria Lucchini.

Particolarmente bella e riuscita è anche la trovata registica di raffigurare i miti di Dafne, Clizia e Giacinto (amori sfortunati di Nomio-Apollo) e di sciogliere un po’ la tensione dando una caratterizzazione da basso buffo al personaggio di Admeto. Le scene di Massimo Cecchetto si basano su un impianto neoclassico con ampie scalinate, statue e una porta centrale attorno alle quali si sviluppa tutta l’azione, ravvivata dai ballerini della Fattoria Vittadini. Funzionali i luccicanti costumi classical-kitsch di Giuseppe Palella.

Dopo l’Orlando dell’anno scorso, continua così il progetto della sovraintendenza di creare una sezione storicamente informata dell’orchestra stabile con strumenti d’epoca che si possa specializzare nel repertorio barocco, grazie anche agli innesti provenienti da I Barocchisti di Diego Fasolis.

Il direttore svizzero, forte della sua recente incisione dell’opera, conosce bene la partitura e ci gioca a suo piacimento esasperando i contrasti e le dinamiche – si concede anche qualche momento effettistico – pur sempre evitando gli eccessi e optando per una direzione snella e asciutta.

Puntare su un cast quasi interamente composto da giovanissimi è lodevole, ma qui l’età e sopratutto l’esperienza hanno fatto la differenza. Le più convincenti risultano infatti le due veterane del cast Lucia Cirillo, un Elmiro appassionato e molto in linea con lo stile barocco, e Manuela Custer, una Dorilla dalla voce più tornita, ma meno a fuoco nel secondo e terzo atto.

Valeria Girardello fatica a emergere vocalmente, nonostante la sontuosità in scena (che bello però sentire ogni tanto un contralto vero), Rosa Bove è energica e frizzante con la sua vocalità e agilità 'à la Bartoli'. L’Apollo di Véronique Valdès non è divino, soprattutto per quanto riguarda la poca personalità e Michele Patti ha voce possente ma da rifinire.

Una garanzia il Coro preparato da Marino Moretti.

Trionfo da parte del pubblico che affollava il Teatro Malibran.

Andrea Bomben

 LA  PRODUZIONE

Concertatore e direttore

Diego Fasolis

Regia

Fabio Ceresa

Scene

Massimo Checchetto

Costumi

Giuseppe Palella

Light designer

Fabio Barettin

Assistente alla regia e coreografo

Mattia Agatiello

Maestro del coro

Claudio Marino Moretti

GLI   INTERPRETI

Dorilla

Manuela Custer

Elmiro

Lucia Cirillo

Nomio (Apollo)

Véronique Valdès

Filindo

Rosa Bove

Eudamia

Valeria Girardello

Admeto

Michele Patti

Pastori, ninfe

Nicoletta Andeliero
Alessandra Giudici
Francesca Poropat
Margherita Sala
Ester Salaro
Alessandra Vavasori

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Continuo

Cembalo
Cembalo e organo
Violoncello
Tiorba e chitarra
Fagotto

Diego Fasolis, 
Andrea Marchiol
Alessandro Zanardi
Fabiano Merlante
Giovanni Battista Graziadio

   

Ballerini:Fattoria Vittadini

Maura Di Vietri,Samuel Moretti,
Francesca Penzo,Manolo Perazzi,Stefano Roveda,
Maria Giulia Serantoni, Loredana Tarnovschi

 FOTO MICHELE CROSERA